Ri-Maflow
Dopo quattro anni, torniamo nella fabbrica di Trezzano per raccontare la sua nuova realtà

Pro­ba­bil­men­te mol­ti ricor­de­ran­no di quel­la fab­bri­ca di Trez­za­no sul Navi­glio, la Maflow, situa­ta a pochi chi­lo­me­tri da Mila­no, che ad ini­zio 2010, minac­cia­ta dal­la cri­si, minac­cia­va di chiu­de­re defi­ni­ti­va­men­te i bat­ten­ti; ne ave­va­mo par­la­to anche noi, nell’inchiesta in aper­tu­ra del nume­ro 52 di feb­bra­io 2010. Da allo­ra mol­te cose sono cam­bia­te. Tra­scor­si quat­tro anni, sia­mo tor­na­ti alla Maflow, oggi Ri-Maflow, per fare il pun­to e rac­con­tar­le. In par­ti­co­la­re, abbia­mo par­la­to con Miche­le e Maria­ro­sa, ex dipen­den­ti anco­ra –ma per poco– in CGIS, e con Luca, uno dei volon­ta­ri impe­gna­ti nel nuo­vo pro­get­to Ri-Maflow.

Qual­che pas­so indie­tro: cos’era Maflow

Quel­lo di Trez­za­no sul Navi­glio era l’headquarter di una mul­ti­na­zio­na­le che, nel suo perio­do più flo­ri­do, ave­va rag­giun­to il nume­ro di 23 sta­bi­li­men­ti dislo­ca­ti in tut­to il mondo.

La società era stata fondata a Milano nel 1973 sotto il nome di MURRAY da due industriali —definiti da Michele «Vecchia maniera, che poi dovrebbe essere l’unica maniera»— i quali vedevano la fabbrica come un sistema produttivo, sì, ma anzitutto umano.

L’attività all’interno del­la fab­bri­ca ha con­ti­nua­to a cre­sce­re e pro­spe­ra­re, van­tan­do un per­so­na­le sem­pre più sele­zio­na­to e spe­cia­liz­za­to, che con­ta­va cir­ca 350 dipen­den­ti. Ful­cro del­la pro­du­zio­ne era­no le com­po­nen­ti mec­ca­ni­che per auto­mo­bi­li, soprat­tut­to tuba­zio­ni per l’impianto di cli­ma­tiz­za­zio­ne e con­di­zio­na­men­to; non solo: trat­tan­do­si, di fat­to, del­la sede nuclea­re, del cer­vel­lo del­la socie­tà, era lì che si tro­va­va­no i set­to­ri dedi­ca­ti a pro­to­ti­pia, ricer­ca e svi­lup­po —fat­to che ren­de­va l’ambiente par­ti­co­lar­men­te pre­sti­gio­so e all’avanguardia; tra gli ulti­mi in can­tie­re, rima­sto irrea­liz­za­to, il Pro­get­to CO2 ipo­tiz­za­va l’utilizzo dell’anidride car­bo­ni­ca come gas refri­ge­ran­te. Il gara­ge inso­no­riz­za­to (oggi adi­bi­to a sala pro­ve musi­ca­le) ospi­ta­va un tem­po i pri­mi esem­pla­ri del­le nuo­ve auto­vet­tu­re desti­na­te all’immissione sul mer­ca­to: Audi, Fer­ra­ri, Jaguar, BMW; tut­te le gran­di case pas­sa­va­no per la Maflow, che dava lustro all’industria ita­lia­na del set­to­re, e alla cit­tà stes­sa. I con­trol­li qua­li­tà era­no all’ordine del gior­no: oltre ad ispet­to­ri di vari enti, si reca­va­no allo sta­bi­li­men­to anche i sin­go­li clien­ti, desi­de­ro­si di sape­re come venis­se­ro rea­liz­za­ti i pez­zi per le loro lus­suo­sis­si­me automobili.

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Nono­stan­te negli anni si sia­no suc­ces­si pro­prie­ta­ri e pro­prie­tà, si può affer­ma­re che fino al 2004, a più ripre­se, la gestio­ne gene­ra­le abbia segui­to le linee gui­da dispo­ste in prin­ci­pio. Tut­ta­via pro­prio nel 2004 Maflow è sta­ta cedu­ta ad un fon­do di pri­va­te equi­ty, “Ita­lian Life­sty­le Part­ner” —costi­tui­to, tra gli altri, da Mario De Bene­det­ti, Jean Fra­nçois Aron e Ste­fa­no Cas­si­na del­la J. Hir­sch & Co., un’allegra bri­ga­ta di eco­no­mi­sti plu­ri­lau­rea­ti e bla­so­na­ti. Nel frat­tem­po l’azienda sta­va anco­ra cer­can­do di paga­re il mutuo che l’avrebbe resa legit­ti­ma pro­prie­ta­ria del ter­re­no in cui era situa­ta la strut­tu­ra; se non fos­se che i nuo­vi pro­prie­ta­ri han­no deci­so di inter­rom­pe­re il paga­men­to del mutuo e di cede­re il con­trol­lo del ter­re­no ad una socie­tà facen­te capo ad Uni­Cre­dit. A segui­to di machia­vel­li­che mano­vre sot­to­ban­co (sot­to­ban­ca?) anco­ra non del tut­to chia­re, Maflow si è ritro­va­ta di fat­to a dover paga­re un affit­to pro­por­zio­nal­men­te più alto del­le rate sal­da­te in pre­ce­den­za al fine di estin­gue­re il mutuo. 

La situa­zio­ne eco­no­mi­ca e finan­zia­ria del­la socie­tà non era dun­que del­le miglio­ri, ma i dipen­den­ti ne era­no pres­so­ché all’oscuro; inol­tre la gran­de fio­ri­tu­ra degli anni suc­ces­si­vi, la mas­si­ma espan­sio­ne evi­den­zia­ta dal mol­ti­pli­car­si qua­si iste­ri­co e con­fu­so degli sta­bi­li­men­ti nel mon­do, tut­to lascia­va­no pre­sa­gi­re fuor­ché la gran­de cri­si che di lì a poco avreb­be tra­vol­to la fab­bri­ca di Trez­za­no sul Naviglio.
E quel­la Gran­de Cri­si arri­va, esat­ta­men­te, il 11 mag­gio 2009. Rac­con­ta Miche­le: «Il lavo­ro c’era, la cri­si c’era, si dice­va “Spe­ria­mo di uscir­ne inden­ni!”; ciò che man­ca­va, inve­ce, era­no i segni tan­gi­bi­li di una dif­fi­col­tà. D’al­tra par­te, di pro­get­ti all’attivo in pro­to­ti­pia ce n’erano parec­chi. Fat­to sta che quel gior­no, 11 di mag­gio, ci han­no chia­ma­ti tut­ti, e di gran fret­ta: pare­va non ci fos­se nem­me­no il tem­po di smet­te­re di lavo­ra­re, di posa­re gli attrez­zi, no; non c’era dav­ve­ro più tem­po quan­do ci han­no infor­ma­to che la socie­tà ave­va accu­mu­la­to 300 milio­ni di debi­to e che il Tri­bu­na­le di Mila­no ave­va già dichia­ra­to Maflow in sta­to di insol­ven­za. Di lì a poco, a fine luglio, sareb­be sta­ta mes­sa sot­to com­mis­sa­ria­men­to. Le spe­ran­ze di sal­var­si sono par­se subi­to ben poche». Infat­ti, l’unica pos­si­bi­li­tà per la fab­bri­ca di evi­ta­re la chiu­su­ra era l’acquisizione da par­te di qual­cu­no –socie­tà o pri­va­to– che si faces­se cari­co dell’ingente debi­to: una follia.

L’80% del fat­tu­ra­to veni­va dal­la pro­du­zio­ne di serie (la pro­to­ti­pia non pro­du­ce­va uti­li, anzi, era qua­si sem­pre in per­di­ta), costi­tui­to qua­si in toto dagli ordi­ni BMW; que­sta, venu­ta a cono­scen­za del­la situa­zio­ne dram­ma­ti­ca del­lo sta­bi­li­men­to, ha pre­fe­ri­to ini­zial­men­te non sot­trar­re le com­mes­se, nel­la spe­ran­za che la cri­si si risol­ves­se in tem­pi bre­vi. Ave­va infat­ti dif­fi­col­tà a spo­sta­re la pro­du­zio­ne altro­ve, in quan­to la qua­li­tà garan­ti­ta dal­la Maflow di Trez­za­no non era repe­ri­bi­le in nessun’altra fab­bri­ca al mon­do. Dopo mesi in cui era giun­ta addi­rit­tu­ra a paga­re ciò che Maflow non pote­va più per­met­ter­si per la pro­du­zio­ne, ad ini­zio 2010 era ormai chia­ro anche a BMW che nes­su­no era inten­zio­na­to a com­pra­re in bre­ve tem­po; e così, da un gior­no all’altro, tut­te le com­mes­se ven­go­no defi­ni­ti­va­men­te riti­ra­te —e così, sem­pre da un gior­no all’altro, rima­ne lavo­ro solo per 80 dipen­den­ti su 330. Quel­lo di Trez­za­no non era l’unico sta­bi­li­men­to in ven­di­ta, ma si trat­ta­va di cer­to del meno appe­ti­bi­le: infat­ti tut­ti i pos­si­bi­li acqui­ren­ti si inte­res­sa­va­no al “pac­chet­to com­ple­to”, che com­pren­de­va siti in Polo­nia, India, Bra­si­le, Spa­gna e Fran­cia, ma pre­me­va­no affin­ché venis­se scor­po­ra­to dal­la ven­di­ta pro­prio quel­lo ita­lia­no, che vole­va­no inve­ce chiu­so definitivamente.

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Ecco­ci di nuo­vo a feb­bra­io 2010: qui sono ini­zia­te le lot­te dei lavo­ra­to­ri per tro­va­re un nuo­vo pro­prie­ta­rio, per rima­ne­re in fab­bri­ca, per rima­ne­re Maflow. Alla noti­zia del pos­si­bi­le smem­bra­men­to, sono segui­te pro­te­ste, pic­chet­ti e mani­fe­sta­zio­ni: anche lo sta­bi­li­men­to ita­lia­no dove­va rien­tra­re nell’accordo di ven­di­ta. La situa­zio­ne era ormai in stal­lo da trop­po tem­po, e nes­su­no dav­ve­ro, ad ana­li­si più appro­fon­di­te, pare­va inte­res­sa­to all’acquisto. Si è fat­to avan­ti infi­ne, in otto­bre, l’imprenditore polac­co Boryszew, che ha rile­va­to anche lo sta­bi­li­men­to di Trez­za­no sul Navi­glio. I dipen­den­ti assun­ti resta­va­no comun­que 80: per gli altri 250 era­no sta­ti pre­vi­sti e sigla­ti, al momen­to dell’acquisto, dei pia­ni di rias­sun­zio­ne nel tem­po —che, tut­ta­via, non furo­no mai rispet­ta­ti. E se ini­zial­men­te non era mol­to chia­ro qua­li fos­se­ro le inten­zio­ni di Boryszew, bastò dav­ve­ro poco per com­pren­de­re: avreb­be man­te­nu­to la fab­bri­ca aper­ta per i due anni suc­ces­si­vi, come sta­bi­li­to dal­la Pro­di-bis (Dlgs 270/1999), rile­va­to le com­mes­se del­le case auto­mo­bi­li­sti­che, quin­di clien­ti, bre­vet­ti, pro­to­ti­pi, per poi chiu­de­re e tra­sfe­rir­si altrove.

I due anni trascorrono e Boryszew, puntualissimo, serra i cancelli. Siamo a fine 2012.

Non ci sareb­be sta­to modo di oppor­si: si veni­va di fat­to da due anni di non-lavo­ro, l’attività era ridot­ta al mini­mo, la situa­zio­ne si tra­sci­na­va ormai in manie­ra sem­pre più tra­gi­ca. Dun­que il tut­to si risol­ve in un accor­do di natu­ra pret­ta­men­te eco­no­mi­ca; per gli 80 rima­sti, 25.000 € nel caso in cui ras­se­gni­no subi­to le dimis­sio­ni, 20.000 nel caso in cui deci­da­no di intra­pren­de­re l’iter “ammor­tiz­za­to­ri socia­li”. 3.000 € per quei 250 taglia­ti fuori.

«Duran­te tut­ta l’estate 2012, e anche più tar­di, tut­ti noi rima­sti fuo­ri abbia­mo con­ti­nua­to a tro­var­ci, anche con i rap­pre­sen­tan­ti sin­da­ca­li, per que­stio­ni buro­cra­ti­che. Ad una del­le tan­te riu­nio­ni orga­niz­za­te, fat­to il pun­to del­la situa­zio­ne, ci sia­mo resi con­to di esse­re anco­ra più o meno tut­ti in cer­ca di lavo­ro: dun­que abbia­mo comin­cia­to a pen­sa­re che, indi­vi­duan­do un’esigenza, avrem­mo potu­to, nel ten­ta­ti­vo di sod­di­sfar­la, inven­tar­ci un nuo­vo lavo­ro cui dare un valo­re, che fos­se nostro. Abbia­mo riflet­tu­to sul fat­to che di lì a poco Boryszew avreb­be abban­do­na­to lo sta­bi­li­men­to Maflow, e che avrem­mo potu­to siste­mar­ci lì. Così ver­so dicem­bre, quan­do la chiu­su­ra era ormai chia­ra ed immi­nen­te, abbia­mo pian­ta­to una ten­da pro­prio lì, fuo­ri dai can­cel­li, e abbia­mo assi­sti­to allo sgom­be­ro gene­ra­le: la tri­ste para­ta di tir a tar­ga polac­ca ini­zia­va al mat­ti­no pre­sto per poi ripren­de­re nel pome­rig­gio quan­do, cari­chi di mac­chi­na­ri e mate­ria­li di ogni tipo —per­si­no del rame dell’impianto elet­tri­co, per­si­no del­le tuba­tu­re in fer­ro degli impian­ti di acqua e gas— tor­na­va­no da dove era­no venu­ti. Boryszew sta­va facen­do cas­sa ven­den­do tut­to il ven­di­bi­le; e noi lì, sem­pre fuo­ri, impo­ten­ti. Ma lo stes­so gior­no in cui l’ultimo tir è ripar­ti­to ver­so la Polo­nia, sia­mo entra­ti noi. Dun­que sì, di fat­to la nostra è un’occupazione. Ma non è mai sta­ta per­ce­pi­ta come un even­to vio­len­to, né dal­la comu­ni­tà, né dal­la socie­tà facen­te capo ad Uni­Cre­dit, pro­prie­ta­ria del ter­re­no. In fon­do fac­cia­mo indi­ret­ta­men­te sor­ve­glian­za e manu­ten­zio­ne in un luo­go che reste­reb­be altri­men­ti abbandonato…».

Oggi: cos’è Ri-Maflow

Ormai due anni fa, nel feb­bra­io 2012, gli ex dipen­den­ti Maflow entra­no in quel­lo stes­so sta­bi­li­men­to di Trez­za­no sul Navi­glio, dila­nia­to da anni di pro­fon­da cri­si, deru­ba­to di tut­to; e por­ta­no con sé una nuo­va gran­de idea, deci­si comun­que e nono­stan­te tut­to a non cede­re. Il nuo­vo pia­no non vede asso­lu­ta­men­te una fab­bri­ca tra­di­zio­na­le, ben­sì auto­ge­sti­ta, aper­ta al ter­ri­to­rio, il cui tes­su­to socia­le può entra­re e per­mea­re i diver­si spa­zi; si par­te dun­que dal pre­sup­po­sto che ci sono due dimen­sio­ni fon­da­men­ta­li, da valo­riz­za­re egual­men­te: in pri­mo luo­go quel­la pro­dut­ti­va, rap­pre­sen­ta­ta dai labo­ra­to­ri tut­to­ra in costru­zio­ne, e allo stes­so modo quel­la socia­le, costi­tui­ta dal­le varie atti­vi­tà che gra­vi­ta­no attor­no al pro­get­to cen­tra­le, attra­ver­so le qua­li la fab­bri­ca cer­ca di autofinanziarsi.

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Il nuo­vo pro­get­to di cui accen­na­vo sopra è appun­to il RAE, la Rac­col­ta di Appa­rec­chia­tu­re Elettriche/Elettroniche: è sta­to crea­to un magaz­zi­no in cui ven­go­no siste­ma­ti com­pu­ter, moni­tor, tastie­re e altri ogget­ti, get­ta­ti via maga­ri per­ché non fun­zio­nan­ti; que­sti ven­go­no smem­bra­ti, in modo da estrar­ne i pez­zi inte­gri e riu­ti­liz­za­bi­li; i pez­zi recu­pe­ra­bi­li, poi, ven­go­no rias­sem­bla­ti tra loro. Il risul­ta­to sono appa­rec­chia­tu­re per­fet­ta­men­te fun­zio­nan­ti, pron­te per esse­re immes­se nuo­va­men­te sul mercato.

Poi­ché è un pro­get­to anco­ra in via di svi­lup­po e alle pri­me armi, per ora si avva­le neces­sa­ria­men­te del finan­zia­men­to per­ce­pi­to gra­zie ad alcu­ne atti­vi­tà col­la­te­ra­li, con­cen­tra­te soprat­tut­to nel wee­kend. Tra que­ste, un mer­ca­ti­no dell’usato e dell’antiquariato, un bar che, in occa­sio­ne di even­ti, feste o mani­fe­sta­zio­ni par­ti­co­la­ri, si fa anche risto­ran­te, e la sala pro­ve musi­ca­le. Inol­tre alcu­ni uffi­ci e spa­zi espo­si­ti­vi ven­go­no ormai abi­tual­men­te affit­ta­ti. È pre­sen­te natu­ral­men­te una dimen­sio­ne poli­ti­ca e –se voglia­mo– cogni­ti­va, data anche dal­le varie riu­nio­ni e dai diver­si incon­tri orga­niz­za­ti da volon­ta­ri ed ex dipen­den­ti riguar­do vari temi (uno fra tan­ti, la per­mean­za del­la ‘ndran­ghe­ta a Mila­no, soprat­tut­to il rela­zio­ne con l’Expo 2015), ma que­sta si accom­pa­gna sem­pre alla dimen­sio­ne lavo­ra­ti­va, mate­ria­le e pro­dut­ti­va —quel­la dimen­sio­ne fon­da­men­ta­le che Ri-Maflow cer­ca in ogni modo di recu­pe­ra­re e ripor­ta­re alla vita.

Le macchine hanno ceduto di nuovo il posto a molti valori

È un bel sogno; di cer­to una gran­de pro­va di corag­gio, una sfi­da. Ma ciò che più con­ta è che in Ri-Maflow, dopo­tut­to, non si respi­ri affat­to aria di scon­fit­ta. Non c’è ras­se­gna­zio­ne, non si scor­go­no vol­ti tri­sti: stu­pi­sce come tut­ti tro­vi­no comun­que la for­za di un sor­ri­so; per l’altro, ma soprat­tut­to per sé stes­si. E in que­sto sta­bi­li­men­to, che ora può pare­re così vuo­to, così vasto, le mac­chi­ne han­no cedu­to di nuo­vo il posto a mol­ti valo­ri, più soli­di del­le stes­se mura, e tut­ta­via più uma­ni; e anche loro, come tut­ti quei lavo­ra­to­ri, meri­ta­no un’altra possibilità.

Mar­ta Clinco
@MartaClinco

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.

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