Da rileggere per la prima volta
Cent’anni di solitudine

Quan­do si dice l’ironia del­la sorte.
Men­tre sui social net­work impaz­za­va­no link, tweet e post che infor­ma­va­no del­la mor­te del Pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra Gabriel Gar­cía Már­quez e cele­bra­va­no il suo gran­de talen­to di scrit­to­re, io ero immer­sa nel­la let­tu­ra del­le ulti­me pagi­ne di uno dei suoi capo­la­vo­ri, Cent’anni di soli­tu­di­ne.
Lo ave­vo pre­so in pre­sti­to qual­che tem­po fa dal­la biblio­te­ca per­ché ero del­l’i­dea che “non si può non aver­lo let­to”. E, a let­tu­ra ulti­ma­ta, mi tro­vo più che mai d’accordo con me stes­sa: non si può non leg­ge­re Cent’anni di soli­tu­di­ne. In pri­mo luo­go per­chè, mol­to banal­men­te, è bel­lo. Le paro­le scor­ro­no come un fiu­me, sono ordi­na­te, al loro posto, e rie­sco­no a tra­smet­te­re – a secon­da del­la neces­si­tà – imma­gi­ni di un rea­li­smo scon­cer­tan­te, di una deli­ca­ta poe­ti­ci­tà e di un for­te pote­re evo­ca­ti­vo. Se poi non si leg­ge, ci si per­de qual­che tas­sel­lo che inter­cor­re tra il boom let­te­ra­rio lati­noa­me­ri­ca­no degli anni Ses­san­ta e Set­tan­ta e gli auto­ri odier­ni, pri­ma fra tut­te Isa­bel Allende.

Gabriel Gar­cía Már­quez fa par­te del movi­men­to magi­co-rea­li­sta del­la let­te­ra­tu­ra ame­ri­ca­na. In Cent’anni di soli­tu­di­ne il rea­li­smo magi­co è infat­ti uno degli ele­men­ti che sal­ta agli occhi pri­ma e più di altri. Dal prin­ci­pio del roman­zo Gar­cía Már­quez crea attor­no al fit­ti­zio vil­lag­gio di Macon­do, fon­da­to dal capo­sti­pi­te del­la fami­glia Buen­día, un alo­ne di miste­ro e magia. Macon­do è e reste­rà per tut­ta la nar­ra­zio­ne pal­co­sce­ni­co e pun­to di vista dei mem­bri del­la fami­glia Buen­día, le cui vicen­de si mesco­le­ran­no ad even­ti fan­ta­sti­ci e leg­gen­de, ma anche a fat­ti sto­ri­ci real­men­te avvenuti.
Attra­ver­so quel­la di Macon­do e del­la fami­glia Buen­día, l’autore riper­cor­re alcu­ne tap­pe del­la sto­ria del suo pae­se, la Colom­bia, che mai vie­ne nomi­na­ta all’interno del libro. E così la fon­da­zio­ne di Macon­do sim­bo­leg­gia quel­la del­la Colm­bia moder­na (1830), le guer­re e le rivo­lu­zio­ni por­ta­te avan­ti dal colon­nel­lo Aure­lia­no Buen­día sono in real­tà la guer­ra dei mil­le gior­ni, con­clu­sa­si con la pace di Neer­lan­dia (1899–1901) — uno dei rife­ri­men­ti sto­ri­ci più pre­ci­si di Cent’anni di soli­tu­di­ne, assie­me alla stra­ge dei lavo­ra­to­ri bana­nie­ri in scio­pe­ro (1928).

Sto­ria, inven­zio­ne e magia si mesco­la­no, ma sen­za mai scon­trar­si l’una con l’altra, anzi risul­ta­no in per­fet­ta sin­to­nia. Dopo la pri­ma feb­bre d’insonnia che col­pi­sce Macon­do e le pri­me appa­ri­zio­ni di fan­ta­smi non ci si fa più doman­de, al pun­to che sem­bra asso­lu­ta­men­te nor­ma­le un mon­do dove i vivi vedo­no e par­la­no con i mor­ti, dove esi­ste la capa­ci­tà di pre­veg­gen­za, si sale in cie­lo o pio­ve per quat­tro anni inin­ter­rot­ta­men­te. Eppu­re que­sti even­ti straor­di­na­ri non sca­te­na­no rea­zio­ni di mera­vi­glia ecces­si­va nei pro­ta­go­ni­sti: suc­ce­do­no sem­pli­ce­men­te. E così anche noi sia­mo por­ta­ti a cre­der­vi, aiu­ta­ti dai trat­ti estre­ma­men­te uma­ni dei Buendía.

Gar­cía Már­quez rac­con­ta le set­te gene­ra­zio­ni di que­sta fami­glia, dai capo­sti­pi­ti José Arca­dio Buen­día e Ursu­la Igua­rán all’ultimo discen­den­te, Aure­lia­no Buen­día. Set­te gene­ra­zio­ni che con­fon­do­no per la ripe­ti­vi­tà di nomi (soprat­tut­to maschi­li), situa­zio­ni, trat­ti fisi­ci e del carattere.
In fon­do, l’idea del­la ripe­ti­ti­vi­tà è un tema cen­tra­le del roman­zo. La nar­ra­zio­ne è velo­ce, ric­ca e pie­na di avve­ni­men­ti, e il tem­po pas­sa, eppu­re non sem­bra pas­sa­re (“Cosa ti aspet­ta­vi?” sospi­rò Ursu­la. “Il tem­po pas­sa.” “Così è,” ammi­se Aure­lia­no, “ma non tanto”).
Le gene­ra­zio­ni si suc­ce­do­no ma i per­so­nag­gi si tro­va­no immer­si in un eter­no pre­sen­te. Chi è vivo cer­ca di rea­gir­vi, di com­bat­ter­lo, per­si­no andan­do via da Macon­do, ma alla fine non si muo­vo­no da lì, resta­no pri­gio­nie­ri del­la nostal­gia. Chi è mor­to inve­ce di lascia­re que­sto mon­do, fini­sce per ritor­na­re. Un tem­po cir­co­la­re e inter­mi­na­bi­le che si spez­za sol­tan­to alla fine del roman­zo, quan­do si avve­ra la pro­fe­zia con­te­nu­ta nel­le per­ga­me­ne del­lo zin­ga­ro Mel­quía­des, ami­co di José Arca­dio, che nel cor­so del­la sto­ria alcu­ni Buen­día ave­va­no già ten­ta­to di deci­fra­re, ma inva­no, poi­ché non era anco­ra giun­to il tempo.

Cent’anni di soli­tu­di­ne è la sto­ria di una nume­ro­sa fami­glia dove ognu­no, alla fine, è solo, e muo­re da solo. Cia­scu­no è chiu­so in sé stes­so, nel­la sua aura di soli­tu­di­ne, nei suoi sen­ti­men­ti, che sia­no la paz­zia di José Arca­dio, la ceci­tà di Ursu­la, la pas­sio­ne di José Arca­dio e Rebe­ca, l’invidia di Ama­ran­ta o l’indifferenza ata­vi­ca del colon­nel­lo Aure­lia­no. Tut­ti con l’impressione di non poter mai anda­re avan­ti, tor­men­ta­ti dai loro fan­ta­smi (rea­li o invi­si­bi­li) e dai ricordi.

“Era­no le ulti­me cose che rima­ne­va­no di un pas­sa­to il cui anni­chi­la­men­to non si con­su­ma­va, per­ché con­ti­nua­va ad anni­chi­lar­si inde­fi­ni­ti­va­men­te, con­su­man­do­si den­tro di sé stes­so, ter­mi­nan­do­si in ogni minu­to ma sen­za ter­mi­na­re di ter­mi­nar­si mai”.

Ludo­vi­ca de Girolamo
@Ludovica_dg

Foto cre­di­ts: CBC

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