Assassini.
Vivisettori.
Così qualche settimana fa sono stati descritti i ricercatori e professori dell’Università degli Studi di Milano Alberto Corsini, Edgardo D’Angelo e Claudio Genchi tramite alcuni volantini che hanno ricoperto per più di 24 ore diverse zone di Milano. I manifesti allegavano al nome e alle accuse infamanti, foto, dati personali degli studiosi ed esplicite esortazioni a contattarli. Gli autori di questo gesto hanno invece scelto di mantenere intatto il proprio anonimato.

Pochi giorni dopo, in difesa dei propri insegnanti, della loro professione e della ricerca, alcuni studenti della Facoltà di Medicina hanno deciso di reagire alle accuse, occupandosi personalmente e con il consenso del Rettore, dell’eliminazione dei volantini e dei graffiti successivamente comparsi sui muri di Città Studi. Gli studenti hanno poi rilasciato un documento “A favore della ricerca”, per esporre il proprio operato e quello di tutti i ricercatori italiani, all’interno dei laboratori.
Alla luce dell’atto compiuto dai manifestanti, che oltre a lenire la privacy dei ricercatori citati, avrebbe potuto portare conseguenze non trascurabili, è indispensabile indagare la realtà scientifica, legislativa ed etica della sperimentazione animale.
Innanzitutto, con il termine “vivisezione”, spesso usato a sproposito, si descrivono procedure messe in atto nel 1600, oggi proibite in Italia. Si tratta di pratiche che prevedono la dissezione di animali vivi e coscienti, scomparse dalla nomenclatura scientifica e legale da più di 50 anni e, per la precisione, scomparse anche dai laboratori dell’Università degli Studi di Milano.
Oltre che di vivisezione, i tre ricercatori, e chiunque pratichi la sperimentazione animale, sono stati accusati dagli artefici dei volantini di torturare diverse specie animali per fini scientifici, ignorando volontariamente la presenza di metodi di sperimentazione alternativi.
Ciò che avviene effettivamente nei laboratori è, invece, l’utilizzo complementare di sperimentazione animale e metodi alternativi (studio di cellule in vitro, diversi approcci informatici e tecniche cliniche), che se adoperati singolarmente come molte associazioni animaliste propongono, non darebbero risultati abbastanza efficaci, completi e rapidi. Inoltre la progettazione di metodi alternativi è essenziale nella professione di ogni ricercatore, la cui condotta etica e specialistica è disciplinata dal principio delle 3 R proposto nel 1956 dai britannici Rex Burch e William Russel, membri della Universities Federation of Animal Walfare (UFAW), attiva ancora oggi nel campo del benessere animale:
Reduction: riduzione del numero degli animali dal laboratorio;
Refiniment: riduzione e annullamento del dolore degli animali;
Replacement: sostituire la sperimentazione animale con metodologie alternative.

Purtroppo, però, le ha procurato non pochi insulti da gruppi animalisti.
Proprio per questo i test clinici svolti nei laboratori hanno subìto, e continuano a subire, migliorie—rivolte al raggiungimento della completa abolizione della sperimentazione animale. Infatti, se prima i farmaci venivano testati direttamente sugli animali, oggi vi è prima una fase di sperimentazione cellulare, poi tissutale e solo infine —in percentuale minore— animale, con approcci sempre meno invasivi. Inoltre, a differenza di ciò che sostengono molti gruppi animalisti, l’utilizzo di qualsivoglia specie animale in ambito cosmetico è ritenuto illegale.
Dal 1992, prima di poter effettuare test clinici sugli animali, è necessario provare al Ministero della Salute che non esistano in modo assoluto soluzioni alternative. Le sperimentazioni stesse sono pianificate in base a norme che per ogni test valutano la scelta della specie esaminata, preferendo creature con minor sviluppo cerebrale e nervoso, quindi minor coscienza del dolore —che viene comunque ridotto il più possibile, anche per ragioni cliniche: la percezione del dolore provocherebbe risposte neuronali, che rischierebbero di falsare la sperimentazione.
Economicamente, però, sono molti gli interessi che gravitano intorno alle spese provocate dalla sperimentazione animale, coinvolgendo allevamenti, industrie alimentari, farmaceutiche e trasporti. Per limitare queste percentuali ed evitare speculazioni, il governo italiano ha scelto di conferire aiuti economici maggiori ai laboratori che non utilizzano la sperimentazione animale.
Negli ultimi mesi, però, il nostro governo è al centro di una controversia europea, proprio a causa di conflitti generati da una diversa presa di posizione riguardante la sperimentazione animale.
Il nostro Paese avrebbe dovuto recepire completamente, entro il 10 novembre 2010, la Direttiva 63 del Parlamento Europeo per la Salvaguardia degli animali utilizzati a fini scientifici, e approvarla prima del Gennaio 2013.
La direttiva, ideata dall’incontro delle volontà di ricercatori e associazioni animaliste, propone l’utilizzo della sperimentazione animale solo in casi approvati e controllati dall’Unione Europea, al fine di equilibrare la ricerca nei Paesi europei e interrompere la sperimentazione animale appena possibile.
Di fatto però l’Italia ha proposto alcune modifiche, ora incluse nella Legge del 6 agosto 2013 n. 96, fondata strutturalmente sulla direttiva europea prima citata, alla quale vengono però aggiunti ulteriori emendamenti che la rendano più restrittiva.

In primo luogo, sono proibiti gli xenotrapianti (trapianti tra diverse specie, utilizzati anche in svariate operazioni mediche), le sperimentazioni riguardanti sostanza d’abuso ed ogni analisi priva di anestesia o analgesia, compresi prelievi del sangue. Inoltre, sono vietate le esercitazioni didattiche in ambiente universitario (tranne che per le Facoltà di Veterinaria e di Alta Formazione di Medici) e l’allevamento di animali per fini scientifici sul territorio.
La comunità scientifica italiana ha definito queste modifiche prive di fondamento ed inaccettabili.
La Corte Europea invece non ha avuto l’occasione di esprimersi al riguardo, perché il governo italiano non è riuscito a proporre le correzioni entro i termini prestabiliti dalla Corte Europea. In questo modo, a causa della mancata approvazione della direttiva e della decadenza del periodo di modifica, l’Italia rischia di essere deferita dall’Unione Europea e quindi condannata al pagamento di pesanti sanzioni punitive, già minacciate nel giugno 2013 (150 mila euro di multa per ogni successivo giorno di infrazione), oltre che all’abrogazione della legge contestata.
È in questo contesto, tra il freno giuridico imposto alla sperimentazione e le multe diplomaticamente minacciate da Bruxelles, che i ricercatori italiani continuano a ricevere imperterrite accuse di violenza e sopruso.
Come ammette il medico ed attivista Umberto Veronesi, oggi, visti i progressi ancora relativi della scienza che non offrono alternative all’altezza, la sperimentazione animale rimane un male da contrastare laddove possibile, ma un male che ancora ci offre anni di sopravvivenza, cure, vita, tempo — un male che oggi non può che essere considerato ancora necessario.
Giulia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Cara Giulia, forse oltre a leggere il sito Protest, potresti anche leggere queste cose:
Alan Oliff, ex direttore esecutivo per la ricerca sul cancro a Merck Research Laboratories nel West Point, Pennsylvania, USA, nel 1997 ha dichiarato: “Il problema fondamentale nella scoperta del farmaco per il cancro è che le i modelli [animali] non sono assolutamente predittivi” .
• nel 2006, l’allora Segretario della Sanità e Servizi Umani Mike Leavitt ha dichiarato: “Attualmente, nove farmaci sperimentali su dieci falliscono perché non possiamo prevedere come si comporteranno nelle persone sulla base degli studi di laboratorio su animali” .
• L’NCI ha dichiarato che la società potrebbe aver perso cure per il cancro a causa del modello animale .
• FDA statunitense sulla tossicologia ha affermato nel 1998 che “La maggior parte dei test sugli animali che accettiamo non sono mai stati validati.
• Salsburg ha commentato: “Così il tempo impiegato a condurre uno studio in topi e ratti sembra avere meno di un 50% di probabilità di trovare sull’uomo sostanze cancerogene note. Sulla base della teoria della probabilità, avremmo fatto meglio a lanciare una moneta .
• ”COME FAR CARRIERA SCEGLIENDO IL TOPO GIUSTO”, INTERVISTA AL PROF. CLAUDE REISS, biologo molecolare direttore per 35 anni del CNRS di Parigi ed attuale direttore emerito dello stesso, l’istituto di ricerca francese più importante , autore di centinaia di papers scientifici pubblicati sulle maggiori riviste di settore, consulente scientifico della commissione U.E D Prof. Reiss, sta dicendo che grazie ai test sugli animali si può provare una cosa ed anche il suo contrario?R Esattamente.
• Sausville, allora direttore associato della divisione del trattamento del cancro e la diagnosi per il programma di sviluppo terapeutica presso l’NCI ha dichiarato: “Avevamo praticamente scoperto composti che erano buoni farmaci per topi piuttosto che buoni farmaci per l’uomo”.
• In un articolo pubblicato su Fortune nel 2004, il Prof. Robert Weinberg, Professore di biologia al ”MIT” — Massachusetts Institute of Technology — una delle più importanti università di ricerca del mondo, con sede a Cambridge, nel Massachusetts, U.S.A. , vincitore della Medaglia Nazionale per la Scienza grazie alla sua scoperta del primo oncogene umano e del primo gene soppressore del tumore, dichiarò ufficialmente :”Uno dei modelli sperimentali del cancro umano più frequentemente usato è prendere cellule tumorali umane che vengono messe in coltura ‚metterle in un topo immunocompromesso, x formare un tumore, e quindi esporre lo xenotrapianto che ne risulta a vari tipi di medicinali che potrebbero essere utili nella cura delle persone. Ed è ben noto forse da vent’anni, che molti di questi modelli preclinici del cancro umano hanno pochissimo potere predittivo in termini della risposta degli esseri umani, cioè dei veri tumori umani nei pazienti. Malgrado le somiglianze genetiche e del sistema degli organi tra un topo e un uomo, le due specie hanno differenze chiave in fisiologia, architettura dei tessuti, tempi del metabolismo, funzione del sistema immunitario, sistema di segnalazione molecolare ecc. Quindi i tumori che sorgono in ognuno, sono vastamente diversi. Un problema fondamentale che dev’essere risolto nell’intero sforzo della ricerca sul cancro, in termini di terapie, è che i modelli preclinici del cancro umano, in gran parte, sono del tutto inadeguati. Sebbene le industrie farmaceutiche riconoscano con chiarezza il problema, non vi hanno però rimediato. E sarebbe meglio che lo facessero, se non altro perché ogni anno le industrie farmaceutiche sprecano centinaia di milioni di dollari usando questi modelli ”.
• Dr. Homer Pearce, ex direttore di ricerca e di indagine clinica presso il noto colosso farmaceutico ”Eli Lilly” ed attuale consulente di ricerca della stessa azienda:”I modelli murini sono dolorosamente inadeguati. Se considerate i milioni e milioni e milioni di topi che siamo riusciti a curare, e li confrontate con il successo relativo, o meglio l’insuccesso, che abbiamo ottenuto a livello clinico nel trattamento del cancro metastatico…capirete che per forza ci dev’essere qualcosa di sbagliato con quei modelli ”,
• Dr. Richard Klausner, ex direttore dell’US National Cancer Institute:” Abbiamo curato topi malati di cancro per decenni e semplicemente non ha funzionato negli esseri umani ”.
• articolo pubblicato su Plos Medicine dal Dr. JJ Pippin, fondatore e direttore della medicina cardiovascolare e ”medical imaging” presso la ”Cooper Clinic”, autore e co-autore di oltre 60 articoli e abstract che sono stati pubblicati sulle principali riviste mediche, è stato anche portavoce e relatore presso la ”American College of Cardiology” e la ”Society of Nuclear Medicine, U.S.A.”, attuale consulente scientifico presso il Physicians Committee for Responsible Medicine (PCRM) degli U.S.A,:”Le uniche persone che non sanno, nel 2005, che la ricerca sugli animali è irrilevante per le malattie umane sono quelli che non lo capiscono o coloro che ne beneficiano. Come medico, ricercatore clinico, ed ex ricercatore animale, so che benchè siano i nostri parenti genetici più stretti, i primati hanno fallito come modelli di ricerca praticamente ogni volta che sono stati utilizzati a tale scopo. Si lamentava: “Abbiamo curato topi malati di cancro per decenni, e semplicemente non ha funzionato negli esseri umani”,l’Aids è un altro: mentre almeno 80 vaccini sono stati testati sugli animali, tutte e 80 hanno fallito il trial in pazienti umani. Allo stesso modo, ognuno degli oltre 150 trattamenti di ictus trattati con successo negli animali non hanno avuto i medesimi risultati nei test umani.
• «abbiamo avuto un sacco di modelli che non erano predittivi, che erano [infatti] gravemente fuorvianti”, dice Marks del NCI, consorzio di tumori Umani .
• Neancy Andreasen, psichiatra americana tra i massimi esperti mondiali sulla schizofrenia, dice “Non è possibile avere modelli animali per i disturbi del pensiero formale..Anche i modelli animali utilizzati dalle case farmaceutiche per testare l’efficacia terapeutica degli antipsicotici non sono validi.
• Kathy Archibald, scienziata genetista britannica già ricercatrice farmacologica, autrice di numerosi articoli scientifici e direttrice di Safer Medicines, concorda nel ricondurre ai modelli animali gli attuali problemi legati allo sviluppo di farmaci sicuri ed efficaci per il consumo umano:”La mia risposta alla domanda ‘se un trattamento funziona su roditori,ci curerà?’ è ‘probabilmente no, basata sul peso delle prove raccolte finora’.
• Khanna e Scott (2011) a proposito di sistema immunitario e ricerca sui modelli murini: “per quanto tempo possiamo andare avanti ad investire denaro pubblico per effettuare studi che non porteranno mai a risultati concreti in termini di applicazioni cliniche? “
• Hartung (2009) nel suo articolo pubblicato sulla rivista Nature “Tossicologia per il XXI secolo” che il modello animale è del tutto inadeguato per la valutazione del rischio tossicologico e che urge un cambio di direzione verso l’impiego di metodologie avanzate in vitro ed in silico, che potrebbero attualmente fornire risultati più sicuri ed affidabili.
• A seguito di 20 anni di ricerca sull’ipertensione usando animali geneticamente modificati che non hanno portato a nulla, Stingl, Völkel e Lindl hanno affermato:“Perciò, anche se questi approcci sono ritenuti senza eccezione “molto promettenti” in letteratura, non ci si può aspettare che la ricerca sugli Organismi Geneticamente Modificati rechi alcun contributo ad una nuova strategia terapeutica.
A fronte della opinione dei quattro signori citati da Cassandra, vi è l’intero establishment scientifico internazionale, composto da decine di migliaia di ricercatori, che ha una opinione del tutto differente, in merito alla sperimentazione animale. A chi vogliamo credere?