I figli della schifosa

La Resi­sten­za è sta­ta rac­con­ta­ta in mol­ti modi in que­sti ulti­mi qua­si-set­tan­ta anni―è sta­ta deni­gra­ta, esal­ta­ta, idea­liz­za­ta; c’è chi ritie­ne che se ne sia par­la­to abba­stan­za, chi, per for­tu­na, con­ti­nua a ricor­da­re, testi­mo­nia­re, resi­ste­re. Ma gli anni pas­sa­ti non si pos­so­no igno­ra­re, e con­ti­nua­re a rac­con­ta­re la Resi­sten­za con gli stes­si ter­mi­ni è un eser­ci­zio mne­mo­ni­co, uti­le ma insuf­fi­cien­te. Que­sta neces­si­tà deve aver­la sen­ti­ta anche Alber­to Paglia­ro, fumet­ti­sta ita­lia­no clas­se ’72 che dal 2007 al 2012 pub­bli­ca le pro­prie tavo­le, in segui­to rac­col­te nel volu­me I figli del­la schi­fo­sa – Una sto­ria par­ti­gia­na edi­to da Edi­zio­ni BD.

Le sto­rie par­ti­gia­ne rac­con­ta­no la vita del­le per­so­ne duran­te la Resi­sten­za attra­ver­so pic­co­li gesti capa­ci di fer­ma­re il tem­po.
Gesti sem­pli­ci che spaz­za­no via la reto­ri­ca. Gesti sem­pli­ci che fan­no una vita.

Dico che deve aver­la sen­ti­ta per­ché sono sto­rie scrit­te con un lin­guag­gio diver­so dai soli­ti, sicu­ra­men­te affi­la­to dal­la pub­bli­ca­zio­ne men­si­le sul Ver­na­co­lie­re, famo­so gior­na­le sati­ri­co noto per il lin­guag­gio diret­to ed espli­ci­to che Paglia­ro, da buon tosca­no, non fati­ca a fare proprio.
Nien­te reto­ri­ca dun­que, e un lin­guag­gio che aiu­ta a rac­con­ta­re le per­so­ne e i sen­ti­men­ti in modo più infor­ma­le e col­ma un po’ del­la distan­za che ci sepa­ra da even­ti che, per mol­ti, sono trop­po lon­ta­ni per esse­re com­pre­si. Allo stes­so tem­po le sto­rie stes­se dan­no un pun­to di vista diver­so, rac­con­ta­no di per­so­ne che, più o meno indi­ret­ta­men­te, com­bat­to­no; chi per soprav­vi­ve­re e chi per i com­pa­gni o le per­so­ne ama­te, ma non per que­sto sono sto­rie di com­bat­ti­men­ti, anzi, diven­ta­no come istan­ta­nee di quel­la vita che non accet­ta di fer­mar­si solo per­ché gli uomi­ni han­no deci­so una guerra.

In tut­to que­sto il dolo­re è sem­pre pre­sen­te, una costan­te che leg­gia­mo fin dal tito­lo, un con­te­sto appe­na per­ce­pi­to, che vie­ne tal­vol­ta acui­to, tal­vol­ta esor­ciz­za­to dai per­so­nag­gi, che tra­smet­to­no tut­ta la loro uma­ni­tà nei sen­ti­men­ti, nei discor­si che par­la­no sem­pre di mor­te, di fame, di donne.
E così a tavo­le grot­te­sche ne seguo­no altre roman­ti­che, tra­gi­che o duris­si­me, che anche per la neces­sa­ria bre­vi­tà det­ta­ta non solo dal for­ma­to, ma anche dal­la scel­ta del­l’au­to­re di dedi­ca­re un gior­no sol­tan­to al pro­ces­so di scrittura/disegno, si limi­ta­no a rac­con­ta­re fram­men­ti. Nono­stan­te que­sto i per­so­nag­gi, gra­zie al dise­gno acces­si­bi­le e alla colo­ra­zio­ne, acqui­sta­no vita­li­tà, ven­go­no carat­te­riz­za­ti con pochi trat­ti e diven­ta­no il mez­zo più adat­to per rac­con­ta­re non even­ti, ma emo­zio­ni, a chi di Resi­sten­za sa poco o nulla.

Mat­tia Fumagalli
@TiaTiaFuma

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