In memoria di Bobby Sands
L’uomo che insegnò la libertà a un Paese in lotta

Der­ry, mura­les Nor­thern Ire­land Civil Rights Association

Cer­to è che il 9 mar­zo 1954 a Bel­fa­st fu un gior­no come tan­ti, per mol­ti; tut­ta­via pro­prio quel 9 mar­zo ha dato i nata­li ad una del­le più gran­di, for­ti e tena­ci per­so­na­li­tà del seco­lo scor­so: Bob­by Sands, atti­vi­sta nor­dir­lan­de­se con cit­ta­di­nan­za bri­tan­ni­ca, volon­ta­rio del­la PIRA (Pro­vi­sio­nal Irish Repu­bli­can Army), asso­cia­zio­ne para­mi­li­ta­re impe­gna­ta dal 1969 nel­la dife­sa dei dirit­ti dei cit­ta­di­ni cat­to­li­ci nell’Irlanda del Nord —in par­ti­co­la­re, nel­le nevral­gi­che Der­ry e Bel­fa­st; que­sta par­te di popo­la­zio­ne – ben lun­gi dall’essere una mino­ran­za – era for­te­men­te discri­mi­na­ta dal­le auto­ri­tà ingle­si che con­trol­la­va­no il ter­ri­to­rio, dai fede­lis­si­mi alla Coro­na, dai pro­te­stan­ti con cui si tro­va­va neces­sa­ria­men­te a con­vi­ve­re, da un siste­ma poli­ti­co e socia­le atto ad evi­ta­re che la mino­ran­za – di nome e non di fat­to – nazio­na­li­sta irlan­de­se e cat­to­li­ca si con­so­li­das­se, a disca­pi­to degli espian­ta­ti-impian­ta­ti bri­tan­ni­ci. L’associazione auspi­ca­va la libe­ra­zio­ne dal­le intran­si­gen­ze repres­si­ve ingle­si, non­ché la rico­sti­tu­zio­ne di un uni­co sta­to auto­no­mo, repub­bli­ca­no, irlan­de­se —real­tà disgre­ga­ta a segui­to del Trat­ta­to del 1921. I meto­di adot­ta­ti era­no tutt’altro che paci­fi­ci: in un cli­ma da vera e pro­pria guer­ra civi­le, atten­ta­ti e vio­len­ze face­va­no da pane quotidiano.

La situa­zio­ne in que­gli anni era mol­to cal­da; basti ram­men­ta­re che, dopo la divi­sio­ne for­za­ta del Pae­se in Free Sta­te (Repub­bli­ca d’Irlanda) ed Irlan­da del Nord —sta­to arti­fi­cia­le, segna­to da con­fi­ni arti­fi­cia­li, abi­ta­to da una fan­to­ma­ti­ca mag­gio­ran­za filoin­gle­se altret­tan­to arti­fi­cia­le, con­se­guen­za del Trat­ta­to del 1921— abro­ga­ta la legi­sla­zio­ne fino ad allo­ra in vigo­re, ven­ne­ro intro­dot­te le repres­si­ve Leg­gi Spe­cia­li (Spe­cial Powers Act), che rima­se­ro in vigo­re per cinquant’anni e che con­fe­ri­va­no alle for­ze di poli­zia pote­ri ecce­zio­na­li, tra cui: la pos­si­bi­li­tà di arre­sta­re sen­za man­da­to, di impri­gio­na­re sen­za accu­sa né pro­ces­so e nega­re il ricor­so all’Habeas Cor­pus o alla Cor­te di Giu­sti­zia, di per­qui­si­re le abi­ta­zio­ni sen­za man­da­to (di gior­no e di not­te), di vie­ta­re riu­nio­ni e assem­bra­men­ti di qual­sia­si tipo, di ricor­re­re alla fla­gel­la­zio­ne come puni­zio­ne, di impe­di­re l’apertura di un’inchiesta dopo la mor­te di un pri­gio­nie­ro (casi mol­to fre­quen­ti e, natu­ral­men­te, acci­den­ta­li), di appli­ca­re la cen­su­ra e, in gene­ra­le, di arre­sta­re chiun­que agis­se in manie­ra pre­me­di­ta­ta “per por­ta­re peri­co­lo alla con­ser­va­zio­ne del­la pace e al man­te­ni­men­to dell’ordine pub­bli­co in Irlan­da del Nord”.

Le mani­fe­sta­zio­ni non-vio­len­te repres­se nel sangue

Il cli­ma di ter­ro­re e il man­ca­to rispet­to dei dirit­ti civi­li fon­da­men­ta­li —fat­ti che anda­va­no a lede­re gra­ve­men­te la mag­gior par­te del­la popo­la­zio­ne autoc­to­na e soprat­tut­to i gio­va­ni, che fati­ca­va­no a tro­va­re un impie­go e una casa, in quan­to tut­te le pro­spet­ti­ve di lavo­ro e di pro­mo­zio­ne socia­le era­no stret­ta­men­te riser­va­te ai non cat­to­li­ci— por­ta­ro­no nel 1967 alla nasci­ta di un movi­men­to, la Nor­thern Ire­land Civil Rights Asso­cia­tion (NICRA), orga­niz­za­zio­ne apar­ti­ti­ca che, tra­mi­te dimo­stra­zio­ni non-vio­len­te, chie­de­va che in Irlan­da del Nord venis­se­ro attua­te le rifor­me più ele­men­ta­ri; tra que­ste, la for­mu­la­zio­ne di una legi­sla­zio­ne che pones­se fine alla discri­mi­na­zio­ne nel mon­do del lavo­ro, l’abolizione del­lo Spe­cial Powers Act, la rifor­ma del­le ammi­ni­stra­zio­ni loca­li e lo scio­gli­men­to del­le B‑Special, for­ze spe­cia­li di poli­zia impe­gna­te sin dal 1920 in una serie di attac­chi ai dan­ni di quel­li che era­no ormai diven­ta­ti i “ghet­ti cat­to­li­ci”, sepa­ra­ti dai quar­tie­ri pro­te­stan­ti da alte mura ben infioc­chet­ta­te –sul­la cima– di filo spinato.

Bel­fa­st, mura­les raf­fi­gu­ran­te Bob­by Sands/ Der­ry, monu­men­to Free Der­ry Corner

Il Movi­men­to per i Dirit­ti Civi­li si scon­trò fin dall’inizio con la vio­len­ta repres­sio­ne eser­ci­ta­ta dai sol­da­ti ingle­si e dal­la poli­zia loca­le. I suoi mem­bri ven­ne­ro arre­sta­ti, incar­ce­ra­ti sen­za pro­ces­so; era­no con­ti­nue le aggres­sio­ni del­la poli­zia, che inter­ve­ni­va alle mani­fe­sta­zio­ni per disper­de­re i par­te­ci­pan­ti con la for­za. Tut­ti quei gio­va­ni – ed era­no mol­ti – che non con­flui­va­no in asso­cia­zio­ni paci­fi­che come la NICRA entra­va­no a far par­te del­la PIRA, o dell’IRA, veri e pro­pri eser­ci­ti adde­stra­ti alla guer­ri­glia urba­na, che si occu­pa­va­no di difen­de­re i quar­tie­ri cat­to­li­ci di Bel­fa­st, soven­te mes­si a fer­ro e fuo­co dal­la RUC (Royal Ulster Con­sta­bu­la­ry)— poli­zia dell’Ulster, per la mag­gior par­te pro­te­stan­te, atti­va fino al 2001.
Il cli­max ascen­den­te di vio­len­ze tro­vò un tra­gi­co epi­lo­go al ter­mi­ne di una mani­fe­sta­zio­ne paci­fi­ca tenu­ta­si a Der­ry il 30 gen­na­io 1972, con l’uccisione di tre­di­ci civi­li da par­te dei sol­da­ti ingle­si: era il “Bloo­dy Sun­day”. Il ter­ri­bi­le even­to da un lato con­so­li­dò ed accreb­be il soste­gno al Movi­men­to per i Dirit­ti Civi­li, men­tre dall’altro spin­se un sem­pre mag­gior nume­ro di gio­va­ni ver­so asso­cia­zio­ni come l’IRA, ver­so lo scon­tro fisi­co e la solu­zio­ne violenta.

Le pro­te­ste dal car­ce­re: la blan­ket pote­st, la no-wash pro­te­st, gli scio­pe­ri del­la fame

Nel frat­tem­po, nel­le car­ce­ri gre­mi­te, i pri­gio­nie­ri veni­va­no tor­tu­ra­ti siste­ma­ti­ca­men­te per mez­zo di tec­ni­che sofi­sti­ca­te e all’avanguardia impor­ta­te dal­la vici­na Inghil­ter­ra. La mag­gior par­te del­le per­so­ne arre­sta­te in quel perio­do, tra la fine degli anni Ses­san­ta e gli Ottan­ta, risen­tì per tut­ta la vita dei mal­trat­ta­men­ti subì­ti. Ciò fu denun­cia­to dal gover­no dell’Eire (Repub­bli­ca d’Irlanda) davan­ti alla Com­mis­sio­ne euro­pea per i Dirit­ti Uma­ni di Stra­sbur­go che, in un rap­por­to del 1976, defi­nì i meto­di uti­liz­za­ti dal­la RUC “trat­ta­men­to disu­ma­no e di tor­tu­ra”, in aper­ta vio­la­zio­ne dei prin­cì­pi del­la Con­ven­zio­ne euro­pea per i dirit­ti uma­ni. Ciò fu con­fer­ma­to anche da un’inchiesta del 1977 di Amne­sty Inter­na­tio­nal. Tut­ta­via, il rap­por­to di una com­mis­sio­ne nomi­na­ta dal­lo stes­so gover­no ingle­se sca­ri­cò ogni respon­sa­bi­li­tà sui sin­go­li agen­ti del­la RUC; era il 1979. L’IRA, tut­ta­via, riten­ne che l’utilizzo del­le tec­ni­che ogget­to d’accusa non fos­se in real­tà mai cessato.

Con l’estendersi e l’aumentare del­la repres­sio­ne, le rea­zio­ni di IRA e PIRA si fece­ro sem­pre più vio­len­te, arri­van­do così a sfo­cia­re in una vera e pro­pria guer­ra civi­le che, tra il 1969 ed il 1993, costò 3285 vite, tra mem­bri del­le for­ze di sicu­rez­za e popo­la­zio­ne civi­le. Nel 1982 i repub­bli­ca­ni impri­gio­na­ti in Irlan­da del Nord era­no cir­ca 1300. Defi­ni­ti dal­le auto­ri­tà ingle­si “ter­ro­ri­sti” e “cri­mi­na­li”, per la popo­la­zio­ne nazio­na­li­sta era­no pri­ma di tut­to “pri­gio­nie­ri poli­ti­ci”. Va pre­ci­sa­to che nes­su­no di que­sti pri­gio­nie­ri era sta­to sot­to­po­sto ad un rego­la­re pro­ces­so; tut­ti era­no inve­ce sta­ti giu­di­ca­ti da tri­bu­na­li spe­cia­li (Diplock Courts), pre­sie­du­ti da un solo giu­di­ce, sen­za giu­ria alcu­na. Dei cir­ca 1300 pri­gio­nie­ri repub­bli­ca­ni, solo 328 gode­va­no di quel­lo che le auto­ri­tà car­ce­ra­rie defi­ni­va­no “sta­tus di pri­gio­nie­ro poli­ti­co”. Ai restan­ti 966 tale sta­tus era nega­to, dal momen­to che era­no sta­ti incar­ce­ra­ti nel perio­do suc­ces­si­vo a quel­lo in cui il gover­no bri­tan­ni­co ave­va deci­so di abo­lir­lo (1976).

Per con­te­sta­re il man­ca­to rico­no­sci­men­to del­lo sta­tus di pri­gio­nie­ro poli­ti­co, oltre che per le duris­si­me con­di­zio­ni car­ce­ra­rie e le bru­ta­li­tà infer­te dai secon­di­ni, i pri­gio­nie­ri intra­pre­se­ro diver­se pro­te­ste: la “blan­ket pro­te­st”, che con­si­ste­va nel rifiu­to di indos­sa­re l’uniforme del­la pri­gio­ne e nel coprir­si solo con una coper­ta; la “no-wash pro­te­st”, per cui rifiu­ta­ro­no anche di anda­re alle doc­ce e lavar­si, per evi­ta­re di espor­si alle effe­ra­te vio­len­ze. Le guar­die, a loro vol­ta, rea­gi­ro­no: si asten­ne­ro sem­pli­ce­men­te dal rimuo­ve­re i buglio­li, e anzi, li svuo­ta­ro­no sul pavi­men­to all’interno del­le cel­le. I dete­nu­ti furo­no così costret­ti a con­vi­ve­re con uri­na, escre­men­ti e rifiu­ti, in con­di­zio­ni di estre­mo degrado.

H‑Blocks, Long Kesh

Tea­tro di tut­to que­sto furo­no in par­ti­co­la­re le car­ce­ri di Arma­gh ed i famo­si H‑Blocks di Long Kesh, ribat­tez­za­ti “Maze” (labi­rin­to), dove, tra gli altri dis­si­den­ti, era rin­chiu­so Bob­by Sands.
Nel 1980 alcu­ni pri­gio­nie­ri deci­se­ro di por­ta­re al cul­mi­ne la loro pro­te­sta, intra­pren­den­do uno scio­pe­ro del­la fame. Le richie­ste avan­za­te dagli hun­ger stri­kers era­no sta­te sin­te­tiz­za­te in cin­que pun­ti (Five demands):

  1.  Dirit­to di indos­sa­re i pro­pri vesti­ti e non la divi­sa carceraria.
  2.  Dirit­to di non svol­ge­re il lavo­ro carcerario.
  3.  Dirit­to di libe­ra asso­cia­zio­ne con gli altri dete­nu­ti duran­te le ore d’aria.
  4.  Dirit­to di ave­re rein­te­gra­ta la remis­sio­ne di metà del­la pena, dirit­to che ave­va­no per­du­to in  con­se­guen­za del­le proteste.
  5.  Dirit­to a rice­ve­re una visi­ta, un pac­co posta­le e ad effet­tua­re un’attività ricrea­ti­va a settimana.

Il gover­no bri­tan­ni­co fece pro­mes­se che poi non man­ten­ne, con­vin­cen­do così i dete­nu­ti con l’inganno a por­re fine allo scio­pe­ro. Ma que­sti ne intra­pre­se­ro un secon­do, il 1 mar­zo del 1981; e que­sta vol­ta i pri­gio­nie­ri dei Bloc­chi H era­no deci­si a non far­si rag­gi­ra­re nuo­va­men­te dal gover­no di Lon­dra. Diver­si enti e per­so­na­li­tà cer­ca­ro­no di svol­ge­re un ruo­lo di media­zio­ne tra hun­ger stri­kers e auto­ri­tà; ma a nul­la val­se­ro i nume­ro­si ten­ta­ti­vi. La rispo­sta del Pri­mo Mini­stro ingle­se Mar­ga­ret That­cher fu la seguen­te: “Rite­nia­mo che una media­zio­ne tra gover­no e pri­gio­nie­ri, anche se con­dot­ta da orga­ni­smi di altis­si­mo livel­lo, non rap­pre­sen­ti la stra­da giu­sta da per­cor­re­re”. Dun­que, che il mas­sa­cro e la tra­ge­dia continuino.
Il rifiu­to per lun­go tem­po di qual­sia­si trat­ta­ti­va diret­ta con i pri­gio­nie­ri por­tò alla mor­te di altri die­ci detenuti.

Bob­by Sands: “Non potran­no ucci­de­re il nostro spirito”.

Pri­mo di quei die­ci, Bob­by Sands: nato a Bel­fa­st quel 9 mar­zo 1954, tra­scor­se infan­zia e ado­le­scen­za spo­stan­do­si con­ti­nua­men­te con la fami­glia tra diver­se zone del­la cit­tà a cau­sa del­le ripe­tu­te inti­mi­da­zio­ni che giun­ge­va­no dai lea­li­sti pro­te­stan­ti. Lo tro­via­mo pre­sto tra le file del­la PIRA, a riven­di­ca­re i dirit­ti dei cit­ta­di­ni cat­to­li­ci e ad oppor­si con for­za alla pre­sen­za ingle­se in Irlan­da del Nord. Ha solo 18 anni, ma natu­ral­men­te è già noto alle auto­ri­tà locali.
Con­dan­na­to nel 1976 a quat­tor­di­ci anni di deten­zio­ne nono­stan­te la man­can­za di pro­ve, ha tra­scor­so gli ulti­mi quat­tro anni e mez­zo del­la sua vita nei Bloc­chi H, l’incubo di Long Kesh, situa­ti a pochi chi­lo­me­tri da Bel­fa­st. Le con­di­zio­ni nel car­ce­re era­no duris­si­me. Nel luglio 1980, fu per­mes­so all’arcivescovo O’Fiach di visi­ta­re i Bloc­chi H. Egli così descris­se lo sta­to di degra­da­zio­ne nel qua­le vive­va­no oltre 300 blan­ket men: “Lascian­do da par­te l’essere uma­no, dif­fi­cil­men­te si lasce­reb­be vive­re un ani­ma­le in tali con­di­zio­ni. L’immagine che più si avvi­ci­na a ciò che ho visto è quel­la del­le cen­ti­na­ia di home­less che vivo­no nel­le fogne di Calcutta”.

Sands comin­ciò lo scio­pe­ro del­la fame il 1 mar­zo 1981 e morì 66 gior­ni dopo, il 5 mag­gio 1981. Pri­ma che si pones­se fine allo scio­pe­ro, altri nove uomi­ni si sacri­fi­ca­ro­no, uno dopo l’altro. Sia le auto­ri­tà ingle­si che quel­le dell’Irlanda del Nord han­no sem­pre nega­to che mal­trat­ta­men­ti e tor­tu­re abbia­no avu­to luo­go a Long Kesh, ma non sono sta­te in gra­do di con­fu­ta­re la quan­ti­tà di docu­men­ti, pub­bli­ca­ti in libri e gior­na­li, in cui tali tor­tu­re disu­ma­ne veni­va­no denunciate.
Bob­by Sands scris­se quel­lo che anni più tar­di sareb­be diven­ta­to il suo libro-dia­rio-testa­men­to ideo­lo­gi­co in una pic­co­la cel­la feti­da, maleo­do­ran­te, dai muri rico­per­ti d’escrementi, ser­ven­do­si solo di pez­zi di car­ta igie­ni­ca e di un refill di pen­na biro. I fogliet­ti furo­no fat­ti usci­re clan­de­sti­na­men­te dal car­ce­re per un cer­to perio­do. Egli fu gui­da, esem­pio e model­lo per mol­tis­si­mi altri pri­gio­nie­ri poli­ti­ci che subi­ro­no le stes­se ingiu­sti­zie, con e dopo di lui.
Quan­do morì ave­va solo 27 anni, oggi ne avreb­be com­piu­ti 60; ed è giu­sto ricor­da­re la sua dedi­zio­ne, il suo corag­gio e il suo sacri­fi­cio, l’amore ine­stin­gui­bi­le per la giu­sti­zia e la sua forza.

Ecco il suo Can­to di Libertà:

«Sono un pri­gio­nie­ro politico.
Sono un pri­gio­nie­ro poli­ti­co per­ché sono l’ef­fet­to di una guer­ra peren­ne che il popo­lo irlan­de­se oppres­so com­bat­te con­tro un regi­me stra­nie­ro, schiac­cian­te, non volu­to, che rifiu­ta di andar­se­ne dal­la nostra terra.Io difen­do il dirit­to divi­no del­la nazio­ne irlan­de­se all’in­di­pen­den­za sovra­na, e cre­do in essa, così come cre­do nel dirit­to di ogni uomo e don­na irlan­de­se a difen­de­re que­sto dirit­to con la rivo­lu­zio­ne arma­ta. Que­sta è la ragio­ne per cui sono car­ce­ra­to, denu­da­to, tor­tu­ra­to. […] L’Irlanda non cono­sce­rà mai pace fino a quan­do la pre­sen­za stra­nie­ra e oppres­si­va del­la Gran Bre­ta­gna non sarà schiac­cia­ta, per­met­ten­do a tut­to il popo­lo irlan­de­se di con­trol­la­re, uni­to, i pro­pri affa­ri e di deter­mi­na­re il pro­prio desti­no come un popo­lo sovra­no, libe­ro nel­la men­te e nel cor­po, defi­ni­to e distin­to fisi­ca­men­te, cul­tu­ral­men­te ed economicamente.
Cre­do di esse­re sol­tan­to uno dei mol­ti sven­tu­ra­ti irlan­de­si usci­ti da una gene­ra­zio­ne insor­ta per un insop­pri­mi­bi­le desi­de­rio di liber­tà. Sto moren­do non sol­tan­to per por­re fine alle bar­ba­rie degli H‑Block o per otte­ne­re il giu­sto rico­no­sci­men­to di pri­gio­nie­ro poli­ti­co, ma soprat­tut­to per­ché ogni nostra per­di­ta, qui, è una per­di­ta per la Repub­bli­ca e per tut­ti gli oppres­si che sono pro­fon­da­men­te fie­ro di chia­ma­re la “gene­ra­zio­ne insorta”.
[…] Se non rie­sco­no a distrug­ge­re il desi­de­rio di liber­tà non pos­so­no stron­car­ti. Non mi stron­che­ran­no per­ché il desi­de­rio di liber­tà e la liber­tà del popo­lo irlan­de­se mi stan­no nel cuo­re. Ver­rà il gior­no in cui tut­to il popo­lo irlan­de­se avrà il desi­de­rio di liber­tà. Sarà allo­ra che vedre­mo sor­ge­re la luna».

Mar­ta Clinco
@MartaClinco

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.

10 Commenti su In memoria di Bobby Sands
L’uomo che insegnò la libertà a un Paese in lotta

  1. Con­si­de­ra­te que­sto arti­co­lo un con­tri­bu­to (per evi­ta­re che la cau­sa del­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne dei popo­li ven­ga stru­men­ta­liz­za­ta, un caval­lo di tro­ia per altri pro­get­ti: fasci­sti, neoliberisti…etc).
    Quel­lo del­l’ap­pro­pria­zio­ne inde­bi­ta da destra nei con­fron­ti di cau­se di sini­stra (oltre all’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne e alle lot­te di libe­ra­zio­ne dei popo­li: l’an­tim­pe­ria­li­smo, l’am­bien­ta­li­smo, l’an­ti­spe­ci­smo etc.) è un pro­ble­ma che, a mio avvi­so, andreb­be affron­ta­to mol­to seria­men­te, non solo con dichia­ra­zio­ni di prin­ci­pio ideo­lo­gi­che. Altri­men­ti si rischia di sot­to­va­lu­tar­lo. 
In Fran­cia sia­mo arri­va­ti al pun­to che Vae Vic­tis, un grup­po rock “iden­ti­ta­rio” col­lo­ca­to all’e­stre­ma destra, ha scrit­to una can­zo­ne sul­la Com­mu­ne (quel­la del 1871!) riven­di­can­do i comu­nar­di in chia­ve “comu­ni­ta­ri­sta”. Non pen­so sia ecces­si­vo con­si­de­ra­re que­sti espe­ri­men­ti come “l’al­tra fac­cia del revi­sio­ni­smo storico”.
    Per­so­nal­men­te ho pro­va­to a com­pren­de­re il “feno­me­no” anche se, da pro­le­ta­rio autoal­fa­be­tiz­za­to, non sem­pre mi sen­ti­vo all’al­tez­za (e anche frain­te­so, soprat­tut­to a sinistra).
    Resto del pare­re che se uno a 15–16 anni si indi­gna per la sor­te di Bob­by Sands e degli altri mili­tan­ti repub­bli­ca­ni del 1981, anche se si defi­ni­sce di destra, non è per­so com­ple­ta­men­te. For­se vale la pena di spie­gar­gli alcu­ne cose; per esem­pio che una lot­ta di libe­ra­zio­ne di destra è un con­tro­sen­so. Maga­ri ci ripensa.
    
Il testo era già cir­co­la­to su “A” in ver­sio­ne ridot­ta e anche, pro­vo­ca­to­ria­men­te, su siti che si defi­ni­sco­no “iden­ti­ta­ri” (dicia­mo pure di destra) susci­tan­do pole­mi­che, offe­se e altro nei con­fron­ti del sot­to­scrit­to.
 Segno che for­se ave­vo giu­sto e che comun­que i fasci han­no la coda di paglia. In par­ti­co­la­re nei com­men­ti si cer­ca­va di smon­ta­re l’i­po­te­si che la “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si (quel­la che loro si osti­na­no a chia­ma­re impro­pria­men­te “cro­ce cel­ti­ca”) fos­se un richia­mo al nazi­smo. Pec­ca­to per loro, come tale veni­va riven­di­ca­ta da quei neo­na­zi­sti fran­ce­si (alcu­ni ex ss) che la rie­su­ma­ro­no nel dopo­guer­ra. E comun­que il fat­to che venis­se poi uti­liz­za­ta dal­l’OAS basta e avan­za. Anche in que­sto, io cre­do, si rico­no­sce lo “sti­le revi­sio­ni­sta” con cui si mini­miz­za la Sto­ria e si cer­ca masche­ra­re la vera natu­ra del­la “peste bruna”.
    Sot­to i tra­ve­sti­men­ti “rivo­lu­zio­na­ri” ci sono sol­tan­to le guar­die bian­che del kapitalismo.
    ciao
    
Gian­ni Sartori

    FASCISTI, TENETE GIU’ LE MANI DALL’IRLANDA !
    (Gian­ni Sartori)
    …dove, com­pa­ti­bil­men­te con le pos­si­bi­li­tà del­l’au­to­re, si cer­che­rà di spie­ga­re come la cosid­det­ta “cro­ce cel­ti­ca” sia sta­ta adot­ta­ta dal­le for­ma­zio­ni di estre­ma destra in quan­to sim­bo­lo dei col­la­bo­ra­zio­ni­sti fran­ce­si (per cui sareb­be oppor­tu­no defi­nir­la d’o­ra in poi “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si”) dan­do nel con­tem­po qual­che indi­spen­sa­bi­le infor­ma­zio­ne sul­la Resi­sten­za all’oc­cu­pa­zio­ne nazista…
    L’am­bi­gua vicen­da del “sidro Bob­by Sands” mes­so in com­mer­cio qual­che fa da Casa Pound (e che pro­vo­cò un duro inter­ven­to del Sinn Fein con­tro l’in­de­gna stru­men­ta­liz­za­zio­ne), non era cer­to il pri­mo ten­ta­ti­vo di appro­pria­zio­ne inde­bi­ta da par­te dei fasci­sti del­la cau­sa repub­bli­ca­na irlandese.
    Un buon libro pub­bli­ca­to nel 2010 ave­va for­ni­to ad alcu­ni per­so­nag­gi di destra l’oc­ca­sio­ne per stru­men­ta­liz­za­re le lot­te del popo­lo irlan­de­se. Si trat­ta­va de “Il dia­rio di Bob­by Sands – sto­ria di un ragaz­zo irlan­de­se” (Castel­vec­chi ed.) di Sil­via Cala­ma­ti, Lau­ren­ce McKeo­wn e O’Hearn.
    Scio­pe­ro del­la fame fino alle estre­me con­se­guen­ze. La for­ma di lot­ta adot­ta­ta da Sands e altri nove pri­gio­nie­ri repub­bli­ca­ni, come mi spie­ga­va nel 1986 Domh­nall De Brun (inse­gnan­te di gae­li­co a Der­ry, anar­chi­co e figlio di un inter­na­zio­na­li­sta irlan­de­se volon­ta­rio in Spa­gna) “più che un richia­mo al dirit­to tra­di­zio­na­le, rap­pre­sen­ta­va un atto poli­ti­co all’in­ter­no di un pro­ces­so col­let­ti­vo di libe­ra­zio­ne”. L’in­tro­du­zio­ne del­l’in­ter­na­men­to a tem­po inde­ter­mi­na­to risa­li­va al 1971. Nel 1976 ven­ne revo­ca­to lo sta­tus di pri­gio­nie­ri poli­ti­ci e da quel momen­to i repub­bli­ca­ni arre­sta­ti fini­ro­no segre­ga­ti nei Bloc­chi H. Nel 1978, veden­do lo sta­to di degra­da­zio­ne in cui vive­va­no, l’ar­ci­ve­sco­vo Tomàs O’Fiaich dichia­rò che “lascian­do da par­te l’es­se­re uma­no, dif­fi­cil­men­te si lasce­reb­be vive­re un ani­ma­le in tali con­di­zio­ni”. Il 27 otto­bre 1980 ini­zia­va uno scio­pe­ro del­la fame che, dopo una sospen­sio­ne in dicem­bre, ripren­de­rà nel mar­zo 1981. Bob­by Sands muo­re il 5 mag­gio. Tra mag­gio e ago­sto del 1981 la stes­sa sor­te toc­che­rà ad altri nove pri­gio­nie­ri: Fran­cis Hughes, Rai­mond McCreesh, Patsy O’Ha­ra, Joe Mc Don­nel, Mar­tin Hur­son, Kevin Lynch, Kie­ran Doher­ty, Tho­mas McIl­wee, Mic­ki Devi­ne. Set­te hun­ger stri­kers appar­te­ne­va­no all’I­rish Repu­bli­can Army (Ira), gli altri tre all’I­rish Natio­nal Libe­ra­tion Army (Inla). Uno dei tan­ti dif­fu­so­ri di reto­ri­ca bene­vo­la sui fasci­sti nostra­ni, Nico­la Rao, scri­ve impro­pria­men­te “Bob­by Sands e dopo di lui altri 15 dete­nu­ti del­l’I­ra mori­ro­no di fame…”. Alme­no due dati impre­ci­si, l’ap­par­te­nen­za all’I­ra di tut­ti i pri­gio­nie­ri e il nume­ro dei mor­ti. Poco più avan­ti, ali­men­tan­do l’e­qui­vo­co sul­le affi­ni­tà tra neo­fa­sci­smo e lot­ta di libe­ra­zio­ne irlan­de­se, ripor­ta che nel 1981“i muri di mol­te cit­tà ita­lia­ne furo­no coper­ti da mani­fe­sti e scrit­te, tut­ti fir­ma­ti rigo­ro­sa­men­te con una cro­ce cel­ti­ca, di soli­da­rie­tà e di appog­gio alla cau­sa dei repub­bli­ca­ni irlan­de­si”. Fal­so. Mani­fe­sti e scrit­te era­no soprat­tut­to di sini­stra (auto­no­mi, “Lot­ta con­ti­nua per il comu­ni­smo” etc). Quel­li di Ter­za Posi­zio­ne (TP, estre­ma destra), era­no fir­ma­ti con la runa “den­te di lupo” (det­ta anche “nodo di rune”). E’ dispo­ni­bi­le in pro­po­si­to un’am­pia docu­men­ta­zio­ne fotografica.
    La runa “den­te di lupo”, di ori­gi­ne ger­ma­ni­ca, non cel­ti­ca, esi­ste sia in ver­sio­ne ver­ti­ca­le (in aral­di­ca) che oriz­zon­ta­le (quel­la di TP). Nel­la secon­da guer­ra mon­dia­le ven­ne uti­liz­za­ta da varie ban­de cri­mi­na­li nazi­ste: 2° divi­sio­ne SS Das Reich; 4° Divi­sio­ne SS Poli­zei; 34° Divi­sio­ne SS Volun­teer Gre­na­dier land­storm Neder­land, oltre che dal­la Hitle­r­ju­gend e dal NS-Volk­swo­hl­fahrt. Oltre che da TP, è sta­ta adot­ta­ta da altri grup­pi neo­na­zi­sti: Aktion natio­na­le Sozialisten/nationale Akti­vi­sten (ANS/NA); Jun­ge Front (JF) del Volks­so­zia­li­sti­sche bewe­gung deu­tscha­lands (VSBD); Wiking-Jugend; Vitt Ari­skit Motstand (la sve­de­se “Resi­sten­za Bian­ca Ariana”). *

    Uno dei tre auto­ri de “Il dia­rio di Bob­by Sands – sto­ria di un ragaz­zo irlan­de­se”, Lau­ren­ce Mc Keo­wn, è rima­sto per sedi­ci anni pri­gio­nie­ro a Long Kesh. Desti­na­to a diven­ta­re l’un­di­ce­si­ma vit­ti­ma, il suo scio­pe­ro del­la fame si inter­rup­pe al set­tan­te­si­mo gior­no. Quan­do ormai era già in coma, i fami­lia­ri accon­sen­ti­ro­no a far­lo ali­men­ta­re arti­fi­cial­men­te (dopo che le richie­ste dei pri­gio­nie­ri era­no sta­te accet­ta­te nel­la sostanza).

    Nel 1994 lo ave­vo incon­tra­to duran­te un dibat­ti­to orga­niz­za­to dal­la “Lega inter­na­zio­na­le per i dirit­ti e la libe­ra­zio­ne dei popo­li” (Fon­da­zio­ne Lelio Bas­so). Ave­va spie­ga­to che “sareb­be pra­ti­ca­men­te impos­si­bi­le capi­re per­ché sia­mo arri­va­ti a que­sta deci­sio­ne sen­za cono­sce­re cosa era acca­du­to a Long Kesh nei cin­que anni pre­ce­den­ti. Le con­di­zio­ni dei pri­gio­nie­ri era­no bru­ta­li e nes­su­na for­ma di pro­te­sta sem­bra­va in gra­do di modi­fi­car­le. Vede­re con i nostri occhi la dura repres­sio­ne subi­ta dai dete­nu­ti non face­va altro che raf­for­za­re le nostre con­vin­zio­ni. Dato che il gover­no bri­tan­ni­co ten­ta­va in tut­ti i modi di cri­mi­na­liz­zar­li, di far­li appa­ri­re come delin­quen­ti comu­ni “dove­va­mo ribel­lar­ci per dimo­stra­re che le nostre scel­te e le nostre azio­ni era­no poli­ti­che, non cri­mi­na­li”. Una deci­sio­ne che non fu cer­to pre­sa alla leg­ge­ra. “Per quan­to mi riguar­da ‑ave­va con­clu­so — ero ben con­sa­pe­vo­le che que­sto scio­pe­ro sareb­be sta­to por­ta­to fino alle estre­me con­se­guen­ze. Met­ten­do il nostro nome nel­la lista dei volon­ta­ri non sape­va­mo quan­do sareb­be venu­to il nostro tur­no, chi sareb­be mor­to e chi sareb­be sopravvissuto…”.
    I ten­ta­ti­vi del­la “nuo­va destra” di appro­priar­si del­la lot­ta di libe­ra­zio­ne nazio­na­le del popo­lo irlan­de­se non si esau­ri­ro­no nel 1981. E’ noto che alcu­ni neo­fa­sci­sti (Wal­ter Sor­di, Enri­co Tom­ma­sel­li…) ven­ne­ro arre­sta­ti con in casa mani­fe­sti e gior­na­li repub­bli­ca­ni (“An Pho­blacth”) e libri su Bob­by Sands. Sdop­pia­men­to del­la per­so­na­li­tà o sem­pli­ce con­fu­sio­ne ideo­lo­gi­ca? ** Nel­le loro lati­tan­ze bri­tan­ni­che veni­va­no aiu­ta­ti da ele­men­ti del Natio­nal Front (par­ti­to raz­zi­sta di estre­ma destra) sostan­zial­men­te schie­ra­to con le squa­dre “lea­li­ste”, pro­te­stan­ti-filoin­gle­si, quel­le che perio­di­ca­men­te si ren­de­va­no respon­sa­bi­li di omi­ci­di set­ta­ri nei con­fron­ti di qual­che cat­to­li­co. Inol­tre i “lea­li­sti” era­no in otti­mi rap­por­ti anche con la Ruc (Royal Ulster Con­sta­bu­la­ry), la poli­zia nor­dir­lan­de­se che for­ni­va gli elen­chi dei sospet­ti mili­tan­ti repub­bli­ca­ni da eli­mi­na­re. I lega­mi tra l’e­stre­ma destra ingle­se (oltre al Nf, il Bri­tish Natio­nal Par­ty, il Grea­ter Bri­tish Move­ment, la Lea­gue of St. Geor­ge e C18) e l’e­stre­ma destra pro­te­stan­te del­l’Ul­ster si rese­ro evi­den­ti il 15 feb­bra­io 1995, a Dubli­no, duran­te un’a­mi­che­vo­le tra le nazio­na­li di cal­cio di Inghil­ter­ra e Irlan­da. La par­ti­ta si svol­se tra salu­ti nazi­sti, slo­gan con­tro l’I­ra e cori con­tro gli accor­di di pace. Si con­clu­se con lan­ci di ogget­ti con­tro il pub­bli­co irlan­de­se e vio­len­ti scon­tri. Bilan­cio: una cin­quan­ti­na di feri­ti e la mor­te di un tifo­so irlan­de­se. Mol­ti hoo­li­gans, i tifo­si bri­tan­ni­ci più esa­gi­ta­ti, face­va­no par­te di orga­niz­za­zio­ni neo­na­zi­ste (com­pre­sa C18; C per Com­bat, men­tre il nume­ro indi­ca la pri­ma e l’ot­ta­va let­te­ra del­l’al­fa­be­to, le ini­zia­li di Adolf Hitler). Ma, oltre alle orga­niz­za­zio­ni bri­tan­ni­che, i “lea­li­sti” nor­dir­lan­de­si ne fre­quen­ta­va­no anche altre di estre­ma destra. Esi­sto­no pro­ve foto­gra­fi­che di mili­zia­ni del­l’Ul­ster volun­teer for­ce (Uvf) pre­sen­ti a qual­che mani­fe­sta­zio­ne in Bel­gio insie­me a neo­na­zi­sti fiam­min­ghi e a quel­li fran­ce­si di Ordre Nouveau.
    LA CROCE CERCHIATA DELLE SS FRANCESI
    Rico­no­sci­bi­li que­sti ulti­mi per­ché usa­va­no la cosid­det­ta (tre vol­te cosid­det­ta quan­do è quel­la adot­ta­ta dai fasci­sti) “cro­ce cel­ti­ca”. In real­tà il sim­bo­lo (deno­mi­na­to “cel­ti­ca” solo in epo­ca recen­te, non alle ori­gi­ni) ricor­da una runa (anche se i neo­fa­sci­sti lo esclu­do­no) e ven­ne uti­liz­za­to come mostri­na dal­la “Com­pa­gnia Flack” (o meglio: una del­le com­pa­gnie deno­mi­na­te Flack, anti­a­rea) for­ma­ta da fran­ce­si col­la­bo­ra­zio­ni­sti inte­gra­ti nel­la bri­ga­ta, poi divi­sio­ne, Char­le­ma­gne duran­te la secon­da guer­ra mon­dia­le. Insi­sto: sareb­be più cor­ret­to deno­mi­nar­la “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si”. Nes­su­na paren­te­la con le vere cro­ce cel­ti­che che svet­ta­no sul­le anti­che tom­be irlan­de­si (espres­sio­ne di un sin­cre­ti­smo tra cri­stia­ne­si­mo e reli­gio­ne tra­di­zio­na­le gae­li­ca) e anche su mol­te tom­be di volon­ta­ri del­l’I­ra e del­l’In­la mor­ti in combattimento.
    Uti­liz­za­ta dal Fron­te del­la gio­ven­tù (Fdg) negli anni set­tan­ta, ben sapen­do qua­le fos­se il rife­ri­men­to al nazi­smo e al col­la­bo­ra­zio­ni­smo (un sim­bo­lo di con­ti­nui­tà), ven­ne proi­bi­ta dal­lo stes­so lea­der del MSI, Gior­gio Almirante.
    In Ita­lia la “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si” era sta­ta adot­ta­ta nei pri­mi anni ses­san­ta da Gio­va­ne Euro­pa (in pre­ce­den­za Gio­va­ne Nazio­ne), filia­le ita­lia­na del movi­men­to Jeu­ne Euro­pe (in pre­ce­den­za Jeu­ne Nation) fon­da­to da Jean Thi­riart che ave­va com­bat­tu­to nel­le waf­fen-ss . A que­sto movi­men­to, nel 1963, ade­ri­ro­no un grup­po di mis­si­ni fio­ren­ti­ni (Atti­lio Mor­din, Fran­co Car­di­ni, Mar­co Ber­sac­chi, Ame­ri­no Grif­fi­ni…) e qual­che ordi­no­vi­sta (Mas­si­mo Mar­let­ta…). In quel­lo che sem­bra un attac­co di auto­re­vi­sio­ni­smo, uno dei soci fon­da­to­ri soste­ne­va che fu per “allon­ta­nar­si dal­la lugu­bre e bel­li­co­sa sim­bo­lo­gia neo­fa­sci­sta e neo­na­zi­sta” (…e per que­sto adot­ta­va­no un sim­bo­lo del­le waf­fen ss?!?). In real­tà sem­bre­reb­be piut­to­sto un modo per riven­di­ca­re pro­prio quel­le ori­gi­ni, quel­la appar­te­nen­za, sen­za inso­spet­ti­re l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca e nel con­tem­po striz­za­re l’oc­chio agli ini­zia­ti. In pre­ce­den­za il sim­bo­lo sareb­be sta­to inal­be­ra­to dal­le ita­li­che For­ma­zio­ni Nazio­na­li Gio­va­ni­li. Sem­pre di destra, ovvia­men­te. Attor­no al 1975 ven­ne siste­ma­ti­ca­men­te adot­ta­to dal­le orga­niz­za­zio­ni gio­va­ni­li mis­si­ne (Fdg e Fuan), men­tre qual­che anno pri­ma i rau­tia­ni lo ave­va­no pro­po­sto al MSI con l’ag­giun­ta di una fiam­ma tri­co­lo­re sul­lo sfondo.
    Car­di­ni sug­ge­ri­va un lega­me anche con la “fran­ci­sca” sti­liz­za­ta del Par­ti popu­lai­re fran­cais (PPF ) di Jac­ques Doriot. Facen­do il fin­to ton­to, lo sto­ri­co sor­vo­la sul fat­to che la Fran­ci­sque nel­la ver­sio­ne bipen­ne, con lame tri­co­lo­ri e mani­co costi­tui­to dal baton de marè­chal (quel­lo di Petain, ovvia­men­te) ven­ne pre­scel­ta come emble­ma del regi­me col­la­bo­ra­zio­ni­sta di Vichy. Nel­le inten­zio­ni, for­se, avreb­be dovu­to ricor­da­re l’i­co­no­gra­fia dei fasci lit­to­ri mus­so­li­nia­ni. E di sicu­ro non ven­ne adot­ta­ta per caso come logo da Ordi­ne Nuo­vo (quel­lo ita­li­co, men­tre i loro omo­lo­ghi fran­ce­si di Ordre Nou­veau usa­va­no, come già det­to, la “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si”). Per gli aman­ti del­la sto­ria, va ricor­da­to che la “fran­ci­sca” era la scu­re da lan­cio dei ger­ma­ni occi­den­ta­li (in pra­ti­ca un gran­de toma­ha­wk), intro­dot­ta in Gal­lia dai Fran­chi (così chia­ma­ti, pare, dal nome del­l’ar­ma e non vice­ver­sa), da cui il nome Fran­cia. Fer­mo restan­do che i Fran­chi era­no “ger­ma­ni” e non “cel­ti”, come inve­ce i Gal­li. Nes­su­no met­te­reb­be in discus­sio­ne il fat­to che i cel­ti bri­tan­ni furo­no inva­si dai ger­ma­ni­ci angli e sas­so­ni. Ana­lo­ga­men­te, dopo quel­la roma­na, i cel­ti del­la Gal­lia subi­ro­no l’in­va­sio­ne di varie popo­la­zio­ni ger­ma­ni­che.*** La più dura­tu­ra fu quel­la dei Fran­chi, defi­ni­ti­va­men­te con­so­li­da­ta con Clo­do­veo, Car­lo Mar­tel­lo e Car­lo Magno.
    Men­tre le vere cro­ci cel­ti­che testi­mo­nia­no del­la rela­ti­va­men­te paci­fi­ca dif­fu­sio­ne del cri­stia­ne­si­mo tra le popo­la­zio­ni irlan­de­si, il Car­lo­ma­gno è pas­sa­to alla sto­ria per aver ster­mi­na­to alcu­ni popo­li (come i Sas­so­ni) che non vole­va­no con­ver­tir­si al cri­stia­ne­si­mo. E sor­vo­lia­mo su Ron­ci­sval­le, sacro­san­ta ritor­sio­ne dei Baschi al sac­cheg­gio di Iru­nea (Pam­plo­na) ope­ra­to dai sol­da­ti di Car­lo­ma­gno. Altro che “pala­di­ni del­la cri­stia­ni­tà” con­tro i musul­ma­ni (che a Ron­ci­sval­le non c’e­ra­no pro­prio). Ma que­sta è un’al­tra sto­ria. Così come sareb­be un’al­tra sto­ria il ruo­lo dei fasci­sti ita­lia­ni nel­le squa­dre del­la mor­te para­sta­ta­li (Ate, Bat­ta­glio­ne vasco-spa­gno­lo, Gal…) con­tro la sini­stra indi­pen­den­ti­sta basca. Sia in epo­ca fran­chi­sta che dopo.****
    Tor­nan­do a Car­di­ni, lo sto­ri­co fio­ren­ti­no ammet­te­va, bon­tà sua, “un lega­me sen­ti­men­ta­le con il fasci­smo let­te­ra­rio fran­ce­se, ma – mini­miz­za­va — si trat­ta di quel­lo a cui ade­rì Pier­re Drieu la Rochel­le”. Anche se gli dob­bia­mo qual­che buo­na let­tu­ra (La Vali­se Vide e Adieu à Gon­za­gue dedi­ca­ti al dadai­sta Jac­ques Rigaut) il poe­ta e scrit­to­re Drieu è pas­sa­to alla sto­ria soprat­tut­to in quan­to col­la­bo­ra­zio­ni­sta dei nazi­sti. Defi­nir­lo, come si inven­ta Car­di­ni “mol­to vici­no all’e­stre­ma sini­stra” è demen­zia­le, oltre che ver­go­gno­so. Basti ricor­da­re che nel­l’ot­to­bre del 1941, insie­me a Bra­sil­lach, Char­don­ne, Jou­han­deau e altri scrit­to­ri fran­ce­si, Drieu la Rochel­le accol­se l’in­vi­to di Goeb­bels e pre­se par­te ad un “Con­gres­so degli intel­let­tua­li euro­pei” in Ger­ma­nia. L’in­con­tro si con­clu­se con una visi­ta-pre­mio alla Can­cel­le­ria del Reich. Nel 1945, arre­sta­to dal­la Resi­sten­za fran­ce­se, l’au­to­re di Socia­li­sme fasci­ste, pre­fe­rì il sui­ci­dio alla fuci­la­zio­ne (ten­tan­do for­se di imi­ta­re il gesto di asso­lu­ta ribel­lio­ne com­piu­to da Rigaut nel novem­bre 1929). 

    “CHANTEZ, COMPAGNONS, DANS LA NUIT LA LIBERTE’ NOUS ECOUTE”
    Scri­ven­do que­ste righe non vor­rei aver dato l’er­ra­ta impres­sio­ne che la ter­ra di Ver­cin­gé­to­rix, Saint-Just e Loui­se Michel abbia con­tri­bui­to ad ali­men­ta­re il fasci­smo in pro­por­zio­ni ana­lo­ghe a quan­to sep­pe­ro fare Ita­lia e Ger­ma­nia. In veri­tà la resi­sten­za del popo­lo fran­ce­se con­tro le trup­pe tede­sche di occu­pa­zio­ne fu imme­dia­ta, este­sa e ampia­men­te con­di­vi­sa, nono­stan­te gli ine­vi­ta­bi­li casi di collaborazionismo.
    E la repres­sio­ne, ovvia­men­te, fu duris­si­ma. Sia nel­la Fran­cia occu­pa­ta che nel­la zona det­ta “libre” gover­na­ta dai col­la­bo­ra­zio­ni­sti Pétain e Laval. Inol­tre Alsa­zia e Lore­na ven­ne­ro annes­se al Reich, men­tre il Nord e Pas-de-Calais era­no con­trol­la­te diret­ta­men­te dal coman­do tede­sco di Bru­xel­les e all’in­ter­no del­la zona occu­pa­ta lun­go le coste e le fron­tie­re si instau­ra­va una ulte­rio­re zone interdite. 

    Tra i tan­ti mas­sa­cri di cui si rese­ro respon­sa­bi­li i nazi­sti e le mili­zie col­la­bo­ra­zio­ni­ste, risal­ta per effe­ra­tez­za quel­lo dei “50 ota­ges”, ricor­da­ti dal­l’o­mo­ni­mo monu­men­to sul­l’Er­dre a Nan­tes. Qui 48 fran­ce­si subi­ro­no la fuci­la­zio­ne per ordi­ne di Adolf Hitler e del gene­ra­le Otto vons Stuelp­na­gel, coman­dan­te del “gross Paris”, come rap­pre­sa­glia per l’uc­ci­sio­ne del tenen­te colon­nel­lo tede­sco Karl Hotz avve­nu­ta il 20 ago­sto 1941 in pla­ce Louis XVI davan­ti alla Kommandantur. *****
    La lista degli ostag­gi ven­ne pre­pa­ra­ta dal­l’Al­to coman­do tede­sco insie­me ai diri­gen­ti fran­ce­si col­la­bo­ra­zio­ni­sti. Il mini­stro del­l’In­ter­no di Pétain, Pier­re Pucheu, pre­sen­tò una lista di 200 nomi di pre­sun­ti comu­ni­sti inter­na­ti nel cam­po di con­cen­tra­men­to di Cha­teau­briant a cui il gene­ra­le von Stuelp­na­gel aggiun­se i nomi di alcu­ni espo­nen­ti del­la resi­sten­za nan­te­se. A Nan­tes, la Gesta­po e la poli­zia fran­ce­se col­la­bo­ra­zio­ni­sta rastrel­la­va­no da tem­po deci­ne di per­so­ne (gio­va­ni comu­ni­sti e socia­li­sti, sin­da­ca­li­sti cat­to­li­ci, mem­bri del­la Jeu­nes­se Ouvriè­re Catho­li­que, sen­za par­ti­to…) per rin­chiu­der­le nel cam­po di Cha­teau­briant. Il grup­po defi­ni­ti­vo dei 50 ostag­gi sarà com­po­sto da 27 comu­ni­sti, 18 resi­sten­ti dete­nu­ti a Nan­tes (pri­gio­ne des Rochet­tes, pri­gio­ne Lafayet­te…) e 5 nan­te­si incar­ce­ra­ti a Parigi.
    Il 22 otto­bre del 1941, rifiu­tan­do di esse­re ben­da­ti, gli ostag­gi ven­ne­ro fuci­la­ti a grup­pi di quat­tro; la mag­gior par­te nel “champ de tir du Béle” di Nan­tes, altri nel­la cava del­la Sabliè­re (all’u­sci­ta da Cha­teau­briant) e cin­que al Mont-Valé­rien (Pari­gi) dove la mede­si­ma sor­te era toc­ca­ta il 29 ago­sto all’uf­fi­cia­le di mari­na Hono­ré d’E­stien­ne d’Or­ves e dove ver­rà giu­sti­zia­to, il 15 dicem­bre, anche il gior­na­li­sta comu­ni­sta Gabriel Péri.
    Per un disgui­do nel coor­di­na­men­to tra i ser­vi­zi segre­ti, due ostag­gi scam­pa­ro­no all’esecuzione.
    Una suc­ces­si­va ese­cu­zio­ne di altri 50 ostag­gi, già pre­vi­sta, ven­ne sospe­sa per ordi­ne di von Stuelp­na­gel pre­oc­cu­pa­to per l’in­di­gna­zio­ne susci­ta­ta in tut­ta la Fran­cia. Negli stes­si gior­ni altri cin­quan­ta ostag­gi veni­va­no pas­sa­ti per le armi a Bor­deaux come rap­pre­sa­glia per un attentato.
    Sem­pre al Mont-Valé­rien, il 17 apri­le 1942 ven­ne­ro fuci­la­ti 23 resi­sten­ti dei Batail­lons de la Jeu­nes­se, gio­va­ni comu­ni­sti arre­sta­ti dal­la poli­zia fran­ce­se col­la­bo­ra­zio­ni­sta e con­se­gna­ti ai tede­schi. Una loro com­pa­gna, Simo­ne Schloss, in quan­to don­na ven­ne inve­ce deca­pi­ta­ta il 2 luglio. Ini­zia­to il 7 apri­le alla Mai­son de la Chi­mie, il pro­ces­so si era con­clu­so con la richie­sta di 26 con­dan­ne a mor­te. Uno degli impu­ta­ti ven­ne giu­di­ca­to pas­si­bi­le sol­tan­to del­la pri­gio­ne in quan­to non anco­ra sedi­cen­ne, ma suo padre e suo fra­tel­lo ven­ne­ro con­si­de­ra­ti ota­ges e fuci­la­ti. Il ver­det­to ven­ne salu­ta­to con favo­re dal­la stam­pa col­la­bo­ra­zio­ni­sta che in pre­ce­den­za ave­va ripe­tu­ta­men­te insul­ta­to gli accu­sa­ti. Gli stes­si gior­na­li su cui scri­ve­va­no Drieu la Rochel­le, Char­don­ne, Jou­han­deau e Céli­ne. Quan­to a Robert Bra­sil­lach, diven­ne diret­to­re di uno dei gior­na­li riap­par­si con la loro vec­chia testa­ta, ma ora al ser­vi­zio dei tede­schi. Altri diret­to­ri di gior­na­li col­la­bo­ra­zio­ni­sti furo­no Mar­cel Déat, Jac­ques Doriot, Jean Luchai­re, Lucien Reba­tet… Tut­ti com­pli­ci del­l’oc­cu­pan­te nazi­sta che intan­to appli­ca­va anche in Fran­cia la “solu­zio­ne fina­le” per gli ebrei. A Pari­gi il 16 e il 17 luglio 1942 (la rafle du Vel’ d’Hiv’) alle quat­tro del mat­ti­no, cir­ca 13mila ebrei ven­ne­ro arre­sta­ti dal­la poli­zia fran­ce­se (e non dal­la sola Gesta­po come si cer­cò poi di far cre­de­re). Radu­na­ti al “vélo­dro­me d’hi­ver”, ven­ne­ro invia­ti in Ger­ma­nia per fini­re nei cam­pi di sterminio.
    Per “man­te­ne­re l’or­di­ne inter­no”, il 31 gen­na­io 1943 Pier­re Laval bat­tez­za­va la Mili­ce fran­cai­se (una deri­va­zio­ne del Ser­vi­ce d’or­dre légion­nai­re crea­to nel 1941) gui­da­ta da Jose­ph Dar­nand. Nel 1942 era­no sta­ti costi­tui­ti il Ser­vi­ce de poli­ce anti-com­mu­ni­ste (SPAC), il Ser­vi­ce de poli­ce des socié­tés secré­tes (SSS) e la Poli­ce aux que­stions jui­ves (PQJ).
    Deci­sa­men­te col­la­bo­ra­zio­ni­sti furo­no anche il Par­tit popu­lai­re fran­cai­se (PPF) di Jac­ques Doriot e il Ras­sem­ble­ment natio­nal popu­lai­re (RNP) di Mar­cel Déat che il 5 ago­sto 1941 crea­ro­no una Légion des volon­tai­res fran­cais con­tre le bol­che­vi­sme per invia­re com­bat­ten­ti sul fron­te del­l’E­st a fian­co del­l’e­ser­ci­to tede­sco. Alcu­ni tra i mag­gio­ri espo­nen­ti del col­la­bo­ra­zio­ni­smo filo­na­zi­sta (Dar­nand, Déat, Fer­nand de Bri­non, Bri­doux…) costi­tui­ro­no a Sig­ma­rin­gen una Com­mis­sion gou­ver­ne­men­ta­le per sor­ve­glia­re, per con­to dei tede­schi, l’o­pe­ra­to di Pétain. Dei quat­tro cita­ti sol­tan­to Bri­doux riu­scì a evi­ta­re il plo­to­ne di ese­cu­zio­ne dopo la Liberazione.
    Il 15 gen­na­io 1943 si apri­va il “pro­ces­so dei 42”. Temen­do di ali­men­ta­re ulte­rior­men­te lo sde­gno con cui l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca ave­va rea­gi­to alle fuci­la­zio­ni del 1941, sia il gover­no ser­vi­le e col­la­bo­ra­zio­ni­sta di Vichy (gui­da­to dal marè­chal Pétain) che gli occu­pan­ti tede­schi cer­ca­ro­no di dare una qual­che legit­ti­mi­tà a que­sto enne­si­mo mas­sa­cro. Alcu­ni dei 143 arre­sta­ti ven­ne­ro rila­scia­ti, altri depor­ta­ti, men­tre 45, accu­sa­ti di esse­re francs-tireurs e mem­bri di un’or­ga­niz­za­zio­ne comu­ni­sta, com­pa­ri­ran­no davan­ti al tri­bu­na­le mili­ta­re tede­sco di Nan­tes. Il ver­det­to (37 con­dan­ne a mor­te) vie­ne reso pub­bli­co il 28 gen­na­io. Alla let­tu­ra del­la sen­ten­za Hen­ri Adam into­nò la Mar­seil­lai­se ripre­sa con vigo­re da tut­ti i con­dan­na­ti. Il gior­no dopo (sen­za atten­de­re il ricor­so degli avvo­ca­ti) al champ de tir du Béle ven­ne­ro fuci­la­ti i pri­mi nove pri­gio­nie­ri poi sepol­ti a Sautron.
    Il 13 feb­bra­io 1943 altri 25 dei con­dan­na­ti del 28 gen­na­io ven­ne­ro giu­sti­zia­ti, men­tre gli ulti­mi tre (Le Paih, Bris­son e Coif­fé) cadran­no sot­to i col­pi di un plo­to­ne di ese­cu­zio­ne tede­sco il 7 maggio.
    In ago­sto è la vol­ta di Mar­cel Hatet, mor­to per le tor­tu­re subi­te nel­l’­ho­tel de Cha­ret­te, pla­ce Louis XVI, a Nan­tes. Nel gen­na­io 1943 era sta­to inve­ce deca­pi­ta­to in una pri­gio­ne tede­sca (a Colo­nia) il reli­gio­so Jean-Bap­ti­ste Legeay, con­dan­na­to a mor­te con 27 bre­to­ni nel luglio del­l’an­no precedente.
    Con­tem­po­ra­nea­men­te a quel­lo dei “42”, un pro­ces­so ana­lo­go si era svol­to a Ren­nes con­tro 29 comu­ni­sti gui­da­ti da Edouard Her­vé, fra­tel­lo di Ray­mond. Entram­bi ver­ran­no fuci­la­ti a cir­ca un mese di distan­za l’u­no dall’altro.
    In pie­na occu­pa­zio­ne tede­sca di Pari­gi, il poe­ta arme­no Mis­sak Manou­chian, ex ope­ra­io alla Citroen, ven­ne inca­ri­ca­to dal­la Inter­na­zio­na­le comu­ni­sta di costi­tui­re un grup­po clan­de­sti­no nel­la capi­ta­le. Ne faran­no par­te gio­va­ni polac­chi, unghe­re­si, ita­lia­ni, cechi, spa­gno­li, rume­ni. Dopo una pri­ma fase dedi­ca­ta alla distri­bu­zio­ne di volan­ti­ni con­tro tra­di­to­ri e col­la­bo­ra­zio­ni­sti, il grup­po (defi­ni­to a poste­rio­ri un “fron­te popo­la­re di immi­gra­ti”) ini­ziò a col­pi­re diret­ta­men­te le trup­pe di occu­pa­zio­ne. Di que­sti resi­sten­ti (oltre a Manou­chian, Simon e Mar­cel Ray­nan, Tho­mas Elek…) 22 ver­ran­no fuci­la­ti al Mon­te-Valé­rien il 21 feb­bra­io 1944. Quin­di­ci gior­ni dopo una don­na mem­bro del grup­po sarà deca­pi­ta­ta a Stoccarda.
    Come han­no ricor­da­to Ramòn Chao e Igna­cio Ramo­net (Gui­de de Paris rebel­le, Plon 2008) dal feb­bra­io 1999 in rue Grou­pe-Manou­chian 36 (Pari­gi, 20° arron­dis­se­ment) è pos­si­bi­le leg­ge­re il “Mani­fe­sto rosso”scritto da Louis Ara­gon per cele­bra­re que­sti mar­ti­ri del­la Resi­sten­za. Il nome deri­va dal mani­fe­sto ros­so (stam­pa­to in più di 15mila esem­pla­ri) affis­so sui muri di Pari­gi il 1 mar­zo 1944 dal­la pro­pa­gan­da nazi­sta dove i par­ti­gia­ni fuci­la­ti veni­va­no defi­ni­ti “armèe du crime”.
    Sul­la vicen­da del­la 35° Bri­ga­ta Ftp-Moi (Francs-Tireurs et Par­ti­sans-Main-d’Oeu­vre Immi­grée) Marc Levy, figlio di un espo­nen­te del­la bri­ga­ta, ha scrit­to “I figli del­la liber­tà” (Riz­zo­li, 2008).
    Da Lucie Aubrac a Fran­ce Bloch-Séra­zin (deca­pi­ta­ta il 12 feb­bra­io 1943 a meno di 30 anni), da Char­les Til­lon alle depor­ta­te nacht und nebel Char­lot­te Del­bo (arre­sta­ta dal­la poli­zia fran­ce­se col­la­bo­ra­zio­ni­sta nel 1942) e Ger­mai­ne Til­lion…, è una lista infi­ni­ta quel­la dei cit­ta­di­ni fran­ce­si appar­te­nen­ti al “peu­ple de la nuit” che osa­ro­no ribel­lar­si in nome del­la loro coscien­za con­tro l’or­di­ne impo­sto dagli inva­so­ri nazi­sti. Basti pen­sa­re a Jean Mou­lin, pre­si­den­te del Con­si­glio nazio­na­le del­la Resi­sten­za e Com­pa­gnon de la Libé­ra­tion, tor­tu­ra­to e assas­si­na­to dai nazi­sti nel 1943; a Ber­tie Albre­cht già soste­ni­tri­ce del Fron­te popo­la­re. Arre­sta­ta una pri­ma vol­ta nel 1942, riu­scì ad eva­de­re, ma ven­ne nuo­va­men­te cat­tu­ra­ta nel mag­gio 1943 e morì nel car­ce­re di Fre­snes dopo esse­re sta­ta tor­tu­ra­ta; allo stu­den­te Liber­tai­re Ruti­glia­no, tor­tu­ra­to e assas­si­na­to sot­to gli occhi del padre, nel­la sede del­la Gesta­po in Pla­ce Marè­chal Foch, a Nan­tes (apri­le 1944).
    Vic­tor Basch, pre­si­den­te del­la “Ligue des droi­ts de l’hom­me”, pre­si­den­te del “Comi­té pour le Ras­sem­ble­ment popu­lai­re” (da cui nac­que il “Front Popu­lai­re”), ven­ne assas­si­na­to con la moglie il 10 gen­na­io 1944 da alcu­ni mili­zia­ni col­la­bo­ra­zio­ni­sti (tra cui Lécus­san) del­la Mili­ce fran­cai­se. In quan­to ebreo e “franc-macon”, Basch rap­pre­sen­ta­va una sin­te­si di quan­to i nazi­sti e i loro ser­vi- come appun­to i già cita­ti Drieu la Rochel­le e Bra­sil­lach — odia­va­no mag­gior­men­te. Vit­ti­me del­la stes­sa orga­niz­za­zio­ne col­la­bo­ra­zio­ni­sta fon­da­ta da Laval, anche Mau­ri­ce Sar­raut, l’ex mini­stro Jean Zay e Geor­ge Mandel.
    Tra i cri­mi­na­li di guer­ra nazi­sti si distin­se un uffi­cia­le del­la Gesta­po, Klaus Bar­bie (il “macel­la­io di Lio­ne”) respon­sa­bi­le del­la mor­te di cen­ti­na­ia di ebrei e par­ti­gia­ni. Dopo la guer­ra fug­gì in Suda­me­ri­ca dove col­la­bo­rò con vari regi­mi e con la CIA (avreb­be avu­to un ruo­lo non secon­da­rio nel­la cat­tu­ra di Erne­sto Che Gue­va­ra) fino a quan­do nel 1983 non ven­ne estra­da­to in Fran­cia e con­dan­na­to all’ergastolo.
    Rap­pre­sa­glie ed ese­cu­zio­ni som­ma­rie, ope­ra sia dei tede­schi che dei col­la­bo­ra­zio­ni­sti (poli­zia di Vichy, Mili­ce e Franc-gar­des) aumen­ta­ro­no man mano che i nazi­sti per­de­va­no ter­re­no, soprat­tut­to dopo l’or­di­ne di ripie­ga­men­to del 6 giu­gno 1944. Degli oltre 65mila depor­ta­ti fran­ce­si non-ebrei (in gran par­te poli­ti­ci, iden­ti­fi­ca­ti dal trian­gle rou­ge) meno del­la metà fece ritor­no in Francia
    Non man­ca­ro­no poi stra­gi indi­scri­mi­na­te in sti­le Mar­za­bot­to. Nel giu­gno del 1944 a Ora­dour-sur-Gla­ne la divi­sio­ne SS Das Reich (nel ten­ta­ti­vo di ripren­de­re il con­trol­lo del­la Nor­man­dia) fece radu­na­re tut­ti gli abi­tan­ti nel­la piaz­za. Cen­ti­na­ia di civi­li (in gran par­te don­ne e bam­bi­ni, anche una fami­glia di emi­gra­ti dal pado­va­no) ven­ne­ro rin­chiu­si nel­la chie­sa poi data alle fiam­me. Chi ten­ta­va di scap­pa­re veni­va mitra­glia­to. Bilan­cio: 642 mor­ti, la mag­gior par­te carbonizzati.
    Men­tre nel Ver­cors (luglio del 1944) era in cor­so una dura bat­ta­glia tra cir­ca 8mila maqui­sards e più di 30mila tede­schi, coa­diu­va­ti dal­le mili­zie col­la­bo­ra­zio­ni­ste di Dar­nand, le SS distrus­se­ro Vas­sieux mas­sa­cran­do un’ot­tan­ti­na di abi­tan­ti . Qual­che gior­no dopo i nazi­sti sco­pri­ro­no alcu­ni soprav­vis­su­ti nasco­sti in una grot­ta e com­ple­ta­ro­no l’o­pe­ra. Tra le vit­ti­me anche un gesui­ta e due medi­ci che cura­va­no i feriti.
    Nel feb­bra­io 1945 i com­bat­ten­ti fran­ce­si gui­da­ti da De Lat­tre entre­ran­no nel “cam­po di rap­pre­sa­glia” di Stru­thof (nei Vosgi) com­ple­ta­men­te vuo­to. In quel­lo che sarà defi­ni­to “l’en­fer de l’Al­sa­ce” era­no sta­ti ster­mi­na­ti miglia­ia di resistenti.
    Come anti­do­to ai “lega­mi sen­ti­men­ta­li con il fasci­smo fran­ce­se” riven­di­ca­ti da qual­che espo­nen­te nostra­no del­la “Nuo­va Destra”, direi che può bastare. 

    UN SIMBOLO DEI COLLABORAZIONISTI
    E’ pos­si­bi­le che la “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si”, adot­ta­ta nel 1944 come mostri­na spe­cia­le per la “Com­pa­gnia Flak”, venis­se scel­ta in quan­to “sim­bo­lo impe­ria­le” usa­to pri­ma da Costan­ti­no e poi da Car­lo­ma­gno. Quin­di, volen­do cavil­la­re, di ori­gi­ne o roma­na o ger­ma­ni­ca, non cel­ti­ca. Comun­que otti­mo per il Ter­zo Reich!
    La “Com­pa­gnia Flack” (com­po­sta da volon­ta­ri fran­ce­si del­le waf­fen-ss) era una uni­tà del­la Char­le­ma­gne quan­do que­sta era anco­ra una bri­ga­ta (in segui­to diven­ne una divi­sio­ne). La Flack ven­ne impie­ga­ta a Mona­co nel­la dife­sa con­trae­rea e la Char­le­ma­gne com­bat­té a Ber­li­no attor­no al bun­ker di Hitler. A voler esse­re pigno­li, non è il sim­bo­lo in quan­to tale ad esse­re scip­pa­to, ma la sua deno­mi­na­zio­ne. Chia­mar­la “cel­ti­ca” rap­pre­sen­ta un masche­ra­men­to sul­la sua vera ori­gi­ne, oltre che un’of­fe­sa nei riguar­di dei Cel­ti. Bra­ve per­so­ne, tut­to som­ma­to, in quan­to si oppo­se­ro valo­ro­sa­men­te all’im­pe­ria­li­smo roma­no (gli sta­tu­ni­ten­si di allora).
    Chi ha scel­to quel sim­bo­lo (riba­di­sco: la “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si”, abu­si­va­men­te chia­ma­ta “cel­ti­ca”) sape­va bene cosa rap­pre­sen­ta­va! Con il pre­ce­den­te sto­ri­co del­la Char­le­ma­gne posta a difen­de­re il bun­ker di Hitler, appa­re chia­ro per­ché nel­l’im­me­dia­to dopo­guer­ra diven­tas­se l’em­ble­ma pre­fe­ri­to del­le orga­niz­za­zio­ni fran­ce­si neo­na­zi­ste e neo­fa­sci­ste che, ideal­men­te, da quel bun­ker inten­de­va­no ripar­ti­re. Un ex appar­te­nen­te alla Char­le­ma­gne, René Binet, edi­to­re del bol­let­ti­no Le com­bat­tant euro­peèn (espli­ci­to richia­mo alla pub­bli­ca­zio­ne dei volon­ta­ri fran­ce­si nel­le SS) e di testi aper­ta­men­te raz­zi­sti come Thèo­rie du raci­sme e Con­tri­bu­tion à une èthi­que raci­ste, lo rie­su­mò per iden­ti­fi­ca­re alcu­ni movi­men­ti via via fon­da­ti. Nel 1946 il Par­ti repu­bli­cain d’u­nion popu­lai­re e suc­ces­si­va­men­te l’am­bi­guo (anche nel nome) Mou­ve­ment socia­li­ste d’u­ni­té fran­cai­se sciol­to nel 1949 per “inci­ta­men­to alla vio­len­za raz­zi­sta”. Nel­lo stes­so anno diven­ne il logo di Jeu­ne Nation. Fon­da­ta dai fra­tel­li Sidos, Jeu­ne Nation pro­pu­gna­va uno sta­to tota­li­ta­rio inspi­ra­to al fasci­smo e si distin­se per le sue spe­di­zio­ni squa­dri­sti­che con­tro le sedi dei par­ti­ti di sini­stra. Negli anni cin­quan­ta rap­pre­sen­tò l’ap­pro­do di mol­ti vete­ra­ni del­la guer­ra colo­nia­le di Indo­ci­na. Ven­ne sciol­ta dal gover­no nel 1958 dopo un atten­ta­to con­tro l’As­sem­blea Nazio­na­le. Il sim­bo­lo ven­ne uti­liz­za­to anche in Bel­gio dal Pnf. In Fran­cia ven­ne ripre­so dal Par­ti Natio­na­li­ste costi­tui­to nel 1958 dai redu­ci di J.N. e in segui­to dal Front de l’Al­ge­rie fran­cai­se e dal Front natio­nal pour l’Al­ge­rie fran­cai­se sot­to la gui­da di Jean- Marie Le Pen. La mag­gior par­te degli ade­ren­ti entre­rà poi nel­l’Or­ga­ni­sa­tion de l’ar­mèe secrè­te (Oas), l’or­ga­niz­za­zio­ne dei pieds-noirs, i colo­ni fran­ce­si in Alge­ria. Il grup­po ter­ro­ri­sti­co, con­tra­rio alla deco­lo­niz­za­zio­ne, ven­ne fon­da­to a Madrid nel 1961 da Jean-Jac­ques Susi­ne e Pier­re Lagail­lar­de. Pas­se­rà alla sto­ria, tra gli altri misfat­ti, per il putsch d’Al­ge­ri (v. il gene­ra­le Salan). Ogni slo­gan trac­cia­to dal­l’Oas sui muri di Alge­ri era rego­lar­men­te accom­pa­gna­to dal­la “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si”. A cau­sa degli atten­ta­ti del­l’Oas, tra il mag­gio 1961 e il set­tem­bre e il set­tem­bre 1962, ven­ne­ro ucci­se cir­ca 2700 per­so­ne, di cui 2400 era­no alge­ri­ni. Da una costo­la del­l’Oas nac­que a Lisbo­na l’A­gin­ter Press che ope­rò soprat­tut­to in Afri­ca invian­do fasci­sti fran­ce­si, bel­gi e ita­lia­ni (tra cui Con­cu­tel­li) e agen­ti segre­ti (por­to­ghe­si e sta­tu­ni­ten­si) in Con­go, Ango­la e Nami­bia (inva­sa dal­l’e­ser­ci­to del Suda­fri­ca che vi ave­va intro­dot­to l’a­par­theid) con­tro le lot­te di libe­ra­zio­ne di Fre­li­mo, Pai­gc, Anc, Mpla, Swapo…
    In col­la­bo­ra­zio­ne con la CIA e con il regi­me por­to­ghe­se, l’A­gin­ter Press si rese respon­sa­bi­le nel 1969 del­l’as­sas­si­nio di Eduar­do Chi­vam­bo Mond­la­ne, pre­si­den­te del Fren­te de Liber­ta­cao de Mocam­bi­que (Fre­li­mo) e nel 1973 di quel­lo di Amil­car Cabral, segre­ta­rio gene­ra­le del Par­ti­do Afri­ca­no da Inde­pen­den­cia da Gui­né Bis­sau e Cabo Ver­de (PAIGC). Dopo il 1975, mili­zia­ni euro­pei pre­se­ro par­te ai mas­sa­cri ope­ra­ti dal­l’e­ser­ci­to di Pre­to­ria in Nami­bia e Ango­la e non si esclu­de una par­te­ci­pa­zio­ne del­l’A­gin­ter Press all’as­sas­si­nio del­le espo­nen­ti anti­a­par­theid Ruth Fir­st e Janet­te Cur­tis (entram­be con un pac­co-bom­ba) che si era­no rifu­gia­te, rispet­ti­va­men­te, in Mozam­bi­co e Ango­la. Come è noto l’A­gin­ter Press svol­se un ruo­lo non indif­fe­ren­te nel­la “stra­te­gia del­la ten­sio­ne” che insan­gui­nò l’I­ta­lia da Piaz­za Fon­ta­na in poi.
    Intan­to nel­l’E­sa­go­no il con­tro­ver­so sim­bo­lo veni­va ere­di­ta­to da Ordre Nou­veau. Attual­men­te quel­la che andreb­be siste­ma­ti­ca­men­te defi­ni­ta “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si” vie­ne chia­ma­ta Kel­ten­kreuz (“cro­ce cel­ta”) dai grup­pi tede­schi che la uti­liz­za­no al posto del­la sva­sti­ca con l’a­qui­la nazi­sta sovrap­po­sta. Esi­sto­no poi altre deno­mi­na­zio­ni, più o meno pit­to­re­sche e new age. Per quan­to mi riguar­da, ripe­to, l’au­ten­ti­ca “cro­ce cel­ti­ca”, è solo quel­la sto­ri­ca di cimi­te­ri, chie­se, mano­scrit­ti e mura­les irlandesi.
    Nel­le mani­fe­sta­zio­ni di For­za Nuo­va (ere­de di Ter­za Posi­zio­ne ?) sono ricom­par­si altri sim­bo­li inse­ri­ti nel cer­chio bian­co del­la ban­die­ra ros­sa (iden­ti­ca a quel­la nazi­sta e a quel­la dei raz­zi­sti suda­fri­ca­ni con sva­sti­ca a tre brac­cia). Oltre alla “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si” sono sta­te rie­su­ma­te la runa “den­te di lupo” (wolf san­gel) già usa­ta da Tp e quel­la adot­ta­ta da Avan­guar­dia nazio­na­le (l’or­ga­niz­za­zio­ne di Ste­fa­no Del­le Chia­ie). Il sim­bo­lo di Avan­guar­dia nazio­na­le sareb­be la “runa Otha­la” (Runa di Odal, Odal­ru­ne, di matri­ce scan­di­na­va, non cel­ti­ca). Nel­l’o­ri­gi­na­le, un rom­bo con i lati infe­rio­ri allun­ga­ti. I segua­ci di Del­le Chia­ie la dise­gna­va­no con i lati infe­rio­ri allun­ga­ti e ritor­ti, nel­la ver­sio­ne già uti­liz­za­ta dal­le Waf­fen-ss “SS Gebirg-Divi­sion Prinz Eugen”, men­tre i fasci­sti cile­ni degli anni set­tan­ta (quel­li che favo­ri­ro­no il gol­pe di Pino­chet) la uti­liz­za­va­no nel­la for­ma originale.
    Una runa iden­ti­ca a quel­la di Avan­guar­dia nazio­na­le, ma rove­scia­ta con le pun­te ver­so l’al­to, iden­ti­fi­ca­va il Ras­sem­ble­ment natio­nal popu­lai­re (RNP) di Mar­cel Déat (fuci­la­to dopo la Libe­ra­zio­ne) quel­lo stes­so che, insie­me a Jac­ques Doriot del Par­ti popu­lai­re fran­cais (PPF, v. l’os­ser­va­zio­ne di Car­di­ni sul­la “fran­ci­sca”), costi­tuì nel­l’a­go­sto 1941 la Légion des volon­tai­res fran­cais con­tre le bol­che­vi­sme. Come ho det­to, anche l’a­scia bipen­ne adot­ta­ta da “Ordi­ne Nuo­vo” (Rau­ti, Signo­rel­li, Con­cu­tel­li) era un sim­bo­lo del col­la­bo­ra­zio­ni­smo fran­ce­se (iden­ti­ca a quel­la del mare­scial­lo Petain e di Vichy), seb­be­ne gli ordi­no­vi­sti cer­cas­se­ro di nobi­li­tar­la con richia­mi agli etru­schi o all’an­ti­ca civil­tà cre­te­se. Pro­ba­bil­men­te, vie­ta­ti l’u­so del­la sva­sti­ca e del fascio lit­to­rio, i nostal­gi­ci nostra­ni ricor­re­va­no ad una for­ma di mime­ti­smo (camou­fla­ge) pren­den­do in pre­sti­to la sim­bo­lo­gia dei loro came­ra­ti d’ol­tral­pe. L’o­ri­gi­ne di que­sta impor­ta­zio­ne andreb­be cer­ca­ta nei rap­por­ti tra neo­fa­sci­smo ita­lia­no e grup­pi del­la destra fran­ce­se (oltre a Jeu­ne Euro­pe anche Lut­te du Peu­ple), spe­cia­liz­za­ti nel­l’o­pe­ra di “intos­si­ca­zio­ne” a sini­stra usan­do la car­ta del­l’an­tim­pe­ria­li­smo e del­la libe­ra­zio­ne nazio­na­le. Nien­te male per gen­te che ave­va col­la­bo­ra­to con l’OAS con­tro gli indi­pen­den­ti­sti algerini!
    FASCISTI CON “AL KATAEB”
    Stan­do a quan­to scri­vo­no gli inte­res­sa­ti, negli anni set­tan­ta alcu­ni espo­nen­ti di Jeu­ne Euro­pe sareb­be­ro anda­ti in Liba­no per com­bat­te­re a fian­co del­l’OLP. Inve­ce, come è noto, i fasci­sti ita­lia­ni (non solo quel­li dei NAR, i Nuclei arma­ti rivo­lu­zio­na­ri, di estre­ma destra, lega­ti ai ser­vi­zi e, for­se, brac­cio arma­to del­la P2) in gene­re si schie­ra­va­no con al-Kataeb (la Falan­ge), il par­ti­to dei maro­ni­ti di destra, fon­da­to nel 1936 da Pier­re Gemayel al suo ritor­no da un viag­gio nel­la Ger­ma­nia nazi­sta. Secon­do Stuart Chri­stie (“Ste­fa­no del­le Chia­ie – Por­trait of a black ter­ro­ri­st“, anar­chy magazine/refract publi­ca­tions, Lon­don 1984) avreb­be­ro pre­so par­te ad azio­ni con­tro i pale­sti­ne­si (vie­ne cita­to Wal­ter Sor­di). Mario Capra­ra e Gian­lu­ca Sem­pri­ni, auto­ri di “Destra estre­ma e cri­mi­na­le” (New­ton Comp­ton ed. 2009), nel capi­to­lo dedi­ca­to ad Ales­san­dro Ali­bran­di, ripor­ta­va­no un’in­ter­vi­sta di Pano­ra­ma a Signo­rel­li, scom­par­so qual­che anno fa. Secon­do Signo­rel­li: “i valo­ro­si came­ra­ti ita­lia­ni han­no aiu­ta­to la mili­zia di Gemayel com­bat­ten­do al loro fian­co nel­la bat­ta­glia di Tel Zna­tar (sic)”.
    E’ pos­si­bi­le che i due auto­ri abbia­no fat­to un po’ di con­fu­sio­ne e cita­to l’in­ter­vi­sta sba­glia­ta. Pro­ba­bil­men­te Signo­rel­li par­la­va degli avve­ni­men­ti di Tel al Zaa­tar (nel set­to­re cri­stia­no di Bei­rut) che risal­go­no al 12 ago­sto 1976. All’e­po­ca del­l’in­ter­ven­to mili­ta­re del­la Siria in Liba­no (in favo­re dei falan­gi­sti) Ali­bran­di si tro­va­va anco­ra in Ita­lia. Comun­que, più che di una bat­ta­glia biso­gne­reb­be par­la­re di asse­dio (dura­to 52 gior­ni) e di un bru­ta­le mas­sa­cro. Anche nei con­fron­ti dei feri­ti, nono­stan­te l’in­ter­ven­to del­la Cro­ce Ros­sa. A Tel al Zaa­tar l’e­ser­ci­to siria­no (pene­tra­to in Liba­no nel giu­gno 1976) si com­por­tò come qual­che anno dopo quel­lo israe­lia­no a Sabra e Cha­ti­la, con un ruo­lo di coper­tu­ra e appog­gio ai mili­zia­ni maro­ni­ti cui toc­cò il lavo­ro spor­co. Resta l’in­cer­tez­za sul nume­ro esat­to del­le vit­ti­me, da 1500 a 3000. Con i falan­gi­sti, oltre ai neo­fa­sci­sti ita­lia­ni, mili­tan­ti fran­ce­si dei Grou­pes d’Ac­tion Jeu­nes­se, spa­gno­li di Fuer­za Jòven, fiam­min­ghi del Vlaam­sa Mili­tan­te­nor­de (Vmo) e tede­schi di estre­ma destra del­l’or­ga­niz­za­zio­ne di Karl Heinz Hof­f­man. Dal­la par­te dei pale­sti­ne­si, baschi e irlan­de­si, pre­su­mi­bil­men­te lega­ti all’E­ta e all’I­ra. Duran­te l’o­pe­ra­zio­ne “Pace in Gali­lea” alcu­ni com­bat­ten­ti irlan­de­si ven­ne­ro cat­tu­ra­ti dal­l’e­ser­ci­to israe­lia­no e con­se­gna­ti alla Coro­na britannica.
    Mol­ti repub­bli­ca­ni irlan­de­si ave­va­no com­bat­tu­to nel­le Bri­ga­te Inter­na­zio­na­li duran­te la Guer­ra Civi­le spa­gno­la. Alcu­ni sono ricor­da­ti nel­la lapi­de per i cadu­ti del­la bat­ta­glia di Bru­ne­te (8–9 luglio 1938), altri (come Tom­my Pat­ten, cadu­to a Madrid ver­so la fine 1936, qua­si con­tem­po­ra­nea­men­te a Bue­na­ven­tu­ra Dur­ru­ti) al memo­ria­le del­l’i­so­la di Achill in Irlan­da. Quan­to alla par­te­ci­pa­zio­ne di alcu­ni irlan­de­si alla Guer­ra di Spa­gna dal­la par­te dei fran­chi­sti (spin­ti dal­le pre­di­che di qual­che pre­te esal­ta­to che vede­va in Fran­co un “cro­cia­to” del­la reli­gio­ne cat­to­li­ca), non è mai sta­ta rimos­sa dal Movi­men­to repub­bli­ca­no, ma sicu­ra­men­te deni­gra­ta e com­bat­tu­ta. Baste­reb­be ria­scol­ta­re la can­zo­ni di Chri­sty Moo­re “Viva la Quin­ta Bri­ga­da!”. Par­lan­do dei volon­ta­ri nel­le Bri­ga­te Inter­na­zio­na­li ha scritto:
    “Ven­ne­ro per resi­ste­re accan­to al popo­lo spa­gno­lo,
per cer­ca­re di spez­za­re la marea mon­tan­te fasci­sta. 
Gli allea­ti di Fran­co era­no i ric­chi e i poten­ti,
gli uomi­ni di Frank Ryan ven­ne­ro dall’altra par­te

. Anche le oli­ve san­gui­na­va­no
 men­tre la bat­ta­glia di Madrid sta­va infu­rian­do.
 Veri­tà e amo­re con­tro la for­za del male,
fra­tel­lan­za con­tro la cric­ca fasci­sta. 

Viva la Quin­ta Bri­ga­da,
“No pasa­rán” era l’impegno che li face­va com­bat­te­re
“Ade­lan­te” è il gri­do intor­no alle col­li­ne,
 ricor­dia­mo­li tut­ti stasera”.
    Men­tre più avan­ti così si espri­me nei con­fron­ti dei filo-fasci­sti:“ Altri irlan­de­si rispo­se­ro all’appello di Fran­co 
e si uni­ro­no a Hitler e anche a Mus­so­li­ni. La pro­pa­gan­da dal pul­pi­to e dai gior­na­li 
aiu­tò O’Duffy ad arruo­la­re la sua ciur­ma

. Da May­nooth ven­ne lo slo­gan: “Aiu­ta­te i nazi­sti”
e il cle­ro ne fece un’altra sba­glia­ta
 quan­do i vesco­vi bene­dis­se­ro le Cami­cie Blu a Lao­ghai­re
 men­tre sal­pa­va­no per la Spa­gna sot­to la svastica”.
    Per con­clu­de­re: “Que­sta can­zo­ne è un tri­bu­to a Frank Ryan, 
a Kit Con­way e anche a Din­ny Coa­dy, 
a Peter Daly, Char­lie Regan e Hugh Bonar
anche. Se tan­ti mori­ro­no, ne so nomi­na­re solo pochi. 

Dan­ny Boy­le, Bla­ser-Bro­wn e Char­lie Don­nel­ly, 
Liam Tumil­son e Jim Stra­ney da Falls Road, 
Jack Nal­ty, Tom­my Pat­ton e Frank Con­roy
, Jim Foley, Tony Fox e Dick O’Neill”.

    Alla fine del­la secon­da guer­ra mon­dia­le, l’I­rish Repu­bli­can Army adde­stra­va mili­tar­men­te, con­tro gli ingle­si, gli ebrei scam­pa­ti all’O­lo­cau­sto. Tut­to que­sto va riba­di­to per ridi­men­sio­na­re l’en­ti­tà, ampia­men­te sovra­di­men­sio­na­ta dal­la destra, sui rap­por­ti (in chia­ve anti-ingle­se) inter­cor­si tra alcu­ni ele­men­ti repub­bli­ca­ni e i ser­vi­zi segre­ti tede­schi duran­te la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le. Due espo­nen­ti del­l’I­ra, cat­tu­ra­ti dai fran­chi­sti men­tre com­bat­te­va­no con le Bri­ga­te inter­na­zio­na­li, sareb­be­ro sta­ti rim­pa­tria­ti gra­zie all’in­ter­ven­to tede­sco (for­se con un som­mer­gi­bi­le). Alcu­ne azio­ni del­l’I­ra a Lon­dra duran­te la “bat­ta­glia d’In­ghil­ter­ra” han­no ali­men­ta­to l’i­po­te­si di una pos­si­bi­le col­la­bo­ra­zio­ne con la Germania.
    L’os­ses­sio­ne di cer­ta destra (da On a Tp, fino a For­za nuo­va) di accre­di­tar­si nei con­fron­ti del­le lot­te di libe­ra­zio­ne nazio­na­le è sta­ta, in gene­re, mal cor­ri­spo­sta. Anco­ra nel 1985, ave­vo chie­sto a Ber­na­det­te Devlin la sua opi­nio­ne in meri­to alla sim­pa­tia dimo­stra­ta dal­la cosid­det­ta “destra radi­ca­le” per la cau­sa irlan­de­se. Mi rispo­se che “di sicu­ro sono sim­pa­tie a sen­so unico”.
    Con la pre­sen­ta­zio­ne uffi­cia­le del libro di Cala­ma­ti, McKea­wn e O’Hearn sot­to le inse­gne del Par­la­men­to euro­peo la vec­chia que­stio­ne era tor­na­ta di attua­li­tà. A fare gli ono­ri di casa la vice­pre­si­den­te del Par­la­men­to euro­peo, Rober­ta Ange­lil­li, in gio­ven­tù vici­na a Ter­za Posi­zio­ne, poi Segre­ta­ria del Fron­te del­la gio­ven­tù e depu­ta­ta euro­pea di An dal 1994. Ange­lil­li era gran­de ami­ca di Andrea Insa­ba­to, il per­so­nag­gio che il 22 dicem­bre 2000 rima­se feri­to nel­l’e­splo­sio­ne del­la pro­pria bom­ba davan­ti alla reda­zio­ne de il Mani­fe­sto sul­le sca­le del­la vec­chia sede di via Tomacelli.
    Un epi­so­dio che evo­ca­va un altro atten­ta­to fasci­sta dell’aprile1973. Nel­la toi­let­te del tre­no, il san­ba­bi­li­no Nico Azzi (con dop­pia mili­tan­za: Msi e “La Feni­ce” di Rogno­ni, lega­ta a ON) si fece esplo­de­re un ordi­gno tra le gam­be. Non pri­ma di esser­si fat­to nota­re in giro per il tre­no con Lot­ta con­ti­nua in mano. Ai suoi fune­ra­li, nel 2007 in San­t’Am­bro­gio di Mila­no, era­no pre­sen­ti sia For­za Nuo­va che i fra­tel­li Larussa.
    Duran­te la sua per­ma­nen­za al Poli­cli­ni­co Gemel­li e in car­ce­re (mol­to bre­ve, anche per­ché quel­li del Mani­fe­sto, for­se mos­si a com­pas­sio­ne, non si costi­tui­ro­no par­te civi­le), Insa­ba­to ha scrit­to un memo­ria­le dove tro­va il tem­po per van­tar­si del­le sue “due­cen­to con­qui­ste di let­to”. Nume­ro­se, pre­ci­sa, anche duran­te la lati­tan­za lon­di­ne­se (vedi sopra).
    Il “pala­di­no di Dio” (per auto­de­fi­ni­zio­ne) ricor­da­va affet­tuo­sa­men­te l’a­mi­ca Rober­ta Ange­lil­li, la sua “pri­ma tifo­sa di tut­te le udien­ze” nei pro­ces­si che lo vede­va­no impu­ta­to in quan­to espo­nen­te di Ter­za Posi­zio­ne (capo­zo­na alla Balduina).
    L’An­ge­lil­li è nota per aver defi­ni­to i par­ti­gia­ni “assas­si­ni”, non riu­scen­do evi­den­te­men­te a coglie­re l’a­na­lo­gia tra la lot­ta di libe­ra­zio­ne del 1943–45 con­tro i nazi­sti e quel­la irlan­de­se con­tro l’oc­cu­pa­zio­ne bri­tan­ni­ca (e nem­me­no l’a­na­lo­gia tra i col­la­bo­ra­zio­ni­sti fasci­sti repub­bli­chi­ni e quel­li “lea­li­sti” pro­te­stan­ti). Dal libro di Cal­di­ron “La destra plu­ra­le” (mani­fe­sto­li­bri 2001), si rica­va che por­ta al col­lo una “cro­ce cer­chia­ta del­le ss fran­ce­si”. D’ar­gen­to, nobles­se oblige.
    L’at­ten­ta­to a il mani­fe­sto sem­bra­va diret­to in par­ti­co­la­re con­tro Ste­fa­no Chia­ri­ni che si occu­pa­va del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se e con cui Insa­ba­to cer­ca­va da tem­po di entra­re in con­tat­to. In pre­ce­den­za Chia­ri­ni si era dedi­ca­to all’Ir­lan­da, sia come edi­to­re che come gior­na­li­sta. La sua Gam­be­ret­ti Edi­tri­ce ave­va pub­bli­ca­to “Stra­de di Bel­fa­st” di Ger­ry Adams e alcu­ni roman­zi (“La secon­da pri­gio­ne”) di Ronan Ben­net, un ex pri­gio­nie­ro poli­ti­co repubblicano.
    Oltre ad aver pub­bli­ca­to sul “quo­ti­dia­no comu­ni­sta” deci­ne di arti­co­li riguar­dan­ti la que­stio­ne irlan­de­se, Chia­ri­ni ave­va col­la­bo­ra­to alla rea­liz­za­zio­ne di un dos­sier (“La veri­tà la pri­ma vit­ti­ma”, sup­ple­men­to al n.1 de “I dirit­ti dei popo­li”, 1985) sul­le vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni in Irlan­da del Nord. Insie­me a Gian­ni Palum­bo, Gio­van­ni Bian­co­ni e Sil­via Cala­ma­ti, autri­ce di Il dia­rio di Bob­by Sands – sto­ria di un ragaz­zo irlandese.
    Alla pre­sen­ta­zio­ne del libro su Bob­by Sands, insie­me all’An­ge­lil­li, pre­sen­zia­va l’e­spo­nen­te di “Azio­ne gio­va­ni” Tom­ma­so del­la Lon­ga, all’e­po­ca col­la­bo­ra­to­re di varie pub­bli­ca­zio­ni di estre­ma destra tra cui “Area” e “Rina­sci­ta” (in qua­li­tà di capo ser­vi­zio este­ri). Sul gior­na­le del­la soi disant “Sini­stra nazio­na­le” (in real­tà di estre­ma destra), si iro­niz­za­va su clan­de­sti­ni, immi­gra­ti e sin­da­ca­ti di base. Elo­gi nostal­gi­ci inve­ce per la “leg­gen­da­ria” mar­cia su Roma del ’22. Del­la Lon­ga col­la­bo­ra­va anche a “Il Rifor­mi­sta” duran­te la dire­zio­ne di Anto­nio Poli­to. Gra­zie ai buo­ni rap­por­ti con Roc­ca, era diven­ta­to por­ta­vo­ce del­la Cro­ce Ros­sa (v. i comu­ni­ca­ti del­l’Uf­fi­cio stam­pa del­la C.R). Se ne era par­la­to all’e­po­ca del­l’as­sun­zio­ne di alcu­ni neo­fa­sci­sti alla C.R. (segna­lo su Indy­me­dia “Sem­bra un mini­ste­ro, è la Cro­ce Rossa…uncinata”). Altra coin­ci­den­za, nel 2008 arri­va­va alla diri­gen­za del­la C.R. la moglie del Poli­to, Patri­zia Ravaioli. .
    A que­sto pun­to, visto che qui si par­la di hun­ger stri­kers, ricor­do che Anto­nio Poli­to, ex diret­to­re de “Il Rifor­mi­sta”, è quel gior­na­li­sta che duran­te lo scio­pe­ro del­la fame con­tro la vivi­se­zio­ne del pri­gio­nie­ro anti­spe­ci­sta Bar­ry Hor­ne (anar­chi­co e negli anni ottan­ta mili­tan­te dei grup­pi di soli­da­rie­tà con i pri­gio­nie­ri poli­ti­ci irlan­de­si) face­va del­l’i­ro­nia nei suoi arti­co­li pub­bli­ca­ti su “la Repub­bli­ca”. In sostan­za dice­va che sta­va fin­gen­do, che man­gia­va di nasco­sto, che era un esal­ta­to… Poi Bar­ry Hor­ne è mor­to nel modo che sap­pia­mo. E Poli­to, che io sap­pia, non ha mai chie­sto scu­sa. Anco­ra pri­ma del­la mor­te di Bar­ry, i suoi arti­co­li mi era­no appar­si “pilo­ta­ti”. Coin­ci­den­ze. O, for­se, analogie.
    La vicen­da di Sands e degli altri nove repub­bli­ca­ni mor­ti nel 1981 ha rap­pre­sen­ta­to nel tem­po una testi­mo­nian­za con­tro le car­ce­ri spe­cia­li, con­tro la tor­tu­ra e con­tro la legi­sla­zio­ne d’e­mer­gen­za. Un“grido con­tro l’in­giu­sti­zia”, così come la resi­sten­za popo­la­re, in tut­te le sue mol­te­pli­ci for­me, nei quar­tie­ri pro­le­ta­ri di Der­ry e Bel­fa­st, dal Bog­si­de a Falls road, tra gli anni ses­san­ta e novanta.
    Le destre estre­me han­no ten­ta­to di appro­priar­se­ne come ave­va­no fat­to con le lot­te con­tro il nuclea­re e con­tro la glo­ba­liz­za­zio­ne, con l’e­co­lo­gia e, più recen­te­men­te, anche con la libe­ra­zio­ne ani­ma­le. Un grup­po ani­ma­li­sta del nord-est, fon­da­to da un ex di For­za Nuo­va, ave­va ten­ta­to di appro­priar­si del­la memo­ria del­l’an­ti­spe­ci­sta anar­chi­co Bar­ry Hor­ne. Al di là del fol­clo­re, a naso, si intra­ve­de un meto­do che ricor­da le infil­tra­zio­ni degli anni ses­san­ta (e, fat­te le debi­te pro­por­zio­ni, anche alcu­ne ambi­gue posi­zio­ni dei “Cor­pi fran­chi” in Ger­ma­nia nel pri­mo dopoguerra).
    Sia ben chia­ro. Sia­mo in demo­cra­zia, (anche se cer­ta­men­te non per meri­to dei fasci­sti) e, per quan­to mi riguar­da, ognu­no è libe­ro di usa­re i sim­bo­li che vuo­le. Ma sen­za ambi­gui­tà e chia­man­do le cose con il loro nome. Bob­by Sands era comun­que uno di sini­stra, un com­pa­gno. I suoi rife­ri­men­ti, oltre a Con­nol­ly e Pear­se, sono sta­ti Che Gue­va­ra, Mal­com X e Geor­ge Jack­son (quel­lo dei fra­tel­li di Sole­dad), gli anti­fran­chi­sti baschi Txi­ki e Otae­gi fuci­la­ti nel 1975. Non cer­to Codrea­nu o Degrel­le. Non si può esclu­de­re che qual­che mili­tan­te di destra sia in buo­na fede quan­do espri­me ammi­ra­zio­ne per gli hun­ger stri­kers. In que­sto caso dovreb­be rico­no­sce­re che l’an­tim­pe­ria­li­smo, l’a­mo­re per la giu­sti­zia e la liber­tà, il rispet­to per le lot­te di libe­ra­zio­ne degli oppres­si (di tut­ti gli oppres­si, s’in­ten­de) sono incom­pa­ti­bi­li con le idee tota­li­ta­rie, auto­ri­ta­rie e gerar­chi­che (anche quan­do si dico­no “di sini­stra”, Sta­lin docet). E quin­di incom­pa­ti­bi­li con il fascismo.
    Cas­san­dra mio mal­gra­do, agli ini­zi del 2011 ave­vo scrit­to “ nel tren­te­si­mo anni­ver­sa­rio del­la mor­te dei die­ci hun­ger stri­kers, sareb­be incon­ce­pi­bi­le dover assi­ste­re alla par­te­ci­pa­zio­ne di neo­fa­sci­sti e neo­na­zi­sti alle com­me­mo­ra­zio­ni. Dopo la pre­sen­ta­zio­ne uffi­cia­le del libro“Il dia­rio di Bob­by Sands – sto­ria di un ragaz­zo irlan­de­se” (comun­que un buon libro) da par­te di Rober­ta Ange­lil­li, tut­to diven­ta pos­si­bi­le”. Pur­trop­po ave­vo ragio­ne: nel mag­gio 2011 alle mani­fe­sta­zio­ni in memo­ria di Bob­by Sands e degli altri hun­ger stri­kers han­no par­te­ci­pa­to i neo­fa­sci­sti di Casa Pound, a fian­co degli incon­sa­pe­vo­li mili­tan­ti del Sinn Fein, osten­tan­do il mani­fe­sto con la foto di Bob­by Sands e dif­fon­den­do poi le imma­gi­ni su Internet.
    Ripe­to, nes­sun dub­bio sul­l’o­ne­stà intel­let­tua­le dei tre auto­ri, ma for­se qual­cu­no dovreb­be aggior­na­re i repub­bli­ca­ni irlan­de­si. Fer­mo restan­do che que­ste ambi­gui­tà e con­ta­mi­na­zio­ni resta­no, pur­trop­po, un feno­me­no tipi­co del nostro Pae­se, alme­no dagli anni sessanta. 

    Gian­ni Sar­to­ri (osser­va­to­re inter­na­zio­na­le, per con­to del­la Lega inter­na­zio­na­le per i dirit­ti e la libe­ra­zio­ne dei popo­li, al pro­ces­so di Madrid del 1997 con­tro Her­ri Batasuna)

    * Per quan­to riguar­da Rao, va aggiun­to che il tito­lo stes­so dei suoi libri (“La fiam­ma e la celtica”,“Il san­gue e la cel­ti­ca”…) con­tri­bui­sce ad ali­men­ta­re l’equivoco. 

    **dati i rap­por­ti inter­cor­si tra fasci­sti ita­lia­ni lati­tan­ti a Lon­dra e ser­vi­zi segre­ti ingle­si, non si esclu­do­no ten­ta­ti­vi di infil­tra­zio­ne nel movi­men­to repubblicano.
    ***bre­ve nota qua­si storica
    Dopo Ale­sia e l’im­pri­gio­na­men­to di Ver­cin­ge­to­rix (assas­si­na­to a Roma sei anni dopo), la resi­sten­za orga­niz­za­ta dei Gal­li con­tro Roma sem­brò esau­rir­si nel 51 a.C. A Uxel­lo­du­num, Giu­lio Cesa­re fece taglia­re le mani agli ulti­mi irri­du­ci­bi­li. Gutua­ter, con­si­de­ra­to il capo reli­gio­so del­la ribel­lio­ne, ven­ne ucci­so dopo atro­ci tor­tu­re. Nel 21 d.C. scop­piò una rivol­ta gui­da­ta da Julius Sacro­vir che, scon­fit­to, mori­rà get­tan­do­si tra le fiam­me per non con­se­gnar­si ai roma­ni. Nel 69 d. C. è Civi­lis a ribel­lar­si con la pro­pria guar­ni­gio­ne. Al suo fian­co, oltre a mol­ti drui­di, una pro­fe­tes­sa, Vel­lé­da e due emi­nen­ti cit­ta­di­ni di Lan­gres, Julius Sabi­nus e la sua spo­sa Epo­ni­na. Divi­sio­ni inter­ne tra i Gal­li, oltre alla dif­fi­den­za del­la popo­la­zio­ne nei con­fron­ti di Civi­lis e degli altri capi del­la rivol­ta, por­te­ran­no all’en­ne­si­ma scon­fit­ta. Tra­sci­na­ti a Roma, Sabi­nus e la moglie ver­ran­no fat­ti ucci­de­re da Vespa­sia­no e i loro figli affi­da­ti a fami­glie roma­ne. Per altri due seco­li in Gal­lia regne­rà la “pax roma­na”. Nel 258 fran­chi e ale­man­ni, popo­la­zio­ni ger­ma­ni­che, var­ca­no il Reno e inva­do­no la Gal­lia. A miglia­ia i con­ta­di­ni fug­go­no nel­le fore­ste dove per soprav­vi­ve­re costi­tui­sco­no grup­pi arma­ti, le bagau­des. Tra i loro capi emer­ge Elien. Quan­do l’im­pe­ra­to­re Dio­cle­zia­no invia trup­pe con l’in­ca­ri­co di ster­mi­na­re que­sti ribel­li, Elien strin­ge un’al­lean­za con Aman­dus, coman­dan­te di ori­gi­ne gal­li­ca del­la guar­ni­gio­ne di Bour­ges. Dopo la mor­te di Elien, anche Aman­dus vie­ne scon­fit­to e ucci­so nel cor­so di una bat­ta­glia sul­le rive del­la Loi­ra. Men­tre l’im­pe­ro roma­no va disgre­gan­do­si, la Gal­lia subi­sce nuo­ve inva­sio­ni di van­da­li, bur­gun­di, visi­go­ti e anco­ra fran­chi. Nel­l’ul­ti­mo gior­no del­l’an­no 406, van­da­li, sve­vi e ala­ni vali­ca­no il Reno ghiac­cia­to. Entra­ti in Gal­lia, deva­sta­no Tour­nai, Amiens e Arras. Die­tro di loro, anco­ra bur­gun­di e ale­man­ni. Nel 451 anche gli unni supe­ra­no il Reno, dopo aver­ne “tra­sfor­ma­to le fore­ste del­la riva in bar­che” inva­den­do la Gal­lia set­ten­trio­na­le. Gui­da­ti da Atti­la, sac­cheg­gia­no Col­mar, Stra­sbourg, Reims, Besan­con e Arras. A Lute­zia, la popo­la­zio­ne inve­ce di fug­gi­re orga­niz­za la resi­sten­za. Atti­la si allon­ta­na e si diri­ge ver­so Orleans che per più di un mese resi­ste­rà all’as­se­dio. Il 14 giu­gno 451, men­tre ini­zia il sac­cheg­gio, arri­va l’e­ser­ci­to del gene­ra­le roma­no Aetius, for­ma­to in gran par­te da mer­ce­na­ri e da allea­ti visi­go­ti. Scon­fit­to, Atti­la si rifu­gia a Cha­lons-sur-Mar­ne (Cam­pi Cata­lau­ni­ci). Con que­sta bat­ta­glia (21 giu­gno 451) riman­go­no sul ter­re­no cir­ca ses­san­ta­mi­la cada­ve­ri (secon­do alcu­ni auto­ri qua­si il tri­plo) e comin­cia il decli­no del “fla­gel­lo di Dio”. In Occi­den­te si for­ma­no vari regni roma­ni-bar­ba­ri­ci: visi­go­ti, ostro­go­ti e, in Gal­lia, il regno dei fran­chi. Il resto è sto­ria nota. Da Chil­de­ri­co (capo­sti­pi­te dei Mero­vin­gi) a Clo­vis (Clo­do­veo I, 465–511). Dopo la sua mor­te il regno ven­ne divi­so in Austra­sia, Neu­stria e Bur­gun­dia. Da Char­les (Car­lo, “dux et prin­ceps fran­co­rum”, sopran­no­mi­na­to Mar­tel­lo per aver scon­fit­to pesan­te­men­te i sara­ce­ni a Poi­tiers nel­l’ot­to­bre 732), figlio del mag­gior­do­mo d’Au­stra­sia Pépin d’He­ri­stal (Pipi­no II capo­sti­pi­te dei Caro­lin­gi) a Pépin nomi­na­to re da un’as­sem­blea di nobi­li e vesco­vi nel novem­bre 751 e mor­to nel set­tem­bre 768. Nel 772 suo figlio Car­lo­ma­gno orga­niz­ze­rà una pri­ma spe­di­zio­ne con­tro i sas­so­ni. Die­ci anni dopo, la più san­gui­no­sa. Oltre alla deca­pi­ta­zio­ne di 4500 sas­so­ni che rifiu­ta­va­no di abban­do­na­re la reli­gio­ne tra­di­zio­na­le e con­ver­tir­si al cri­stia­ne­si­mo, cir­ca 10mila saran­no depor­ta­ti in Gallia. 

    ****Oltre agli inter­ven­ti non richie­sti di Bor­ghe­zio, noto esti­ma­to­re del­l’a­scia bipen­ne, va ricor­da­to un epi­so­dio lega­to alla Falan­ge (ver­sio­ne ita­li­ca, non liba­ne­se o spa­gno­la). La miste­rio­sa orga­niz­za­zio­ne para­sta­ta­le, respon­sa­bi­le negli anni novan­ta di ope­ra­zio­ni che puz­za­va­no di pro­vo­ca­zio­ne e ser­vi­zi segre­ti, dif­fu­se un comu­ni­ca­to (l’o­ri­gi­na­le mi ven­ne for­ni­to dal­l’al­lo­ra sena­to­re Fran­ce­sco Bor­to­lot­to, dei Ver­di) in cui si minac­cia­va­no i sin­da­ci vene­ti con­tra­ri all’Al­ta Velo­ci­tà. Era fir­ma­to con la sigla del­la Falan­ge e una stra­na aggiun­ta, un ine­si­sten­te “grup­po Vene­to-Eusca­di”, scrit­to con la “C”. Da nota­re che in euska­ra, la lin­gua basca, que­sta let­te­ra non esi­ste, sosti­tui­ta rego­lar­men­te con la “k”. All’e­po­ca, in un arti­co­lo cofir­ma­to con Gio­van­ni Gia­co­puz­zi, feci nota­re la stra­nez­za e sug­ge­rii la natu­ra pro­vo­ca­to­ria del testo (“stra­te­gia del­la ten­sio­ne a bas­sa inten­si­tà”?). Altra evi­den­te incon­gruen­za, la sini­stra aber­tza­le basca si è sem­pre mobi­li­ta­ta con­tro l’Al­ta Velo­ci­tà (“AHTrik EZ, ema­ie­zu botea!!”).

    *****Pare che il com­man­do respon­sa­bi­le del­l’a­zio­ne del 20 otto­bre con­tro Karl Hotz pro­ve­nis­se da Pari­gi e fos­se com­po­sto da Gil­bert Bru­stlein, Mar­cel Bour­da­rias e da un ex mem­bro del­le Bri­ga­te Inter­na­zio­na­li, Spar­ta­co Guisco.
    In pre­ce­den­za, il 21 ago­sto, a Pari­gi alcu­ni mem­bri dei Batail­lon de la Jeu­nes­se, gui­da­to da Pier­re Geor­ges (coman­dan­te Fabien), ave­va­no ucci­so un espo­nen­te del­la Krieg­sma­ri­ne, Moser, alla sta­zio­ne del métro Bar­bès per ven­di­ca­re due com­pa­gni fuci­la­ti il 18 dopo aver par­te­ci­pa­to ad una mani­fe­sta­zio­ne del P.C.F. Una Cour spé­cia­le con­dan­nò a mor­te, su richie­sta dei tede­schi, tre per­so­ne già dete­nu­te (e che quin­di non ave­va­no pre­so par­te all’azione). 

    ******In Bre­ta­gna alcu­ne for­ma­zio­ni indi­pen­den­ti­ste di destra, comun­que mino­ri­ta­rie, pre­se­ro par­te ai rastrel­la­men­ti e alle tor­tu­re con­tro altri bre­to­ni lega­ti alla Resi­sten­za. E’ sto­ri­ca­men­te accer­ta­to (v. gli stu­di di Kri­stian Hamon) che i tede­schi finan­zia­ro­no il Par­ti natio­nal bre­ton (PNB, nato nel 1931, sciol­to nel 1939 e rina­to alla fine del 1940) per con­di­zio­na­re l’am­mi­ni­stra­zio­ne di Vichy con la minac­cia di una Bre­ta­gna indi­pen­den­te sot­to la tute­la di Ber­li­no. Stu­di recen­ti han­no ridi­men­sio­na­to il nume­ro degli ade­ren­ti al PNB (non più di 1500, di cui due-tre­cen­to atti­vi­sti). All’in­ter­no del par­ti­to con­vi­ve­va­no sim­pa­tiz­zan­ti sia del nazi­smo tede­sco che del fasci­smo ita­lia­no e anche qual­che ammi­ra­to­re del­la Falan­ge spa­gno­la. Men­tre il prin­ci­pa­le ideo­lo­go del par­ti­to, Olier Mon­drel, si dichia­ra­va aper­ta­men­te nazi­sta il pre­si­den­te (fino al 1944) Ray­mond Dela­por­te veni­va con­si­de­ra­to un “con­ser­va­teur modé­ré”. I Baga­doù stourm (“grup­pi di com­bat­ti­men­to”, sul­le loro ban­die­re il tri­skell) costi­tui­va­no il movi­men­to gio­va­ni­le del PNB e for­ni­ro­no qual­che deci­na di mili­tan­ti al Bezen Per­rot, una for­ma­zio­ne mili­ta­re fon­da­ta da Céle­stin Lai­né dopo l’uc­ci­sio­ne del­l’a­ba­te Per­rot, a Scri­gnac nel dicem­bre 1943. Sor­to come “ser­vi­zio d’or­di­ne”, ben pre­sto il Bezen Per­rot si tra­sfor­mò in mili­zia col­la­bo­ra­zio­ni­sta, indos­san­do la divi­sa ger­ma­ni­ca, com­bat­ten­do a fian­co dei tede­schi e par­te­ci­pan­do a rastrel­la­men­ti, inter­ro­ga­to­ri, tor­tu­re ed ese­cu­zio­ni di par­ti­gia­ni. Va sot­to­li­nea­to che l’oc­cu­pa­zio­ne nazi­sta incon­trò anche in Bre­ta­gna una for­te oppo­si­zio­ne e in varie occa­sio­ni (v. a Lan­der­neau nel 1943) la popo­la­zio­ne ave­va mostra­to disap­pro­va­zio­ne per quei mili­tan­ti di Baga­doù stourm che sfi­la­va­no al pas­so del­l’o­ca e vesti­ti di nero.
    Ordi­na­to sacer­do­te nel 1903, Jean-Marie Per­rot (Yann-Vari Per­rot in bre­to­ne) ave­va vis­su­to come un abu­so il divie­to, risa­len­te al 1902, di inse­gna­re il cate­chi­smo in bre­to­ne. Per sal­va­guar­da­re la lin­gua nazio­na­le orga­niz­zò a Saint-Vou­gay (Fini­stè­re) un grup­po tea­tra­le (Pao­tred Sant-Nou­ga) e in segui­to un movi­men­to, Bleun brug (Fio­re di bru­ghie­ra, in rife­ri­men­to al con­gres­so inter­cel­ti­co di Caer­nar­von del 1904 che ave­va adot­ta­to que­sto fio­re come sim­bo­lo). Dive­nu­to asso­cia­zio­ne nel 1912, il Bleun brug rina­sce­rà dopo la guer­ra, nel 1920. Per­rot scris­se anche mol­ti arti­co­li in dife­sa del­la lin­gua bre­to­ne, arti­co­li appar­si rego­lar­men­te sul­la rivi­sta reli­gio­sa Feiz ha Breiz (“Fede e Bre­ta­gna”). For­se a cau­sa del suo impe­gno, giu­di­ca­to ecces­si­vo dal­le auto­ri­tà eccle­sia­sti­che, Per­rot ver­rà asse­gna­to alla par­roc­chia di Scri­gnac, noto­ria­men­te anti­cle­ri­ca­le e dove si for­me­rà una con­si­sten­te pre­sen­za di FTP (Francs-Tireurs et Par­ti­sans). La vera iden­ti­tà dei suoi ucci­so­ri non ven­ne mai defi­ni­ti­va­men­te sta­bi­li­ta. Nel dopo­guer­ra segua­ci di De Gaul­le e comu­ni­sti si rin­fac­cia­ro­no la respon­sa­bi­li­tà con reci­pro­che accu­se, ma non si può nem­me­no esclu­de­re una respon­sa­bi­li­tà di quei bre­to­ni che poi gli dedi­ca­ro­no la mili­zia deno­mi­na­ta Bezen Per­rot. Poco pri­ma di venir assas­si­na­to, l’a­ba­te Per­rot ave­va dura­men­te con­dan­na­to Cèle­stin Lai­né per il suo neo-paga­ne­si­mo. Un altro grup­po para­mi­li­ta­re bre­to­ne che pre­se par­te atti­va agli inter­ro­ga­to­ri e alle tor­tu­re dei par­ti­gia­ni fu il meno cono­sciu­to Kom­man­do Lan­der­neau. A que­ste for­ma­zio­ni col­la­bo­ra­zio­ni­ste degli anni qua­ran­ta, si richia­me­ran­no aper­ta­men­te gli indi­pen­den­ti­sti di estre­ma destra dell’Adsav.
    G.S.

  2. Un con­tri­bu­to, anti­co ma for­se anco­ra interessante…

    Per una serie di cir­co­stan­ze (gra­zie all’invito dell’amica Orso­la Casa­gran­de e del com­pian­to Ste­fa­no Chia­ri­ni) ho potu­to docu­men­ta­re foto­gra­fi­ca­men­te una visi­ta di Ger­ry Adams a Vene­zia nel mag­gio 1994. Quel­la che dove­va esse­re una sem­pli­ce pre­sen­ta­zio­ne del suo libro pre­ce­du­ta da un paio di inter­vi­ste era poi diven­ta­ta un momen­to qua­si sto­ri­co. Ricor­do bene la con­cen­tra­zio­ne di Ger­ry Adams men­tre, da una cabi­na tele­fo­ni­ca pub­bli­ca, si infor­ma­va pres­so il Sinn Fein sul­la rispo­sta di Lon­dra (fino a quel momen­to ina­spet­ta­ta) in meri­to a una ven­ti­na di doman­de poste dal movi­men­to repub­bli­ca­no (in pra­ti­ca una pro­po­sta di col­lo­qui e trat­ta­ti­ve). “For­tu­na che ave­va­no det­to di non aver nien­te da rispon­de­re” ave­va com­men­ta­to (cito a memo­ria, ma il sen­so era quel­lo, vedi l’intervista) men­tre nel­la reda­zio­ne di un gior­na­le loca­le (mi pare La Nuo­va Vene­zia) il fax sfor­na­va metri e metri di rispo­sta uffi­cia­le (21 pagi­ne!) da par­te del gover­no ingle­se. In segui­to, anche se il cam­mi­no è sta­to tal­vol­ta tor­tuo­so, le cose come è noto anda­ro­no avan­ti. Un ricor­do par­ti­co­la­re per il com­pa­gno Teren­ce “Tar­loc” Clar­ke, sto­ri­co mili­tan­te repub­bli­ca­no pre­sen­te a Vene­zia e di cui qual­che tem­po dopo mi era giun­ta la noti­zia del­la mor­te. Per la cro­na­ca, le foto di quel­la gior­na­ta ven­ne­ro invia­te a Ger­ry Adams e alla moglie di Tarloc.
    GS

    STRADE DI BELFAST
    (Gian­ni Sar­to­ri, Vene­zia 20 mag­gio 1994)

    Abbia­mo inter­cet­ta­to Ger­ry Adams (recen­te­men­te defi­ni­to come “le due paro­le più odia­te dai loya­li­sti filoin­gle­si”) dal­le par­ti di Rial­to men­tre si aggi­ra­va per cal­li e cana­li, per­va­so da sin­ce­ro entu­sia­smo, in occa­sio­ne del­la sua pri­ma pas­seg­gia­ta vene­zia­na. Era arri­va­to la sera pri­ma e ripar­ti­va quel­la sera stes­sa: una visi­ta bre­vis­si­ma scan­di­ta da qual­che inter­vi­sta rigo­ro­sa­men­te sele­zio­na­ta e dal­la pre­sen­ta­zio­ne del suo libro “Stra­de di Belfast”(Pubblicato in Ita­lia da Gam­be­ret­ti edi­tri­ce, tra­dot­to da Orso­la Casa­gran­de, pre­fa­zio­ne di Ronan Ben­net) pres­so la “Scuo­la dei Cale­ghe­ri”. Come è noto il lea­der del Sinn Féin a Bel­fa­st deve dor­mi­re ogni not­te in un luo­go diver­so e la sua casa è sta­ta ripe­tu­ta­men­te ogget­to di atten­ta­ti. Nell’insolita veste di turi­sta a Vene­zia ha tro­va­to il tem­po per ammi­ra­re San Mar­co e din­tor­ni, per qual­che foto ricor­do e anche per un paio di dove­ro­se soste nel­le rino­ma­te oste­rie loca­li. Per la cro­na­ca rife­ri­sco che, come ex dete­nu­to, si è par­ti­co­lar­men­te inte­res­sa­to al Pon­te dei Sospi­ri (quel­lo che con­du­ce­va alle pri­gio­ni) e che a pran­zo, dopo labo­rio­se ricer­che sui ter­mi­ni ingle­si equi­va­len­ti, ha scel­to “bigoi” di pri­mo e “poen­ta e baca­là” di secondo.

    IL CONFLITTO NORDIRLANDESE NELLA LETTERATURA

    Il con­flit­to che lace­ra l’Irlanda del Nord nel­la sua fase attua­le si pro­trae ormai da 25 anni e ha gene­ra­to una quan­ti­tà enor­me di nar­ra­ti­va in pro­po­si­to ma mol­to poca di que­sta let­te­ra­tu­ra sem­bra ave­re un auten­ti­co valore.
    Fino­ra han­no pre­val­so gli auto­ri di thril­ler, la pub­bli­ca­zio­ne di sto­rie con tra­me irrea­li. I per­so­nag­gi sono impro­ba­bi­li, più che altro cari­ca­tu­re. Anche gran par­te del­la let­te­ra­tu­ra seria ha con­tri­bui­to a bana­liz­za­re la natu­ra del con­flit­to, sem­pli­fi­can­do­lo e rifiu­tan­do­si di ana­liz­zar­lo. Secon­do Ger­ry Adams è pos­si­bi­le indi­vi­dua­re alcu­ne del­le prin­ci­pa­li con­ven­zio­ni, veri e pro­pri ste­reo­ti­pi, adot­ta­te dagli scrit­to­ri e ricor­ren­ti nel­le descri­zio­ni del con­flit­to nordirlandese:
    “Pri­ma con­ven­zio­ne: il con­flit­to nor­dir­lan­de­se è un con­flit­to irrisolvibile.
    Secon­da con­ven­zio­ne: in ogni caso la gen­te “nor­ma­le” ne resta fuo­ri, non vie­ne coinvolta.
    Ter­za con­ven­zio­ne: i mili­tan­ti di entram­be le oppo­ste fazio­ni sono in qual­che modo degli psicopatici.
    Quar­ta con­ven­zio­ne: la pre­sen­za ingle­se è necessaria”.
    Que­ste con­ven­zio­ni ricor­ro­no, come una vera e pro­pria con­giu­ra, una siste­ma­ti­ca mani­po­la­zio­ne pro­pa­gan­di­sti­ca, in gran par­te del­la pro­du­zio­ne nar­ra­ti­va. Per varie ragio­ni, non pro­pria­men­te nobi­li. Soprat­tut­to per­ché la mag­gior par­te degli scrit­to­ri non ha inte­res­se a impe­gnar­si poli­ti­ca­men­te, a schie­rar­si. Mol­ti di loro arri­va­no a soste­ne­re che quel­lo che sta acca­den­do in Irlan­da non è ricon­du­ci­bi­le alla politica.
    In que­sto il libro di Ger­ry Adams è mol­to diver­so dal­le ope­re di altri scrit­to­ri che si sono occu­pa­ti del­la gen­te di Bel­fa­st. La diver­si­tà con­si­ste nel fat­to che Adams pro­vie­ne da qui, vive da qua­ran­ta­cin­que anni in quel­le stes­se aree del­la cit­tà; vede quin­di quel­la gen­te come esse­ri uma­ni rea­li, sen­za sovrap­por­vi ste­reo­ti­pi; li vede e li descri­ve nei suoi libri in pro­fon­di­tà, “a più dimen­sio­ni”. Altri scrit­to­ri, maga­ri rite­nu­ti esper­ti nell’introspezione psi­co­lo­gi­ca, fal­li­sco­no com­ple­ta­men­te quan­do si trat­ta di fare una ana­li­si psi­co­lo­gi­ca rea­li­sti­ca del­la gen­te di Bel­fa­st. Dichia­ra Ronan Ben­net, auto­re dell’introduzione, che “spes­so mi è capi­ta­to di leg­ge­re dei libri ben recen­si­ti dal­la stam­pa, libri defi­ni­ti mol­to atten­ti alla real­tà del con­flit­to ma quan­do li ho let­ti non vi ho rico­no­sciu­to la gen­te di West Bel­fa­st”. Inve­ce, per una rea­le descri­zio­ne di que­sta gen­te, “Stra­de di Bel­fa­st” non ha uguali.
    Va anche ricor­da­to come pri­ma degli anni Ottan­ta fos­se mol­to dif­fu­sa e data per scon­ta­ta, l’idea che i Repub­bli­ca­ni tenes­se­ro in pugno la gen­te dei quar­tie­ri cat­to­li­ci; che l’appoggio del­la popo­la­zio­ne alle lot­te fos­se in qual­che modo estor­to. Ma poi que­sta stes­sa gen­te ha libe­ra­men­te elet­to Ger­ry Adams al Par­la­men­to. Que­sto fat­to incon­te­sta­bi­le ha costret­to la pro­pa­gan­da bri­tan­ni­ca a fare mar­cia indie­tro e mobi­li­tar­si per demo­niz­za­re l’intera comu­ni­tà cat­to­li­ca, “com­pli­ce” dei Repub­bli­ca­ni. Tra gli altri meri­ti, il libro di Ger­ry Adams ha anche quel­lo di resti­tui­re alla gen­te di West Bel­fa­st la sua identità.

    L’UNICO IRLANDESE BUONO È QUELLO MORTO?

    Cosa puoi dir­ci del­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria in Irlan­da? Cosa è cam­bia­to negli ulti­mi anni?
    Fino a non mol­to tem­po fa in Irlan­da lo scri­ve­re sem­bra­va esse­re inter­det­to ad alcu­ni sog­get­ti socia­li: la let­te­ra­tu­ra esclu­de­va le don­ne, la clas­se ope­ra­ia e i Repub­bli­ca­ni. Attual­men­te la situa­zio­ne è miglio­ra­ta, gra­zie soprat­tut­to al fat­to che mol­ti scrit­to­ri si sono riap­pro­pria­ti del­la letteratura.

    E per quan­to riguar­da la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria riguar­dan­te il conflitto?
    Ovvia­men­te scri­ve­re sul con­flit­to è una que­stio­ne dif­fi­ci­le. Ci sono cen­ti­na­ia di libri su que­sta lot­ta, in par­ti­co­la­re roman­zi gial­li, thril­ler. Per un cer­to gene­re di scrit­to­ri il con­flit­to nor­dir­lan­de­se è una gros­sa fon­te di ispi­ra­zio­ne. Pos­so­no ambien­tar­vi le loro tra­me, pro­iet­tar­vi i loro eroi­ci pro­ta­go­ni­sti. Per lo più si trat­ta di agen­ti segre­ti man­da­ti clan­de­sti­na­men­te a Bel­fa­st dagli Ingle­si con­tro l’IRA che, di soli­to, ha rapi­to impro­ba­bi­li vit­ti­me (come prin­ci­pes­se, caval­li da cor­sa…) o comun­que per por­ta­re a ter­mi­ne rischio­se operazioni.
    In gene­re l’eroe scon­fig­ge i cat­ti­vi Irlan­de­si e ritor­na vin­ci­to­re, dopo ave­re anche avu­to qual­che sto­ria d’amore. Una tra­ma per lo più scon­ta­ta (da par­te mia vor­rei cita­re “La pre­da di Har­ry” che, pur rical­can­do alcu­ni dei soli­ti ste­reo­ti­pi, pre­sen­ta un fina­le diver­so. Infat­ti, muo­re anche il pro­ta­go­ni­sta ingle­se, ucci­so per erro­re dal­le trup­pe bri­tan­ni­che, non solo il volon­ta­rio repub­bli­ca­no brac­ca­to, ndr).
    C’è un mio ami­co che inse­gna all’università e che ha impo­sta­to un suo cor­so pro­prio su que­sti ste­reo­ti­pi let­te­ra­ri, peral­tro ricor­ren­ti quan­do si par­la dell’Irlanda.

    CIVILIZZAZIONE O COLONIZZAZIONE?

    Que­sto crea dei pro­ble­mi per quan­to riguar­da una cor­ret­ta infor­ma­zio­ne sul­le ragio­ni del conflitto?
    In effet­ti è una cosa mol­to seria. A livel­lo di mas­sa la gen­te può vera­men­te con­vin­cer­si che buo­na par­te dei Repub­bli­ca­ni è costi­tui­ta da mez­zi esal­ta­ti o addi­rit­tu­ra psi­co­pa­ti­ci (come appa­io­no spes­so in que­sti roman­zi) che pas­sa il tem­po a com­plot­ta­re su come rapi­re gio­va­ni prin­ci­pes­se o velo­ci caval­li da cor­sa. Il mes­sag­gio è chia­ro ed è quel­lo che ritro­via­mo sem­pre nel modo in cui i colo­nia­li­sti pre­ten­do­no di inter­pre­ta­re la sto­ria irlan­de­se. Secon­do que­ste teo­rie gli Ingle­si non sareb­be­ro venu­ti in Irlan­da per occu­pa­re il nostro pae­se ma per civi­liz­zar­ci e sal­var­ci dal­la barbarie.
    Dimen­ti­can­do natu­ral­men­te che que­sta ope­ra di “civi­liz­za­zio­ne” impli­ca­va il fat­to di far­ci cam­bia­re i nostri usi e costu­mi, la nostra cul­tu­ra, la nostra stes­sa identità.

    A pro­po­si­to di iden­ti­tà. Per un popo­lo oppres­so è fon­da­men­ta­le con­ser­va­re la pro­pria lin­gua tra­di­zio­na­le. Que­sto imma­gi­no val­ga anche per la lin­gua irlandese?
    Natu­ral­men­te. La lin­gua irlan­de­se è una del­le più anti­che, una del­le pri­me ad esse­re sta­te tra­scrit­te. Esi­ste una vastis­si­ma pro­du­zio­ne let­te­ra­ria che si per­de nei seco­li. La tra­di­zio­ne ora­le in par­te è sta­ta sop­pian­ta­ta dal­la lin­gua scrit­ta ma comun­que resi­ste anco­ra, vive anche nell’era tele­vi­si­va. E con essa resta viva anche la nostra identità.

    Qua­le sco­po ti pro­po­ne­vi scri­ven­do que­sto libro? Con­tra­sta­re la let­te­ra­tu­ra basa­ta su ste­reo­ti­pi in meri­to al conflitto?
    Que­sto libro non è sta­to scrit­to per com­bat­te­re ste­reo­ti­pi e con­ven­zio­ni let­te­ra­rie. Quel­lo che ho cer­ca­to e cer­co di fare è rac­con­ta­re del­le sto­rie. Nono­stan­te ciò quan­do è sta­to pub­bli­ca­to in Irlan­da la tele­vi­sio­ne ne ha rifiu­ta­to la pub­bli­ci­tà (natu­ral­men­te gli edi­to­ri han­no por­ta­to il caso in tri­bu­na­le). Una del­le moti­va­zio­ni era che non si pote­va per­met­te­re a Ger­ry Adams di pre­sen­tar­si come uomo di cul­tu­ra (in quan­to “bar­ba­ro e rap­pre­sen­tan­te di bar­ba­ri” ); evi­den­te­men­te per­ma­ne anco­ra il ten­ta­ti­vo da par­te dei media di inter­pre­ta­re e descri­ve­re il con­flit­to come “guer­ra tra barbari”.

    COSÌ HO COMINCIATO A SCRIVERE…

    Come è nata la tua voca­zio­ne di scrittore?
    È comin­cia­ta in pri­gio­ne. Que­sto libro non è nato come tale. Quan­do ero in pri­gio­ne scri­ve­vo per “Repu­bli­can News”. All’inizio dove­va­no esse­re arti­co­li poli­ti­ci. Scri­ve­vo in una situa­zio­ne abba­stan­za par­ti­co­la­re: una cel­la con il sof­fit­to in filo di fer­ro, poco più gran­de di que­sta stan­za, dove sta­va­no con­cen­tra­te tren­ta per­so­ne e i rela­ti­vi let­ti a castel­lo. Quan­do, per es., comin­cia­vo a scri­ve­re che il tal pri­mo mini­stro ave­va fat­to un annun­cio e cer­ca­vo di spie­ga­re, di tro­va­re un signi­fi­ca­to, gli altri 29 pri­gio­nie­ri espri­me­va­no la loro opi­nio­ne. Non solo sul pri­mo mini­stro ma anche sul­la mia opi­nio­ne sul pri­mo mini­stro; a que­sto poi natu­ral­men­te si aggiun­ge­va la loro opi­nio­ne sul­la mia opi­nio­ne sul­la loro opi­nio­ne sul pri­mo mini­stro. E così via. Quan­do i miei arti­co­li comin­cia­ro­no a diven­ta­re sto­rie sui pri­gio­nie­ri, sul­la nostra situa­zio­ne. Era­va­mo in tren­ta den­tro una cel­la; in un brac­cio con quat­tro cel­le; in ven­ti­due bloc­chi… C’era una varie­tà uma­na incre­di­bi­le, per­so­ne di età ed estra­zio­ne diver­sa; da quel­li gio­va­nis­si­mi a quel­li già in età pen­sio­na­bi­le, pro­ve­nien­ti sia dal­le cit­tà che dal­le aree rura­li… Così ogni set­ti­ma­na scri­ve­vo cosa suc­ce­de­va, come si com­por­ta­va­no. Met­te­vo insie­me la mia sto­ria (per­so­nal­men­te ho mol­to apprez­za­to quel­la sul pro­ces­so al topo cadu­to nel por­rid­ge di un dete­nu­to e infi­ne assol­to e rimes­so in liber­tà, ndr), la met­te­vo in una sca­to­la di tabac­co appe­san­ti­ta con del­le pie­tre (la chia­ma­va­mo “il pic­cio­ne”) e la lan­cia­va­mo in un altro bloc­co. Da qui lo scrit­to veni­va por­ta­to fuo­ri con qual­che espe­dien­te. Natu­ral­men­te uno dei com­pi­ti dei secon­di­ni era impe­dir­ci di por­ta­re all’esterno quel­lo che, secon­do gli ste­reo­ti­pi, noi non avrem­mo sapu­to fare. Dato che i bar­ba­ri non san­no scri­ve­re. Alcu­ne sto­rie con­te­nu­te in que­sto libro era­no sta­te scrit­te in pri­gio­ne e poi dimen­ti­ca­te. Natu­ral­men­te nel­la mia atti­vi­tà poli­ti­ca ho dovu­to scri­ve­re soprat­tut­to cose poli­ti­che ma come hob­by ho con­ti­nua­to a pren­de­re appun­ti, a fis­sa­re idee (nei tre­ni, duran­te gli spo­sta­men­ti…) da cui poi rica­va­re storie.

    DA GIBILTERRA A MILLTOWN

    Ave­vi accen­na­to ad alcu­ni epi­so­di che vi han­no spin­to ad incre­men­ta­re, ad inco­rag­gia­re una pro­du­zio­ne let­te­ra­ria che con­tri­buis­se a rista­bi­li­re la vera imma­gi­ne del­la gen­te dei quar­tie­ri repubblicani…
    Nel 1988 i Ser­vi­zi (le S.A.S., teste di cuo­io bri­tan­ni­che, ndr) ave­va­no assas­si­na­to tre mili­tan­ti dell’IRA a Gibil­ter­ra. Quan­do le bare era­no tor­na­te a Bel­fa­st, nel cimi­te­ro cat­to­li­co di Mill­to­wn, i fune­ra­li sono sta­ti attac­ca­ti. Tre per­so­ne sono sta­te ucci­se e 64 feri­te. L’episodio ven­ne ripre­so dal­le tele­vi­sio­ni di tut­to il mon­do. For­se ricor­di le imma­gi­ni di un un uomo (il loya­li­sta auto­re dell’attentato) che fug­gi­va tra le tom­be. Anche se non è que­sto l’argomento di cui voglio par­la­re ricor­do che le armi era­no sta­te for­ni­te dagli Ingle­si e che l’attentatore, un ex dete­nu­to loya­li­sta, ave­va avu­to pre­ci­se infor­ma­zio­ni su qua­li espo­nen­ti repub­bli­ca­ni sareb­be­ro sta­ti pre­sen­ti al fune­ra­le. In quel­la occa­sio­ne i gior­na­li ave­va­no avu­to paro­le di apprez­za­men­to per i gio­va­ni che lo ave­va­no inse­gui­to e cat­tu­ra­to vivo, in quan­to ave­va­no agi­to disar­ma­ti. Ma due gior­ni dopo, al fune­ra­le di una del­le tre vit­ti­me dell’attentato loya­li­sta, una mac­chi­na si intro­dus­se nel cor­teo. A bor­do c’erano due uomi­ni arma­ti, due sol­da­ti ingle­si in bor­ghe­se. Ven­ne­ro cir­con­da­ti dal­la fol­la che teme­va un altro attac­co set­ta­rio e que­sti spa­ra­ro­no alcu­ni col­pi di pisto­la. Come sai ven­ne­ro cat­tu­ra­ti dal­la fol­la e lin­cia­ti. E la gen­te di West Bel­fa­st, la stes­sa che due gior­ni pri­ma era sta­ta apprez­za­ta, ven­ne descrit­ta come bar­ba­ra, assas­si­na, sel­vag­gia… Da quel momen­to West Bel­fa­st e tut­ti i suoi abi­tan­ti furo­no ogget­to di pesan­ti cam­pa­gne deni­gra­to­rie. L’intera comu­ni­tà ven­ne con­si­de­ra­ta respon­sa­bi­le dell’uccisione. Non si face­va nes­sun ten­ta­ti­vo per capi­re la situa­zio­ne psi­co­lo­gi­ca di que­sta gen­te che due gior­ni pri­ma era sta­ta attac­ca­ta duran­te un fune­ra­le; tut­ti veni­va­no con­si­de­ra­ti responsabili.
    Una del­le rispo­ste a que­sta cam­pa­gna deni­gra­to­ria è sta­ta quel­la di orga­niz­za­re mani­fe­sta­zio­ni di segno oppo­sto, che mostras­se­ro la real­tà del nostro popo­lo. Orga­niz­zam­mo pub­bli­che let­tu­re di poe­sie, incon­tri spor­ti­vi, pro­ie­zio­ni cine­ma­to­gra­fi­che, dibattiti…
    Dopo un anno que­sto “festi­val” comin­ciò ad ave­re gran­di ade­sio­ni. Quel­lo che all’inizio era sta­to orga­niz­za­to come una “for­ma di soprav­vi­ven­za”, per non per­de­re la pro­pria iden­ti­tà detur­pa­ta dai media, (far vede­re che que­sta gen­te sape­va anche can­ta­re, scri­ve­re poe­sie, libri…) è dive­nu­to qual­co­sa di mol­to più gran­de. Que­sto libro è appun­to il mio con­tri­bu­to a que­sta ope­ra, un rico­no­sci­men­to, una cele­bra­zio­ne del­la mia gen­te. Ho volu­to far vede­re anche l’altra fac­cia del­la meda­glia, quel­la dimen­ti­ca­ta dai media. In que­sto sen­so ho anche det­to che è sta­to scrit­to soprat­tut­to per quel­la stes­sa gen­te di cui si par­la nel libro. Natu­ral­men­te mi fa pia­ce­re che ven­ga let­to anche altro­ve. Anche noi abi­tan­ti dei quar­tie­ri repub­bli­ca­ni dob­bia­mo ricor­dar­ci che c’è un mon­do oltre West Belfast.

    Ma la gen­te di West Bel­fa­st è gen­te par­ti­co­la­re, “spe­cia­le”? Pre­di­spo­sta a combattere?
    Non direi. La gen­te di Bel­fa­st non è par­ti­co­lar­men­te com­bat­ti­va. Quel­lo che suc­ce­de a Bel­fa­st è quel­lo che suc­ce­de­reb­be ovun­que in quel­la situa­zio­ne. Per esem­pio se voi foste sot­to l’occupazione mili­ta­re, la repres­sio­ne di uno sta­to stra­nie­ro, pro­ba­bil­men­te alcu­ni com­bat­te­reb­be­ro, altri no, altri anco­ra tro­ve­reb­be­ro una via di mez­zo. La mag­gior par­te sicu­ra­men­te andreb­be avan­ti con la pro­pria vita di ogni gior­no. Lo stes­so acca­de a West Bel­fa­st. Poten­zial­men­te è una situa­zio­ne universale.

    DA BALLYMURPHY A SOWETO

    Ten­to di spie­gar­mi bre­ve­men­te con due sto­rie simi­li, sto­rie ana­lo­ghe a quel­le rac­con­ta­te nel mio libro. Dopo le recen­ti ele­zio­ni in Suda­fri­ca, alla tele­vi­sio­ne abbia­mo comin­cia­to a vede­re film e docu­men­ta­ri che non si era­no mai visti fin­ché Man­de­la e i Neri era­no con­si­de­ra­ti dei “bar­ba­ri”. In uno che ho visto recen­te­men­te dava­no la paro­la alla gen­te di Sowe­to e mi sono rico­no­sciu­to in una pre­ci­sa situa­zio­ne. Quan­do ero bam­bi­no era­va­mo una fami­glia mol­to nume­ro­sa e mia madre si dava da fare per tro­va­re una casa ade­gua­ta. Dopo anni e anni glie­ne ven­ne asse­gna­ta una, un allog­gio popo­la­re in costru­zio­ne, a Bal­ly­mur­phy, un quar­tie­re cat­to­li­co. Alla dome­ni­ca andò a vede­re le fon­da­men­ta e poi in segui­to anda­va ogni dome­ni­ca a veder­la, man mano che veni­va costruita.
    In quel docu­men­ta­rio che ti dice­vo sul­la gen­te di Sowe­to c’era una don­na nera che rac­con­ta­va di quan­do da gio­va­ne ave­va mol­ti figli pic­co­li; le ave­va­no pro­mes­so una casa, un allog­gio popo­la­re e ogni dome­ni­ca anda­va a vede­re que­sta casa in costru­zio­ne. Pro­prio come mia madre. E que­sto acca­de­va men­tre, sia in Irlan­da che in Suda­fri­ca, le lot­te, gli scon­tri, le vio­len­ze imper­ver­sa­va­no. Tra l’altro alla fine la casa di que­sta don­na ven­ne costrui­ta attor­no ad un mas­so. Lei rac­con­ta­va que­sto fat­to in modo mol­to umo­ri­sti­co; rac­con­ta­va di quan­to era­no sta­ti stu­pi­di a costrui­re la casa attor­no ad un mas­so. In que­sto ho rico­no­sciu­to lo sti­le, l’atmosfera del­le sto­rie di West Belfast.Quindi, con­clu­do, West Bel­fa­st è in Suda­fri­ca, in Mes­si­co, dovun­que la gen­te mostra il suo corag­gio, la sua digni­tà, la sua pazien­za incre­di­bi­le e anche la sua iro­nia di fron­te a quel­lo che è costret­ta a sopportare.

    QUANDO LA STORIA VIENE RIMOSSA

    A tuo avvi­so il con­flit­to ha deter­mi­na­to una diver­sa men­ta­li­tà tra Irlan­da del Nord e Repub­bli­ca? Lo chie­do per­ché spes­so ho avu­to l’impressione che al sud non fos­se­ro mol­to inte­res­sa­ti alle lot­te del­la comu­ni­tà cat­to­li­ca del Nord…
    Non cre­do ci sia una sostan­zia­le dif­fe­ren­za di men­ta­li­tà. Ci sono inve­ce due real­tà poli­ti­che mol­to diver­se. Biso­gna rico­no­sce­re che que­sti set­tan­ta anni di divi­sio­ne dell’Isola sono sta­ti un vero fal­li­men­to non solo dal pun­to di vista socia­le (anche al sud lar­ghi stra­ti del­la popo­la­zio­ne vivo­no in pover­tà) ma soprat­tut­to dal pun­to di vista cul­tu­ra­le. Quan­do la que­stio­ne del­la riu­ni­fi­ca­zio­ne non era riven­di­ca­ta dal­la gen­te del nord que­sto for­ni­va un buon argo­men­to, un ali­bi alla clas­se poli­ti­ca del sud. Ma quan­do la gen­te del nord ha cer­ca­to del­le solu­zio­ni, i poli­ti­can­ti di Dubli­no han­no dovu­to pre­oc­cu­par­si dei loro inte­res­si poli­ti­ci che la ripre­sa del­le lot­te con­tro l’oppressione colo­nia­le met­te­va in discus­sio­ne. Que­sto ha por­ta­to ad un note­vo­le revi­sio­ni­smo del­la sto­ria irlan­de­se, con una vera e pro­pria rimo­zio­ne del­le lun­ghe bat­ta­glie per l’indipendenza. Per­fi­no la Rivol­ta di Pasqua del 1916 non vie­ne cele­bra­ta dal Gover­no di Dubli­no! Infat­ti diven­ta dif­fi­ci­le spie­ga­re per­chè era giu­sto lot­ta­re con­tro gli ingle­si nel ’16 e ora no.
    Que­sto natu­ral­men­te crea anche pro­ble­mi di iden­ti­tà per­chè un popo­lo deve sape­re da dove vie­ne per sape­re dove andare.
    Tra l’altro, come sai, fino al gen­na­io di quest’anno (1994) gli espo­nen­ti e i can­di­da­ti del Sinn Fein non pote­va­no par­la­re in tele­vi­sio­ne. Il ban­do risa­li­va addi­rit­tu­ra a vent’anni pri­ma. Puoi imma­gi­na­re cosa signi­fi­chi per un tren­ten­ne che non ha mai sen­ti­to alla tele­vi­sio­ne una dichia­ra­zio­ne dei Repub­bli­ca­ni: non puoi cer­to pre­ten­de­re che abbia le idee chia­re in pro­po­si­to. Con­tem­po­ra­nea­men­te biso­gni rico­no­sce­re che anche il Sinn Fein ha pre­ci­se respon­sa­bi­li­tà in que­sto scar­so inte­res­se dimo­stra­to dai cit­ta­di­ni del­la Repub­bli­ca. Una del­le prin­ci­pa­li sfi­de a cui dob­bia­mo far fron­te nell’immediato futu­ro è quel­la di saper rap­pre­sen­ta­re una vali­da alter­na­ti­va poli­ti­ca anche per le 26 con­tee (la Repub­bli­ca, ndr).
    Natu­ral­men­te in que­sto atteg­gia­men­to è pre­sen­te anche la pau­ra. Il con­flit­to del nord fa pau­ra. È com­pren­si­bi­le che le vio­len­ze, gli omi­ci­di, la repres­sio­ne ven­ga­no temu­ti e respin­ti, rifiutati.
    Ma nono­stan­te que­sto biso­gna ricor­da­re che, quan­do ne ha avu­to la pos­si­bi­li­tà, la mag­gior par­te del­la gen­te si è espres­sa a favo­re del riti­ro del­le trup­pe. Non è mol­to che è sta­to chie­sto al Pri­mo Mini­stro irlan­de­se per­ché non voglio­no indi­re un Refe­ren­dum sugli arti­co­li 1 e 2 (quel­li che riguar­da­no i con­fi­ni tra Repub­bli­ca e Irlan­da del Nord, ndr). Ha rispo­sto, testual­men­te: “Per­ché lo perderemmo”.
    Nono­stan­te tut­te que­ste evi­den­ti con­trad­di­zio­ni pen­so si pos­sa affer­ma­re che la stra­gran­de mag­gio­ran­za degli irlan­de­si ha un pro­fon­do desi­de­rio di vede­re l’Isola com­ple­ta­men­te libe­ra. La nostra pro­po­sta con­giun­ta di pace (fat­ta da Ger­ry Adams per il Sinn Fein e da John Hume, lea­der del par­ti­to cat­to­li­co social­de­mo­cra­ti­co, ndr) è sta­ta ben accet­ta anche nel­la Repubblica.

    NOI VOGLIAMO CHE QUESTA GUERRA ESCA DALLE NOSTRE VITE

    A pro­po­si­to del­la pro­po­sta di pace. Da qual­che par­te si sus­sur­ra che rischi di cade­re nel nul­la, che la paro­la potreb­be tor­na­re alla repres­sio­ne da un lato e agli atten­ta­ti dall’altro. Come stan­no effet­ti­va­men­te le cose?
    Le ulti­me dichia­ra­zio­ni del Gover­no ingle­se sono di fat­to una rispo­sta alle pro­po­ste irlan­de­si. Gli Ingle­si rispet­to al pro­ces­so di pace si sono mos­si in modo rilut­tan­te ma i chia­ri­men­ti arri­va­ti in que­sti gior­ni (pro­prio la mat­ti­na dell’intervista, 20 mag­gio, gra­zie al fax di un quo­ti­dia­no vene­zia­no, Adams si era visto reca­pi­ta­re ven­tun pagi­ne di chia­ri­men­ti, ndr) sono un fat­to impor­tan­te. Pri­ma di Nata­le il Sinn Féin ave­va chie­sto pre­ci­sa­zio­ni (tra­mi­te il pre­mier irlan­de­se Albert Rey­nolds) in meri­to alla cosid­det­ta Dichia­ra­zio­ne di Dow­ning Street ma ci era sta­to man­da­to a dire da fon­ti uffi­cia­li che “non c’era biso­gno di alcu­na pre­ci­sa­zio­ne”. Il nostro è un docu­men­to di ven­ti doman­de in meri­to a que­stio­ni mol­to impor­tan­ti riguar­dan­ti il testo del­la Dichia­ra­zio­ne, le dif­fe­ren­ti inter­pre­ta­zio­ni che dan­no del­la Dichia­ra­zio­ne i due Gover­ni, qua­li sia­no i pro­ces­si e le strut­tu­re che si svi­lup­pe­ran­no dal­la Dichiarazione.
    Ades­so han­no accet­ta­to di rispon­de­re e per comin­cia­re sono arri­va­te ben ven­tun pagi­ne di chia­ri­men­ti. Nien­te male se pen­sia­mo che “non c’era biso­gno di alcu­na precisazione”.
    Ora biso­gna vede­re che ruo­lo svol­ge tut­to que­sto nel pro­ces­so di pace. L’ho rice­vu­to solo oggi; la mia pri­ma rispo­sta è che ci rap­por­te­re­mo in modo posi­ti­vo per far pro­gre­di­re la situa­zio­ne. Comun­que il pro­ces­so di pace va avan­ti anche indi­pen­den­te­men­te dall’importanza di que­sto nuo­vo docu­men­to. Noi voglia­mo che que­sta guer­ra esca dal­le nostre vite (pur­trop­po non sem­bra che per ora que­sta sia anche l’aspirazione del­le ban­de loya­li­ste: nei gior­ni imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­vi, pro­prio in rispo­sta alla ripre­sa del nego­zia­to, ci sono sta­ti vari atten­ta­ti con­tro sedi e loca­li del Sinn Féin, non solo a Bel­fa­st ma anche a Dubli­no, ndr).

    LA CAUSA DETERMINANTE DEL CONFLITTO È LA PRESENZA INGLESE

    Un moti­vo ricor­ren­te quan­do si par­la dell’Irlanda è che il con­flit­to è sostan­zial­men­te una lot­ta set­ta­ria lega­ta a discri­mi­nan­ti reli­gio­se. Que­sto in gene­re chiu­de il discor­so, iso­la la que­stio­ne da tut­te le impli­ca­zio­ni poli­ti­che, socia­li… Cosa puoi dir­ci in proposito?
    Indub­bia­men­te c’è anche una com­po­nen­te set­ta­ria, ma comun­que è secon­da­ria. La cau­sa deter­mi­nan­te del con­flit­to è la pre­sen­za ingle­se. Insi­ste­re solo sul fat­to­re reli­gio­so è appun­to uno degli ste­reo­ti­pi gene­ral­men­te adot­ta­ti dal­la nar­ra­ti­va, quel­la che ci mostra da un lato i fana­ti­ci set­ta­ri loya­li­sti e dall’altro i bigot­ti cat­to­li­ci anche loro con la loro buo­na dose di set­ta­ri­smo. Entram­bi sostan­zial­men­te malvagi.
    Ormai è chia­ro a chiun­que abbia un mini­mo di espe­rien­za dell’Irlanda del Nord che que­sta è un’analisi fal­sa e super­fi­cia­le, una posi­zio­ne di como­do per non affron­ta­re il vero problema.
    Gian­ni Sartori

  3. La recen­te mor­te (giu­gno 2014) di Ger­ry Con­lon ha ripor­ta­to alla memo­ria il caso dei Guil­d­ford Fourn (v. il film “Nel nome del padre”). Un ruo­lo impor­tan­te nel denun­cia­re l’in­giu­sta deten­zio­ne di que­sti irlan­de­si è toc­ca­to allo scrit­to­re (e mili­tan­te repub­bli­ca­no) Ronan Ben­net. Risa­le al 1994, ma riten­go che que­sta sua testi­mo­nian­za sia anco­ra inte­res­san­te. Anche per ricor­da­re Patsy O’Hara (INLA) cono­sciu­to da Ronan in cel­la pri­ma del­lo scio­pe­ro del­la fame del 1981. Ciao e buon lavoro
    GS

    Inter­vi­sta di Gian­ni Sar­to­ri a Ronan Ben­net (auto­re de “La secon­da pri­gio­ne”, pub­bli­ca­to in Ita­lia da Gam­be­ret­ti editrice).

    LA VERA SFIDA (1994)

    “Usci­re dal car­ce­re non è che l’inizio. Eva­de­re dal pro­prio pas­sa­to, que­sta è la vera sfida”

    Ronan Ben­net, irlan­de­se di Bel­fa­st, a cau­sa del suo impe­gno per la cau­sa repub­bli­ca­na, ha cono­sciu­to due vol­te l’esperienza del car­ce­re: a Long-Kesh e a Brix­ton, negli anni Set­tan­ta. Una pri­ma vol­ta ven­ne arre­sta­to con l’accusa, poi risul­ta­ta infon­da­ta, di aver ucci­so un poli­ziot­to. Ven­ne con­dan­na­to all’ergastolo in base alla testi­mo­nian­za di una per­so­na che in un secon­do tem­po (al pro­ces­so d’appello) rico­nob­be di esser­si con­fu­sa. Un clas­si­co esem­pio di erro­re di iden­ti­fi­ca­zio­ne usa­to stru­men­tal­men­te per impri­gio­na­re i mili­tan­ti repub­bli­ca­ni. In segui­to, tra­sfe­ri­to­si in Gran Bre­ta­gna, ven­ne nuo­va­men­te arre­sta­to per cospi­ra­zio­ne e subì un lun­go perio­do di car­ce­ra­zio­ne pre­ven­ti­va. Anche in que­sto caso le accu­se risul­ta­ro­no una mon­ta­tu­ra e il suo pro­ces­so acqui­stò una cer­ta noto­rie­tà sul­la stam­pa come “il pro­ces­so a per­so­ne non iden­ti­fi­ca­te che, in luo­ghi non iden­ti­fi­ca­ti, pro­get­ta­va­no atten­ta­ti con­tro altre per­so­ne non identificate”.

    Dal­la repres­sio­ne ai colloqui

    Qual­che tua con­si­de­ra­zio­ne sul­le recen­ti dichia­ra­zio­ni del gover­no ingle­se che, final­men­te, ha det­to di esse­re dispo­sto a dia­lo­ga­re con il Sinn Féin. Cosa ne pensi?
    Le dichia­ra­zio­ni rese da Major ver­so la metà di otto­bre sono la con­fer­ma che sen­za il Sinn Féin non è pos­si­bi­le tro­va­re una solu­zio­ne al pro­ble­ma dell’Irlanda del Nord. Negli ulti­mi anni il Gover­no ingle­se ave­va sem­pre cer­ca­to una solu­zio­ne che esclu­des­se il Sinn Féin.

    Puoi rias­su­me­re qua­li sono sta­te le diver­se stra­te­gie adot­ta­te dal­la Gran Bretagna?
    Per la pri­ma par­te di que­sto con­flit­to (Ronan si rife­ri­sce agli ulti­mi ven­ti­cin­que anni, ndr) la Gran Bre­ta­gna ha adot­ta­to una poli­ti­ca di siste­ma­ti­ca repres­sio­ne: pro­ces­si sen­za giu­ria, inter­na­men­to, uso dei pro­iet­ti­li di pla­sti­ca anche con­tro mani­fe­sta­zio­ni paci­fi­che, la stra­te­gia adot­ta­ta dai Ser­vi­zi bri­tan­ni­ci di “spa­ra­re per ucci­de­re”, ecc. Nel­la secon­da fase del con­flit­to, accan­to a que­sti meto­di, han­no adot­ta­to anche una stra­te­gia diver­sa, di “solu­zio­ne poli­ti­ca”, ma sem­pre con l’esclusione del Sinn Fein. I vari segre­ta­ri di sta­to per l’Irlanda del Nord han­no imba­sti­to tavo­le roton­de con i par­ti­ti irlan­de­si, tavo­le roton­de a cui però il Sinn Féin non pote­va par­te­ci­pa­re. Que­sti col­lo­qui veni­va­no sem­pre salu­ta­ti con otti­mi­smo dal­la pro­pa­gan­da. Ogni vol­ta i media dava­no l’impressione che ormai la solu­zio­ne defi­ni­ti­va era a por­ta­ta di mano.

    Que­sta era anche la tua impressione?
    Per­so­nal­men­te ogni vol­ta ero del pare­re che tut­to si sareb­be con­clu­so con un nien­te di fat­to. Cosa che poi acca­de­va regolarmente.

    I cona­ti di vomi­to di Major

    Quan­do e per­ché le cose han­no comin­cia­to a cambiare?
    Le cose sono rima­ste sostan­zial­men­te inal­te­ra­te fino a poco tem­po fa. Anco­ra l’anno scor­so Major soste­ne­va che non avreb­be mai par­la­to con espo­nen­ti del Sinn Féin; anzi dichia­rò che “solo l’idea di par­la­re con Ger­ry Adams mi fa veni­re il vol­ta­sto­ma­co”. Ad uso e con­su­mo del suo elet­to­ra­to, evi­den­te­men­te. Quel­lo che al popo­lo ingle­se non veni­va det­to era che già in quel momen­to tra il Gover­no bri­tan­ni­co e il Sinn Féin si svol­ge­va­no col­lo­qui segre­ti. Pro­prio men­tre Major rila­scia­va que­ste inte­res­san­ti dichia­ra­zio­ni sul suo sto­ma­co, Ger­ry Adams ren­de­va pub­bli­ci i docu­men­ti che pro­va­va­no l’esistenza dei col­lo­qui. In un pri­mo momen­to, supe­ra­to l’iniziale imba­raz­zo, il Gover­no ingle­se cer­cò di nega­re l’evidenza. Poi ammi­se che c’erano sta­ti dei “con­tat­ti”.

    Come giu­sti­fi­ca­ro­no la cosa?
    Uno dei moti­vi addot­ti per giu­sti­fi­ca­re que­sti “con­tat­ti” era che ormai l’IRA sareb­be sta­ta sul pun­to di arren­der­si, di con­se­gna­re le armi. A que­sto pun­to l’IRA sfi­dò pub­bli­ca­men­te, ma inva­no, il Gover­no ingle­se a for­ni­re le pro­ve, i docu­men­ti di quan­to anda­va soste­nen­do. In com­pen­so furo­no i Repub­bli­ca­ni a con­trat­tac­ca­re dichia­ran­do che i rap­pre­sen­tan­ti del Gover­no ave­va­no rico­no­sciu­to in sede di col­lo­qui che l’unità dell’Isola era ormai un fat­to ine­vi­ta­bi­le e che biso­gna­va con­vin­ce­re gli unionisti.
    Natu­ral­men­te il Gover­no negò e il Sinn Féin rese pub­bli­ci altri docu­men­ti inop­pu­gna­bi­li a soste­gno di quan­to ave­va dichia­ra­to. Per que­sto anco­ra in mar­zo Mar­tin Mc Guin­ness (diri­gen­te di spic­co del Sinn Féin, ndr) ha potu­to dichia­ra­re alla stam­pa che in quel momen­to la poli­ti­ca del Gover­no ingle­se era di con­si­de­ra­re l’Irlanda come unica.

    L’IRA non si è arresa

    Quan­to stai dicen­do mi sem­bra smen­ti­sca l’ipotesi che la scel­ta del­la tre­gua in fon­do è sta­to un atto di debo­lez­za dell’IRA, il rico­no­sci­men­to di una mez­za sconfitta…
    In effet­ti si è cer­ca­to anche di dare que­sta inter­pre­ta­zio­ne. Io pen­so inve­ce che le cose sia­no anda­te esat­ta­men­te nel modo oppo­sto, che la Gran Bre­ta­gna abbia capi­to di non poter soste­ne­re ulte­rior­men­te l’occupazione mili­ta­re del­le sei con­tee, di non poter scon­fig­ge­re l’IRA. Per tut­ti que­sti anni il Gover­no ingle­se e i coman­dan­ti dell’esercito han­no dichia­ra­to ripe­tu­ta­men­te di esse­re sul pun­to di stron­ca­re l’IRA, che ogni azio­ne dell’esercito repub­bli­ca­no era “l’ultimo col­po di coda” (più o meno quan­to si dice dei baschi dell’ETA, ndr). Ma da docu­men­ti riser­va­ti giun­ti in nostro pos­ses­so, risul­ta che anche allo­ra l’IRA era con­si­de­ra­ta pra­ti­ca­men­te invin­ci­bi­le sul pia­no mili­ta­re. Que­sta è una del­le ragio­ni per cui il Gover­no ingle­se ha dovu­to rico­no­sce­re che la sua posi­zio­ne era ormai insostenibile.

    Natu­ral­men­te non è l’unica…
    Un’altra ragio­ne deter­mi­nan­te sta nell’evidenza dell’appoggio popo­la­re di cui godo­no i Repub­bli­ca­ni. All’inizio quel­li dell’IRA e del Sinn Féin veni­va­no descrit­ti dal­la pro­pa­gan­da come assas­si­ni san­gui­na­ri, mez­zi psi­co­pa­ti­ci, gen­te che ucci­de per una sor­ta di odio ance­stra­le. In segui­to ven­ne­ro dipin­ti come una gang di delin­quen­ti comu­ni. Cer­to che come ban­da cri­mi­na­le devo­no aver avu­to poco suc­ces­so dato che nes­su­no dei lea­der repub­bli­ca­ni ha mai sfog­gia­to ric­chez­za e benes­se­re; anzi mol­ti di loro vivo­no in con­di­zio­ni di indi­gen­za… In entram­be le ver­sio­ni i Repub­bli­ca­ni era­no pre­sen­ta­ti come una mino­ran­za che pote­va soprav­vi­ve­re solo ter­ro­riz­zan­do la pro­pria comunità.
    In ogni con­flit­to la pro­pa­gan­da detie­ne natu­ral­men­te un ruo­lo impor­tan­te. Ma è mol­to peri­co­lo­so fini­re con il cre­de­re alla pro­pria pro­pa­gan­da, come han­no fat­to gli Inglesi.

    Cen­to­mi­la per­so­ne al fune­ra­le di Bob­by Sands

    Che cosa li ha costret­ti a ricredersi?
    Mol­te cose. Per esem­pio il fat­to che Bob­by Sands venis­se elet­to al Par­la­men­to e che un cit­ta­di­no cat­to­li­co su cin­que dell’Irlanda del Nord abbia par­te­ci­pa­to ai suoi fune­ra­li. In segui­to la dop­pia ele­zio­ne di Ger­ry Adams e le doz­zi­ne e doz­zi­ne di con­si­glie­ri comu­na­li elet­ti nel­le liste del Sinn Féin. Ci vol­le un po’ di tem­po ma alla fine il gover­no bri­tan­ni­co fu costret­to a con­vin­cer­si che i Repub­bli­ca­ni gode­va­no di un note­vo­le appog­gio; che non era pos­si­bi­le trat­ta­re sen­za tener con­to di que­sta fet­ta dell’elettorato. Que­sto rico­no­sci­men­to è alla base del cam­bia­men­to di rot­ta del Gover­no inglese.

    Imma­gi­no che anche la que­stio­ne eco­no­mi­ca abbia avu­to un cer­to peso…
    Cer­ta­men­te. Quan­do ci sono di mez­zo i sol­di anche gli Ingle­si cam­bia­no poli­ti­ca. Man­te­ne­re l’apparato di sicu­rez­za ormai costa cifre altis­si­me. Inol­tre ricor­dia­mo­ci che in Irlan­da del Nord il Gover­no ha forag­gia­to con miliar­di di ster­li­ne una eco­no­mia fal­li­men­ta­re, un vero e pro­prio “poz­zo di San Patrizio”…
    Natu­ral­men­te que­sto è avve­nu­to per ragio­ni poli­ti­che, non cer­to per­ché Lon­dra aves­se a cuo­re i biso­gni del­la gen­te. Il Gover­no cer­ca­va così di com­pra­re la leal­tà del­la popo­la­zio­ne, in par­ti­co­la­re degli unio­ni­sti. Anche per que­sto in Irlan­da del Nord il that­che­ri­smo non ha mai attec­chi­to. I finan­zia­men­ti dove­va­no anche garan­ti­re una cer­ta mode­ra­zio­ne in poli­ti­ca. Si può tran­quil­la­men­te affer­ma­re che per un quar­to di seco­lo la gen­te si è pre­sa i sol­di resti­tuen­do in cam­bio poca leal­tà e non votan­do più di tan­to i par­ti­ti mode­ra­ti. Ven­ti­cin­que anni di que­sta poli­ti­ca si sono rive­la­ti fal­li­men­ta­ri. Sarà poi com­pi­to degli sto­ri­ci sta­bi­li­re con pre­ci­sio­ne quan­do e come il Gover­no bri­tan­ni­co ha deci­so di cam­bia­re poli­ti­ca; resta il fat­to incon­te­sta­bi­le che ha cam­bia­to atteg­gia­men­to sul ruo­lo del Sinn Féin.

    Quan­to ha influi­to sul­le trat­ta­ti­ve la deci­sio­ne dell’IRA di esten­de­re il con­flit­to alla Gran Bre­ta­gna, attac­can­do in modo mol­to pesan­te (tra gli altri obiet­ti­vi) anche la City?
    Sicu­ra­men­te la cam­pa­gna mili­ta­re in Gran Bre­ta­gna è sta­ta mol­to effi­ca­ce, in par­ti­co­la­re le due bom­be alla City. Ricor­do che, dopo la secon­da bom­ba, alla tele­vi­sio­ne c’erano sta­te dichia­ra­zio­ni mol­to allar­ma­te di finan­zie­ri tede­schi e giap­po­ne­si che pren­de­va­no seria­men­te in con­si­de­ra­zio­ne l’ipotesi di tra­sfe­ri­re altro­ve le loro ban­che. Evi­den­te­men­te il Gover­no ingle­se ha pre­fe­ri­to non cor­re­re que­sto rischio.

    Allo­ra è tut­to risol­to; d’ora in poi la stra­da è in discesa…
    In real­tà ci sono anco­ra del­le resi­sten­ze da par­te ingle­se. Biso­gna dire che, nono­stan­te i pas­si avan­ti, il Gover­no bri­tan­ni­co ha dato pro­va di poca fan­ta­sia e ela­sti­ci­tà nel rispon­de­re al “ces­sa­te il fuo­co” dell’IRA. Evi­den­te­men­te è sta­to col­to alla sprov­vi­sta e non sape­va cosa rispondere.
    La pri­ma cosa che ha fat­to è sta­ta quel­la di infi­lar­si in un vico­lo cie­co, met­ten­do­si a discu­te­re se l’IRA aves­se o meno usa­to la paro­la “per­ma­nen­te” (in rife­ri­men­to alla tre­gua ovvia­men­te, ndr). Major ha ripe­tu­ta­men­te dichia­ra­to che non ci sareb­be­ro sta­ti col­lo­qui con Adams se non aves­se espli­ci­ta­men­te pro­nun­cia­to la paro­la “per­ma­nen­te” e fin­ché l’IRA non aves­se con­se­gna­to le armi. In un secon­do tem­po si sareb­be­ro accon­ten­ta­ti alme­no dell’esplosivo. Que­sta era anco­ra la posi­zio­ne uffi­cia­le dopo la pri­ma metà di otto­bre (il “ces­sa­te il fuo­co” dell’IRA risa­le al 31 ago­sto, ndr). L’IRA, come è noto, non ha con­se­gna­to un bel nien­te e alla fine Major ha ugual­men­te rico­no­sciu­to che era tem­po di ini­zia­re i col­lo­qui anche con il Sinn Féin.

    A tuo avvi­so, in que­sto ter­gi­ver­sa­re, c’è sta­ta solo inca­pa­ci­tà poli­ti­ca o anche malafede?
    Io pen­so che da par­te del Gover­no ingle­se ci sia sta­ta anche una cer­ta dose di diso­ne­stà rispet­to al pro­ces­so di pace. Ora evi­den­te­men­te sta cer­can­do di recu­pe­ra­re ter­re­no, di masche­ra­re l’imbarazzo per non aver sapu­to tro­va­re subi­to una solu­zio­ne ade­gua­ta. Quin­di, se ti capi­te­rà di leg­ge­re le dichia­ra­zio­ni di qual­che mini­stro sul­la pre­sun­ta vit­to­ria del Gover­no ingle­se, sai cosa pen­sa­re in proposito.

    Il tra­di­men­to dei chie­ri­ci in Irlan­da del Nord

    Que­sta evi­den­te­men­te è la posi­zio­ne del Sinn Féin. E la tua opi­nio­ne come scrit­to­re? Cosa pen­si dell’atteggiamento tenu­to dagli intel­let­tua­li irlan­de­si rispet­to al conflitto?
    Ho par­la­to come scrit­to­re, non solo come mem­bro del Sinn Féin; come scrit­to­re la cui vita è sta­ta for­te­men­te segna­ta da quel­lo che acca­de­va in Irlan­da del Nord. I miei libri, arti­co­li, le mie sce­neg­gia­tu­re sono sta­ti for­te­men­te influen­za­ti dal con­flit­to e dal car­ce­re. Non cre­do che il con­flit­to sia sta­to ben com­pre­so dal­la mag­gio­ran­za degli intel­let­tua­li nor­dir­lan­de­si. C’è natu­ral­men­te qual­che ecce­zio­ne ma la stra­gran­de mag­gio­ran­za ha cer­ca­to di evi­ta­re ogni coin­vol­gi­men­to poli­ti­co. Nel mio caso, inve­ce, l’impegno poli­ti­co (e le sue con­se­guen­ze: il car­ce­re soprat­tut­to) è sta­to deter­mi­nan­te, cru­cia­le. Ades­so que­sto atteg­gia­men­to, che fino­ra era sta­to fat­to pro­prio solo da una mino­ran­za intel­let­tua­le, vie­ne risco­per­to e riva­lu­ta­to pro­prio gra­zie al pro­ces­so di pace. Soprat­tut­to da colo­ro che han­no avu­to espe­rien­ze ana­lo­ghe. È come se que­sti pri­mi mesi del pro­ces­so di pace abbia­no dato corag­gio alla comu­ni­tà, e comin­cia­re a cre­de­re che vi sia­no pos­si­bi­li­tà con­cre­te di una pace giu­sta ha rida­to fidu­cia anche a mol­ti artisti.

    Mol­ti scrit­to­ri nor­dir­lan­de­si sono di ori­gi­ne cat­to­li­ca e pro­ven­go­no dai quar­tie­ri pro­le­ta­ri di Bel­fa­st o Der­ry. Cosa è cam­bia­to nel loro modo di scrivere?
    Fino­ra, per la mag­gior par­te degli scrit­to­ri irlan­de­si di ori­gi­ne ope­ra­ia, vale­va l’esigenza di dover­si in qual­che modo “impor­re”, anche all’interno del­la pro­pria comu­ni­tà. Ora mi sem­bra che que­sta idea stia scom­pa­ren­do. Insie­me all’idea che, per poter esse­re pub­bli­ca­ti, biso­gna met­te­re in luce gli aspet­ti peg­gio­ri del­la vita in Irlan­da del Nord (la vio­len­za, il degra­do…). Natu­ral­men­te que­sto non signi­fi­ca pas­sa­re ad una visio­ne idil­lia­ca del­la situa­zio­ne. Mol­ti lavo­ri scrit­ti in que­sti ulti­mi tem­pi sono cari­chi di ten­sio­ne, come a mio avvi­so dovreb­be esse­re tut­ta la buo­na letteratura.

    Dal­la par­te degli oppressi

    E del­la tua pro­du­zio­ne let­te­ra­ria cosa puoi dir­ci? Come vie­ne accol­ta dal­la critica?
    Soprat­tut­to dopo l’esperienza del car­ce­re, nei miei lavo­ri non mi pon­go dal pun­to di vista del­le per­so­ne di suc­ces­so, dei “ram­pan­ti”, “bor­ghe­si”, ma da quel­lo del­la gen­te sem­pli­ce, sfrut­ta­ta e oppres­sa (come gli abi­tan­ti di West Bel­fa­st), gen­te con pro­ble­mi quo­ti­dia­ni, pie­na di dub­bi… Un cri­ti­co sostie­ne che io scri­vo del­la vita “a un livel­lo bas­so”; l’ho pre­so come un com­pli­men­to. Inol­tre, nei miei libri, cer­co di pri­vi­le­gia­re gli aspet­ti col­let­ti­vi, soli­da­li (del­le lot­te ma anche del­la vita quo­ti­dia­na) rispet­to all’individualismo. Sicu­ra­men­te que­sto è dovu­to alla mia espe­rien­za nel cam­po di Long-Kesh. Ricor­do bene quan­do vi giun­si, vent’anni fa, dopo il mio pri­mo arre­sto. Un pri­gio­nie­ro al suo pri­mo arre­sto è una del­le per­so­ne più vul­ne­ra­bi­li che esi­sta­no sul­la ter­ra: improv­vi­sa­men­te gli è sta­to tol­to l’intero con­trol­lo sul­la pro­pria vita. Quel­la pri­ma vol­ta per me è sta­ta mol­to dolo­ro­sa… E i pri­mi gior­ni di iso­la­men­to han­no aggiun­to pau­ra alla pau­ra. Le cose però sono cam­bia­te quan­do sono sta­to tra­sfe­ri­to con gli altri com­pa­gni pri­gio­nie­ri. Que­sti era­no già riu­sci­ti a rag­giun­ge­re un livel­lo tale di autor­ga­niz­za­zio­ne da aver pra­ti­ca­men­te esclu­so l’autorità car­ce­ra­ria dal­le cel­le. Restan­do uni­ti, soli­da­riz­zan­do tra loro, difen­den­do­si insie­me dal­le aggres­sio­ni del­le guar­die, i pri­gio­nie­ri poli­ti­ci era­no riu­sci­ti a ricrea­re un ambien­te più favo­re­vo­le anche den­tro il cam­po di pri­gio­nia. Era la mes­sa in pra­ti­ca del vero con­cet­to di soli­da­rie­tà: io difen­do te, tu difen­di me. E den­tro Long-Kesh la soli­da­rie­tà tra i pri­gio­nie­ri era tut­to fuor­ché un vuo­to slo­gan. Era­va­mo in costan­te pro­te­sta e rivol­ta con­tro le auto­ri­tà car­ce­ra­rie e que­sto ci per­mi­se di soprav­vi­ve­re con­ser­van­do la nostra identità.

    La rivol­ta di Long-Kesh

    Tu hai anche pre­so par­te a una del­le mag­gio­ri rivol­te car­ce­ra­rie degli anni Set­tan­ta, con­clu­sa­si con la qua­si distru­zio­ne del cam­po di Long-Kesh…
    Fu una del­le espe­rien­ze più dram­ma­ti­che ma anche più impor­tan­ti. Un secon­di­no era entra­to in una cel­la e ave­va comin­cia­to a pesta­re un pri­gio­nie­ro. Come rea­zio­ne a quel pestag­gio l’intero cam­po ven­ne bru­cia­to, nel cor­so di una rivolta.
    Natu­ral­men­te la rea­zio­ne fu mol­to dura, fero­ce: venim­mo attac­ca­ti con i lacri­mo­ge­ni e con pro­iet­ti­li di pla­sti­ca, ci aiz­za­ro­no con­tro i cani… Dopo l’incendio del car­ce­re (nell’ottobre del ’74) rima­nem­mo per set­ti­ma­ne in cel­le sco­per­te (sen­za il tet­to ma con il filo spi­na­to, ndr), con la neve, pra­ti­ca­men­te sen­za cibo e sen­za coper­te… Però pos­so affer­ma­re con sicu­rez­za che nes­su­no di noi pen­sò mai di aver fat­to la cosa sba­glia­ta. Se non aves­si­mo rea­gi­to a quel pestag­gio poi ne sareb­be­ro venu­ti altri; sareb­be potu­to capi­ta­re a chiun­que. Que­sta è l’etica del­la soli­da­rie­tà col­let­ti­va che ho rica­va­to dal­la mia espe­rien­za e che cer­co di ripro­dur­re nei miei libri.

    Qual­che cri­ti­co l’ha defi­ni­ta una visio­ne del mon­do e dei rap­por­ti socia­li “fasci­sta”…
    E la cosa mi ha fat­to incaz­za­re parec­chio. Si può dire che scri­vo male ma non accet­to di esse­re defi­ni­to “fasci­sta”. Cre­do che con que­sta defi­ni­zio­ne si sia volon­ta­ria­men­te frain­te­so quel­lo che scri­vo, con­si­de­ran­do­lo una minac­cia per l’individuo. È esat­ta­men­te il con­tra­rio: cer­co di espri­me­re la ricer­ca di una situa­zio­ne in cui cia­scu­no pos­sa vive­re meglio. Que­sto natu­ral­men­te a vol­te com­por­ta dei sacri­fi­ci. Tor­nan­do al car­ce­re, il sacri­fi­cio mag­gio­re è sta­to sicu­ra­men­te quel­lo paga­to dai die­ci mili­tan­ti dell’IRA e dell’INLA dell’81, mor­ti in scio­pe­ro del­la fame per con­ser­va­re l’autonomia che i pri­gio­nie­ri repub­bli­ca­ni ave­va­no con­qui­sta­to con le loro lot­te. Cre­do che solo pen­sa­re di defi­ni­re “fasci­sta” que­sto modo di difen­der­si dall’oppressione (carat­te­ri­sti­co del pro­le­ta­ria­to irlan­de­se) sia aberrante.

    Patsy O’Hara

    Tra l’altro tu hai avu­to modo di cono­sce­re bene uno dei die­ci Hun­ger Stri­ker, Patsy O’Hara dell’INLA di Der­ry, con cui hai con­di­vi­so per un anno la cella…
    Ho cono­sciu­to Patsy quan­do è entra­to per la pri­ma vol­ta a Long-Kesh, nel ’75. Era sta­to arre­sta­to assie­me ad un altro com­pa­gno (mi pare si chia­mas­se Brian…) per dei pro­iet­ti­li rin­ve­nu­ti nel­la loro auto. Quan­do uno arri­va­va in car­ce­re, per pri­ma cosa gli si chie­de­va che cosa aves­se det­to alla poli­zia. Non ave­va­no dato altro che il loro nome. Que­sto, dati i meto­di usa­ti abi­tual­men­te dal­le for­ze di repres­sio­ne (per­cos­se, tor­tu­ra…), era abba­stan­za raro e ven­ne con­si­de­ra­to un segno di for­za, di deter­mi­na­zio­ne. Que­sta impres­sio­ne ven­ne poi con­fer­ma­ta dal com­por­ta­men­to tenu­to in car­ce­re da Patsy e dall’altro com­pa­gno. Patsy in par­ti­co­la­re era un lea­der nato, anche se non in modo osten­ta­to; era sem­pre mol­to cal­mo, non alza­va mai la voce…

    La cel­la N.14

    Nono­stan­te fos­se mol­to gio­va­ne, si capi­va che era mol­to pre­pa­ra­to poli­ti­ca­men­te. Sia­mo sta­ti nel­la stes­sa cel­la, la N.14, per cir­ca un anno e abbia­mo par­la­to a lun­go di come ognu­no di noi fos­se arri­va­to alle sue con­vin­zio­ni poli­ti­che. Sostan­zial­men­te ave­va­mo gli stes­si pun­ti di rife­ri­men­to: “Bloo­dy Sun­day” (la “Dome­ni­ca di san­gue”; Der­ry, 30 gen­na­io 1972), l’internamento, l’incendio di Long-Kesh… Io sono usci­to di pri­gio­ne pri­ma. In segui­to Patsy e Brian ven­ne­ro assol­ti (sem­bra che le pal­lot­to­le fos­se­ro sta­te mes­se nell’auto a loro insa­pu­ta, ndr).
    Poi Patsy è sta­to arre­sta­to di nuo­vo e non ci sia­mo più rivi­sti. Quan­do ho sapu­to che ave­va ini­zia­to lo scio­pe­ro del­la fame, ho subi­to pen­sa­to che sareb­be anda­to fino in fondo.

    Un’ultima con­si­de­ra­zio­ne sul rap­por­to tra la tua espe­rien­za del car­ce­re e i libri che scrivi…
    Mi ren­do con­to che dal­le mie paro­le que­sta espe­rien­za del car­ce­re può appa­ri­re quan­to mai tetra… In real­tà con i com­pa­gni pri­gio­nie­ri c’erano anche momen­ti di estre­ma gio­ia… Con­tem­po­ra­nea­men­te c’erano anche espe­rien­ze nega­ti­ve: riva­li­tà per­so­na­li e poli­ti­che, esa­spe­ra­te dal­la deten­zio­ne… Nei miei libri cer­co di ricrea­re tut­to que­sto, espri­me­re sia l’impegno che il diver­ti­men­to. Altri­men­ti sareb­be solo propaganda.

    L’incognita loya­li­sta

    Qua­li sono le tue pre­vi­sio­ni a lun­go ter­mi­ne? Potrà dura­re sta­bil­men­te que­sto sta­to di non-bel­li­ge­ran­za? Cosa faran­no i loyalisti?
    A mio avvi­so il Gover­no ingle­se dovrà rico­no­sce­re che la sua pre­sen­za in Irlan­da del Nord è sta­ta un disa­stro e che il Popo­lo Irlan­de­se deve poter deci­de­re del suo futu­ro. Inol­tre i pro­te­stan­ti, che sono par­te inte­gran­te del Popo­lo Irlan­de­se, dovran­no sce­glie­re se inten­do­no resta­re lega­ti alla Gran Bre­ta­gna o piut­to­sto vive­re in una Irlan­da uni­ta, por­tan­do la loro espe­rien­za, la loro cul­tu­ra e con­ser­van­do la pro­pria iden­ti­tà. La pri­ma ipo­te­si sareb­be un disa­stro anche per loro. In tut­to sono un milio­ne di per­so­ne che vivo­no con­fi­na­ti in un ango­li­no dell’isola. Pen­so che lo capi­sca­no anche loro e che sce­glie­ran­no l’altra pos­si­bi­li­tà. Per­so­nal­men­te sono mol­to otti­mi­sta sull’eventualità che cat­to­li­ci e pro­te­stan­ti rie­sca­no a tro­va­re un ter­re­no comu­ne. Non dimen­ti­chia­mo che attual­men­te la lea­der­ship poli­ti­ca pro­te­stan­te è mol­to scre­di­ta­ta. In par­ti­co­la­re gode di scar­sa con­si­de­ra­zio­ne da par­te del­la sua mag­gio­re base elet­to­ra­le, la clas­se ope­ra­ia pro­te­stan­te. I pro­le­ta­ri di Shan­kill Road e del­le altre aree unio­ni­ste chia­ma­no i diri­gen­ti poli­ti­ci unio­ni­sti “la bri­ga­ta pel­lic­ce e gio­iel­li”, dato che si sono ser­vi­ti del­la poli­ti­ca per arric­chir­si. Len­ta­men­te si sta for­man­do una clas­se poli­ti­ca alter­na­ti­va che sem­bra pos­se­de­re una buo­na dose di coscien­za di clas­se. Cre­do che tro­ve­rà una rispo­sta ade­gua­ta nel­la clas­se ope­ra­ia cat­to­li­ca. Le con­di­zio­ni mate­ria­li di vita sono ana­lo­ghe: disoc­cu­pa­zio­ne, case fati­scen­ti… Cre­do che fini­ran­no per unir­si nel­la ricer­ca di solu­zio­ni comuni.

    Divi­de et impera

    Tra l’altro mi sem­bra che anche in pas­sa­to ci sia­no sta­te lot­te comu­ni: scio­pe­ri, occupazioni…
    In pas­sa­to ci sono sta­ti mol­ti epi­so­di di que­sto gene­re, sia agli ini­zi del seco­lo che negli anni Tren­ta e Qua­ran­ta. Ma ogni vol­ta gli Oran­gi­sti (la clas­se diri­gen­te pro­te­stan­te, ndr) sono riu­sci­ti a sabo­ta­re que­ste allean­ze. Enfa­tiz­zan­do le dif­fe­ren­ze tra cat­to­li­ci e pro­te­stan­ti, discri­mi­nan­do, facen­do sì che i pro­le­ta­ri pro­te­stan­ti con­si­de­ras­se­ro l’Ulster “roba loro” da difen­de­re dagli attac­chi dei “papi­sti”, gli Oran­gi­sti han­no man­te­nu­to sal­da­men­te il pote­re. Ma ormai è tem­po che anche la clas­se ope­ra­ia pro­te­stan­te si chie­da che cosa ha otte­nu­to in que­sti ulti­mi settant’anni di col­la­bo­ra­zio­ne con la pro­pria bor­ghe­sia. Han­no otte­nu­to case decre­pi­te, invi­vi­bi­li, pri­ma dei cat­to­li­ci; han­no otte­nu­to lavo­ri mal­pa­ga­ti, pri­ma dei cat­to­li­ci. Direi che la clas­se ope­ra­ia pro­te­stan­te ha fat­to un pes­si­mo affa­re. Dimen­ti­ca­vo: gli è anche sta­to con­ces­so una vol­ta all’anno, il 12 luglio, di sfi­la­re per le stra­de di Bel­fa­st urlan­do quan­to sono supe­rio­ri ai cat­to­li­ci, ma, fran­ca­men­te, non mi sem­bra molto.

    Da que­sto pun­to di vista come giu­di­chi il “ces­sa­te il fuo­co” del­le orga­niz­za­zio­ni para­mi­li­ta­ri pro­te­stan­ti (UDA, UVF…)? In un pri­mo tem­po sem­bra­va che fos­se­ro dispo­sti a sca­te­na­re la guer­ra civi­le, pur di non met­te­re in discus­sio­ne lo Sta­to del­le sei contee…
    Lo spet­tro del “bagno di san­gue” è sta­to più vol­te evo­ca­to dal Gover­no ingle­se come ali­bi per non fare nul­la. Anche gran par­te dell’opinione pub­bli­ca pen­sa­va che i pro­te­stan­ti sareb­be­ro let­te­ral­men­te impaz­zi­ti e avreb­be­ro sca­te­na­to la guer­ra civi­le. Ma c’è una gros­sa dif­fe­ren­za tra ammaz­za­re per­so­ne iner­mi nel­la loro casa o per stra­da (in gene­re le squa­dre del­la mor­te loya­li­ste scel­go­no i loro obiet­ti­vi tra la popo­la­zio­ne cat­to­li­ca indi­scri­mi­na­ta­men­te, indi­pen­den­te­men­te dall’impegno o dal­le sim­pa­tie poli­ti­che del­le vit­ti­me, ndr) e entra­re nel­la pro­spet­ti­va di scon­fig­ge­re mili­tar­men­te eser­ci­to e poli­zia nel cor­so di una guer­ra civile.
    I grup­pi para­mi­li­ta­ri pro­te­stan­ti non han­no mai dato pro­va di esser in gra­do di ingag­gia­re una guer­ra vera e pro­pria. Per que­sto non sono suf­fi­cien­te­men­te attrez­za­ti, nean­che a livel­lo psi­co­lo­gi­co. Dovreb­be­ro chie­de­re alla comu­ni­tà pro­te­stan­te di soste­ner­li anche con­tro la Coro­na: una situa­zio­ne inso­ste­ni­bi­le per gran par­te degli unio­ni­sti, al limi­te del­la schi­zo­fre­nia. Biso­gna poi tener con­to del­le infi­ni­te pro­ve di col­lu­sio­ne dei grup­pi para­mi­li­ta­ri unio­ni­sti con la poli­zia. Si è sem­pre sospet­ta­to che que­ste ban­de fos­se­ro crea­tu­re dei ser­vi­zi segre­ti, usa­ti come arma di ter­ro­ri­smo di sta­to. Ora il Gover­no ingle­se vuo­le la pace e non biso­gna sor­pren­der­si che anche gli unio­ni­sti si adeguino.

    inter­vi­sta a cura di Gian­ni Sar­to­ri (1994)

  4. Con­fi­dan­do nel genui­no inte­res­se dei vostri let­to­ri per la cau­sa irlan­de­se vi invio que­sto con­tri­bu­to (sem­pre d’archivio), un’intervista a Ber­na­det­te Devlin risa­len­te al 1995 (era­no ini­zia­te da qual­che mese le trat­ta­ti­ve che poi por­te­ran­no al pro­ces­so di paci­fi­ca­zio­ne anco­ra in corso…).
    ciao, GS
    Un incon­tro con Ber­na­det­te Devlin
    (Gian­ni Sar­to­ri, 1995)
    Il tem­po è pas­sa­to anche per l’inossidabile Ber­na­det­te Devlin McA­li­skey, eroi­na del­le lot­te per i Dirit­ti Civi­li degli anni Ses­san­ta. Ades­so ha 47 anni, tre figli e l’aspetto un po’ meno bat­ta­glie­ro di quan­do, arma­ta di mega­fo­no, arrin­ga­va i pro­le­ta­ri del Bog­si­de da qual­che bar­ri­ca­ta. L’avevo già incon­tra­ta a casa sua cir­ca die­ci anni fa (1985) e tra l’altro si era par­la­to del­la sim­pa­tia dimo­stra­ta dal­la cosid­det­ta Destra radi­ca­le per la cau­sa irlan­de­se. Lapi­da­rio il giu­di­zio di Ber­na­det­te: “Di sicu­ro sono sim­pa­tie a sen­so uni­co”. Qual­che “cri­ti­ca costrut­ti­va” anche per il Sinn Fein, all’epoca giu­di­ca­to “trop­po prag­ma­ti­co”. In par­ti­co­la­re si era risen­ti­ta per la par­te­ci­pa­zio­ne ai fune­ra­li di Bob­by Sands di espo­nen­ti dell’ambasciata ira­nia­na (la cen­tra­le “Stra­da degli Ingle­si” di Tehe­ran era sta­ta ribat­tez­za­ta “Stra­da Bob­by Sands”). A soli ven­ti­due anni Ber­na­det­te ven­ne elet­ta al Par­la­men­to di West­min­ster e qua­si con­tem­po­ra­nea­men­te pre­se par­te alla “Bat­ta­glia del Bog­si­de” (ago­sto ’69), quan­do la comu­ni­tà cat­to­li­ca di Der­ry si tro­vò nel­la con­di­zio­ne di dover­si difen­de­re a col­pi di pie­tre e molo­tov dagli attac­chi del­le ban­de para­mi­li­ta­ri del­la destra pro­te­stan­te e del­la poli­zia nor­dir­lan­de­se. Nel ’72 meri­tò anco­ra l’onore del­le cro­na­che per aver pre­so a pugni il Mini­stro degli Inter­ni, Regi­nald Mauld­ling, che ave­va spu­do­ra­ta­men­te men­ti­to sul­la respon­sa­bi­li­tà del­le trup­pe ingle­si nel mas­sa­cro del 30 gen­na­io 1972 (“Bloo­dy Sun­day”, quan­do a Der­ry 13 civi­li furo­no ucci­si dai soldati).
    Negli anni Set­tan­ta si impe­gnò nel­le ini­zia­ti­ve con­tro l’”internamento” di miglia­ia di cat­to­li­ci che ven­ne­ro incar­ce­ra­ti sen­za accu­se né pro­ces­si. Suc­ces­si­va­men­te fon­dò il “Natio­nal Arma­gh Block Com­mit­tee” denun­cian­do all’opinione pub­bli­ca mon­dia­le le infa­mi con­di­zio­ni in cui veni­va­no tenu­ti i pri­gio­nie­ri repub­bli­ca­ni di Long Kesh e di Arma­gh. Nel 1981 la sua casa ven­ne attac­ca­ta da un com­man­do loya­li­sta e Ber­na­det­te rima­se gra­ve­men­te feri­ta da nove col­pi di pisto­la. All’epoca del nostro pri­mo incon­tro, pro­prio pen­san­do a quell’episodio, le ave­vo chie­sto come riu­scis­se a con­ci­lia­re l’attività poli­ti­ca con il ruo­lo di madre. Mi rispo­se che “non sono cer­to due cose faci­li da con­ci­lia­re, ma sono con­vin­ta che l’attività poli­ti­ca non mi ha impe­di­to di esse­re una madre respon­sa­bi­le. In ogni momen­to la mia mag­gior pre­oc­cu­pa­zio­ne è sta­ta per i miei figli. Il 16 feb­bra­io dell’81, quan­do fui gam­biz­za­ta da un com­man­do unio­ni­sta che ave­va inva­so la mia casa, sta­vo nascon­den­do sot­to il let­to l’ultimo dei miei tre figli. Cosa vuoi, gli Irlan­de­si ama­no la sfida…”.
    Il con­cet­to è sta­to riba­di­to in occa­sio­ne di que­sto ulti­mo incon­tro. “Riu­sci­re a con­ci­lia­re la mili­tan­za con la pro­pria vita quo­ti­dia­na è pra­ti­ca­men­te impos­si­bi­le. Ho una sola vita e, come tut­ti, mol­te cose da fare. Pen­so di aver avu­to meno pos­si­bi­li­tà di scel­ta nei con­fron­ti di chi ha potu­to intra­pren­de­re una car­rie­ra pro­fes­sio­na­le. Qui in Ita­lia pre­su­mo che una don­na pos­sa deci­de­re di far­si una fami­glia o una pro­fes­sio­ne, o entram­be. Oppu­re deci­de­re di fare qualcos’altro: occu­par­si di poli­ti­ca, lot­ta­re… Nel­la mia situa­zio­ne non c’era pos­si­bi­li­tà di scel­ta. Pote­vo sof­fri­re in silen­zio o sof­fri­re gri­dan­do e lot­tan­do. Ma non avrei mai potu­to sce­glie­re di non soffrire”.
    D. Cosa pen­si del modo in cui i media han­no trat­ta­to la que­stio­ne irlan­de­se in tut­ti que­sti anni?
    Pen­so che mol­te del­le cose ter­ri­bi­li acca­du­te in Irlan­da del Nord in que­sti ulti­mi ven­ti­cin­que anni for­se non sareb­be­ro suc­ces­se se l’opinione pub­bli­ca fos­se sta­ta ade­gua­ta­men­te infor­ma­ta. Fran­ca­men­te mi mera­vi­glia che, in un’epoca in cui è diven­ta­to mol­to faci­le comu­ni­ca­re noti­zie, per­so­ne che han­no scel­to la pro­fes­sio­ne di gior­na­li­sta si com­por­ti­no in modo così pigro, scri­va­no sen­za recar­si di per­so­na nei luo­ghi di cui pre­ten­do­no par­la­re… Non solo per quan­to riguar­da l’Irlanda del Nord, natu­ral­men­te. La mia espe­rien­za è che pre­fe­ri­sco­no star­se­ne nei loro uffi­ci rice­ven­do da altri le noti­zie. La mag­gior par­te del gior­na­li­smo che si occu­pa del caso Irlan­da non va più in là di Lon­dra. E così l’opinione pub­bli­ca non si ren­de con­to che le noti­zie arri­va­no diret­ta­men­te dal gover­no inglese.
    D. Qua­li sono, a tuo avvi­so, le cau­se del per­ma­ne­re di que­sta situa­zio­ne colo­nia­le o neo­co­lo­nia­le in Irlanda?
    Sono soprat­tut­to cau­se sto­ri­che. È faci­le nell’Europa moder­na dimen­ti­ca­re la sto­ria, anche quan­do (come in Irlan­da o in Bosnia) gli erro­ri del­la sto­ria distrug­go­no la vita di miglia­ia di per­so­ne. L’Irlanda è sta­ta la pri­ma colo­nia degli Ingle­si e pare desti­na­ta a diven­ta­re anche l’ultima. Oggi l’impero bri­tan­ni­co non esi­ste più, ma esi­sto­no anco­ra alcu­ne colo­nie. Oltre all’Irlanda del Nord, Gibil­ter­ra, Hong Kong (che sta per diven­ta­re indi­pen­den­te) e le iso­le Fal­kland (Mal­vi­nas, ndr). Per que­ste ulti­me la Gran Bre­ta­gna ha com­bat­tu­to una guer­ra con­tro l’Argentina agli ini­zi degli anni Ottan­ta. Le rela­zio­ni tra Spa­gna e Gran Bre­ta­gna sono anco­ra dif­fi­ci­li per via di Gibil­ter­ra. Per quan­to riguar­da l’Irlanda il rap­por­to è anco­ra sostan­zial­men­te quel­lo tra colo­niz­za­to e colo­niz­za­to­re. Se non ci si met­te in que­sta otti­ca, si farà sem­pre fati­ca a capi­re quan­to acca­de. Il pro­ble­ma nasce dal rifiu­to di Lon­dra di accet­ta­re l’autodeterminazione dell’Irlanda.
    D. La cro­na­ca regi­stra soprat­tut­to gli epi­so­di più ecla­tan­ti, la vio­len­za del­la lot­ta arma­ta. Esi­ste solo que­sto da par­te del popo­lo irlan­de­se che lot­ta per la sua indipendenza?
    Noi Irlan­de­si abbia­mo lot­ta­to mol­to anche in modo non­vio­len­to per la nostra auto­de­ter­mi­na­zio­ne. Quan­do è sta­to pos­si­bi­le con il voto: nel 1918 a Lon­dra i depu­ta­ti irlan­de­si ave­va­no 105 seg­gi. Di que­sti ben 78 era­no anda­ti al Sinn Fein. Que­sta vit­to­ria elet­to­ra­le per­mi­se al Sinn Fein, con una deci­sio­ne paci­fi­ca e demo­cra­ti­ca, di costi­tui­re un Par­la­men­to indi­pen­den­te. Gli Ingle­si con­si­de­ra­ro­no quel voto un tra­di­men­to, i depu­ta­ti ven­ne­ro impri­gio­na­ti e comin­ciò la nostra guer­ra di indi­pen­den­za. Alla fine furo­no anco­ra gli Irlan­de­si a muo­ver­si per una solu­zio­ne paci­fi­ca. Inve­ce gli Ingle­si pre­fe­ri­ro­no divi­de­re in due il pae­se, crean­do le pre­mes­se per un futu­ro conflitto.
    D. Lon­dra ha sem­pre dichia­ra­to di aver volu­to in que­sto modo tute­la­re una mino­ran­za, i protestanti…Cosa puoi dir­ci a tale proposito?
    Si trat­ta di una mino­ran­za pri­vi­le­gia­ta, stan­zia­ta in due con­tee e mez­za dell’Isola. È come se in Suda­fri­ca gli Afri­ka­ner si fos­se­ro rita­glia­to uno sta­to indi­pen­den­te. Ma quan­do il gover­no ingle­se vol­le la sepa­ra­zio­ne, i lea­ders irlan­de­si com­mi­se­ro l’errore di accet­ta­re. La cosid­det­ta “mag­gio­ran­za pro­te­stan­te” che era tale solo in due con­tee e mez­za, si vide asse­gna­re mol­to di più: sei con­tee. Anco­ra oggi è con­cen­tra­ta in due con­tee: Antrim (dove c’è Bel­fa­st) e Down.
    D. Come sono anda­te le cose dopo la divi­sio­ne dell’Isola? E, in par­ti­co­la­re, cosa è acca­du­to negli ulti­mi ven­ti­cin­que anni?
    Non cer­to demo­cra­ti­ca­men­te. Dal ’22 al ’72, per cinquant’anni, gli Unio­ni­sti gesti­ro­no il pote­re in esclu­si­va. Anche i mem­bri del­le for­ze dell’ordine appar­te­ne­va­no al par­ti­to unio­ni­sta. Dal can­to loro gli espo­nen­ti del­la comu­ni­tà cat­to­li­ca han­no sem­pre avu­to alme­no il dop­pio di pro­ba­bi­li­tà di resta­re disoc­cu­pa­ti rispet­to ai pro­te­stan­ti e in tut­to que­sto tem­po è rima­sta in vigo­re la legi­sla­zio­ne di emer­gen­za. Alla fine degli anni Ses­san­ta il Movi­men­to per i Dirit­ti Civi­li, non­vio­len­to, ven­ne ripe­tu­ta­men­te attac­ca­to dal­la poli­zia e dai para­mi­li­ta­ri pro­te­stan­ti. Con l’arrivo del­le trup­pe ingle­si, ini­zial­men­te invia­te per difen­de­re i cat­to­li­ci, ebbe­ro ini­zio ven­ti­cin­que anni di quel­la che io chia­mo “socie­tà mili­ta­riz­za­ta”. Gli ingle­si non pos­so­no gover­na­re in modo demo­cra­ti­co nell’Irlanda del Nord sem­pli­ce­men­te per­ché qui non esi­sto­no strut­tu­re demo­cra­ti­che. Nel cor­so di que­sti ulti­mi ven­ti­cin­que anni ogni ele­men­ta­re dirit­to civi­le è sta­to abo­li­to. Pen­sa a cosa signi­fi­ca poter esse­re arre­sta­to per stra­da in ogni momen­to, sen­za che nem­me­no ven­ga reso pub­bli­co il moti­vo… Si par­la­va pri­ma del­la fami­glia… Ebbe­ne, i miei tre figli (che ora han­no rispet­ti­va­men­te 15, 19 e 23 anni) sono cre­sciu­ti sapen­do che in ogni momen­to pote­va­no esse­re arre­sta­ti anche sen­za aver fat­to nul­la, per un sospet­to, per un con­trol­lo… È dif­fi­ci­le, per chi non l’abbia pro­va­to, capi­re cosa signi­fi­chi real­men­te la man­can­za di rispet­to per i Dirit­ti Umani.
    D. Dice­vi pri­ma che sull’Irlanda del Nord i media sono sem­pre sta­ti reti­cen­ti. Anche dopo che è ini­zia­to il pro­ces­so di pace?
    Come ho det­to, i gior­na­li­sti sem­bra­no voler­si occu­pa­re più che altro dei fat­ti spet­ta­co­la­ri, del­la vio­len­za. Pas­sa­ta la “sbor­nia” per il ces­sa­te il fuo­co dell’IRA, l’interesse è venu­to meno. Quan­do i Repub­bli­ca­ni han­no fat­to que­sto pas­so ver­so la pace, mol­ti gior­na­li han­no det­to che ormai la pace era sta­ta rag­giun­ta. In real­tà i pro­ble­mi resta­no ugua­li a pri­ma. L’esercito con­ti­nua ad usa­re i pro­iet­ti­li di pla­sti­ca (mici­dia­li e, spes­so, mor­ta­li; usa­ti anche con­tro paci­fi­che dimo­stra­zio­ni, ndr); soprat­tut­to con­tro i gio­va­ni e spes­so sen­za moti­vo. La gen­te non ha il dirit­to di esse­re rap­pre­sen­ta­ta dai poli­ti­ci che sceglie…
    D. Puoi far­ci un esempio?
    Io pos­so vota­re per il Sinn Fein ma il gover­no non rico­no­sce il Sinn Fein come legit­ti­mo rap­pre­sen­tan­te di una par­te del­la comu­ni­tà cat­to­li­ca. Quin­di è come se non aves­si vota­to. Se io chie­do al mio can­di­da­to di inda­ga­re, per es., su un pro­ble­ma sani­ta­rio e lui scri­ve, fa una richie­sta al Mini­stro del­la Sani­tà, que­sto non gli rispon­de nem­me­no. Fino­ra il gover­no si è sem­pre rifiu­ta­to di par­la­re con il Sinn Fein. Quin­di noi abbia­mo il dirit­to di voto ma per il gover­no è come se non aves­si­mo votato.
    D. Ma ades­so, dopo le dichia­ra­zio­ni di Major ai pri­mi di novem­bre, sem­bra che final­men­te qual­co­sa stia cambiando…
    In real­tà, a più di tre mesi dal ces­sa­te il fuo­co dell’IRA, il gover­no ingle­se non ha dato, a mio avvi­so, garan­zie di una sua pre­ci­sa volon­tà poli­ti­ca di risol­ve­re il con­flit­to. Sem­bra inte­res­sa­to sol­tan­to a ritor­na­re alla situa­zio­ne che c’era pri­ma dell’inizio del­la guer­ra (Ber­na­det­te si rife­ri­sce alla ripre­sa del­la lot­ta arma­ta da par­te dei “Pro­vi­sio­nals”, quin­di agli ulti­mi ven­ti­cin­que anni, ndr), ma la sto­ria del mio pae­se inse­gna che se non si risol­vo­no i pro­ble­mi la guer­ra ripren­de­rà. Maga­ri tra qual­che anno, maga­ri alla pros­si­ma gene­ra­zio­ne. Ricor­do che la Gran Bre­ta­gna non ha mai gover­na­to in Irlan­da per più di due gene­ra­zio­ni sen­za guer­ra. Biso­gna risol­ve­re le que­stio­ni colo­nia­le, cul­tu­ra­le, eco­no­mi­ca, dei Dirit­ti Uma­ni… solo allo­ra avre­mo la pace.
    D. Pen­si che la lot­ta arma­ta potreb­be riprendere?
    Pen­so che la stra­gran­de mag­gio­ran­za del­le per­so­ne che vivo­no in Irlan­da vor­reb­be risol­ve­re la que­stio­ne in modo paci­fi­co, ma gli Ingle­si si illu­do­no se pen­sa­no che “non c’è più lot­ta arma­ta, non ci sono più pro­ble­mi”. È mol­to impor­tan­te che ci si occu­pi anco­ra dell’ultima colo­nia inglese.
    D. In que­sti gior­ni (1995 nda) sono ripre­si i com­bat­ti­men­ti nel­la Bosnia e qual­che gior­na­le ha fat­to il para­go­ne con gli scon­tri set­ta­ri nell’Irlanda del Nord. Pen­si sia leci­to sta­bi­li­re un’analogia?
    Sono para­go­ni quan­to mai super­fi­cia­li. Caso mai si può rica­var­ne una mede­si­ma lezio­ne: anche la vio­len­za del­la Bosnia tro­va la sua ori­gi­ne nel­la sto­ria. Per espe­rien­za devo dire che in gene­re i gior­na­li­sti non infor­ma­no i loro let­to­ri sul­le ragio­ni sto­ri­che dei con­flit­ti. Si auspi­ca una solu­zio­ne sen­za aver stu­dia­to il con­te­sto sto­ri­co. Riten­go sia sem­pli­ci­sti­co dire che i Ser­bi sono i cat­ti­vi e gli altri i buo­ni. Ci vuo­le ben altro per riu­sci­re a capi­re come si pos­sa esse­re arri­va­ti a quel pun­to, a vio­la­re in tale misu­ra i Dirit­ti Uma­ni. Riten­go inol­tre che vi sia un rap­por­to tra le sof­fe­ren­ze inflit­te al “nemi­co” e quel­le subi­te da un popo­lo, una comu­ni­tà, un grup­po socia­le; soprat­tut­to se nes­su­no, a livel­lo di opi­nio­ne pub­bli­ca, si è occu­pa­to di que­ste. Pen­so che per comin­cia­re a risol­ve­re i pro­ble­mi sia indi­spen­sa­bi­le cono­sce­re, infor­mar­si, istruir­si… altri­men­ti si par­la a vuoto.
    D. Spes­so hai cri­ti­ca­to dura­men­te la poli­ti­ca del gover­no irlan­de­se. Che giu­di­zio dai del ruo­lo avu­to nel­le ini­zia­ti­ve per il pro­ces­so di pace? Ha avu­to una par­ti­co­la­re rile­van­za il fat­to che il Pre­si­den­te dell’Irlanda fos­se una donna?
    Biso­gna rico­no­sce­re che la pre­si­den­te Mary Robin­son ha svol­to un’azione inno­va­tri­ce rispet­to ad anni ed anni di tra­di­zio­na­li­smo e con­ser­va­to­ri­smo, ma que­sto non riguar­da il pro­ces­so di pace. Secon­do la Costi­tu­zio­ne, il Pre­si­den­te non ha nien­te a che fare con il gover­no, che in que­sta cir­co­stan­za ha dimo­stra­to mol­ta auto­no­mia e corag­gio poli­ti­co. Dal mio pun­to di vista c’è comun­que una gros­sa dif­fi­col­tà: man­ca anco­ra un vero e pro­prio pro­get­to poli­ti­co. Quel­lo che han­no in men­te a Dubli­no, il Forum per la pace aper­to a tut­ti i par­ti­ti irlan­de­si, è insuf­fi­cien­te. Infat­ti i par­ti­ti filoin­gle­si si sono rifiu­ta­ti di pren­de­re par­te alle pri­me riu­nio­ni con­giun­te. È inol­tre evi­den­te che anche il gover­no ingle­se ha in men­te un suo pro­get­to di pace, ma anche in que­sto caso man­ca un pro­gram­ma pre­ci­so, una serie di sca­den­ze da por­ta­re avan­ti. Mi sem­bra quin­di dif­fi­ci­le riu­sci­re a far col­li­ma­re i due pro­ces­si di pace. Devo comun­que rico­no­sce­re (ed è noto che non sono mai sta­ta una soste­ni­tri­ce del gover­no irlan­de­se, anzi) che in que­sta cir­co­stan­za ha sapu­to com­pie­re un pas­so mol­to impor­tan­te per la pace. Resta comun­que chia­ro che il gover­no di Dubli­no non ha alcu­na auto­ri­tà nell’Irlanda del nord.
    D. Pen­si che in futu­ro sia pos­si­bi­le con­vi­ve­re paci­fi­ca­men­te tra cat­to­li­ci e pro­te­stan­ti in Irlanda?
    Si, sono con­vin­ta che vive­re insie­me sia pos­si­bi­le anche per­ché cat­to­li­ci e pro­te­stan­ti con­vi­vo­no paci­fi­ca­men­te dovun­que nel mon­do. Mi chie­do piut­to­sto se in Irlan­da sia pos­si­bi­le crea­re una socie­tà demo­cra­ti­ca, dove la reli­gio­ne che uno pro­fes­sa non sia così deter­mi­nan­te per la poli­ti­ca. Pen­so sia neces­sa­rio pro­gram­ma­re alcu­ne sca­den­ze per il futu­ro. Innan­zi­tut­to ela­bo­ra­re una Costi­tu­zio­ne che dovrà esse­re rati­fi­ca­ta dal popo­lo irlan­de­se con il voto. Per arri­va­re a que­sto non c’è che lo stru­men­to del dia­lo­go. Inol­tre deve esse­re ben chia­ra la que­stio­ne dei Dirit­ti Uma­ni che qui sono sta­ti vio­la­ti siste­ma­ti­ca­men­te. Per que­sto c’è biso­gno di un con­trol­lo dell’ONU, di garan­ti non diret­ta­men­te coin­vol­ti, di un arbi­tro inter­na­zio­na­le super par­tes: né ingle­si, né irlan­de­si e, a mio avvi­so, nean­che ame­ri­ca­ni. Biso­gna poi dar­si un ter­mi­ne pre­ci­so. Io pro­pon­go 5 anni. Se ini­zia­mo ades­so, tra 5 anni dovrem­mo aver com­ple­ta­to il dia­lo­go poli­ti­co e per­met­te­re quin­di alla gen­te di espri­me­re la sua opi­nio­ne con il voto. La que­stio­ne cen­tra­le resta comun­que la soli­ta: il gover­no ingle­se ha inten­zio­ne di con­ti­nua­re a gover­na­re l’Irlanda del Nord o inten­de andar­se­ne? Nel­la pri­ma ipo­te­si dovran­no ren­der con­to del loro ope­ra­to e del­le con­se­guen­ze agli orga­ni di Dirit­to Inter­na­zio­na­le e alle orga­niz­za­zio­ni per i Dirit­ti Uma­ni. Se inve­ce van­no via, le que­stio­ni da affron­ta­re saran­no diver­se. Per esem­pio come garan­ti­re l’identità degli unio­ni­sti all’interno del nuo­vo Sta­to. In que­sto caso sarà respon­sa­bi­li­tà nostra dare rispo­ste adeguate.
    Gian­ni Sar­to­ri (1995)

  5. per non dimen­ti­ca­re mai cosa era (è) il nazifascismo…

    1944–2014: a set­tan­ta anni di distan­za, un ricor­do di
    SARA CHE NON VOLEVA MORIRE…

    (Gian­ni Sartori)

    Ci sono sto­rie che inse­gui incon­sa­pe­vol­men­te per anni, o for­se sono quel­le sto­rie che ti inseguono…
    Una pri­ma vol­ta ne ave­vo sen­ti­to par­la­re cir­ca tren­ta anni fa. Un giro in bici, una sosta nel­la piaz­zet­ta di un pae­se mai visto pri­ma, un casua­le incon­tro con un’an­zia­na che ave­va assi­sti­to ai fat­ti di per­so­na. Mi par­lò di un even­to all’e­po­ca poco cono­sciu­to (“obli­te­ra­to”), su cui poco pie­to­sa­men­te veni­va ste­so un velo di silen­zio: la depor­ta­zio­ne in una anti­ca vil­la padro­na­le di Vò Vec­chio (Vil­la Con­ta­ri­ni-Venier) di un grup­po di ebrei rastrel­la­ti nel Ghet­to di Pado­va (dicem­bre 1943). E mi accen­nò ad un epi­so­dio anco­ra più inquie­tan­te, il ten­ta­ti­vo di una bam­bi­na (for­se spin­ta dal­la madre) di nascon­der­si in una bar­ches­sa per evi­ta­re la defi­ni­ti­va depor­ta­zio­ne (luglio 1944).
    Qual­che anno dopo (sem­pre casual­men­te) rac­col­si altri par­ti­co­la­ri da una paren­te, for­se una nipo­te, del­l’an­zia­na ormai scom­par­sa. La bam­bi­na sareb­be sta­ta ripor­ta­ta ai tede­schi il gior­no dopo, for­se per timo­re di rap­pre­sa­glie. Fat­to sta che emer­se nel rac­con­to una pre­ci­sa respon­sa­bi­li­tà del­le Suo­re Eli­sa­bet­tia­ne (inca­ri­ca­te di occu­par­si del­la cuci­na del cam­po di con­cen­tra­men­to) nel “resti­tui­re” Sara agli aguz­zi­ni. Ricor­do che il con­trol­lo del cam­po di Vò Vec­chio, uno dei cir­ca 30 isti­tui­ti dal­la R.S.I. di Mus­so­li­ni, era affi­da­to a per­so­na­le di poli­zia ita­lia­no (pre­sen­ti anche alcu­ni cara­bi­nie­ri). Inve­ce la lapi­de sul­la fac­cia­ta del­la vil­la in memo­ria di quan­ti non ritor­na­ro­no (posta sol­tan­to nel 2001) ne par­la come di un even­to avve­nu­to “duran­te l’oc­cu­pa­zio­ne tede­sca” sen­za un accen­no alle respon­sa­bi­li­tà del fasci­smo italiano.
    Il tra­git­to dei 43 Ebrei da Vò Vec­chio ver­so la solu­zio­ne fina­le è ormai noto e ben docu­men­ta­to. La mac­chi­na buro­cra­ti­ca fun­zio­na­va alla per­fe­zio­ne e la pra­ti­ca di ognu­no dei depor­ta­ti pro­se­guì rego­lar­men­te gra­zie a deci­ne di ano­ni­mi com­pli­ci, ese­cu­to­ri sen­za volto.
    Fat­ti sali­re su due camion, ven­ne­ro pri­ma richiu­si nel­le car­ce­ri di Pado­va e poi invia­ti a Trie­ste, nel­la Risie­ra di San Sab­ba. Tap­pa defi­ni­ti­va, Auschwitz.
    Quan­to alla bim­ba, si chia­ma­va Sara Ges­ses (dove­va ave­re sei o set­te anni, ma alcu­ne fon­ti par­la­no di die­ci) e, que­sto l’ho sapu­to solo recen­te­men­te, ven­ne ripor­ta­ta a Pado­va con la cor­rie­ra (quel­la di linea) dal coman­dan­te del cam­po in per­so­na, Lepo­re (in alcu­ni scrit­ti vie­ne defi­ni­to “più uma­no” rispet­to al suo pre­de­ces­so­re). Anche al momen­to di sali­re sul­la cor­rie­ra Sara si sareb­be ribel­la­ta, avreb­be pian­to, gri­da­to, for­se scal­cia­to. Vien da chie­der­si come il zelan­te fun­zio­na­rio abbia poi potu­to con­vi­ve­re con il ricor­do di que­sta crea­tu­ra con­dot­ta al macel­lo. Ma in fon­do Lepo­re non era altro che una del­le tan­te indi­spen­sa­bi­li rotel­li­ne del­l’in­gra­nag­gio, un cane da guar­dia addo­me­sti­ca­to, ser­vo doci­le inca­pa­ce di un gesto sia di ribel­lio­ne che di com­pas­sio­ne. Pare che un mal­de­stro ten­ta­ti­vo di giu­sti­fi­car­si sia poi venu­to da par­te del­le suo­re che dis­se­ro di aver agi­to in quel modo “per ripor­tar­la insie­me alla mam­ma”. L’i­po­cri­sia a brac­cet­to con la fal­sa coscienza.
    In pre­ce­den­za, insie­me ai geni­to­ri, la bam­bi­na era sta­ta cat­tu­ra­ta vici­no al con­fi­ne con la Sviz­ze­ra duran­te un ten­ta­ti­vo di fuga e quin­di ripor­ta­ta nel pado­va­no. Sem­bra anche che la madre riu­scis­se a far­la sci­vo­lar fuo­ri dal fine­stri­no di un’al­tra cor­rie­ra, quel­la che dal car­ce­re di Pado­va sta­va por­tan­do i pri­gio­nie­ri a Trie­ste. Pur­trop­po inva­no. Sara ven­ne imme­dia­ta­men­te ripre­sa dagli sgher­ri nazifascisti.
    In Polo­nia la mag­gior par­te dei 47 depor­ta­ti (tra cui Sara) ven­ne imme­dia­ta­men­te “sele­zio­na­ta” per le came­re a gas. Solo una deci­na ven­ne momen­ta­nea­men­te rispar­mia­ta e di que­sti solo tre sopravvissero.
    Sara che non ave­va incon­tra­to nes­sun “giu­sto” sul suo cam­mi­no ven­ne avvia­ta alla came­ra a gas appe­na sce­sa dal con­vo­glio 33T sul­la ram­pa di Bir­ke­nau, nel­la not­te tra il 3 e il 4 ago­sto ago­sto 1944.
    La sua “mor­te pic­ci­na” (come quel­la del­la bam­bi­na di Sido­ne can­ta­ta da De André) rima­ne un delit­to sen­za pos­si­bi­le reden­zio­ne, ma di cui dob­bia­mo alme­no con­ser­va­re la memoria.
    Gian­ni Sar­to­ri (set­tem­bre 2014)

  6. segna­lo in rete:
    ETNIE, Gian­ni Sartori’s Late­st Posts
    I cur­di, da Oca­lan ai peshmerga
    By Gian­ni Sar­to­ri del 22/09/2014
    Ven­ti­cin­que anni di ricer­che, inter­vi­ste, ana­li­si geo­po­li­ti­che e testi­mo­nian­ze diret­te: un sag­gio fon­da­men­ta­le per capi­re le vicen­de di que­sto popo­lo leggendario

  7. Vedo che al pros­si­mo con­ve­gno sul­la stra­ge di Piaz­za del­la Log­gia (Bre­scia, 29 novem­bre 2014) inter­ver­ran­no Giu­lio Gio­rel­lo (cono­sciu­to come esti­ma­to­re di Ezra Pound e par­te­ci­pan­te a recen­ti con­ve­gni orga­niz­za­ti da casa­pound – e per que­sto espul­so dal­la reda­zio­ne di Liber­ta­ria) e Sil­via Calamati…
    Per­ché a que­sto pun­to non invi­ta­re anche Gian­fran­co de Tur­ris (noto per le sue pre­fa­zio­ni allo stra­gi­sta di Firen­ze e pre­si­den­te del­la Fon­da­zio­ne Julius Evo­la), Rober­ta Ange­lil­li (par­la­men­ta­re euro­pea pro­ve­nien­te da ter­za posi­zio­ne, ami­ca di Insa­ba­to) e Tom­ma­so La Lon­ga (gior­na­li­sta di Rina­sci­ta ‑quel­la del­la soi­di­sant “sinistra”nazionale, in real­tà neo­fa­sci­sta- e altre testa­te di destra) con cui han­no già con­di­vi­so altre con­fe­ren­ze? In par­ti­co­la­re sul­la que­stio­ne irlan­de­se legit­ti­man­do con la loro pre­sen­za la stru­men­ta­liz­za­zio­ne da par­te dei fasci­sti di Bob­by Sands e degli altri com­pa­gni mor­ti nel 1981 in scio­pe­ro del­la fame.
    Ma non si pote­va (per rispet­to alle vit­ti­me del­le stra­gi di sta­to con mano­va­lan­za fasci­sta) invi­ta­re qual­cu­no meno “disin­vol­to” nei con­fron­ti del­la (Nuo­va?) Destra?
    ciao
    GS
    (ri)segnalo in rete: “Fasci­sti giù le mani dall’Irlanda”

  8. Caro Gian­ni Sar­to­ri, i tuoi con­tri­bu­ti sono inte­res­san­ti, ma la sezio­ne dei com­men­ti di una pagi­na non è fat­ta per posta­re arti­co­li inte­ri, se li ritie­ni inte­res­san­ti basta inse­ri­re dei link, altri­men­ti i com­men­ti degli altri diven­ta­no illeggibili.
    Ti con­si­glio di cor­reg­ge­re e ripor­ta­re il tut­to a una lun­ghez­za accettabile.

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