Da rileggere per la prima volta
Una questione privata

Una que­stio­ne pri­va­ta […] è costrui­to con la geo­me­tri­ca ten­sio­ne d’un roman­zo di fol­lia amo­ro­sa e caval­le­re­schi inse­gui­men­ti come l’Orlan­do furio­so, e nel­lo stes­so tem­po c’è la Resi­sten­za pro­prio com’era, di den­tro e di fuo­ri, vera come mai era sta­ta scrit­ta, ser­ba­ta per tan­ti anni lim­pi­da­men­te dal­la memo­ria fede­le, e con tut­ti i valo­ri mora­li, tan­to più for­ti quan­to più impli­ci­ti, e la com­mo­zio­ne, e la furia. Ed è un libro di pae­sag­gi, ed è un libro di figu­re rapi­de e tut­te vive, ed è un libro di paro­le pre­ci­se e vere. Ed è un libro assur­do, miste­rio­so, in cui ciò che si inse­gue, si inse­gue per inse­gui­re altro, e que­st’al­tro per inse­gui­re altro anco­ra e non si arri­va al vero perché.”
I. Cal­vi­no, Pre­fa­zio­ne a Il sen­tie­ro dei nidi di ragno, 1964

For­se baste­reb­be­ro que­ste poche righe di Cal­vi­no per par­la­re del roman­zo che mi accin­go a recen­si­re, o alme­no a con­vin­cer­vi alla let­tu­ra. Eppu­re, solo pochi gior­ni dopo l’anniversario del­la Libe­ra­zio­ne, sen­to il biso­gno di par­la­re più a fon­do del­la Resi­sten­za — ora che le ulti­me gene­ra­zio­ni che vi han­no par­te­ci­pa­to stan­no tor­nan­do pol­ve­re, ora che il testi­mo­ne del ricor­do sta defi­ni­ti­va­men­te giun­gen­do nel­le nostre mani.
Una que­stio­ne pri­va­ta è più che un bel­lis­si­mo roman­zo; è lo spac­ca­to a tut­to ton­do di un deter­mi­na­to momen­to sto­ri­co. È for­se ciò che più può per­met­te­re al let­to­re moder­no di immer­ger­si in quel­le espe­rien­ze ine­vi­ta­bil­men­te lon­ta­ne e sbia­di­te, e far­le pro­prie. Vi si vedo­no le Lan­ghe, e non quel­le tra­sfi­gu­ra­te dai miti del­la let­te­ra­tu­ra d’oltreoceano di Pave­se, ma quel­le con­cre­ta­men­te cono­sci­bi­li, fat­te di vigne, fan­go, bosca­glie, col­li­ne e pic­co­li bor­ghi silen­ti sot­to la piog­gia. Vi si vedo­no gli uomi­ni, le loro pas­sio­ni più e meno nobi­li, i loro idea­li, le loro for­ze e debo­lez­ze, svi­sce­ra­te in un modo duro, veri­tie­ro e impie­to­so. Vi si vede il dolo­re, imme­dia­to e incoer­ci­bi­le, tra­gi­co ma non invo­lu­to in sé stes­so, qual è nel­la real­tà. Vi si vede la Resi­sten­za, fat­ta di sin­go­li uomi­ni, e per­ciò coa­cer­vo di tut­te le loro sin­go­le sfac­cet­ta­tu­re e con­trad­di­zio­ni. Vi si vede la real­tà, quel­la mate­ria per lo più sfug­gen­te che sog­gia­ce alla Storia.

PicMonkey Collage Fenoglio

Il roman­zo è for­se incom­piu­to, ma la cosa non ne tur­be­reb­be comun­que la qua­li­tà. La pro­sa di Feno­glio è scor­re­vo­le, asciut­ta, ele­gan­te e al tem­po stes­so estre­ma­men­te rea­li­sti­ca, par­ti­co­la­reg­gia­ta, den­sa; solo qual­che raro ter­mi­ne regio­na­le o espres­si­vo potreb­be inter­rom­per­ne il flus­so. Tut­to scor­re in un per­fet­to inca­stro con la vicen­da nar­ra­ta, con le sue vivi­de imma­gi­ni e azio­ni. La “que­stio­ne pri­va­ta” che tor­men­ta Mil­ton, e in gene­ra­le quel­le che appa­io­no sta­re a cuo­re agli altri per­so­nag­gi, non sono stig­ma­tiz­za­te: si trat­ta del­la vita pul­san­te che dà lin­fa all’impetuoso flus­so degli even­ti, i mil­le riga­gno­li soli­ta­men­te invi­si­bi­li che lo ali­men­ta­no. Come anche in un altro capo­la­vo­ro di que­sto gene­re let­te­ra­rio, pur scrit­to mol­ti anni pri­ma –nel 1944 addi­rit­tu­ra– Uomi­ni e no di Vit­to­ri­ni, tra­spa­re il vero signi­fi­ca­to del­la lot­ta par­ti­gia­na: com­bat­te­re per crea­re un mon­do libe­ro, giu­sto, dove gli uomi­ni pos­sa­no vive­re la quo­ti­dia­ni­tà del­la vita, già dif­fi­ci­le sen­za guer­re di mez­zo. Si lot­ta­va per ria­ve­re la vita, la vita come biso­gna pre­ten­de­re che essa sia: giu­sta e libera.
Ed è in que­sto sen­so che quel­la lot­ta si può desto­ri­ciz­za­re, e diven­ta­re un esem­pio e un moni­to per noi e le gene­ra­zio­ni che ci suc­ce­de­ran­no. Ogni lot­ta ha sen­so solo se fina­liz­za­ta alla pace, alla liber­tà, alla giu­sti­zia: insom­ma, al dirit­to di ogni uomo di vive­re pie­na­men­te la pro­pria vita.

“Non pos­sia­mo desi­de­ra­re che un uomo sia feli­ce? Noi lavo­ria­mo per­ché gli uomi­ni sia­no feli­ci. Non è per que­sto che lavo­ria­mo?
Per­dio! Biso­gna che gli uomi­ni sia­no feli­ci. Che sen­so avreb­be il nostro lavo­ro se gli uomi­ni non potes­se­ro esse­re feli­ci? 
Nien­te al mon­do avreb­be un sen­so. O qual­co­sa avreb­be lo stes­so un sen­so? Avreb­be­ro un sen­so i nostri gior­na­let­ti clan­de­sti­ni? Avreb­be­ro un sen­so le nostre cospi­ra­zio­ni? E i nostri che ven­go­no fuci­la­ti! Avreb­be­ro un sen­so? Non avreb­be­ro un sen­so. Avreb­be­ro un sen­so le bom­be che fab­bri­chia­mo? Nien­te avreb­be un sen­so. O avreb­be­ro un sen­so i nemi­ci che sop­pri­mia­mo? 
No. No. Biso­gna che gli uomi­ni pos­sa­no esser feli­ci. Ogni cosa ha un sen­so solo per­ché gli uomi­ni sia­no feli­ci. Non è solo per que­sto che le cose han­no un senso?”
E. Vit­to­ri­ni, Uomi­ni e no, 1945

Una que­stio­ne pri­va­ta è un libro da rileg­ge­re, da rileg­ge­re mol­te vol­te. Nar­ra una Resi­sten­za negli anni trop­po spes­so svi­li­ta, e tut­ta­via la nar­ra sen­za idea­liz­zar­la e sen­za enfa­tiz­zar­ne gli aspet­ti più cru­di: la nar­ra così com’era per chi l’ha vis­su­ta. È un libro scrit­to una ven­ti­na d’anni dopo le vicen­de che nar­ra, sine ira et stu­dio se voglia­mo. E, anco­ra oggi, è il libro giu­sto per capire.

Ste­fa­no Santangelo
@sfnsnt

Con­di­vi­di:
Stefano Santangelo
Stu­dio let­te­re, scri­vo e foto­gra­fo. Sarò un gon­zo, ma mi pia­ce il gior­na­li­smo di parte.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.