L’anomalia italiana

A pro­po­si­to del col­po di mano di Mat­teo Ren­zi, mol­ti com­men­ta­to­ri han­no pro­te­sta­to per la nomi­na del ter­zo Pre­si­den­te del Con­si­glio, dopo Mon­ti e Let­ta, “non elet­to dai cit­ta­di­ni”. Altri han­no inve­ce salu­ta­to l’arrivo di Ren­zi a Palaz­zo Chi­gi come un risve­glio, addi­rit­tu­ra, del­la “sana” demo­cra­zia par­la­men­ta­re, ricor­dan­do che, come dovreb­be esse­re noto a tut­ti, l’ordinamento costi­tu­zio­na­le ita­lia­no non pre­ve­de l’elezione diret­ta del Pre­si­den­te del Consiglio.

L’estrema con­fu­sio­ne che su que­sta mate­ria regna tra l’opinione pub­bli­ca è tut­to fuor­ché casua­le. Da oltre vent’anni, infat­ti, il carat­te­re par­la­men­ta­re del­la nostra repub­bli­ca subi­sce vio­len­ti attac­chi poli­ti­ci e media­ti­ci, che han­no por­ta­to ad un suo sna­tu­ra­men­to sostan­zia­le. Dicia­mo­lo: il par­la­men­ta­ri­smo è un vesti­to che ci è sem­pre sta­to stret­to, data la smo­da­ta pas­sio­ne che non man­chia­mo mai di dimo­stra­re nei con­fron­ti dell’uomo del­la prov­vi­den­za o lea­der di tur­no. Nono­stan­te una Costi­tu­zio­ne pen­sa­ta appo­sta per scon­giu­ra­re deri­ve auto­cra­ti­che, la vita poli­ti­ca del nostro Pae­se è sem­pre sta­ta domi­na­ta da gran­di figu­re cari­sma­ti­che. La Secon­da Repub­bli­ca, poi, inve­ce che por­tar­ci l’“alternanza” sul model­lo anglo­sas­so­ne, ci ha por­ta­to Ber­lu­sco­ni: il pri­mo ad appor­re il pro­prio nome sul sim­bo­lo elet­to­ra­le, il pri­mo a tra­sfor­ma­re defi­ni­ti­va­men­te la poli­ti­ca in mar­ke­ting, e se stes­so in un mar­chio vin­cen­te, costruen­do un par­ti­to inte­ra­men­te coin­ci­den­te con la pro­pria per­so­na e riven­di­can­do, sem­pre, un rap­por­to diret­to ed esclu­si­vo con gli elettori.

La demo­li­zio­ne pro­gres­si­va del par­la­men­ta­ri­smo, da Ber­lu­sco­ni in giù, ha segui­to due diret­tri­ci paral­le­le: una media­ti­ca, con l’assidua e costan­te vei­co­la­zio­ne, da par­te di tele­vi­sio­ne e media, dell’idea erra­ta di un’elezione diret­ta del pri­mo mini­stro da par­te dei cit­ta­di­ni; e una poli­ti­ca, con la meto­di­ca esau­to­ra­zio­ne del pote­re legi­sla­ti­vo a favo­re dell’esecutivo (attra­ver­so l’abuso dei decre­ti-leg­ge) e, non da ulti­mo, con l’abolizione del voto di preferenza.

L’avvicendamento di Mat­teo Ren­zi al gover­no espri­me appie­no l’ambiguità in cui ci tro­via­mo: se la mano­vra di per sé è costi­tu­zio­nal­men­te inec­ce­pi­bi­le, il suo pro­ta­go­ni­sta è pro­prio colui che pro­se­gue ener­gi­ca­men­te, a sini­stra, l’operazione ber­lu­sco­nia­na di per­so­na­liz­za­zio­ne e accen­tra­men­to cari­sma­ti­co del pote­re poli­ti­co: lui stes­so ave­va dichia­ra­to che mai avreb­be sosti­tui­to Let­ta sen­za pas­sa­re dal­le urne (anco­ra, insi­nuan­do l’idea che tale pas­sag­gio sia dovu­to o neces­sa­rio). Piac­cia oppu­re no: il PD a gui­da ren­zia­na si è alli­nea­to al model­lo del par­ti­to per­so­na­le, che, infor­man­do già le altre due prin­ci­pa­li for­ze poli­ti­che, rima­ne ormai l’unico sul­la piazza.

Que­ste due con­di­zio­ni — par­ti­ti per­so­na­li e man­can­za del voto di pre­fe­ren­za — basta­no a pri­va­re di qua­lun­que signi­fi­ca­to il regi­me demo­cra­ti­co par­la­men­ta­re. Il cit­ta­di­no ha per­so il rap­por­to diret­to con l’unico orga­no che dovreb­be rap­pre­sen­ta­re il suo pote­re: vota un sim­bo­lo di par­ti­to die­tro cui non si cela più nem­me­no un vero par­ti­to, ma un brand com­mer­cia­le e, in ulti­ma istan­za, una sin­go­la per­so­na. Il depu­ta­to o sena­to­re, d’altra par­te, pri­vo di legit­ti­ma­zio­ne popo­la­re (sal­vo il caso, for­ma­le e un po’ ridi­co­lo, del­le “par­la­men­ta­rie”), deve rin­gra­zia­re per la pro­pria nomi­na qual­che “capo” di tur­no, e dif­fi­cil­men­te ci si potrà aspet­ta­re da lui l’autonomia di giu­di­zio e l’indipendenza che sareb­be­ro richie­ste dal ruolo.

Un nomi­na­to, per defi­ni­zio­ne, vie­ne scel­to non cer­to per la bril­lan­tez­za d’ingegno, che potreb­be rive­lar­si peri­co­lo­sa, quan­to piut­to­sto per la dispo­si­zio­ne all’obbedienza: e così le Came­re si sono popo­la­te di ami­ci, avvo­ca­ti e tira­pie­di, con il ruo­lo di rati­fi­ca­re deci­sio­ni gover­na­ti­ve, votan­do per indi­ca­zio­ne del par­ti­to testi che nel­la mag­gior par­te dei casi non leg­go­no e non cono­sco­no. L’abolizione del­le pre­fe­ren­ze — che quan­do c’era da cri­ti­ca­re dema­go­gi­ca­men­te il por­cel­lum era­no in cima ai pro­gram­mi elet­to­ra­li di chiun­que, e all’improvviso non piac­cio­no più a nes­su­no — vie­ne abi­tual­men­te moti­va­ta con l’argomento del voto di scam­bio. Secon­do que­sta logi­ca biso­gne­reb­be abo­li­re il dena­ro, dato che ren­de pos­si­bi­le il fur­to. (Come se poi mafie e clien­te­li­smi fos­se­ro magi­ca­men­te scom­par­si dal­la poli­ti­ca italiana).

In que­sto sen­so le cri­ti­che all’”anomalia” ita­lia­na e le pau­re per la salu­te del­la nostra demo­cra­zia sono tutt’altro che ingiu­sti­fi­ca­te. Sui mec­ca­ni­smi che han­no por­ta­to alla nomi­na di Mon­ti e di Ren­zi (diver­so il caso di Let­ta) non ci sareb­be infat­ti nul­la da ridi­re, se potes­si­mo affer­ma­re di ave­re un Par­la­men­to fun­zio­nan­te nel­la pro­pria auto­no­mia, in gra­do di espri­me­re un voto di fidu­cia che non sia un’imposizione ester­na; o se potes­si­mo one­sta­men­te dire che le con­sul­ta­zio­ni con­clu­se que­sto saba­to non sono sta­te un rito for­ma­le, teso ad aval­la­re costi­tu­zio­nal­men­te un accor­do già scritto.

A que­sto pun­to sareb­be pre­fe­ri­bi­le abbrac­cia­re aper­ta­men­te una for­ma pre­si­den­zia­le o semi-pre­si­den­zia­le (a cui peral­tro qua­si sicu­ra­men­te ci por­te­ran­no le “rifor­me isti­tu­zio­na­li” che si sen­to­no invo­ca­re di qua e di là), piut­to­sto che man­te­ne­re ipo­cri­ta­men­te le for­me di un siste­ma e le pras­si dell’altro, sfrut­tan­do l’uno e l’altro a secon­da dell’opportunità del momento.

Seba­stian Bendinelli
@se_ba_stian

 

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Sebastian Bendinelli
In mis­sio­ne per fer­ma­re la Rivo­lu­zio­ne industriale.

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