Da riascoltare per la prima volta
Birth of the Cool

Sia­mo nel 1949. Nove ami­ci uni­ti dal­la pas­sio­ne per la musi­ca si ritro­va­no, da qual­che par­te, a New York. Per esse­re esat­ti, si ritro­va­no a casa di Gil Evans. Vi dico solo che tra loro c’è anche Miles Davis, o meglio, c’è soprat­tut­to Miles Davis. Cosa fan­no que­sti nove ami­ci? Com­pon­go­no musica.
Pro­prio da que­sti incon­tri sono nati bra­ni come “Move”, “Moon dreams”, “Venus de Milo”, “Bopli­ci­ty”, e mol­ti altri; bra­ni che, però, saran­no rac­col­ti in un uni­co album solo nel 1957, il miti­co Birth of the cool.

Da quel 1949 ini­ziò ad esse­re con­ce­pi­to non solo un nuo­vo album ma, come sug­ge­ri­sce il tito­lo del­lo stes­so, anche il sound giu­sto per un nuo­vo sot­to­ge­ne­re del jazz, il “cool jazz”.
Si trat­ta­va di un sound più mor­bi­do, meno inva­si­vo e pene­tran­te rispet­to al pre­ce­den­te bebop, un sound che potes­se ricor­da­re un coro di voci uma­ne, un coro fat­to di nove stru­men­ti che si amal­ga­mas­se­ro per­fet­ta­men­te tra loro come fos­se­ro solo quat­tro: «Io dice­vo che dove­va esse­re il suo­no di un quar­tet­to, con voci di sopra­no, alto, bari­to­no e bas­so; dove­va­mo ave­re stru­men­ti con voce di teno­re, di mez­zo alto e di mez­zo bas­so», spie­ga Miles Davis nel­la sua autobiografia.

Se tut­to ciò vi fa pen­sa­re a un’orchestra di musi­ca clas­si­ca, beh, non pen­sia­te di esse­re sul­la stra­da sba­glia­ta, o alme­no, non del tut­to. Si può dire, infat­ti, che que­sto “cool” pren­des­se qual­co­sa pro­prio da quel­la musi­ca clas­si­ca; si può dire che a quel­lo che era sta­to il jazz fino a quel momen­to si fos­se aggiun­to un ele­men­to del pas­sa­to, che fu recu­pe­ra­to e ria­dat­ta­to ai tem­pi che cor­re­va­no. Si mischiò cioè al bebop, e lo rese ben più orec­chia­bi­le di pri­ma, e anche più raffinato.

Que­sta mesco­lan­za di gene­ri è piut­to­sto evi­den­te nel disco: alcu­ni bra­ni, infat­ti, sono anco­ra carat­te­riz­za­ti da quel modo di suo­na­re più aggres­si­vo, tipi­co del bebop, con un rit­mo più velo­ce e suo­ni più for­ti, men­tre altri pez­zi dell’album rap­pre­sen­ta­no a pie­no quel sound mor­bi­do, sono più paca­ti, tra­smet­to­no una cer­ta cal­ma e tranquillità.
Uno di que­sti è “Venus de Milo”, seb­be­ne non sia l’unico. Ascol­ta­te­lo: nel­la melo­dia voi non nota­te una cer­ta somi­glian­za con la can­zon­ci­na che can­ta Romeo ne Gli Ari­sto­gat­ti? (Pas­sa­te­mi il rife­ri­men­to cine­ma­to­gra­fi­co da cine­fi­li di un cer­to spes­so­re). Mi sba­glie­rò, ma quan­do ascol­tai il bra­no per la pri­ma vol­ta, fu la pri­ma cosa che mi ven­ne in mente.

Ma ban­do alle cian­ce. Que­sto disco segnò in pra­ti­ca l’inizio di un nuo­vo modo di fare jazz, segnò la nasci­ta del cool ma, para­dos­sal­men­te, allo stes­so tem­po ne segnò anche la mor­te. Miles Davis, già gran­dio­so per la sua eclet­ti­ci­tà musi­ca­le, in quan­to rap­pre­sen­tò ognu­na del­le fasi del jazz ―eclet­ti­ci­tà che cul­mi­ne­rà nel­la svol­ta elet­tri­ca di Bit­ches Brew (album del 1969)― fu in gra­do di dare ori­gi­ne a qual­co­sa di nuo­vo, ma anche di distruggerlo.
Infat­ti, dopo Birth of the cool nes­su­no suo­nò più quel tipo di jazz, nem­me­no lo stes­so Miles e la sua band, se pur ne saran­no in par­te influen­za­ti nel­le ope­re postu­me. Il cool è nato e mor­to con i suoi crea­to­ri, ha rap­pre­sen­ta­to una fase del jazz, come del resto han­no fat­to anche tut­te le altre (bebop, swing, blues, jazz moda­le…), con la dif­fe­ren­za che que­ste sono soprav­vis­su­te anche negli anni suc­ces­si­vi, ma il cool, alme­no dal pun­to di vista musi­ca­le, ha avu­to vita breve.

Ila­ria Guidi

Con­di­vi­di:
Ilaria Guidi

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.