Intervista a Martina Caironi

Mar­ti­na Cai­ro­ni, 23 anni, stu­den­tes­sa di Media­zio­ne Lin­gui­sti­ca e Inter­cul­tu­ra­le all’Università degli Stu­di di Mila­no, ha inco­min­cia­to a cor­re­re in segui­to ad un inci­den­te stra­da­le in cui ha per­so una gam­ba. Nel giro di poco tem­po è diven­ta­ta un’ atle­ta di gran­de rilie­vo, bat­ten­do per tre vol­te, l’ultima del­le qua­li alle Para­lim­pia­di di Lon­dra, il record del mon­do nei 100 metri.

Pri­ma di tut­to vole­vo chie­der­ti com’è suc­ces­so l’incidente

E’ suc­ces­so a Novem­bre del 2007, ero in moto­ri­no di sera, mio fra­tel­lo gui­da­va. Un pira­ta del­la stra­da ha inva­so la nostra cor­sia, schiac­cian­do­mi la gam­ba. Han­no pro­va­to a sal­var­la ma non c’è sta­to mol­to da fare e dopo qual­che gior­no han­no dovu­to ampu­tar­la. Mi sono risve­glia­ta a fat­to già avve­nu­to e non ho potu­to fare altro che accet­ta­re. Usci­ta dall’ospedale, dopo tan­te ope­ra­zio­ni di chiu­su­ra, ho comin­cia­to la ria­bi­li­ta­zio­ne in vista del­la pro­te­siz­za­zio­ne. La pri­ma, a Budrio, non è anda­ta bene, così sono anda­ta in Austria, dove mi han­no fat­to quel­la che indos­so tutt’ora. da lì la vita è tor­na­ta a gira­re. Ad ogni pas­so che face­vo, risa­li­vo dal fon­do a cui ero arri­va­ta: in ospe­da­le non riu­sci­vo nem­me­no a lavar­mi da sola. Tor­na­ta a casa mi sono ritro­va­ta a fare di nuo­vo tut­te le atti­vi­tà di pri­ma, però in un modo diver­so: sen­za gam­ba è un’altra cosa. Mi sono inge­gna­ta per fare tut­to, sono anche anda­ta a bal­la­re una vol­ta! Quan­do mi è arri­va­ta la pro­te­si è sta­to tor­na­re a vive­re davvero.

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Come ti è venu­ta l’idea del­la cor­sa? Cor­re­vi già prima?

No, quan­do ho avu­to l’incidente gio­ca­vo a pal­la­vo­lo, sta­vo anche salen­do di gra­do, mi pia­ce­va un sac­co. Ci sono poi volu­ti due anni per siste­mar­mi da tut­te le ope­ra­zio­ni. Una vol­ta a posto ho sen­ti­to la neces­si­tà di fare qual­co­sa di più. Per­chè sì, pri­ma impa­ri a cam­mi­na­re e tut­to, però non mi è più basta­to, sono sem­pre sta­ta spor­ti­va. Lì dove ho fat­to la pri­ma pro­te­siz­za­zio­ne ho visto del­le foto di cam­pio­ni che gareg­gia­va­no con le pro­te­si. Tra­mi­te que­ste imma­gi­ni ho pre­so coscien­za del­lo sport para­o­lim­pi­co. Mi sono infor­ma­ta, e poi mi è sta­ta data que­sta pro­te­si spon­so­riz­za­ta dall’INAIL: cosa rara, di soli­to non rega­la­no nul­la. Per me è sta­ta un’eccezione, mi han­no visto moti­va­ta, gio­va­ne e con un fisi­co atle­ti­co, quin­di han­no deci­so di inve­sti­re su di me. Ma l’atletica a livel­lo ago­ni­sti­co non l’avevo mai pra­ti­ca­ta, le gare le face­vo con la scuo­la, non era una pas­sio­ne. Pia­no pia­no, comin­cian­do ad alle­nar­mi ho sco­per­to il pia­ce­re di correre.

A que­sto pro­po­si­to, cosa sen­ti quan­do corri?

Quan­do cor­ro sen­to di esse­re padro­na di me stes­sa, del mio cor­po. Que­sta padro­nan­za l’ho acqui­si­ta in un paio di anni. All’inizio è più un sal­tel­la­re. Non è faci­le impa­ra­re, ti devi fida­re mol­to. Alle pri­me cadu­te mi sono resa con­to che era il risul­ta­to di fidar­mi. Ormai sape­vo che se aves­si fat­to quel movi­men­to sarei cadu­ta. Ma fin­chè non ti suc­ce­de resti fre­na­to. A quel pun­to ho potu­to spe­ri­men­ta­re sem­pre di più l’angolazione, la spin­ta. Poi quan­do cor­ro che vado velo­ce mi sen­to bene, mi sen­to qua­si come pri­ma. Dico qua­si per­chè comun­que il movi­men­to è diver­so. Non ho l’articolazione quin­di devo affi­dar­mi ad un ginoc­chio arti­fi­cia­le che si pie­ga in base alla spin­ta che do, alla posi­zio­ne del bari­cen­tro, e anche a que­sta lami­na che for­ni­sce la rispo­sta ela­sti­ca. E’ tut­ta bio­mec­ca­ni­ca, ma più usi la pro­te­si più diven­ta natu­ra­le. Per me lo è adesso.

E le pri­me gare che hai fatto?

Anco­ra pri­ma di ave­re la pro­te­si da cor­sa mi han fat­to fare lan­cio del peso per inse­rir­mi nell’ambiente. Inve­ce alla pri­ma gara di cor­sa, ad Imo­la, ho sta­bi­li­to il record ita­lia­no, ma sen­ti­vo di non aver fat­to nien­te: tutt’ora a livel­lo ita­lia­no non sen­to il bri­vi­do del­la gara per­chè non ho avver­sa­rie del­la mia cate­go­ria. L’impatto col mon­do dei disa­bi­li inve­ce è sta­to for­tis­si­mo: le disa­bi­li­tà sono anco­ra più a nudo. Indos­san­do dei jeans lun­ghi si può anche non nota­re, ma quan­do sei in pista hai i pan­ta­lon­ci­ni cor­ti e una pro­te­si che non ha una for­ma natu­ra­le, è una lami­na. Devi abi­tuar­ti a vede­re sia gli altri che te stes­so con que­sti ausi­li. Ho cono­sciu­to per­so­ne con varie disa­bi­li­tà e que­sto mi ha aper­to una nuo­va pro­spet­ti­va. Da nor­mo­do­ta­ta ho fat­to un inci­den­te e sono diven­ta­ta disa­bi­le. Non è sta­to faci­le accet­ta­re non solo il fat­to in sè, ma pro­prio la paro­la. Per esem­pio quan­do mia mam­ma mi ave­va det­to di far­ci dare il car­tel­li­no per la mac­chi­na, all’inizio ho rispo­sto di lasciar­lo agli anzia­ni. Ho capi­to poi che cer­te age­vo­la­zio­ni come quel­la nel­la vita pos­so­no ser­vi­re, biso­gna pren­der­le sen­za aver pau­ra del­la paro­la o di rien­tra­re nel­la cate­go­ria. Alla fine uno può chia­mar­mi come vuo­le, ma di fat­to la disa­bi­li­tà c’è. E con­fron­tar­mi con tut­ti que­sti atle­ti mi ha aiu­ta­to molto.

Per quan­to riguar­da le gare inter­na­zio­na­li invece?

La pri­ma l’ho fat­ta nel 2010 ad Olo­mouc, in Repub­bli­ca Ceca. Mi han­no man­da­to il bor­so­ne con la divi­sa del­la nazio­na­le, e ho odia­to que­sto fat­to: non ero lì per por­ta­re i valo­ri ita­lia­ni o tene­re alta la ban­die­ra, era­no 3–4 mesi che mi alle­na­vo, ero lì per cor­re­re. Mi han­no fat­to fare anco­ra lan­cio del peso, ho gareg­gia­to con del­le nane per­chè in cer­ti casi accor­pa­no le cate­go­rie e dan­no pun­teg­gi diver­si in base alla disa­bi­li­tà. Gareg­gia­re con loro è sta­to stra­no, ma anche bel­lo. Pri­ma maga­ri veden­do pas­sa­re un nano sen­ti­vo che un pò mi dispia­ce­va. Una vol­ta lì però li vedi come atle­ti, come per­so­ne. Sem­pre ad Olo­mouc nei 100 metri sono cadu­ta, non sape­vo che sta­vo gio­can­do per la qua­li­fi­ca­zio­ne ai mon­dia­li. Quel­li era­no mon­dia­li gio­va­ni­li, e se aves­si fat­to un buon tem­po sarei anda­ta a quel­li asso­lu­ti, ma non ne ave­vo idea. Per me era sem­pli­ce­men­te una gara, e dopo la cadu­ta mi sono rialz­ta e ho fini­to il per­cor­so. Ho fat­to anche sal­to in lun­go che ave­vo pro­va­to qual­che gior­no pri­ma, è anda­to bene e ho pre­so un bronzo.

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E poi nel 2012 record del mon­do nei 100 metri. La sensazione?

Sì, quest’ultimo è sta­to l’anno del­la rimon­ta, con una serie di gare, fino alle Olim­pia­di di Lon­dra, che sono sta­te un exploit. A Dicem­bre 2011 negli Emi­ra­ti Ara­bi ho fat­to 16”67, che non era record, ma un buon tem­po. A Man­che­ster que­sto Mag­gio ho fat­to il record del mon­do per un cen­te­si­mo, 16”25. Arri­va­ta al tra­guar­do ero con­vin­ta che il record di pri­ma fos­se di 16 24, e quin­di di aver­lo man­ca­to per pochis­si­mo. Infat­ti quan­do sono anda­ta a segna­la­re il mio tem­po era per regi­stra­re il record euro­peo. Mi han­no det­to loro, con mia esul­tan­za, che in veri­tà era mon­dia­le! In Giu­gno a Stad­ska­naal l’ho miglio­ra­to anco­ra, 15”89.
La sen­sa­zio­ne è quel­la di pren­de­re sem­pre più coscien­za del­le mie poten­zia­li­tà impa­ran­do a cor­re­re come si deve. Per­chè se si vedo­no fil­ma­ti di un anno e mez­zo fa, è una cor­sa sof­fer­ta. Inve­ce le ulti­me sono cor­se grin­to­se, in cui uso la gam­ba per spin­ge­re, anzi le uso entram­be. Ades­so è un movi­men­to più armo­ni­co, e c’è anco­ra da migliorare.

Par­lan­do del­le Olim­pia­di di Lon­dra, le gare sono sta­te un successo.

Adre­na­li­na pura! Non ho vin­to il bron­zo nel sal­to in lun­go, come è scrit­to ovun­que: ci si con­fon­de con i tre che ho vin­to ad Olo­mouc, La Sha­r­jia e a Stad­ska­naal. A Lon­dra per il sal­to in lun­go c’erano le cate­go­rie accor­pa­te, era­va­mo in 18 a fare la gara. Era la pri­ma in asso­lu­to che face­vo alle Olim­pia­di e l’emozione ha avu­to il soprav­ven­to. Ma è sta­to meglio, per­chè se fos­se sta­ta quel­la dei 100 metri maga­ri sareb­be anda­ta peg­gio. Comun­que il sal­to in lun­go è anda­to male, ho fat­to sal­ti infe­rio­ri alle mie capa­ci­tà. Poi mi sono rifat­ta con i 100 metri: ho bat­tu­to per la ter­za vol­ta nell’anno il record del mon­do con 15”87.

E l’atmosfera dell’Olimpiade?

Il vil­lag­gio olim­pi­co è fan­ta­sti­co! E’ come una pic­co­la cit­tà, atle­ti da tut­to il mon­do, ban­die­re sui vari ter­raz­zi per indi­ca­re gli appar­ta­men­ti del­le nazio­ni. Ho cono­sciu­to un sac­co di per­so­ne. In fon­do sei lì per fare una cosa che ti pia­ce e che hai in comu­ne con tut­ti loro: sei pre­di­spo­sto a par­la­re, nono­stan­te la con­cen­tra­zio­ne è comun­que anche un’esperienza per­so­na­le. Poi ci si può con­fron­ta­re in pista duran­te l’allenamento. Per esem­pio ho visto un ragaz­zo che ave­va la mia stes­sa ampu­ta­zio­ne e face­va la par­ten­za dai bloc­chi, che io anco­ra non rie­sco a fare e mi sono fat­ta spie­ga­re. O maga­ri incon­tri quel­lo che ti par­la del­la situa­zio­ne poli­ti­ca del suo pae­se, o chi ti rac­con­ta la sua sto­ria, di come è diven­ta­to disa­bi­le. C’era poi un’officina gra­tui­ta del­la Otto Bock, pra­ti­ca­men­te come una per le mac­chi­ne, solo che per car­roz­zi­ne e pro­te­si. L’idea è che qual­sia­si cosa suc­ce­da loro ci sono, ed è un note­vo­le supporto.

E’ sta­ta più vis­su­ta la ceri­mo­nia di aper­tu­ra o di chiu­su­ra? Cre­do ci fos­se­ro in gio­co emo­zio­ni mol­to diverse.

Sì cer­to. La sen­sa­zio­ne del­la ceri­mo­nia di aper­tu­ra è sta­ta quel­la di ini­zia­re dav­ve­ro. Com’è che si dice, “quan­do il gio­co si fa duro, i duri ini­zia­no a gio­ca­re”. La ceri­mo­nia di chiu­su­ra è sta­ta bel­la, pie­na di riman­di a Rio, dove ci sarà la pros­si­ma Olim­pia­de. Comun­que quan­do hai fini­to c’è una sen­sa­zio­ne di nostal­gia. Sai però che ce ne sarà un’altra. E quin­di Rio!

Qua­le è sta­to l’elemento che ti ha più colpito?

Direi il pub­bli­co. Per­ché sen­za non sareb­be la stes­sa cosa. Que­sto boa­to, que­sto pie­no­ne mi han­no fat­to sen­ti­re impor­tan­te. Non sono le tele­ca­me­re, è pro­prio il con­tat­to uma­no, la gen­te. Sen­ti­re che loro c’erano, par­te­ci­pi, che a qual­sia­si ora gli spal­ti era­no pie­ni. Tu entra­vi in que­sto sta­dio gre­mi­to, che se non hai visto non puoi capi­re. Anche i gior­ni dopo le mie gare anda­vo a vede­re le altre. E’ sta­ta come una dro­ga, non riu­sci­vo più a stac­car­me­ne. Anche dopo l’ultima gara, quan­do vede­vo che lo sta­dio si sta­va svuo­tan­do, non vole­vo andar­me­ne via. Era bel­lo sta­re lì e sen­ti­re gli applausi.

 

Ludo­vi­ca de Girolamo

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