Da rileggere per la prima volta
Il blu è un colore caldo

Non appe­na ho fini­to di vede­re Vita di Adè­le ho ini­zia­to a leg­ge­re Il blu è un colo­re cal­do, la gra­phic novel da cui è trat­to. Non ave­vo in pro­get­to di leg­ger­lo, non mi ave­va par­ti­co­lar­men­te incu­rio­si­to, ma il film di Abdel­la­tif Kechi­che, tan­to elo­gia­to e cri­ti­ca­to, ha tra­di­to tal­men­te a fon­do le mie aspet­ta­ti­ve che ave­vo biso­gno di appro­fon­di­re, insi­ste­re sui temi e i personaggi.

Già, per­ché tut­to quel­lo che acca­de nel film tro­va spie­ga­zio­ne, pro­fon­di­tà, per­si­no rile­van­za solo alla luce del­l’o­pe­ra di Julie Maroh dove i per­so­nag­gi ―che nel­la pel­li­co­la soprav­vi­vo­no solo gra­zie all’in­ter­pre­ta­zio­ne del­le due attri­ci pro­ta­go­ni­ste― tro­va­no il loro meri­ta­to spa­zio e per­si­no il tem­po neces­sa­rio a tra­smet­te­re tut­to quel­lo che significano.

Il roman­zo è un’o­pe­ra sem­pli­ce nel trat­to e nel colo­re, sem­pre pre­ci­si ed essen­zia­li, qua­si com­ple­ta­men­te asser­vi­ti al rac­con­to. Pren­do­no spa­zio solo in pochi impor­tan­ti momen­ti, di svol­ta, dove il silen­zio assor­dan­te del­le vignet­te sosti­tui­sce le gri­da, quan­do le paro­le del dia­rio del­la pro­ta­go­ni­sta o dei pro­fon­di dia­lo­ghi han­no già det­to tut­to quel­lo che era neces­sa­rio dire.

La sto­ria è quel­la di Clé­men­ti­ne, una licea­le che si inna­mo­ra di una ragaz­za dai capel­li blu, Emma, più gran­de di lei di qual­che anno e che attra­ver­so il suo dia­rio ci por­te­rà a vive­re con lei tut­ti i pas­si, pic­co­li e gran­di, del­la sua matu­ra­zio­ne per­so­na­le e sen­ti­men­ta­le. Gra­zie a que­sto espe­dien­te noi vedia­mo rac­con­ta­ta la vita di Clé­men­ti­ne con una pre­ci­sa cro­no­lo­gia, una rigo­ro­sa suc­ces­sio­ne di gior­ni e anni che nel­la tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca è anda­ta com­ple­ta­men­te per­du­ta e che non man­ca di susci­ta­re qual­che per­ples­si­tà nel­lo spet­ta­to­re. Infat­ti, tut­ti gli even­ti che nel­lo svi­lup­po di una tra­ma defi­ni­rei quan­to­me­no rile­van­ti, se non fon­da­men­ta­li, soprat­tut­to al fine di com­pren­de­re la vera natu­ra del­la pro­ta­go­ni­sta, ven­go­no bru­tal­men­te rimos­si dal­la pel­li­co­la, sosti­tui­ti da infi­ni­te, silen­zio­se ripre­se che non han­no la capa­ci­tà di tra­smet­te­re tut­to il peso dei trop­pi dia­lo­ghi dimen­ti­ca­ti tra le pagine.
Così il lun­go ‒qua­si tre ore‒ film di Abdel­la­tif Kechi­che risul­ta vuo­to di veri con­te­nu­ti, e tut­to il poten­zia­le del­lo ‒splendido‒ roman­zo a fumet­ti, sprecato.

Infat­ti Il blu è un colo­re cal­do ha una chia­ve di let­tu­ra uni­ver­sa­le capa­ce di tra­sfor­mar­lo in un mani­fe­sto ado­le­scen­zia­le― rac­con­ta con cogni­zio­ne pau­re, sogni e, dram­ma­ti­ca­men­te, di come que­sti si infran­ga­no. Rac­con­ta di intol­le­ran­za e accet­ta­zio­ne, di come si pos­sa com­bat­te­re e riven­di­ca­re il pro­prio posto nel mon­do anche attra­ver­so i pic­co­li gesti.

Una sto­ria già vista dun­que, che non fa del­l’o­ri­gi­na­li­tà il suo pun­to for­te, anzi, sfrut­ta quel­li che sono mol­ti cli­ché let­te­ra­ri; al tem­po stes­so però li svec­chia gra­zie a quel­la for­ma di nar­ra­zio­ne che è pro­pria del­la gra­phic novel e che lega indis­so­lu­bil­men­te dise­gni e paro­le, un truc­co dif­fi­ci­le, ma quan­do rie­sce lascia a boc­ca aper­ta. E que­sta vol­ta lo ha fatto.

Mat­tia Fumagalli
@TiaTiaFuma

 

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.