Da rileggere per la prima volta
Civil War

Da quan­do l’im­pe­ro puc­cio­so del male cono­sciu­to come Disney ha com­pra­to la casa edi­tri­ce di fumet­ti più famo­sa del mon­do abbia­mo visto pub­bli­ca­re una tamar­ris­si­ma serie di film sui supe­re­roi che ha avu­to tan­to suc­ces­so da far­ne dimen­ti­ca­re l’o­ri­gi­ne car­ta­cea. Potrei dire quan­to fac­cia­no schi­fo rispet­to agli ori­gi­na­li e cose di que­sto gene­re, ma non sareb­be giu­sto vomi­ta­re vele­no solo per­ché quan­d’e­ro pic­co­lo io i Disney Sto­re era­no pie­ni di pupaz­zi del Re Leo­ne inve­ce che di masche­re di Iron Man, quin­di vi sug­ge­ri­sco sol­tan­to di leg­ge­re una del­le sto­rie più bel­le mai pub­bli­ca­te da Mar­vel Comics.

La cau­sa di tut­to è un inci­den­te: un pic­co­lo grup­po di vigi­lan­tes, pro­ta­go­ni­sti di un pro­gram­ma tele­vi­si­vo, deci­de di affron­ta­re un grup­po di super­cri­mi­na­li a Stam­ford, in Con­nec­ti­cut, per alza­re gli indi­ci di ascol­to. Potreb­be sem­bra­re un ini­zio sot­to tono ma vive­re in un mon­do dove un pic­co­lo ospe­da­le del­la pro­vin­cia ita­lia­na che vede svol­ger­si le avven­tu­re tra­gi­co­mi­che di sei ragaz­zi­ni acco­mu­na­ti da una sfi­ga indi­ci­bi­le (e cer­ti brac­cia­let­ti di un par­ti­co­la­re colo­re) diven­ta un’i­dea tele­vi­si­va vin­cen­te fa ricon­si­de­ra­re mol­te cose. La mos­sa si rive­la comun­que azzar­da­ta, eufe­mi­smo per un’al­tra paro­la che fini­sce sem­pre con con “ata” e con­tie­ne anch’es­sa un buon nume­ro di “z”: uno dei loro avver­sa­ri, Nitro, sfrut­ta il pro­prio pote­re per sca­te­na­re una tre­men­da esplo­sio­ne che pro­vo­che­rà oltre 600 vit­ti­me tra cui mol­ti bam­bi­ni di una scuo­la ele­men­ta­re (si voci­fe­ra che qui alcu­ni sce­neg­gia­to­ri Rai abbia­no ten­ta­to di far nau­fra­ga­re la tra­ma ver­so più lacri­mo­si lidi ma sia­no sta­ti impri­gio­na­ti nel­la zona nega­ti­va). Le pro­te­ste del­l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca por­ta­no al Regi­stra­tion Act, una leg­ge che obbli­ga le masche­re a rive­la­re la pro­pria iden­ti­tà e met­ter­si al ser­vi­zio del gover­no come “armi viven­ti”, e ad una guer­ra fra­tri­ci­da tra eroi favo­re­vo­li alla regi­stra­zio­ne ed altri ‒obbli­ga­ti alla clan­de­sti­ni­tà‒ che vi si oppongono.

E’ così che si apre Civil War, il cros­so­ver in set­te epi­so­di scrit­to da Mark Mil­lar sui dise­gni di Ste­ve McNi­ven e pub­bli­ca­to tra il 2006 e il 2007, uno degli even­ti Mar­vel che han­no avu­to più riso­nan­za anche al di fuo­ri del­la cer­chia di appas­sio­na­ti (leg­gi: “Tonystark4ever Offi­cial Fan­club” di Bosi­sio Pari­ni). A distan­za di anni ‒stra­no, no?‒ è sta­to pub­bli­ca­to per­si­no in Ita­lia, in un sin­go­lo, godu­rio­sis­si­mo volu­me da 208 pagine. 

Ma il tema cen­tra­le del­l’al­bo è tut­t’al­tro che supe­ra­to, lega­to al dibat­ti­to, soprat­tut­to sta­tu­ni­ten­se, tra tute­la dei dirit­ti civi­li e sicu­rez­za nazionale.

“Tu da che par­te stai?”

Un sicu­ro pun­to di for­za di que­sta sto­ria è l’at­ten­zio­ne del­l’au­to­re nel­l’as­si­cu­rar­si che il let­to­re non par­teg­gi fin da subi­to per una del­le due for­ze in gio­co ―un po’ come è riu­sci­to a rea­liz­za­re in pochi, sof­fer­ti e sti­lo­sis­si­mi mesi un noto espo­nen­te del Par­ti­to Demo­cra­ti­co. Entram­be le fazio­ni, infat­ti, han­no ragio­ni diver­se per lot­ta­re e leg­gen­do ci si ritro­ve­rà a sim­pa­tiz­za­re per gli uni o gli altri a secon­da del pro­ce­de­re degli eventi.
Altro pun­to di vista affa­sci­nan­te è lo svi­lup­po del­le tra­me, che gio­ca non tan­to sui pun­ti di for­za dei pro­ta­go­ni­sti, ma sui loro difet­ti, mostran­do un nuo­vo lato dei per­so­nag­gi, più uma­no e imper­nia­to sul­le loro debo­lez­ze, che por­te­rà ad un fina­le ama­ro e inevitabile.

Civil War si rico­no­sce imme­dia­ta­men­te come una sto­ria matu­ra e attua­le, non solo nei temi ma anche nel­lo sti­le, carat­te­riz­za­to da sequen­ze e pia­ni dina­mi­ci che ne enfa­tiz­za­no l’a­spet­to cine­ma­to­gra­fi­co e che si potreb­be­ro dire in con­tra­sto con l’im­po­sta­zio­ne rego­la­re del­le tavo­le ―con buo­na pace di tut­ti gli appas­sio­na­ti del­la spet­ta­co­la­riz­za­zio­ne alla Frank Mil­ler. I colo­ri bril­lan­ti rega­la­no pro­fon­di­tà al trat­to puli­to e rea­li­sti­co di McNi­ven, capa­ce di pas­sa­re sen­za sto­na­re da tavo­le più rifles­si­ve ed inti­mi­ste a cam­pi spet­ta­co­la­ri den­si di personaggi.

Le impor­tan­ti tema­ti­che, la capa­ci­tà di uni­re azio­ne e intro­spe­zio­ne e l’at­ten­to lavo­ro degli auto­ri per met­te­re sot­to una nuo­va luce i per­so­nag­gi, sen­za tut­ta­via far­ne per­de­re l’in­si­ta coe­ren­za, ci met­to­no di fron­te ad un’o­pe­ra che si meri­ta l’at­ten­zio­ne del pic­co­lo nerd che vive den­tro ognu­no di noi, non­chè una con­clu­sio­ne degna di tale nome.
Per­chè Civil War è una sto­ria dram­ma­ti­ca ed ama­ris­si­ma la cui vera spi­na dor­sa­le è un’im­por­tan­te rifles­sio­ne mora­le, enne­si­mo esem­pio di come i fumet­ti sia­no cam­bia­ti nel cor­so degli anni, rivol­gen­do­si sem­pre più ad un pub­bli­co maturo.

Ades­so non vi resta che impa­ra­re a memo­ria l’ul­ti­ma fra­se e ripe­ter­la a vostra madre la pros­si­ma vol­ta che vi urle­rà die­tro che è stu­fa di veder­vi cion­do­la­re per casa con il costu­me di Capi­tan Ame­ri­ca e che è ora di tro­var­vi un lavoro.

Mat­tia Fumagalli
@TiaTiaFuma

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