Da riascoltare per la prima volta
Who’s Next

Life­hou­se. Que­sto avreb­be dovu­to esse­re il nome del­l’am­bi­zio­so pro­get­to par­to­ri­to alla fine del 1970 dal­la men­te vul­ca­ni­ca di Pete Town­shend, chi­tar­ri­sta e lea­der degli Who: una rock-ope­ra, una fusio­ne tra musi­ca e tea­tro, suo­na­ta dal vivo dagli stes­si Who per repli­ca­re o, se pos­si­bi­le addi­rit­tu­ra supe­ra­re, l’in­cre­di­bi­le suc­ces­so otte­nu­to con Tom­my solo un anno pri­ma. Avreb­be dovu­to trat­tar­si di una sor­ta di roman­zo di fan­ta­scien­za sul­la real­tà vir­tua­le in cui un ado­le­scen­te affron­ta­va una serie di avven­tu­re alla sco­per­ta del­la musi­ca rock. Avreb­be dovu­to, appun­to. Per­chè il pro­get­to, così com­ples­so ed inno­va­ti­vo, non dove­va esse­re ben chia­ro nean­che nel­la men­te di Pete, che face­va fati­ca a far­si capi­re sia dagli altri mem­bri del­la band che dai col­la­bo­ra­to­ri —soprat­tut­to da Lam­bert, che tan­to lo ave­va appog­gia­to nei suoi lavo­ri— per quan­to riguar­da­va le linee gui­da del progetto.
Ma di quel lavo­ro, ormai anda­to in fumo, la band non si sen­tì di eli­mi­na­re il mate­ria­le già scrit­to e in par­te inci­so, rite­nu­to di buon livel­lo. Que­ste trac­ce, rivi­ste e mes­se a pun­to nei mesi suc­ces­si­vi, con­flui­ro­no in un LP d’impianto tra­di­zio­na­le, non a tema, che era desti­na­to a diven­ta­re il miglio­re album mai gene­ra­to da Townshend.

Who’s Next, pub­bli­ca­to il 2 ago­sto del 1971, è cer­ta­men­te un album diver­so rispet­to alla pre­ce­den­te pro­du­zio­ne del grup­po ingle­se. Ciò che lo ren­de uni­co è la sua com­ples­si­tà, dovu­ta al con­ti­nuo alter­nar­si di toni e rit­mi e ai diver­si lin­guag­gi musi­ca­li pre­sen­ti al suo inter­no: si pas­sa dal­la bal­la­ta elet­tro-acu­sti­ca “Bar­gain”, in cui Dal­trey rag­giun­ge qua­si la per­fe­zio­ne, a “ Going Mobi­le”, dagli accor­di e dal­le tona­li­tà zin­ga­re­sche. Town­shend, in evi­den­te sta­to di gra­zia, abban­do­na i soli degli album pre­ce­den­ti per dedi­car­si all’im­pian­to armo­ni­co strut­tu­ra­le, spa­zian­do dal­l’a­cu­sti­ca al pia­no­for­te, dal sin­te­tiz­za­to­re alla voce, facen­do con­flui­re in que­sto lavo­ro tut­te le sue capa­ci­tà com­po­si­ti­ve men­tre la voce di Dal­trey, da sem­pre poten­te e graf­fian­te, sa esse­re esplo­si­va e con­trol­la­ta. Discor­so a par­te meri­ta il capo­la­vo­ro pro­dot­to nel­la sezio­ne rit­mi­ca. Moon, con la sua bat­te­ria e il suo sti­le furen­te, inven­ta rit­mi com­ples­si e crea­ti­vi, dia­lo­gan­do costan­te­men­te con il bas­so di Ent­wi­stle, che intrec­cia al rit­mo vere e pro­prie sezio­ni melodiche.

PicMonkey Collage Who's next

La can­zo­ne che apre l’al­bum è quel­l’e­ter­no capo­la­vo­ro di “Baba O’Ri­ley”, così chia­ma­ta dal nome del san­to­ne Baba, ami­co del grup­po, e dal gran­de Ter­ry Riley, con­si­de­ra­to uno dei più gran­di musi­ci­sti mini­ma­li­sti viventi.
Dal silen­zio emer­ge una fra­se al sin­te­tiz­za­to­re, una fra­se for­te e con­ti­nua che sa però esse­re leg­ge­ra, pri­ma di veni­re spez­za­ta dal­l’en­tran­te pia­no, sec­co e pre­ci­so con i suoi accor­di, e dal­la bat­te­ria che lo sostie­ne. All’a­pi­ce, giun­ge la voce segui­ta dal­la chi­tar­ra elet­tri­ca che crea­no sono­ri­tà uni­che, anti­ci­pan­do e dan­do l’im­put ad uno dei più memo­ra­bi­li asso­li del­la sto­ria, ese­gui­to al vio­li­no –per l’oc­ca­sio­ne elet­tri­fi­ca­to– dal­la leg­gen­da Dave Arbus, in un pro­lun­ga­to gio­co di ricor­sa con la bat­te­ria di Moon.

Alla fine del­l’al­bum, com­po­sto per lo più da can­zo­ni d’a­mo­re —tra cui spic­ca­no le bel­lis­si­me bal­la­te semia­cu­sti­che “Love Ain’t For Kee­ping”, “Behind Blue Eyes”— è custo­di­to il bra­no mani­fe­sto degli Who:“Won’t Get Foo­led Again”. Un pez­zo tra­vol­gen­te, che ini­zia con un’in­cre­di­bi­le sca­ri­ca di chi­tar­ra segui­ta a ruo­ta dal­l’or­ga­no e che risul­ta —alme­no per quan­to riguar­da l’a­spet­to strut­tu­ra­le del bra­no— mol­to simi­le alla trac­cia ini­zia­le. La ten­sio­ne del bra­no è tut­ta scan­di­ta in un cre­scen­do con­ti­nuo fino all’ur­lo lace­ran­te di Dal­trey che, segui­to dal­la bat­te­ria di Moon, lascia let­te­ral­men­te sen­za fiato.

Trac­ce

Lato A
1. Baba O’Ri­ley — 5:09
2. Bar­gain — 5:34
3. Love Ain’t For Kee­ping — 2:11
4. My Wife — 3:41 (John Entwistle)
5. The Song Is Over — 6:16
Lato B
1. Get­ting In Tune — 4:50
2. Going Mobi­le — 3:43
3. Behind Blue Eyes — 3:39
4. Won’t Get Foo­led Again — 8:38

For­ma­zio­ne
Roger Dal­trey — voce
Pete Town­shend — chi­tar­ra, pia­no­for­te, sintetizzatore
John Ent­wi­stle — basso
Keith Moon — batteria
Musi­ci­sti aggiuntivi
Nic­ky Hop­kins – pia­no­for­te in “The Song Is Over e Get­ting in Tune”
Dave Arbus – vio­li­no in “Baba O’Riley”
Al Koo­per – orga­no nel­la ver­sio­ne alter­na­ti­va di “Behind Blue Eyes”
Leslie West – chi­tar­ra nel­la ver­sio­ne este­sa di “Baby Don’t You Do It”

Fede­ri­co Arduini

Pho­to cre­di­ts: Lon Wen­ger, Kri­stof Roberts­on, HUBCAM

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