Da rileggere per la prima volta
L’arte in guerra

La Sto­ria dell’Arte si lega a dop­pio filo con la sto­ria del pote­re e del­le guer­re com­bat­tu­te in suo nome.
Dopo la distru­zio­ne di Geru­sa­lem­me, al tem­po del­la pri­ma Dia­spo­ra, l’imperatore Tito ripor­tò a Roma il can­de­la­bro a set­te brac­cia, la meno­rah, come tro­feo di guer­ra da mostra­re al popo­lo duran­te il cor­teo del trion­fo, e lo fece ritrar­re nel bas­so­ri­lie­vo dell’arco inti­to­la­to a suo nome. Nel 1204, il Doge Enri­co Dan­do­lo appro­fit­tò del­la quar­ta Cro­cia­ta per por­ta­re a Vene­zia la qua­dri­ga che vero­si­mil­men­te deco­ra­va l’ippodromo di Costantinopoli.
In tem­pi più recen­ti, ricor­dia­mo il cla­mo­ro­so “acqui­sto” di Lord Elgin dei mar­mi del Partenone.

L’arte ha sem­pre avu­to un ruo­lo cele­bra­ti­vo, affer­man­do agli occhi dei sud­di­ti quan­to fos­se este­so il pote­re di chi gover­na­va, di con­se­guen­za diven­ne il nemi­co visi­bi­le ver­so cui indi­riz­za­ro­no la loro rab­bia gli oppressi—è cele­bre il caso del­le teste dei re di Giu­dea del­la fac­cia­ta occi­den­ta­le di Notre Dame distrut­te dal­la furia ico­no­cla­sta del­la Rivoluzione.
Nei seco­li più recen­ti l’arte, e in par­ti­co­la­re quel­la di pro­prie­tà dei vin­ti, è diven­ta­ta il sim­bo­lo mate­ria­le del­la vit­to­ria, obiet­ti­vo quan­do non cau­sa del­la guer­ra stessa.

In un bel libro di Ser­gio Roma­no, appe­na usci­to per Ski­ra, inti­to­la­to L’arte in guer­ra, l’autore rileg­ge gli epi­so­di sto­ri­ci dal­la Rivo­lu­zio­ne fran­ce­se fino ai gior­ni nostri per mostrar­ci come sia sta­ta trat­ta­ta l’arte e come nel tem­po si sia evo­lu­to anche il suo stes­so concetto.
Appren­dia­mo così che all’inizio del­le guer­re napo­leo­ni­che la “libe­ra­zio­ne dell’arte” diven­ne il com­pi­to stra­te­gi­co e ideo­lo­gi­co che dove­va gui­da­re gli eser­ci­ti francesi.
Figli dell’universalismo illu­mi­ni­sta, Napo­leo­ne Bona­par­te e il fida­to diret­to­re del nascen­te Muséum Cen­tral des Arts de la Répu­bli­que (meglio cono­sciu­to come Lou­vre), Vivant Denon, sfrut­tan­do le cam­pa­gne in giro per l’Europa, col­lau­da­ro­no un siste­ma per appro­priar­si di un nume­ro ster­mi­na­to di ope­re d’arte da invia­re a Parigi.
L’obiettivo diven­ne quel­lo di crea­re un enor­me cen­tro cul­tu­ra­le di qua­li­tà supe­rio­re, cosic­ché ogni cit­ta­di­no potes­se sì col­ti­va­re la sua cul­tu­ra arti­sti­ca nei ter­ri­to­ri peri­fe­ri­ci, ma fos­se costret­to ad anda­re a Pari­gi ad ammi­ra­re l’arte nel­la sua com­ple­tez­za e inte­rez­za per poter­si “lau­rea­re”.

Per que­sto stes­so moti­vo Bona­par­te fu spin­to alla crea­zio­ne di cen­tri di aggre­ga­zio­ne dell’arte anche nei ter­ri­to­ri con­qui­sta­ti, come la Pina­co­te­ca di Bre­ra a Milano.
Nel trat­ta­to fir­ma­to a Tolen­ti­no nel feb­bra­io del 1797, per gli sta­ti scon­fit­ti —tra cui Duca­to di Par­ma e Pia­cen­za e gli Sta­ti pon­ti­fi­ci— era già pre­vi­sta la clau­so­la per cui la pace sareb­be sta­ta paga­ta con “cen­to qua­dri, busti, vasi o sta­tue”. Nono­stan­te ciò, le requi­si­zio­ni era­no già ini­zia­te e toc­ca­ro­no arti­sti sia mag­gio­ri che mino­ri, sem­pre alla ricer­ca di quel mes­sag­gio uni­ver­sa­le ed enci­clo­pe­di­co dell’arte che si inten­de­va espli­ca­re nel nuo­vo e bel­lis­si­mo museo pari­gi­no, sen­za nascon­de­re, però, anche un sen­ti­men­to nazio­na­li­sta vero e pro­prio: ogni cosa veni­va fat­ta in nome del­la nazio­ne e del popo­lo francesi.
Que­sto sen­ti­men­to avreb­be mos­so la fame d’arte dei gene­ra­li fran­ce­si e avreb­be avu­to riper­cus­sio­ni mag­gio­ri di quan­to si cre­des­se, facen­do da cul­la allo stes­so nazio­na­li­smo degli sta­ti conquistati.

Fini­te le guer­re, il car­di­na­le Etto­re Con­sal­vi inviò il più gran­de e noto degli arti­sti ita­lia­ni dell’epoca, quell’Antonio Cano­va tan­to ama­to dai fran­ce­si, a trat­ta­re al tavo­lo del­le resti­tu­zio­ni. Par­lan­do con il diret­to­re del museo del Lou­vre, Vivant Denon, che lot­ta­va con le unghie e con i den­ti per non per­de­re nean­che una mini­ma par­te del­le mera­vi­glie accu­mu­la­te, Cano­va oppo­ne­va all’ideologia illu­mi­ni­sta fran­ce­se un pro­get­to tut­to ita­lia­no, basa­to sull’unicità e l’universalità di Roma e sul ruo­lo di difen­so­re dell’arte che il Papa­to ave­va sem­pre eser­ci­ta­to per tut­te le nazio­ni cri­stia­ne. Nono­stan­te un inter­ven­to deci­si­vo del pri­mo mini­stro austria­co Met­ter­nich, sem­bra qua­si super­fluo dire che solo un ter­zo del­le ope­re con­te­nu­te nel trat­ta­to di Tolen­ti­no, e qua­si nes­su­na di quel­le requi­si­te in altri modi, tor­na­ro­no in Italia.

Ma non tut­ti i mali ven­go­no per nuo­ce­re, e così, tra le con­di­zio­ni poste da Denon per la resti­tu­zio­ne del­le ope­re la più impor­tan­te era il “solen­ne obbli­go, a scan­so di qua­lun­que con­tra­ria dispo­si­zio­ne, e secon­do il con­tem­po­ra­neo indi­riz­zo adot­ta­to dal­le poten­ze euro­pee, alla pub­bli­ca espo­si­zio­ne dei dipin­ti recu­pe­ra­ti, col­lo­ca­ti in pas­sa­to in siti disav­van­tag­gio­si, e non acces­si­bi­li agli arti­sti”. I qua­li arti­sti neces­si­ta­va­no di “una pub­bli­ca gal­le­ria, sull’esempio del­le altre insi­gni capi­ta­li di Euro­pa, per­ché rima­ner deb­ba­no espo­sti allo stu­dio e como­do del­la gio­ven­tù d’ogni nazio­ne che reca­si a Roma ad appren­de­re le arti del dise­gno”.
Veni­va quin­di richie­sta una siste­ma­zio­ne non meno orga­ni­ca di quel­la che le ope­re ave­va­no tro­va­to al Lou­vre. La con­di­zio­ne fu accol­ta con gio­ia per­ché que­sto per­mi­se ai Musei Vati­ca­ni di impa­dro­nir­si di quel­le ope­re che era­no sta­te strap­pa­te a cen­tri peri­fe­ri­ci del­lo Sta­to Pon­ti­fi­cio, come Peru­gia e Urbino.

Uno dei fre­gi in mar­mo del Par­te­no­ne “acqui­sta­ti” da Lord Elgin

Come già ricor­da­to, il col­le­zio­ni­smo di ope­re d’arte era sta­to appan­nag­gio di prin­ci­pi, duchi e alti pre­la­ti e si era mani­fe­sta­to come coro­na­men­to este­ti­co del­la sovra­ni­tà. Fu con la Rivo­lu­zio­ne fran­ce­se e la suc­ces­si­va esplo­sio­ne del­la Rivo­lu­zio­ne indu­stria­le che emer­se un nuo­vo ceto bor­ghe­se di col­le­zio­ni­sti, com­po­sto da ban­chie­ri, indu­stria­li, poli­ti­ci ed espo­nen­ti del­le pro­fes­sio­ni libe­ra­li. Con la crea­zio­ne di un mer­ca­to dell’arte, appar­ve­ro sul­la sce­na anche esper­ti, gal­le­ri­sti e mae­stri del­le attribuzioni.

Nel­la secon­da metà dell’Ottocento si svi­lup­pò un inte­res­se antro­po­lo­gi­co ver­so l’arte dei Pae­si colo­niz­za­ti —i qua­li furo­no depre­da­ti di tut­to il patri­mo­nio arti­sti­co che pote­va esse­re tra­spor­ta­to in una cas­sa di legno. Nac­que­ro così nuo­ve col­le­zio­ni pri­va­te e gran­di musei, come il Museé de l’Homme a Pari­gi, vetri­ne di quell’arte con­si­de­ra­ta infe­rio­re, che dove­va ser­vi­re come mez­zo per giu­sti­fi­ca­re la poli­ti­ca colo­nia­le di “civi­liz­za­zio­ne” in atto in tut­ti gli ango­li del mondo.

Nel­lo stes­so perio­do in Ita­lia si com­bat­te­va­no le guer­re d’indipendenza con­tro l’Austria. Una vol­ta ter­mi­na­te, nel 1866, lo spi­ri­to di revan­che dei nostri patrio­ti die­de voce alla pro­te­sta e si con­cre­tiz­zò con la richie­sta for­ma­le di resti­tu­zio­ne di tut­te le ope­re d’arte tra­fu­ga­te o otte­nu­te per pri­vi­le­gi da ancién regi­me nei ter­ri­to­ri di domi­na­zio­ne austria­ca: è il caso degli araz­zi di Man­to­va o degli ogget­ti appar­te­nen­ti all’Arsenale di Vene­zia e al Con­si­glio dei Dieci.
La ten­sio­ne aumen­tò alla fine del­la pri­ma guer­ra mon­dia­le sia per la disgre­ga­zio­ne dell’Impero austro-unga­ri­co sia per l’avanzata del nazio­na­li­smo e di un’ideologia pani­ta­lia­na che spin­ge­va­no in dire­zio­ne dell’irredentismo, come se nel cor­so dei seco­li si fos­se gene­ra­to un dirit­to di pro­prie­tà mora­le. La stra­te­gia per­pe­tua­ta dal­lo Sta­to ita­lia­no in quel perio­do ten­de­va a far sì che fos­se rite­nu­ta legit­ti­ma la richie­sta di tut­to il mate­ria­le che era sta­to por­ta­to via dopo il pro­ces­so risor­gi­men­ta­le e la riven­di­ca­zio­ne del patri­mo­nio degli sta­ti pre­u­ni­ta­ri, indi­pen­den­te­men­te da come era sta­to ottenuto.
Caso più ecla­tan­te e che ben mostra le con­se­guen­ze estre­me di que­sta poli­ti­ca fu la richie­sta di resti­tu­zio­ni di due palaz­zi “Vene­zia”: quel­lo di Roma e quel­lo di Costan­ti­no­po­li, che dopo le guer­re napo­leo­ni­che era­no diven­ta­ti sedi del­le amba­scia­te dell’Impero austria­co. Nel momen­to del­la disgre­ga­zio­ne dell’Impero tur­co, un bat­ta­glio­ne di mari­nai entrò a for­za nel­la vil­la sul Bosfo­ro, la qua­le diven­ne sede dell’Alto Com­mis­sa­ria­to per la Tur­chia, men­tre quel­lo roma­no dal 1929 diven­tò, come ben si sa, luo­go di resi­den­za di Mussolini.

“Il bacio” di Marc Chagall

Dopo l’avvento al pote­re del nazi­smo, anche in Ger­ma­nia si svi­lup­pò un’ideologia cul­tu­ra­le irre­den­ti­sta, ma in que­sto caso gli ogget­ti non reden­ti era­no quel­li con­tem­pla­ti dal gusto, matu­ra­to duran­te gli stu­di vien­ne­si, di Hitler. Il suo dise­gno, che com­pren­de­va un pro­get­to mil­le­na­rio di ricon­giun­gi­men­to spi­ri­tua­le con gli anti­chi Ger­ma­ni, pre­ve­de­va sia il riap­pro­priar­si di tut­ti gli ogget­ti che era­no rico­no­sciu­ti come fon­dan­ti del­la raz­za aria­na —come gli araz­zi di Bayeux o la coro­na di fer­ro del­la regi­na Teo­do­lin­da— sia l’annientamento di quel­la che era con­si­de­ra­ta arte degenerata.

A que­sto sco­po nel 1937 a Mona­co si ten­ne un’esposizione che ave­va l’obiettivo di gene­ra­re repul­sio­ne e odio, com­po­sta da ope­re (accom­pa­gna­te da scrit­te dispre­gia­ti­ve) dei più gran­di arti­sti cre­sciu­ti duran­te la Repub­bli­ca di Wei­mar, come Beck­mann, Cha­gall, Otto Dix, Grosz, Kan­di­sky, Paul Klee, Mon­drian e tan­ti altri. In que­sto caso, quin­di, ci fu un sac­cheg­gio di dupli­ce tipo: uno per appro­priar­si di tut­to ciò che era con­te­nu­to nel rap­por­to Kum­mel (dal nome di uno sto­ri­co dell’arte inca­ri­ca­to che nel 1939 fu inca­ri­ca­to da Goeb­be­les di redar­re un elen­co di tut­te le ope­re che sareb­be sta­to pos­si­bi­le rim­pa­tria­re nell’eventualità di una guer­ra), e l’altro per distrug­ge­re fisi­ca­men­te con qual­sia­si mez­zo tut­to ciò che era chia­ma­to “arte degenerata”.

Nel perio­do del­la guer­ra civi­le spa­gno­la e dell’alza­mien­to dei quat­tro gene­ra­li nel luglio del 1936, si assi­stet­te a una sce­na oppo­sta: nei ter­ri­to­ri in mano ai repub­bli­ca­ni, l’odio matu­ra­to nei seco­li con­tro il pote­re per­se­cu­to­rio del­le auto­ri­tà spa­gno­le si mate­ria­liz­zò con l’assalto e la distru­zio­ne di un nume­ro impres­sio­nan­te di chie­se e mona­ste­ri, sac­cheg­gia­ti e dati alle fiam­me. L’aviazione fran­chi­sta, sup­por­ta­ta dai regi­mi ita­lia­no e tede­sco, non fu meno cle­men­te con i suoi bom­bar­da­men­ti e un per­fet­to rac­con­to per imma­gi­ni di ciò che avven­ne è rap­pre­sen­ta­to nel qua­dro Guer­ni­ca di Picas­so, dipin­to nel 1937 per il padi­glio­ne spa­gno­lo dell’Esposizione universale.

L’Italia fu uno dei Pae­si che subì le più tre­men­de con­se­guen­ze del­la secon­da guer­ra mon­dia­le dal pun­to di vista del patri­mo­nio arti­sti­co. Spa­ven­ta­ti dall’avvicinarsi del pun­to di non ritor­no, le isti­tu­zio­ni e le uni­ver­si­tà anglo-ame­ri­ca­ne crea­ro­no grup­pi di pres­sio­ne e di stu­dio che infor­mas­se­ro il gover­no sui rischi che incom­be­va­no, in modo da pre­pa­ra­re i sol­da­ti allo sce­na­rio che gli si sareb­be pre­sen­ta­to davan­ti. Per que­sta ragio­ne, il pre­si­den­te Roo­se­velt isti­tuì una Com­mis­sio­ne ame­ri­ca­na per la pro­te­zio­ne e il sal­va­tag­gio di monu­men­ti arti­sti­ci e sto­ri­ci, i cui par­te­ci­pan­ti anco­ra oggi sono noti col nome di “Monu­men­ts Men”.

guernica

In Rus­sia le con­se­guen­ze del con­flit­to furo­no duris­si­me: miglia­ia di monu­men­ti (tra cui il mera­vi­glio­so Palaz­zo d’Estate dell’imperatrice Cate­ri­na, dise­gna­to dall’architetto Rastrel­li), musei, scuo­le, biblio­te­che, chie­se, sina­go­ghe e libri ven­ne­ro per­du­ti per sempre.
Come resti­tu­zio­ne, l’URSS deci­se che gli inden­niz­zi sareb­be­ro sta­ti paga­ti in due manie­re: pri­ma tra­mi­te l’acquisizione dell’apparato indu­stria­le tede­sco e poi dei beni arti­sti­ci di Ber­li­no e dei ter­ri­to­ri occu­pa­ti dall’Armata Rossa.
Allo stes­so modo dell’esercito napo­leo­ni­co in Ita­lia nel 1796, tut­to ciò su cui i rus­si riu­sci­ro­no a met­te­re le mani fu imbal­la­to e spe­di­to con tre­ni spe­cia­li. Si con­ta che cir­ca due milio­ni di pez­zi furo­no tra­fu­ga­ti e di que­sti solo cir­ca la metà fece ritor­no da Mosca nel­la DDR, come gesto di “ami­ci­zia” ver­so lo sta­to satel­li­te che era sta­to crea­to nel­la zona di occu­pa­zio­ne dell’URSS.

Un cen­no a par­te meri­ta l’atteggiamento degli ame­ri­ca­ni ver­so l’arte: in un Pae­se in cui non sono mai esi­sti­ti prin­ci­pi, l’arte sareb­be ser­vi­ta a san­zio­na­re il suc­ces­so del­le dina­stie dei baro­ni dell’acciaio, dei duchi del petro­lio o dei mar­che­si del­la comu­ni­ca­zio­ne. Si crea­ro­no così gran­di col­le­zio­ni pri­va­te che sfrut­ta­va­no l’assenza di leg­gi in mate­ria di espor­ta­zio­ne di beni arti­sti­ci. Pur nel­la lega­li­tà, si può quin­di par­la­re di sac­cheg­gio anche da par­te degli americani.

Al gior­no d’oggi, si per­ce­pi­sce un calo del­l’at­ten­zio­ne ver­so i beni artistici.
È il caso dei con­ti­nui crol­li a Pom­pei, o del­la distru­zio­ne dei gigan­te­schi Bud­d­ha del­la Val­le del Bamiyan, oppu­re del museo del Cai­ro o del­la Gran­de Moschea di Aleppo.
In quan­to filo con­dut­to­re del­la pro­pria iden­ti­tà sto­ri­ca, i lasci­ti degli anti­chi dovreb­be­ro esse­re tenu­ti in con­si­de­ra­zio­ne mol­to di più.

Jaco­po Iside
@JacopoIside

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Jacopo Iside
Appas­sio­na­to di Sto­ria e di sto­rie. Stu­den­te mai trop­po dili­gen­te, ho inse­gui­to di più i sogni

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