Cent’anni di Charlot

Era il novem­bre del 1913 quan­do il gio­va­ne atto­re Char­les Cha­plin, allo­ra ven­ti­cin­quen­ne, entrò nel­l’uf­fi­cio del pro­dut­to­re e regi­sta Mack Sen­ne. Quan­do ne uscì ave­va fir­ma­to il suo pri­mo con­trat­to per una casa cine­ma­to­gra­fi­ca, per la gio­va­ne Keyn­ston Film Com­pa­ny, fon­da­ta solo un paio di anni pri­ma, incon­sa­pe­vol­men­te desti­na­ta a dive­ni­re sino­ni­mo di comi­ci­tà. I lun­ghi anni pas­sa­ti in tea­tro in com­pa­gnia di gio­va­ni comi­ci, tra cui Stan­ley Jef­fer­son (meglio cono­sciu­to come Stan Lau­rel), gli per­mi­se­ro di met­ter­si al lavo­ro pron­ta­men­te, pub­bli­can­do così il 2 feb­bra­io del­l’an­no suc­ces­si­vo un pri­mo cor­to­me­trag­gio, Per gua­da­gnar­si da vive­re, in cui vesti­va i pan­ni di un aspi­ran­te gior­na­li­sta in cer­ca di scoop. Solo cin­que gior­ni dopo, il 7 feb­bra­io 1914, non sod­di­sfat­to dal­la pre­ce­den­te inter­pre­ta­zio­ne, Cha­plin cer­cò di crea­re un per­so­nag­gio che riu­scis­se a tra­smet­te­re ogni suo sta­to d’a­ni­mo o pen­sie­ro anche sen­za l’u­so del­la paro­la e che, con­tem­po­ra­nea­men­te, fos­se rico­no­sci­bi­le ad una pri­ma occhia­ta. Fu così che, qua­si per caso, nel cor­to­me­trag­gio Kit auto races at Veni­ce, fece la sua pri­ma com­par­sa Charlot.

In quel cor­to un po’ con­fu­so, qua­si ama­to­ria­le, era già pos­si­bi­le vede­re i trat­ti distin­ti­vi di quel­l’o­mi­no dal­lo sguar­do tri­ste ma dai baf­fet­ti fur­be­schi, dive­nu­to una leg­gen­da del cinema.
La bom­bet­ta nera che copri­va il capo richia­ma­va il colo­re scu­ro del­la giac­ca, allac­cia­ta solo da due bot­to­ni sopra una cami­cia bian­ca, sovra­sta­ta da una cra­vat­ta non annodata.
I pan­ta­lo­ni gri­gi, un poco lar­ghi, cade­va­no mal­con­ci su un paio scar­po­ni in pes­si­me con­di­zio­ni che, for­se anch’es­si un po’ gran­di, con­tri­bui­va­no a ren­de­re la sua cam­mi­na­ta così buf­fa e par­ti­co­la­re. Infi­ne ‚il baston­ci­no di bam­bù ― trop­po cor­to per esse­re uti­le, trop­po lun­go per rima­ne­re fermo.

«Quel modo di vesti­re mi aiu­ta a espri­me­re la mia con­ce­zio­ne del­l’uo­mo medio, del­l’uo­mo comu­ne, la con­ce­zio­ne di qua­si tut­ti gli uomi­ni, di me stes­so. La bom­bet­ta trop­po pic­co­la rap­pre­sen­ta lo sfor­zo acca­ni­to per poter appa­ri­re digni­to­so. I baf­fi espri­mo­no vani­tà. La giac­ca abbot­to­na­ta stret­ta, il baston­ci­no e tut­to il com­por­ta­men­to del vaga­bon­do rive­la­no il desi­de­rio di assu­me­re un’a­ria galan­te, ardi­ta, disin­vol­ta. Egli cer­ca di affron­ta­re corag­gio­sa­men­te il mon­do, di anda­re avan­ti a for­za di bluff, e di que­sto è con­sa­pe­vo­le. Ne è così con­sa­pe­vo­le che rie­sce a ride­re di se stes­so e anche a com­mi­se­rar­si un po’».

Ciò che sen­za dub­bio ren­de­va uni­co Char­lot era la sua comi­ci­tà tan­to assur­da e appa­ren­te­men­te invo­lon­ta­ria, quan­to genia­le e natu­ra­le ―ogni situa­zio­ne appa­ren­te­men­te tran­quil­la pote­va esser da un momen­to all’al­tro ribal­ta­ta da un suo sem­pli­ce movi­men­to azzar­da­to, in gra­do, tal­vol­ta, di abbat­te­re un’in­te­ra casa―, fusa ad un atten­zio­ne sem­pre acce­sa per le pro­ble­ma­ti­che del tem­po. Ne è un esem­pio il cele­bre film Tem­pi moder­ni, capo­la­vo­ro del 1936, in cui sono immor­ta­la­ti la cre­scen­te alie­na­zio­ne, figlia del­la mec­ca­niz­za­zio­ne del lavo­ro in fab­bri­ca, e le con­se­guen­ti pro­te­ste del mon­do operaio.

Ma Char­lot non è solo que­sto. È anche e soprat­tut­to sen­ti­men­to; la malin­co­nia nel suo sguar­do, la pau­ra e lo sbi­got­ti­men­to din­nan­zi ad un disa­stro appe­na com­piu­to e soprat­tut­to l’a­mo­re, per la sua fio­ra­ia cie­ca, per la sua ama­ta o anche solo per un pic­co­lo cagnolino.
Così capi­ta spes­so che le risa­te si acca­val­li­no alla com­mo­zio­ne: un otto­vo­lan­te di emo­zio­ni, riser­va­to ai raris­si­mi poe­ti del cine­ma. Guar­da­re per cre­de­re la cele­bre sce­na del film La feb­bre del­l’o­ro del 1925 in cui, deva­sta­to dal­la fame, adden­ta una scar­pa, scam­bian­do le strin­ghe per spaghetti.

Char­lot era ed è tut­to que­sto: un poe­ta d’e­mo­zio­ni che, in un bacio inno­cen­te su una guan­cia e una carez­za riu­sci­va a rac­chiu­de­re l’a­mo­re. In silenzio.

Fede­ri­co Arduini

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