Da riascoltare per la prima volta
The Dark Side of the Moon e Larks’ tongues in aspic

1973, l’anno in cui i Pink Floyd fece­ro bin­go con The Dark side of the Moon ed i King Crim­son visi­ta­ro­no il futu­ro con Larks’ ton­gues in aspic.

È bene nota­re che i due album non ebbe­ro la stes­sa sor­te, il pri­mo sca­lò le clas­si­fi­che per decen­ni con 49 milio­ni di copie ven­du­te, il secon­do rima­se uno degli album più riu­sci­ti del grup­po, ma affi­da­to ad orec­chie esper­te ed avvez­ze al genere.

Que­ste due ope­re in quan­to for­me d’arte, la paro­la LP risul­te­reb­be ridut­ti­va han­no ben poco in comu­ne dal pun­to di vista musi­ca­le, ma furo­no entram­be rivo­lu­zio­na­rie per il baga­glio cul­tu­ra­le che con­se­gna­ro­no alle gene­ra­zio­ni future.

I Pink Floyd pro­dus­se­ro quest’album come logi­ca evo­lu­zio­ne del­la loro car­rie­ra arti­sti­ca, par­ten­do dal­le spe­ri­men­ta­zio­ni dei pri­mi anni ed affi­nan­do sem­pre di più il sound tipi­co che li con­trad­di­stin­se. Gli arran­gia­men­ti di “Atom Earth Mother” e di “Echoes” tro­va­no una con­ti­nui­tà e ven­go­no rico­no­sciu­ti come stra­da mae­stra da per­cor­re­re ed evol­ve­re pas­so dopo pas­so, per lo meno fino alla fol­lia dispo­ti­ca di Roger Waters che lo por­tò ad abban­do­na­re il grup­po con­se­gnan­do loro il rega­lo più bel­lo: The wall.

The Dark Side mostra com­po­si­zio­ni meno pom­po­se; a dire il vero le can­zo­ni han­no una strut­tu­ra appa­ren­te­men­te imme­dia­ta, con testi raf­fi­na­ti e per­fet­to bilan­cia­men­to tra i vari inter­pre­ti. Un album che va ascol­ta­to tut­to d’un fia­to, per assa­po­rar­ne il genio, per capi­re come del­le sca­le fon­da­men­tal­men­te blues, con­di­te con tap­pe­ti di orga­no e per­for­man­ce di chi­tar­ra esa­ge­ra­te, non dal pun­to di vista pret­ta­men­te tec­ni­co, ma emo­zio­na­le, potes­se­ro dar vita ad uno degli album più riu­sci­ti ed inno­va­ti­vi del ven­te­si­mo secolo.

Per quan­to riguar­da i King Crim­son è fon­da­men­ta­le men­zio­na­re la figu­ra car­di­ne, Robert Fripp; un pit­to­re con­tem­po­ra­neo del­la chi­tar­ra, un genio che sta in dispar­te, ma sen­za il qua­le nien­te sareb­be sta­to lo stesso.

Per loro que­sto album non fu una natu­ra­le evo­lu­zio­ne, poi­ché essi furo­no in gra­do, nel­le varie for­ma­zio­ni, di pre­ce­de­re l’onda sen­za mai caval­car­la. Nel 1969 esor­di­ro­no con In the court of the crim­son king, un album com­ple­to, matu­ro, raf­fi­na­to, che creò un gene­re: il pro­gres­si­ve rock.

Dopo altri tre album stu­pen­di, In the wake of Posei­don, Lizard Islands, nei qua­li si assi­ste all’abbraccio tra rock e jazz, tra spe­ri­men­ta­zio­ne pura e momen­ti di clas­se cri­stal­li­na, il sud­det­to Robert Fripp deci­de di scio­glie­re tut­to, eli­mi­na­re la mol­ti­tu­di­ne di ses­sion man che giun­ge­va negli stu­di di regi­stra­zio­ne, e ripar­ti­re da capo con John Wet­ton al bas­so e alla voce, David Cross ai vio­li­ni, Bill Bru­ford alla bat­te­ria e Jamie Muir alle per­cus­sio­ni, un auten­ti­co paz­zo che si aggi­ra­va, appa­ren­te­men­te a caso, tra i fol­li tem­pi di Bill Bru­ford, con fischiet­ti, trom­bet­te da sta­dio, lame di seghe, sca­to­le ed altri ogget­ti che non si è soli­ti defi­ni­re stru­men­ti musicali.

Con que­sta for­ma­zio­ne i Re Cre­mi­si sfor­na­ro­no un disco com­ples­so, che get­tò le basi per la musi­ca dei suc­ces­si­vi 30 anni. Fol­go­ran­te l’inizio “caco­fo­ni­co” che fa da pre­lu­dio ad un riff che 10 anni dopo avrem­mo defi­ni­to hea­vy metal, segui­to da una dol­cis­si­ma bal­la­ta e da momen­ti di asso­lu­to liri­smo, per poi ripar­ti­re con un bra­no hard rock ed una jam ses­sion formidabile.

Seb­be­ne i King Crim­son appro­da­ro­no al futu­ro nel 1973, l’anno seguen­te anda­ro­no nell’iperspazio (pri­ma di scio­glier­si nuo­va­men­te e ripre­sen­tar­si con pro­get­ti discu­ti­bi­li) con l’album Red, che Kurt Cobain defi­nì «L’album più bel­lo di tut­ti i tem­pi», ed al qua­le si ispi­rò per diven­ta­re alfie­re del grun­ge 15 anni dopo.

Ciò che acco­mu­na la rivo­lu­zio­ne por­ta­ta da Pink Floyd e King Crim­son con que­sti due capo­la­vo­ri, risie­de anche nel fat­to di por­ta­re alla ribal­ta due chi­tar­ri­sti schi­vi, impe­gna­ti “sem­pli­ce­men­te” a suo­na­re, che si distac­ca­no total­men­te dal filo­ne dei gui­tar heroes —Jimi Hen­drix, Jim­my Page e Rit­chie Black­mo­re per pri­mi— che era­no soli­ti ave­re dei veri e pro­pri rap­por­ti ses­sua­li con la loro sei cor­de duran­te le esi­bi­zio­ni live.

David Gil­mour e Robert Fripp, a cui si aggiun­ge Ste­ve Hac­kett dei Gene­sis, sono in gra­do di sba­lor­di­re il pub­bli­co con poche note, con un arpeg­gio, sen­za erger­si a front­man ma con la capa­ci­tà di far­si rico­no­sce­re al pri­mo accor­do, mai banale.

Nel 1973 la Luna abbrac­ciò il Sole e mostrò alla ter­ra il suo lato oscu­ro; una vera e pro­pria rivoluzione.

Andrea Bar­bie­ri

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