Oscar 2014
Tra etica e politica

Oscar

La sto­ria del premio

Dal lon­ta­no 1929, la pre­mia­zio­ne degli Aca­de­my Awards of Merit giun­ge a immor­ta­la­re per sem­pre nel­la sto­ria tut­ti colo­ro che han­no par­te­ci­pa­to alla rea­liz­za­zio­ne di ope­re cine­ma­to­gra­fi­che nel cor­so del 2013.

Meglio cono­sciu­ta come ceri­mo­nia degli Oscar, per via del­la sta­tuet­ta asse­gna­ta come pre­mio che asso­mi­glia­va, sen­za fac­cia e con una spa­da in mano, allo zio di nome Oscar di una del­le impie­ga­te del­la Aca­de­my il pre­mio nac­que due anni dopo la crea­zio­ne dell’Aca­de­my of Motion Pic­tu­res Arts and Scien­ces per volon­tà di uno dei ple­ni­po­ten­zia­ri più gran­di, e dispo­ti­ci, di tut­ti i tem­pi: Louis B. Mayer, co-fon­da­to­re e pre­si­den­te del­la Metro Goldw­yn Mayer, quel­la del cele­bre “leo­ne rug­gen­te” nei tito­li di testa.

L’idea ori­gi­na­le era quel­la di crea­re un ente per il «miglio­ra­men­to e la pro­mo­zio­ne mon­dia­le del cine­ma», scor­dan­do­si però di aggiun­ge­re che il “miglio­ra­men­to” era una visio­ne con­ser­va­tri­ce del­la vita attra­ver­so il cine­ma, di cui fece­ro le spe­se gran­di regi­sti sopra le righe come Erich von Stro­heim o atto­ri come John Gil­bert e Gre­ta Gar­bo, e la “pro­mo­zio­ne mon­dia­le del cine­ma” scor­da­va il fon­da­men­ta­le attri­bu­to di “ame­ri­ca­no”, fon­da­men­ta­le per meglio com­pren­de­re la ragio­ne per cui ai pre­mi, eccet­to ovvia­men­te quel­lo di Miglior Film Stra­nie­ro, sono ammes­si solo film pro­dot­ti negli Sta­ti Uniti.

Sen­za voler esse­re die­tro­lo­gi­ci, spic­ca­no nel­la lun­ga sto­ria di que­sti pre­mi diver­si risul­ta­ti “poli­ti­ci”: la pri­ma vit­to­ria di una don­na regi­sta, in un mon­do così domi­na­to dal­la com­po­nen­te maschi­le, avve­nu­ta nel 2010 (Kath­ryn Bige­low per The Hurt Loc­ker) o il pre­mio per la Miglio­re Regia a Mar­tin Scor­se­se solo nel 2007 per The Depar­ted, dopo quat­tro nomi­na­tion anda­te a vuo­to per capo­la­vo­ri come Toro Sca­te­na­to, L’ultima ten­ta­zio­ne di Cri­sto The Good Fel­las (Quei Bra­vi Ragaz­zi). Ha valen­za poli­ti­ca anche il man­ca­to riti­ro dei pre­mi: Woo­dy Allen non ha riti­ra­to nes­su­na del­le quat­tro sta­tuet­te vin­te, così come Paul New­man che, stan­co del­la casel­la zero alle vit­to­rie dopo mol­te nomi­na­tion, non riti­rò l’O­scar come miglior atto­re pro­ta­go­ni­sta per Il colo­re dei sol­di nel 1987; o anche i due casi estre­mi di rifiu­to vero e pro­prio del pre­mio, cele­ber­ri­mo nel 1973 per il suo ruo­lo ne Il Padri­no quel­lo di Mar­lon Bran­do, che sfrut­tò la ceri­mo­nia per per­met­te­re ad una nati­va ame­ri­ca­na, che poi si sco­prì esse­re un’attrice, di tene­re un discor­so in favo­re dei popo­li che abi­ta­va­no l’America pri­ma di esse­re segre­ga­ti nel­le riser­ve, o il rifiu­to di Geor­ge C. Scott due anni pri­ma di Bran­do per l’in­ter­pre­ta­zio­ne in Pat­ton, gene­ra­le d’acciaio.

A gene­ra­re più dis­si­di è la que­stio­ne del­la distri­bu­zio­ne dei voti, divi­si tra atto­ri, regi­sti ma soprat­tut­to pro­dut­to­ri, che ogni anno ten­de a pre­mia­re per moti­vi poli­ti­co-eco­no­mi­ci piut­to­sto che per l’oggettiva qua­li­tà dei film e del­le inter­pre­ta­zio­ni stes­se: su tut­to pos­so­no fare fede le paro­le di cru­da con­sa­pe­vo­lez­za di Robert Red­ford alla pre­sen­ta­zio­ne dell’ultimo Sun­dan­ce Festi­val (che pre­mia il cine­ma indi­pen­den­te), da lui stes­so volu­to, quan­do dice: «Hol­ly­wood è un busi­ness. E que­sta è una real­tà per cui pro­vo il mas­si­mo rispet­to. Pre­mi come gli Oscar dipen­do­no in gran par­te da come ven­go­no impo­sta­te le cam­pa­gne pro­mo­zio­na­li». Recen­tis­si­mo il caso, avve­nu­to pro­prio per que­sta edi­zio­ne, del­la squa­li­fi­ca del­la can­zo­ne “Alo­ne Yet Not Alo­ne” di Bru­ce Broughton, il qua­le avreb­be abu­sa­to del­la sua posi­zio­ne all’interno del comi­ta­to ese­cu­ti­vo del­la bran­ca musi­ca­le e invia­to mail di pro­mo­zio­ne ad alcu­ni mem­bri dell’ Academy.

È gran­de bellezza

Un irri­co­no­sci­bi­le Mat­thew McCo­nau­ghey, giu­sta­men­te pre­mia­to come Miglior Atto­re per l’in­ter­pre­ta­zio­ne in Dal­las Buyers Club

A con­fer­ma di una ten­den­za all’attenzione dei temi eti­ci e socia­li ma anche a quel­li che smuo­vo­no di più l’opinione pub­bli­ca, in que­sta edi­zio­ne dei pre­mi Oscar han­no trion­fa­to alcu­ni nomi noti e altri meno: il pre­mio al Miglior Film è anda­to a 12 Anni Schia­vo, vit­to­ria ampia­men­te pro­no­sti­ca­bi­le dato il tema, mol­to sen­si­bi­le per gli ame­ri­ca­ni, del­la segre­ga­zio­ne raz­zia­le; film che ha por­ta­to alla vit­to­ria sia Lupi­ta N’yong’o, pre­mia­ta come Miglior Attri­ce Non Pro­ta­go­ni­sta, sia lo sce­neg­gia­to­re John Ridley.
Altret­tan­to scon­ta­ta è sta­ta l’incetta di pre­mi per Gra­vi­ty di Alfon­so Cua­ròn, film ambien­ta­to nel­lo spa­zio e che fa lar­go ricor­so alla moder­na tec­no­lo­gia riu­scen­do così a vin­ce­re pre­mi pre­sti­gio­si come quel­lo per la Miglio­re Regia (Cua­ròn), Miglior Foto­gra­fia (Emma­nuel­le Lubetz­ki), Miglior Mon­tag­gio (Cua­ròn e Mark San­ger), inol­tre anche Miglio­ri Effet­ti Spe­cia­li, Miglior Sono­ro, Miglior Mon­tag­gio Sono­ro e infi­ne anche il pre­mio per la colon­na sono­ra a Ste­ven Price.

Quel­li pro­no­sti­ca­bi­li fini­sco­no qua, per­ché poi le sor­pre­se –come ogni anno– sono sta­te mol­te: nes­sun pre­mio per Leo­nar­do Di Caprio, nono­stan­te una meri­ta­ta (più che in pre­ce­den­za) nomi­na­tion come Miglior atto­re Pro­ta­go­ni­sta; han­no trion­fa­to inve­ce per l’interpretazione nel­lo stes­so film, Dal­las Buyers Club, un gran­de atto­re cono­sciu­to, Mat­thew McCo­nau­ghey, e un altro arti­sta che si tro­va sem­pre più a suo agio nel mon­do del cine­ma, Jared Leto ―lea­der dei Thir­ty Seconds to Mars―che ottie­ne il pre­mio come Miglior Atto­re Non Protagonista.
Por­ta a casa la sua pri­ma sta­tuet­ta Cate Blan­chett, per la sua inter­pre­ta­zio­ne in Blue Jasmi­ne di Woo­dy Allen. Meri­ta­to il pre­mio all’attrice, anche se il film non è cer­to anno­ve­ra­bi­le tra i miglio­ri del gran­de regi­sta newyorchese.

Vero moti­vo di ansia nazio­na­le, l’Oscar come Miglior Film Stra­nie­ro è anda­to a La Gran­de Bel­lez­za di Pao­lo Sor­ren­ti­no, ma chiun­que abbia visto il film dovreb­be esser­ne con­ten­to a metà, essen­do la dram­ma­ti­ca tra­spo­si­zio­ne arti­sti­ca di una socie­tà (ita­lia­na e non solo) mala­ta di edo­ni­smo e pri­va di con­te­nu­ti, lega­ta così alla for­ma e non alla sostan­za —per cui le cele­bra­zio­ni come se fos­se l’inizio di un nuo­vo rina­sci­men­to sono del tut­to fuo­ri luo­go; resta però un sot­ti­le alo­ne di pia­ce­re quan­do un’opera ita­lia­na rice­ve un pre­mio inter­na­zio­na­le tan­to prestigioso.

In defi­ni­ti­va si può dire che l’Academy stia len­ta­men­te guar­dan­do den­tro se stes­sa, cer­can­do di pre­fe­ri­re temi eti­ci e socia­li che pos­sa­no dav­ve­ro toc­ca­re il cuo­re del­le per­so­ne come solo la Set­ti­ma Arte rie­sce a fare.

Jaco­po Iside
@JacopoIside

Jacopo Iside
Appas­sio­na­to di Sto­ria e di sto­rie. Stu­den­te mai trop­po dili­gen­te, ho inse­gui­to di più i sogni
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