All’Università non insegnano a scrivere

Sia­mo stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri di mate­rie uma­ni­sti­che e non sap­pia­mo scri­ve­re. Se non sia­mo abba­stan­za for­tu­na­ti (o sfor­tu­na­ti) da anno­ve­ra­re la scrit­tu­ra nel­la lista dei nostri hob­bies, è impro­ba­bi­le che abbia­mo scrit­to qual­co­sa che non sia la mail al pro­fes­so­re di tur­no da quan­do ci sia­mo lascia­ti alle spal­le il tema del­la maturità.

I rari esami scritti ci gettano nello sconforto. La competenza della scrittura accademica ci appare come un’ombra vaga nel futuro. E guardiamo con terrore al giorno in cui, finalmente, la tesi sarà l’unica cosa che ci separa dalla laurea.

Come è pos­si­bi­le che acca­da que­sto? Vivia­mo tut­to il gior­no cir­con­da­ti da paro­le, e non ne sap­pia­mo met­te­re due in fila? Leg­gia­mo pagi­ne e pagi­ne di sag­gi e cadia­mo nel­lo scon­for­to se ci chie­do­no di rispon­de­re a una doman­da aper­ta in die­ci righe?
Chie­do il pare­re di quat­tro pro­fes­so­ri per ana­liz­za­re l’ingombrante assen­za del­la scrit­tu­ra nell’Università Ita­lia­na, capi­re qua­li sono i van­tag­gi dell’esame ora­le e qua­li dell’esame scrit­to, e come distri­car­si digni­to­sa­men­te da que­sta ano­ma­lia affron­tan­do il pro­ble­ma del­la tesi.

pagina–bianca

***

Nico­let­ta Val­lo­ra­ni, pro­fes­so­re asso­cia­to con­fer­ma­to di Lin­gue, Let­te­ra­tu­re e Cul­tu­re Ingle­se e Angloa­me­ri­ca­na, Dipar­ti­men­to di Scien­ze del­la Media­zio­ne Lin­gui­sti­ca e di Stu­di Inter­cul­tu­ra­li dell’Università degli Stu­di di Milano.

Nel­le facol­tà uma­ni­sti­che, dopo tre anni, allo stu­den­te vie­ne richie­sta una tesi sen­za che gli sia­no sta­te for­ni­te le com­pe­ten­ze neces­sa­rie per scri­ver­la. C’è sol­tan­to un labo­ra­to­rio dal tito­lo “Come si pre­pa­ra la tesi di lau­rea del trien­nio” e ha dei posti limi­ta­ti. Qual è la sua opi­nio­ne a riguardo?
Nel­le disci­pli­ne uma­ni­sti­che, con il pas­sag­gio dai quat­tro anni ai tre più due, si è venu­to a crea­re un pro­ble­ma, per­ché lo stu­den­te si tro­va a dover scri­ve­re un ela­bo­ra­to scrit­to, bre­ve ma con un cer­to livel­lo di for­ma­li­tà, dopo tre anni, misu­ra stra­na, nel­la qua­le si fa in tem­po a dimen­ti­ca­re la pra­ti­ca di scrit­tu­ra fat­ta alle scuo­le supe­rio­ri e non si sono acqui­si­te nuo­ve com­pe­ten­ze. Dal fare que­sta con­si­de­ra­zio­ne e tro­va­re un rime­dio, però, c’è dif­fe­ren­za. La dif­fi­col­tà fon­da­men­ta­le sta nei nume­ri del siste­ma ita­lia­no, mol­to diver­si da quel­li di con­te­sti acca­de­mi­ci di altri Pae­si. Inol­tre di sicu­ro l’assenza di cor­si che pre­pa­ri­no alla scrit­tu­ra crea­ti­va rife­ri­ta a una situa­zio­ne acca­de­mi­ca è una fal­la del nostro siste­ma educativo.

Come è pos­si­bi­le che in altri siste­mi acca­de­mi­ci gli stu­den­ti scri­va­no così tanto?
Il siste­ma anglo­sas­so­ne, per esem­pio, è basa­to sul con­trol­lo del­la pro­dut­ti­vi­tà sia dei docen­ti incar­di­na­ti, che dei docen­ti non incar­di­na­ti (che tra l’altro sono nume­ri­ca­men­te limi­ta­ti). Tut­ti colo­ro che inse­gna­no all’università devo­no ren­de­re con­to del loro ope­ra­to a un siste­ma qua­li­ta­ti­vo cen­tra­le, che fa con­trol­li annual­men­te. Entro la data in cui vie­ne effet­tua­to il con­trol­lo, il docen­te deve pro­dur­re mate­rial­men­te le pro­ve scrit­te degli stu­den­ti, dimo­stran­do così di aver lavo­ra­to alla loro cor­re­zio­ne. È un siste­ma che, volen­do, ha il difet­to oppo­sto: per esem­pio la tesi di pri­mo livel­lo vie­ne con­se­gna­ta e valu­ta­ta da valu­ta­to­ri ester­ni sen­za che lo stu­den­te abbia la pos­si­bi­li­tà di discu­ter­la e di difenderla.
Inol­tre la pre­mes­sa fon­da­men­ta­le è che han­no nume­ri mino­ri. Non è pen­sa­bi­le in un siste­ma anglo­fo­no, per esem­pio, ave­re 180 stu­den­ti a lezio­ne come ne ave­vo io quest’anno. Se io voles­si fare pro­ve scrit­te inter­me­die alla fine di ogni modu­lo, dovrei poi ave­re anche la pos­si­bi­li­tà di cor­reg­ger­le, il che è fati­co­so, e la deci­sio­ne è riser­va­ta uni­ca­men­te al docen­te sen­za pres­sio­ni di nes­sun tipo e sen­za riconoscimento.
Un altro aspet­to pro­ble­ma­ti­co per quan­to riguar­da la scrit­tu­ra è che noi, pur essen­do per cer­ti aspet­ti la patria degli scrit­to­ri, curio­sa­men­te sia­mo l’unico siste­ma acca­de­mi­co tra quel­li che cono­sco, quel­li anglo­fo­ni come anche il siste­ma fran­ce­se, a non ave­re cor­si di scrit­tu­ra all’università. È come se la scrit­tu­ra fos­se con­si­de­ra­ta un tipo di atti­vi­tà che pre­scin­de alla cul­tu­ra, una for­ma di espres­sio­ne arti­sti­ca che non ha a che fare con la for­ma­zio­ne scien­ti­fi­ca. Altro­ve i cor­si di scrit­tu­ra fan­no par­te del cur­ri­cu­lum accademico.

E quel è, secon­do lei, la tipo­lo­gia di esa­mi miglio­re tra l’esame scrit­to e l’esame orale?
Il docen­te dovreb­be esse­re in gra­do di uni­re le due tipo­lo­gie di pro­ve, o alme­no di garan­ti­re la pos­si­bi­li­tà di una o due pro­ve scrit­te, non obbli­ga­to­rie (è chia­ro che non si può obbli­ga­re uno stu­den­te a soste­ne­re una pro­va scrit­ta lad­do­ve non è pre­vi­sta dal­la sta­tu­to del­la sua disci­pli­na). Met­ten­do insie­me una pro­va scrit­ta e una pro­va ora­le, si ottie­ne un qua­dro com­ples­si­vo che in otto casi su die­ci cor­ri­spon­de a una giu­sta valu­ta­zio­ne del­lo stu­den­te. Una pro­va ora­le sol­tan­to, a meno che non sia piut­to­sto lun­ga, cosa che non è mai per que­stio­ne di nume­ri, non è suf­fi­cien­te per la valutazione.
Quel­lo che tro­vo mol­to assen­te in tut­to il siste­ma è l’elemento stu­den­te. Gli stu­den­ti non chie­do­no, si ade­gua­no a qua­lun­que for­ma di valu­ta­zio­ne sia loro pro­po­sta. In tan­ti casi, per esem­pio, quan­do i nume­ri sono alti, ven­go­no fat­te sol­tan­to pro­ve scrit­te con rispo­ste a scel­ta mul­ti­pla, e lo stu­den­te, se la mate­ria è sta­ta pen­sa­ta per l’orale, non dovreb­be esse­re d’accordo. D’altra par­te se gli stu­den­ti non si lamentano…

Se gli stu­den­ti si lamen­tas­se­ro, potreb­be cam­bia­re qualcosa?

Voi vi dovete rendere conto che siete numericamente l’unica forza dell’università. Il docente esiste perché esistono gli studenti. Ma si nota la progressiva passività della componente studentesca, il che non è bello. Gli studenti pagano dei soldi, hanno il diritto ad avere un servizio che sia quello per cui hanno pagato, non è una questione di rivoluzione.

È anche vero che sem­bra che mol­ti pro­fes­so­ri sia­no con­vin­ti che lo stu­den­te sia lì in loro fun­zio­ne e non viceversa.
La mag­gior par­te dei docen­ti ragio­na in que­sto modo, ed è con­dot­ta a far­lo. Anche se io ven­go all’università da mol­ti anni di scuo­la, per cui per me lo stu­den­te è una pre­sen­za rea­le, mi devo sfor­za­re di ricor­dar­lo, altri­men­ti la situa­zio­ne por­ta il docen­te a pen­sa­re che il cen­tro del suo lavo­ro sia la ricer­ca e non l’insegnamento, e che quin­di lo stu­den­te sia una pre­sen­za sco­mo­da. Il pun­to però è che non sono più io a dover cam­bia­re voi, dove­te esse­re voi ad acqui­si­re con­sa­pe­vo­lez­za del vostro ruo­lo. Ormai lo Sta­to non ha più sol­di per finan­zia­re l’Università e la mag­gior par­te dei fon­di arri­va dal­le iscri­zio­ni, ren­den­do rea­le il fat­to che il docen­te esi­ste per­ché esi­ste lo stu­den­te. Quel­lo che vie­ne dato all’Università sot­to for­ma di tas­se uni­ver­si­ta­rie deve diven­ta­re for­ma­zio­ne, e lo stu­den­te deve pro­te­sta­re se que­sto non accade.

***

Pao­lo Inghil­le­ri, pro­fes­so­re Ordi­na­rio di Psi­co­lo­gia Socia­le, diret­to­re del Dipar­ti­men­to di Beni Cul­tu­ra­li e Ambien­ta­li dell’Università degli Stu­di di Milano.

Qua­le è, secon­do lei, la tipo­lo­gia di esa­me miglio­re tra l’esame scrit­to e l’esame orale?
A me per­so­nal­men­te pia­ce di più l’esame ora­le, per­ché mi per­met­te di ave­re un con­tat­to, altri­men­ti mol­to limi­ta­to, con gli stu­den­ti e di cono­scer­li un po’ meglio. Inol­tre nell’esame ora­le si può rico­no­sce­re uno stu­den­te che è sta­to fre­quen­tan­te men­tre l’esame scrit­to, a meno che non si fac­cia­no doman­de spe­ci­fi­che per gli stu­den­ti fre­quen­tan­ti, andreb­be for­se a pena­liz­zar­li. Tut­ta­via in gran par­te degli altri Pae­si si usa fare esa­mi scrit­ti, non solo per­ché que­sto per­met­te allo stu­den­te una rifles­sio­ne più pro­fon­da e di gesti­re meglio le emo­zio­ni, ma soprat­tut­to per­ché ciò aiu­ta lo stu­den­te a impa­ra­re una com­pe­ten­za che gli ser­vi­rà senz’altro in futu­ro. Io sono favo­re­vo­le all’esercizio dell’abilità di scrit­tu­ra attra­ver­so pro­ve scrit­te, se è pos­si­bi­le poi dare un feed­back sia sul­la for­ma che sul con­te­nu­to (cosa mol­to dif­fi­ci­le da fare con i nume­ri che si han­no alla trien­na­le, e più fat­ti­bi­le nei cor­si magi­stra­li), ma il pro­ble­ma prin­ci­pa­le è che non tut­ti gli stu­den­ti sono obbli­ga­ti a fre­quen­ta­re. Se ci fos­se l’obbligo di fre­quen­za si potreb­be pro­gram­ma­re un calen­da­rio di argo­men­ti, cia­scu­no da far­si entro un cer­to perio­do e sul qua­le soste­ne­re poi una pro­va scrit­ta, o si potreb­be­ro asse­gna­re arti­co­li e sag­gi da leg­ge­re a casa, su cui poi fare ela­bo­ra­ti scrit­ti, la som­ma dei qua­li costi­tui­reb­be la valu­ta­zio­ne fina­le. Non essen­do così, lasce­rei la scel­ta del­la valu­ta­zio­ne attra­ver­so paper scrit­ti ai sin­go­li professori.

Nel­le facol­tà uma­ni­sti­che, dopo tre anni, allo stu­den­te vie­ne richie­sta una tesi sen­za che gli sia­no sta­te for­ni­te le com­pe­ten­ze neces­sa­rie per scri­ver­la. C’è sol­tan­to un labo­ra­to­rio dal tito­lo “Come si pre­pa­ra la tesi di lau­rea del trien­nio” e ha dei posti limi­ta­ti. Qual è la sua opi­nio­ne a riguardo?
Inse­gna­re a uno stu­den­te come si fa la tesi fa par­te del lavo­ro di tesi. Il pro­ble­ma è che con i nume­ri che ci sono ades­so si rischia di veni­re segui­ti di meno. Uno degli obiet­ti­vi dell’elaborato fina­le è impa­ra­re come scri­ve­re una tesi, ed è una cosa che si rag­giun­ge. Io non ho visto gran­di dif­fi­col­tà nel­la mag­gior par­te degli stu­den­ti, al di là di quel­le ini­zia­li. Si sce­glie l’argomento e si fa una pri­ma ste­su­ra che vie­ne discus­sa con il rela­to­re dal pun­to di vista strut­tu­ra­le, e quin­di lo stu­den­te si cor­reg­ge facil­men­te. Pro­ble­mi ci sono inve­ce per quan­to riguar­da gli esa­mi scrit­ti soste­nu­ti al pri­mo o al secon­do anno, non so se per mino­re matu­ri­tà del­lo stu­den­te o se per man­can­za di ele­men­ti che aiu­ti­no a correggersi.

Il fat­to che lo stu­den­te impa­ri a scri­ve­re una tesi cor­ret­ta­men­te, quin­di, dipen­de sol­tan­to dal­la volon­tà o dal­la pos­si­bi­li­tà che ha il suo rela­to­re di seguir­lo. Il che è inne­ga­bil­men­te un pro­ble­ma. Cosa pro­po­ne come soluzione?
Pen­so che nuo­vi labo­ra­to­ri di scrit­tu­ra, sia crea­ti­va che acca­de­mi­ca fina­liz­za­ta alla ste­su­ra del­la tesi, se volu­ti dagli stu­den­ti, pos­sa­no esse­re la solu­zio­ne miglio­re. Men­tre i cor­si devo­no segui­re dei rego­la­men­ti nazio­na­li, i labo­ra­to­ri sono deci­si e paga­ti dai dipar­ti­men­ti, e quin­di godo­no del­la mas­si­ma liber­tà. Se gli stu­den­ti mani­fe­stas­se­ro, rivol­gen­do­si ai rap­pre­sen­tan­ti degli stu­den­ti dei cor­si di lau­rea o diret­ta­men­te al Diret­to­re di Dipar­ti­men­to, l’esigenza di ave­re più labo­ra­to­ri di scrit­tu­ra è pos­si­bi­le che que­sti ven­ga­no orga­niz­za­ti e affi­da­ti sia a pro­fes­so­ri par­ti­co­lar­men­te esper­ti nel cam­po che ai gio­va­ni ricer­ca­to­ri, che, aven­do fat­to i cin­que anni più il dot­to­ra­to, sareb­be­ro mol­to bra­vi a occu­par­si di argo­men­ti simili.

***

Haim Bur­stin, pro­fes­so­re Ordi­na­rio di Sto­ria Moder­na nel dipar­ti­men­to di Scien­ze del­la For­ma­zio­ne dell’Università degli Stu­di di Mila­no Bicocca.

Qual è, secon­do lei, la tipo­lo­gia di esa­me miglio­re tra esa­me ora­le e esa­me scritto?
La nostra tra­di­zio­ne è l’orale. Io non ho un’idea pre­ci­sa se sia meglio l’orale o no. Nel­la mia mate­ria, la sto­ria, riten­go che l’orale dia più soddisfazione.

Se si ha il tempo necessario, l’esame orale è una conversazione nella quale il professore può davvero capire cosa lo studente sa o non sa e può rendere il tutto un ultimo momento di didattica.

Un esa­me tra­di­zio­na­le di sto­ria moder­na dura­va ses­san­ta minu­ti. Ora inse­gno a stu­den­ti che non sono sto­ri­ci di for­ma­zio­ne e ho intro­dot­to una for­mu­la diver­sa. Fac­cio una par­te scrit­ta e una ora­le. L’unione di esa­me scrit­to ed esa­me ora­le è un giu­sto com­pro­mes­so fra il biso­gno di sdram­ma­tiz­za­re le pro­ve e ren­der­le imper­so­na­li e il ren­de­re la pro­va total­men­te sper­so­na­liz­za­ta. L’esame scrit­to può aiu­ta­re lo stu­den­te a riat­ti­va­re la sua memo­ria, men­tre nell’esame ora­le, aven­do lo stu­den­te davan­ti a te, puoi capi­re dal modo in cui ti rispon­de se ha capi­to qual­co­sa e cosa ha capi­to, puoi aiu­tar­lo a ricor­da­re ciò che si è dimen­ti­ca­to, puoi pro­por­gli acco­sta­men­ti a cui non ave­va pen­sa­to e fare scuola.

Nel­le facol­tà uma­ni­sti­che, dopo tre anni, allo stu­den­te vie­ne richie­sta una tesi sen­za che gli sia­no sta­te for­ni­te le com­pe­ten­ze neces­sa­rie per scriverla.
La tesi è uno shock. L’ultima cosa che hai scrit­to pri­ma del­la tesi è il tema di matu­ri­tà. Lo shock vie­ne supe­ra­to in manie­ra arti­gia­na­le. Gli stu­den­ti si met­to­no le mani nei capel­li e poi ini­zia­no a improv­vi­sa­re con la scrit­tu­ra. Nei miglio­ri dei casi si ha un pro­fes­so­re che impo­sta il lavo­ro di ricer­ca, ma la ste­su­ra rima­ne un pro­ble­ma che devi risol­ve­re da solo. Que­sto era un gran­de pro­ble­ma duran­te la lau­rea qua­drien­na­le. Con il pas­sag­gio alla lau­rea trien­na­le la tesi è diven­ta­ta meno impor­tan­te, ma è rima­sto lo stes­so vizio.
E come si potreb­be rime­dia­re a que­sto vizio e aiu­ta­re gli stu­den­ti ad ave­re del­le soli­de basi di scrittura?
L’unico modo in cui l’Università potreb­be fare que­sto è con la mol­ti­pli­ca­zio­ne del­le pro­ve scrit­te. Io non cre­do che una per­so­na che ha ter­mi­na­to con la matu­ri­tà gli stu­di del liceo, e quin­di ha in mano gli stru­men­ti lin­gui­sti­ci per scri­ve­re un ela­bo­ra­to, abbia biso­gno di una lezio­ne su come si scri­ve. Biso­gna inve­ce mol­ti­pli­ca­re le occa­sio­ni in cui si scri­ve. Si potreb­be pen­sa­re, pri­ma del­le tesi, a fare dei semi­na­ri bre­vi per lau­rean­di dal tito­lo “Come si scri­ve una tesi di laurea”.

Nel­la facol­tà di Let­te­re esi­ste un labo­ra­to­rio dal tito­lo “Come si pre­pa­ra la tesi di lau­rea”, ma è atti­vo per un seme­stre sol­tan­to e ha posti limitati.
Que­sto è male. Biso­gne­reb­be mol­ti­pli­ca­re que­sto tipo di labo­ra­to­rio, e decli­nar­lo in semi­na­ri tra­sver­sa­li su diver­se mate­rie, uma­ni­sti­che e scien­ti­fi­che, che però si par­li­no tra di loro, e nei qua­li si spie­ghi come si fa una tesi di lau­rea. Non par­lo tan­to del­la ricer­ca, quan­to del cor­re­do. Come va pre­sen­ta­ta e come va scrit­ta. Que­sto pre­sup­por­reb­be che gli stu­den­ti sap­pia­no già leg­ge­re, ammes­so e non con­ces­so. Se si chie­de a uno stu­den­te come affron­ta un libro, lo stu­den­te cade dal­le nuvo­le. Quan­do pren­di un libro in mano dovre­sti fare dei gesti che sono scon­ta­ti: guar­da­re chi sia l’autore, sco­pri­re a che perio­do sto­ri­co appar­ten­ga, se sia vivo o mor­to, se ci sia qual­co­sa di essen­zia­le da sape­re sul­la sua vita. Que­sto equi­va­le a ciò che biso­gne­reb­be fare con un arti­co­lo di gior­na­le, per cui si dovreb­be sem­pre sape­re chi è che ti sta infor­man­do. Men­tre se si chie­de allo stu­den­te chi sia l’autore del suo libro, se sia uomo o don­na, cosa vote­reb­be alle ele­zio­ni, lo stu­den­te non lo sa. C’è l’idea, che va supe­ra­ta tra­mi­te l’insegnamento, che la cul­tu­ra sia ogget­ti­va, e che un libro, come un arti­co­lo di gior­na­le, dica più o meno la veri­tà. Il pro­ble­ma è epi­ste­mo­lo­gi­co: biso­gna abi­tua­re lo stu­den­te a maneg­gia­re nel modo giu­sto lo stru­men­to libro. Que­sta è la pre­giu­di­zia­le per cui lo stu­den­te poi scri­va in modo appro­pria­to non solo for­mal­men­te, e anche que­sto va inse­gna­to quan­do si istrui­sce lo stu­den­te su come scri­ve­re la tesi di lau­rea. Que­sto e tut­ta una serie ti accor­gi­men­ti sti­li­sti­ci: fra­si bre­vi, pun­teg­gia­tu­ra di un cer­to tipo, come destreg­giar­si nell’arte del­la citazione.
Io cre­do che sareb­be oppor­tu­no fare cor­si di que­sto tipo, e che, sic­co­me si pos­so­no risol­ve­re in poco tem­po, che sia­no ero­ga­ti a tur­no da vari pro­fes­so­ri, o che sia­no ero­ga­ti dal sin­go­lo pro­fes­so­re per i suoi lau­rean­di. Quan­do si ha un grap­po­lo di ven­ti lau­rean­di, si fa una sedu­ta di un paio di ore, che sia non obbli­ga­to­ria ma alta­men­te con­si­glia­bi­le, per pre­ve­ni­re erro­ri che sareb­be­ro poi da cor­reg­ge­re al momen­to del­la stesura.

***

John Young, Col­la­bo­ra­to­re ed Esper­to Lin­gui­sti­co di Lin­gua Madre, Dipar­ti­men­to di Lin­gue e Let­te­ra­tu­re Stra­nie­re dell’Università degli Stu­di di Milano.

Qual è, secon­do lei, la tipo­lo­gia di esa­me miglio­re tra esa­me ora­le e esa­me scritto?

È indubbio che l’esame orale avrebbe i suoi vantaggi se fosse fatto bene, in lungo tempo. Ma il tempo medio di quindici minuti è davvero troppo poco rispetto alla quantità di lettura richiesta. L’esame orale spesso è fatto con noncuranza, senza proporzionalità e acquisisce una natura aleatoria per cui lo studente può essere mandato via per un dettaglio, per aver iniziato male.

Uno degli ovvi van­tag­gi di un tema scrit­to, inve­ce, è il fat­to che nell’arco di tre ore lo stu­den­te può gesti­re tut­te le infor­ma­zio­ni che ha acqui­si­to. Inol­tre l’esame scrit­to rima­ne, è un docu­men­to uffi­cia­le pub­bli­co di cui si può par­la­re in com­mis­sio­ne ed è pos­si­bi­le chie­de­re un giu­di­zio neu­tro su di esso ad altri. Sem­bra in tut­ti i cam­pi superiore.
Sono sem­pre sta­to incu­rio­si­to dal per­ché ci sia in Ita­lia la tra­di­zio­ne dell’esame ora­le. Mi vie­ne da pen­sa­re che sia dato per cer­to che se l’esame fos­se scrit­to si copie­reb­be o ver­reb­be truc­ca­to in qual­che modo. E allo stes­so tem­po che sia l’aspetto pub­bli­co dell’esame ora­le a garan­ti­re la tra­spa­ren­za e la rego­la­ri­tà del giu­di­zio, sem­pre in un con­te­sto un po’ tri­ste per cui si da per scon­ta­to che altri­men­ti ci sareb­be­ro irregolarità.

Tornando ai vantaggi dell’esame scritto si può dire che insegna l’organizzazione del pensiero. Insegna una delle cose fondamentali per le materie umanistiche in Gran Bretagna, in Francia, in Germania e in tutta Europa. L’Italia è uno degli unici Paesi a non avere questo sistema. La forma scritta domina per un motivo ovvio, perché insegna a organizzare e comunicare il sapere in modo chiaro e coerente.

Ed è una com­pe­ten­za che ver­rà poi valu­ta­ta dai dato­ri di lavo­ro, che san­no che un lau­rea­to in sto­ria o in filo­so­fia, pur non sapen­do un mestie­re, è in gra­do di fare una ricer­ca, ordi­na­re le infor­ma­zio­ni e espor­le poi in manie­ra chia­ra e cor­ret­ta. Que­sta capa­ci­tà orga­niz­za­ti­va e comu­ni­ca­ti­va non si acqui­si­sce con gli esa­mi ora­li, soprat­tut­to se non sono fat­ti bene.
Io ho ten­ta­to, all’interno del siste­ma ita­lia­no, di fare un esa­me di let­te­ra­tu­ra che fos­se il più pos­si­bi­le simi­le al con­cet­to anglo­sas­so­ne, dan­do tem­po allo stu­den­te per l’organizzazione del pen­sie­ro, in modo che la sua rispo­sta, anche se ora­le, pos­sa esse­re ragio­na­ta e illu­stra­ta con uno sche­ma. Ma si è tal­men­te abi­tua­ti al rigur­gi­to non pro­gram­ma­to di cono­scen­za a secon­da del tasto schiac­cia­to dal pro­fes­so­re, che si ha una dif­fi­col­tà cul­tu­ra­le ad affron­ta­re l’idea. Se davo un foglio bian­co per aiu­ta­re l’organizzazione del pen­sie­ro a uno stu­den­te non fre­quen­tan­te, con una doman­da che invi­ta­va alla sche­ma­tiz­za­zio­ne, o il foglio rima­ne­va bian­co o veni­va rico­per­to da un cla­mo­ro­so “stream of con­sciou­sness” pro­dot­to dal ten­ta­ti­vo di scri­ve­re un tema in cin­que minu­ti. Il che rispec­chia un difet­to orga­niz­za­ti­vo: non si è in gra­do di fare uno sche­ma, anche quan­do lo sche­ma è offer­to dal­la domanda.

È vero che il siste­ma anglo­sas­so­ne pre­sen­ta il pro­ble­ma oppo­sto, ovve­ro la com­ple­ta assen­za dell’orale?
È vero che l’orale non vie­ne valu­ta­to. Tut­ta­via l’insegnamento è basa­to mol­to di più sul­lo scam­bio di opi­nio­ni, quin­di dal pun­to di vista pra­ti­co il pro­ble­ma non c’è. Io ho fre­quen­ta­to un’università pri­vi­le­gia­ta, Cam­brid­ge, in cui l’insegnamento è fat­to in grup­pi ristret­ti di quat­tro o cin­que per­so­ne con il pro­fes­so­re, con il qua­le è neces­sa­rio esse­re in gra­do di soste­ne­re un dibat­ti­to. Se qui si pro­va a dare l’opportunità di par­la­re agli stu­den­ti, c’è intan­to un pro­ble­ma di nume­ri evi­den­te (con 120 stu­den­ti lo “stu­dent tal­king time” si ridu­ce ine­vi­ta­bil­men­te), ma è anche mol­to dif­fi­ci­le coin­vol­ge­re la clas­se. Si è crea­to un mostro di pas­si­vi­tà. Lo scam­bio di opi­nio­ni non è nor­mal­men­te richie­sto. Le lezio­ni sono per la mag­gior par­te cat­te­dra­ti­che, spes­so addi­rit­tu­ra let­te dal docen­te davan­ti al pub­bli­co, che non rea­gi­sce se non per pren­de­re appun­ti. L’esame è il rigur­gi­to del­la stes­sa cosa da par­te del sog­get­to pas­si­vo ver­so l’esaminatore.

Nel­le facol­tà uma­ni­sti­che, dopo tre anni, allo stu­den­te vie­ne richie­sta una tesi sen­za che gli sia­no sta­te for­ni­te le com­pe­ten­ze neces­sa­rie per scri­ver­la. C’è sol­tan­to un labo­ra­to­rio dal tito­lo “Come si pre­pa­ra la tesi di lau­rea del trien­nio” e ha dei posti limi­ta­ti. Qual è la sua opi­nio­ne a riguardo?

Nella richiesta della tesi non c’è coerenza. In Gran Bretagna si è abituati a fare essays al liceo, si continua a fare essays all’università e si culmina in una dissertation più lunga che può essere vista come momento finale o come ingresso nella carriera accademica. Invece qui in Italia per tanti anni non si fa niente, e poi improvvisamente si deve fare tantissimo, con risultati spesso infelici.

C’è una bel­lis­si­ma espres­sio­ne ingle­se che dice: “We pain­ted our­sel­ves in a cor­ner”. Ci sia­mo infi­la­ti in un ango­lo da cui non sap­pia­mo più come usci­re quan­do abbia­mo insi­sti­to per ave­re la tesi alla lau­rea trien­na­le. Non solo abbia­mo un pro­ble­ma di infla­zio­ne di valu­ta­zio­ne nel­le disci­pli­ne uma­ni­sti­che, per cui dia­mo siste­ma­ti­ca­men­te voti ridi­col­men­te alti a tut­ti, smi­nuen­do l’università come isti­tu­zio­ne e sva­lu­tan­do il valo­re futu­ro del­la lau­rea, ma inol­tre, dopo tre anni, chie­dia­mo una tesi a miglia­ia e miglia­ia di stu­den­ti, che ormai infat­ti si arram­pi­ca­no sugli spec­chi per tro­va­re un argo­men­to. La tesi trien­na­le non rispec­chia la pre­pa­ra­zio­ne acca­de­mi­ca degli stu­den­ti, è qual­co­sa di scol­le­ga­to, impo­sto e che por­ta allo stre­mo la dispo­ni­bi­li­tà di risor­se uma­ne dell’Università, per cui per ogni docen­te le tesi sono un incu­bo. Il docen­te deve pre­sen­zia­re in com­mis­sio­ne a tesi che in real­tà non ven­go­no valu­ta­te. Ed esse spes­so non ven­go­no valu­ta­te accu­ra­ta­men­te nem­me­no dal rela­to­re, che le man­da avan­ti come in un muli­no buro­cra­ti­co. Soprat­tut­to, la tesi richie­de di pas­sa­re dal non eser­ci­zio rego­la­re di una capa­ci­tà scrit­ta a una scrit­tu­ra non mira­ta ma di altis­si­mo livel­lo. L’operazione fini­sce per esse­re fasul­la. Come si leg­ge tra le righe di tan­te pub­bli­ci­tà, gli stu­den­ti volen­do pos­so­no anche com­prar­si la tesi, oppu­re, doven­do­la fare, come in Media­zio­ne Lin­gui­sti­ca, su mate­rie non por­ta­te all’argomentazione come la tra­du­zio­ne, ten­do­no a gon­fia­re il lin­guag­gio e a scri­ve­re 10 paro­le quan­do ne ser­vi­reb­be una, giu­sto per arri­va­re al nume­ro di pagi­ne richieste.

Pre­si in con­si­de­ra­zio­ne que­sti pro­ble­mi, a qua­le con­clu­sio­ne si arriva?
Qual­sia­si argo­men­to si toc­chi, si arri­va al gran­de pro­ble­ma del­la non selet­ti­vi­tà dell’Università, che alla fin fine non fa bene a nes­su­no. Com­pren­si­bil­men­te è sta­to, ed è tutt’ora, un ido­lo sacro dell’amministrazione ita­lia­na. Ma è inu­ti­le se rima­ne solo sul­la car­ta. Se tut­ti han­no il dirit­to di ave­re una lau­rea che non vale nul­la, non è una gran­de con­qui­sta socia­le. Anche se non è bel­lo dir­lo, io mi ver­go­gno di far pas­sa­re agli esa­mi mol­ti degli stu­den­ti che pro­muo­vo. Pen­so che gros­so­mo­do un ter­zo degli stu­den­ti che pren­do­no un voto posi­ti­vo al mio esa­me non meri­te­reb­be di otte­ne­re una lau­rea nel­la mate­ria che inse­gno. Non solo non la meri­te­reb­be­ro, ma non ha sen­so che la otten­ga­no. Se la pos­so­no ave­re loro, è ovvio che lau­rea per­de di valo­re, non è selet­ti­va. La cosa mi met­te in imba­raz­zo se pen­so ai tan­ti stu­den­ti bra­vi, vali­di, intel­li­gen­ti, curio­si e capa­ci di espri­mer­si in ingle­se che dovreb­be­ro arri­va­re a una qua­li­fi­ca che sia selet­ti­va e abbia un valo­re sul mer­ca­to del lavo­ro. E inve­ce si ritro­va­no tut­ti con la stes­sa cosa, con la stes­sa fascia di vota­zio­ne a cau­sa dell’inflazione del­le vota­zio­ni. Ma non pos­so fare il don Chi­sciot­te e impe­di­re alla gen­te di pas­sa­re il mio esa­me, obbli­ga­to­rio per arri­va­re alla fine, se sono l’unica per­so­na in tut­to il cor­so di lau­rea ad ave­re que­sta poli­ti­ca. Mi sono dovu­to ade­gua­re. Que­sta è l’unica scu­san­te che pos­so offrire.

***

Esa­mi­na­te le opi­nio­ni di alcu­ni nostri pro­fes­so­ri, c’è da chie­der­si ora che cosa vor­reb­be­ro gli stu­den­ti. Da stu­den­tes­sa riten­go che il fat­to più gra­ve sia l’incoscienza di tan­ti che arri­va­no all’Università e accet­ta­no tut­to quel­lo che vie­ne loro posto di fronte.

Ci troviamo ad avere a che fare fin troppo spesso con lezioni ed esami portati avanti con approssimazione e noncuranza, con professori non disposti a considerarci degni di attenzione o educazione, con voti che, in bene o in male, non rispecchiano affatto la nostra preparazione. E il tutto viene accettato come perfettamente normale. Questo deve cambiare.

Lo stu­den­te deve ini­zia­re a pre­ten­de­re che il ser­vi­zio uni­ver­si­ta­rio sia migliore.
Lo stu­den­te deve ini­zia­re a capi­re che è inu­ti­le ral­le­grar­si del­la faci­li­tà con cui fioc­ca­no i 30 e che un’Università affron­ta­ta con super­fi­cia­li­tà non por­ta a nul­la, se non a una lau­rea svuo­ta­ta di significato.
Lo stu­den­te, insom­ma, deve acqui­sta­re con­sa­pe­vo­lez­za dell’importanza del­la sua car­rie­ra uni­ver­si­ta­ria e del suo ruolo.
Sol­tan­to que­sto può por­tar­ci a una nuo­va serie­tà, ad ave­re la volon­tà di chie­de­re esa­mi fat­ti meglio anche se sarà più fati­co­so supe­rar­li, di chie­de­re cor­si che ci ren­da­no com­pe­ten­ti e ci per­met­ta­no di fare un buon ela­bo­ra­to fina­le. Dob­bia­mo capi­re che rial­za­re il livel­lo del­la nostra Uni­ver­si­tà è qual­co­sa a cui dob­bia­mo lavo­ra­re anche noi. La solu­zio­ne non sta, for­se, nel­la selet­ti­vi­tà all’ingresso, nel per­met­te­re sol­tan­to agli stu­den­ti miglio­ri l’accesso all’insegnamento universitario.
La solu­zio­ne sta nel ren­de­re lo stu­den­te in gra­do di cre­de­re in quel­lo che fa in vista del suo futu­ro, per­ché cre­den­do­ci pre­ten­de­rà il meglio (e a nes­su­no tut­to que­sto suo­na stu­pi­do e uto­pi­co quan­to a me).

Bian­ca Giacobone
@BiancaGiac

Con­di­vi­di:
Bianca Giacobone
Stu­den­tes­sa di let­te­re e redat­tri­ce di Vul­ca­no Sta­ta­le. Osser­vo ascol­to scri­vo. Ogni tan­to par­lo anche. E fac­cio il mon­do mio, poco per volta.

3 Commenti su All’Università non insegnano a scrivere

  1. Otti­mo arti­co­lo, l’ho let­to con mol­ta par­te­ci­pa­zio­ne e, come stu­den­tes­sa, con­di­vi­do il pen­sie­ro. Federica

  2. Sal­ve, mi sono lau­rea­ta con 110 e lode in Ita­lia e da 10 anni vivo in Austra­lia. In Austra­lia ho con­se­gui­to un Master degree and ora sto finen­do il dot­to­ra­to. Devo dire che quan­do ho ini­zia­to gli stu­di qui in Austra­lia mi sono tro­va­ta mol­to in dif­fi­col­tà’ per­ché’ in real­tà’ in Ita­lia non ho mai dovu­to scri­ve­re mol­to (a par­te la tesi fina­le) tan­to­me­no in lin­guag­gio e sti­le acca­de­mi­ci. Nei pae­si anglo­sas­so­ni e’ l’op­po­sto. Pra­ti­ca­men­te solo ‘essay wri­ting’. Sareb­be sta­to mol­to uti­le se la mia uni­ver­si­tà aves­se for­ni­to dei cor­si su come pre­pa­ra­re arti­co­li per gior­na­li acca­de­mi­ci e scri­ve­re tesi. Det­to que­sto, mol­ti stu­den­ti che fini­sco­no l’u­ni­ver­si­tà’ qui in Austra­lia sono ter­ro­riz­za­ti dai col­lo­qui di lavo­ro pro­prio per­ché non han­no espe­rien­za nel cam­po ora­le e davan­ti a un pub­bli­co. Una com­bi­na­zio­ne dei due meto­di di inse­gna­men­to non sareb­be male! Chiara.

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.