Da rivedere per la prima volta
La grande bellezza

SET DEL FILM "LA GRANDE BELLEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO TONI SERVILLO E LUCIANO VIRGILIO. FOTO DI GIANNI FIORITO

Final­men­te, vie­ne da dire.
Dopo lo “sgar­bo” di Can­nes, con il trion­fo di Kechi­che e il suo Vita di Ade­le, sem­bra qua­si di risve­gliar­si com­ple­ta­men­te gua­ri­ti dopo una not­te di feb­bre; nel­la men­te si accal­ca­no imma­gi­ni di trion­fo e di gran­dez­za, soprat­tut­to gra­zie ad una pla­tea ben dispo­sta alla stan­ding ova­tion che con la pre­sen­za di arti­sti del cali­bro di Mar­tin Scor­se­se, Robert Red­ford o Meryl Streep, cer­ti­fi­ca l’avvenuta tra­sfor­ma­zio­ne e con­sa­cra­zio­ne: era­no anni che Sor­ren­ti­no ina­nel­la­va rico­no­sci­men­ti for­ma­li e non anche fuo­ri dall’Italia, e si può dire aper­ta­men­te che for­se avreb­be meri­ta­to lo stes­so apprez­za­men­to già die­ci anni fa con Le Con­se­guen­ze dell’Amore.

Que­sto deci­si­vo sal­to di qua­li­tà non avvie­ne sol­tan­to per una que­stio­ne di espe­rien­za pro­fes­sio­na­le ma soprat­tut­to per una matu­ra­zio­ne di con­te­nu­ti: se il film del 2004 cita­to sopra o il mera­vi­glio­so esor­dio de L’uomo in più, pos­so­no risen­ti­re del­l’es­se­re la rap­pre­sen­ta­zio­ne di un uni­ver­so tema­ti­co tipi­co del­lo Sti­va­le – e ren­de­re quin­di dif­fi­ci­le l’im­me­de­si­ma­zio­ne per un pub­bli­co inter­na­zio­na­le –, ne La Gran­de Bel­lez­za il regi­sta è riu­sci­to a ren­de­re par­ti­co­la­re e uni­ver­sa­le il rac­con­to. Sor­ren­ti­no ora non par­la più solo agli ita­lia­ni, ma li ricor­da giu­sta­men­te nel discor­so di rin­gra­zia­men­to come appar­te­nen­ti a un Pae­se “paz­zo e meraviglioso”.

Il film è il rac­con­to di un viag­gio, più vici­no al Saty­ri­con che all’Odis­sea, in cui la ricer­ca del pro­ta­go­ni­sta è soprat­tut­to di carat­te­re inte­rio­re in una socie­tà che di inte­rio­ri­tà non si occu­pa più; ed è in que­sto modo che Sor­ren­ti­no ha stre­ga­to gli ame­ri­ca­ni e, con un po’ di mali­gni­tà, non avreb­be mai potu­to sedur­re i fran­ce­si: par­la di una socie­tà sopra le righe che, come il Don Gio­van­ni di Kier­ke­gaard, imme­mo­re del pas­sa­to si sen­te intoc­ca­bi­le dal futu­ro per­ché la vita è oggi, hic et nunc; tut­to vie­ne mesco­la­to come un cock­tail esplo­si­vo in cui sono fon­da­men­ta­li il poli­ti­ca­men­te cor­ret­to, l’apparire e l’essere social­men­te accet­ta­ti. Han­no avu­to la sen­si­bi­li­tà di capi­re come que­sto film non fos­se solo una cita­zio­ne de La Dol­ce Vita ma ne fos­se il pro­se­gui­men­to idea­le. Oggi come ieri il vuo­to per­va­de la vita, opa­ciz­za­ta dal­la rin­cor­sa a un ricor­do di vera bel­lez­za per sem­pre perduto.

Dopo la vit­to­ria ai Gol­den Glo­be, sen­za trop­pe illu­sio­ni per­ché è noto il carat­te­re (anche) poli­ti­co del­la pre­mia­zio­ne dell’Academy —si con­si­glia il mera­vi­glio­so e stra­zian­te The Mis­sing Pic­tu­re—, la sta­tuet­ta degli Oscar sareb­be la degna qua­dra­tu­ra del cerchio.

Jaco­po Iside
@JacopoIside

Jacopo Iside
Appas­sio­na­to di Sto­ria e di sto­rie. Stu­den­te mai trop­po dili­gen­te, ho inse­gui­to di più i sogni
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