Da rivedere per la prima volta
Pulp Fiction

«Who’s Zed?»
«Zed is dead. Zed is dead, baby».

Chi è Zed? Zed è mor­to, pic­co­la. Due bat­tu­te sem­pli­ci, qua­si insi­gni­fi­can­ti, che inve­ce con­den­sa­no il sen­so dell’immaginario visi­vo e cine­ma­to­gra­fi­co di Quen­tin Taran­ti­no. Che cos’è la mor­te se non il pro­lun­ga­men­to fina­le del­la vita? E che cosa iden­ti­fi­ca l’essenza di una per­so­na se non il fat­to di esse­re, qui e ora? Il regi­sta, basan­do­si su quest’idea, dipin­ge un uni­ver­so di per­so­nag­gi che vivo­no solo nell’attualità e poco impor­ta se Tony ‘Roc­ky Hor­ror’ sia sta­to sca­ra­ven­ta­to giù da un palaz­zo per­ché ave­va fat­to un mas­sag­gio ai pie­di alla moglie del capo o per­ché un affa­re era anda­to male: esi­ste solo il pre­sen­te, il qui e l’ora, appunto,
un flui­re con­ti­nuo, che si disin­te­res­sa del pas­sa­to e non cono­sce futuro.

A 20 anni dall’uscita nel­le sale, Pulp Fic­tion resta un capo­la­vo­ro, uno di quei film che foto­gra­fa­no un’epoca – gli anni ’90 – riu­scen­do a diven­ta­re universale—un cult movie direb­be­ro i cri­ti­ci cinematografici.
La nar­ra­zio­ne viag­gia ser­ra­ta, lascian­do pochis­si­mo tem­po allo spet­ta­to­re per chie­der­si dove il film lo stia con­du­cen­do; e a pro­po­si­to del suo cine­ma, Taran­ti­no dice: «Una del­le cose che pre­fe­ri­sco nel rac­con­ta­re sto­rie come fac­cio io, è dare for­ti emo­zio­ni: lascia­re che il pub­bli­co si rilas­si, si diver­ta e poi all’im­prov­vi­so… BOOM! Voglio tra­spor­tar­li improv­vi­sa­men­te in un altro film».
Non pos­so­no non veni­re in men­te tan­te sce­ne del film che affa­sci­na­no, spiaz­za­no, sor­pren­do­no: il mon­tag­gio a cro­no­lo­gia fram­men­ta­ta coin­vol­ge lo spet­ta­to­re fin dal pri­mo foto­gram­ma , inchio­dan­do­lo allo scher­mo, tan­to che 2h 40’ di film sci­vo­la­no rapi­de; la sce­neg­gia­tu­ra, taglien­te e mini­ma­li­sta come un raso­io, impron­ta­ta all’iper-realismo e ric­ca di bat­tu­te desti­na­te a segna­re la sto­ria del cine­ma —come “-How do they call Big Mac?- ‑Big Mac is The Big Mac and They call it ‘Le Big Mac’”— è un altro ambi­to in cui Taran­ti­no espri­me la sua uni­ci­tà; la regia, inve­ce, spa­zia tra il ricor­so alle cita­zio­ni, da Hit­ch­cock ed Aldrich al Taran­ti­no stes­so de Le Iene, all’immissione di ele­men­ti di gran­de ori­gi­na­li­tà, come l’espediente nar­ra­ti­vo del­la vali­get­ta, che alcu­ni cri­ti­ci si sono spin­ti a dire con­te­nes­se l’essenza stes­sa del­la vio­len­za (Paul Gormley).

La vio­len­za è moti­vo con­dut­to­re del­la sto­ria, ma se nell’esordio del 1992 con Reser­voir Dogs que­sta era imma­gi­ne distrut­ti­va del­la vita degli uomi­ni, in que­sto secon­do capi­to­lo ne diven­ta rap­pre­sen­ta­zio­ne ste­reo­ti­pa­ta all’ennesima poten­za: il mon­do è uno spet­ta­co­lo a cie­lo aper­to e gli atto­ri diven­ta­no cari­ca­tu­re di loro stes­si, ren­den­do il vis­su­to un pic­co­lo atto di un’opera infi­ni­ta. Il regi­sta con­ce­de anche una “reden­zio­ne pos­si­bi­le” attra­ver­so la fede, come acca­de a Jules (Samuel L. Jack­son gran­dio­so e per sem­pre inve­sti­to di quell’aria da duro ele­gan­te in tut­ti i suoi lavo­ri suc­ces­si­vi), il qua­le comin­cia a ricon­si­de­ra­re la pro­pria vita quan­do rischia di rima­ne­re ucci­so e a misu­rar­ne il peso, per ren­der­si con­to di quan­to sia sta­ta “futi­le” e avvi­len­te per lo spi­ri­to la sua con­dot­ta fino a quel momento.

Come per i più gran­di film e regi­sti, Taran­ti­no si è gua­da­gna­to l’affetto del pub­bli­co e la sti­ma di mol­ti altri arti­sti: inven­tan­do (alla sua secon­da pel­li­co­la) un vero e pro­prio gene­re, il “Pulp” appun­to, che ha avu­to da subo­to gran­de for­tu­na con l’esordio alla mac­chi­na di altri regi­sti come Gui Rit­chie con Lock and Stock-Paz­zi Sca­te­na­ti o Robert Rodri­guez, che si mise die­tro la tele­ca­me­ra per la pri­ma vol­ta pro­prio nel­le sce­ne del film in cui Taran­ti­no inter­pre­ta il mari­to di Bonnie.
Non è sta­to, for­se, il momen­to più alto di una car­rie­ra anco­ra in dive­ni­re, ma reste­rà per cer­to uno di quei capo­la­vo­ri che, dopo aver avu­to lustro pro­prio, con­ti­nua­no a bril­la­re nel pan­theon dei Gran­di del Cinema.

Jaco­po Iside
@JacopoIside

Con­di­vi­di:
Jacopo Iside
Appas­sio­na­to di Sto­ria e di sto­rie. Stu­den­te mai trop­po dili­gen­te, ho inse­gui­to di più i sogni

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.