Restare umani
Ricordando Vittorio Arrigoni

Vit­to­rio Arri­go­ni era un volon­ta­rio. Era anche un repor­ter, scri­ve­va per più testa­te, ave­va opi­nio­ni riso­lu­te, che non esi­ta­va ad espri­me­re, per cui si bat­te­va, ma più di ogni cosa era un volon­ta­rio. Così era nato, così si era appas­sio­na­to a quel­le real­tà evi­sce­ra­te dall’uomo, tra­sfi­gu­ra­te da guer­ri­glie quo­ti­dia­ne, sopru­si, e in mez­zo a que­sti ulti­mi se ne è anda­to, ucci­so da chi pro­va più rab­bia che fasti­dio per que­sti volon­ta­ri che si inte­res­sa­no, osser­va­no, siste­ma­no, costruiscono. 


La sua pri­ma vol­ta nei pan­ni sco­mo­di e spor­chi del volon­ta­rio è nell’Europa dell’Est, a vent’anni, con l’Ong IBO, lavo­ra con pro­fu­ghi di guer­ra e sen­za­tet­to. Poi, dopo alcu­ni anni, si spo­sta in Afri­ca, ope­ra con la coo­pe­ra­ti­va Ong YAP in cen­tri di socia­li­tà e cen­tri sani­ta­ri, tra Tan­za­nia, Togo e Gha­na.
Nel 2002 giun­ge per la pri­ma vol­ta a Geru­sa­lem­me tra­mi­te Inter­na­tio­nal Soli­da­ri­ty Move­ment ed è lì che, inte­res­san­do­si alla cau­sa pale­sti­ne­se, scri­ve le sue pri­me cor­ri­spon­den­ze, schie­ran­do­si aper­ta­men­te con­tro la poli­ti­ca auto­ri­ta­ria attua­ta da Israe­le ver­so la popo­la­zio­ne del­la Stri­scia di Gaza e cri­ti­can­do for­te­men­te l’autorità di Hamas nel­la Stri­scia di Gaza e quel­la di al-Fath in Cisgior­da­nia. Per que­ste ragio­ni e per la pos­si­bi­li­tà che pre­stas­se testi­mo­nian­za pres­so la Cor­te Inter­na­zio­na­le di Giu­sti­zia dell’Aia, con­tro i cri­mi­ni di guer­ra com­piu­ti dal­lo Sta­to d’I­srae­le, è inse­ri­to nel 2005 nel­la lista di colo­ro che sono sgra­di­ti al paese.
Nel­lo stes­so anno è per­ciò fer­ma­to alla fron­tie­ra con la Gior­da­nia da mili­ta­ri israe­lia­ni, inter­ro­ga­to fero­ce­men­te, dopo una ras­si­cu­ran­te tele­fo­na­ta con l’Ambasciata Ita­lia­na, vie­ne tra­sci­na­to su un auto­bus e nel bre­ve tra­git­to che sepa­ra la sede dell’interrogatorio dal­la fron­tie­ra Gior­da­na, pic­chia­to dai mili­ta­ri e sca­ri­ca­to a ter­ra. Ver­rà soc­cor­so da sol­da­ti gior­da­ni e ascol­ta­to in meri­to alla vicen­da dal sena­to­re Sau­ro Tur­ro­ni. Poi più nulla.

A que­sto pun­to Vit­to­rio tra­scor­re qual­che anno lon­ta­no da Gaza, tra Con­go e Liba­no, ter­re più sicu­re per lui, ma già nel 2008 ten­ta e rie­sce a ritor­na­re a Gaza dove si sta­bi­li­sce come atti­vi­sta uma­ni­ta­rio e rice­ve la cit­ta­di­nan­za ono­ra­ria pale­sti­ne­se. Qual­che mese dopo vie­ne feri­to men­tre ten­ta di difen­de­re alcu­ni pale­sti­ne­si, incar­ce­ra­to per sei gior­ni, in un car­ce­re di Ben Gurion e poi nel­la pri­gio­ne di Ram­le di cui scri­ve­rà “Ma ven­go da Gaza, a esse­re incar­ce­ra­to in fin dei con­ti ci ero abi­tua­to. Gaza è la più gran­de pri­gio­ne a cie­lo aper­to del mon­do, per volon­tà israe­lia­na. Tut­te le indu­strie han­no dovu­to chiu­de­re, più del­l’ot­tan­ta per­cen­to del­la popo­la­zio­ne vive sot­to la soglia di pover­tà, a Gaza si regi­stra il più alto tas­so di disoc­cu­pa­zio­ne del mon­do, non c’è cor­ren­te elet­tri­ca, ne car­bu­ran­te. Gli ospe­da­li neces­si­ta­no di medi­ci­na­li, la stra­gran­de par­te del­la popo­la­zio­ne di vive­ri, e beni di pri­ma neces­si­tà. I sol­da­ti israe­lia­ni mi han­no pre­le­va­to dal­la pri­gio­ne a cie­lo aper­to di Gaza solo per con­dur­mi in una del­le loro pri­gio­ni più pic­co­le, dove quan­to­me­no, a dif­fe­ren­za di Gaza, ser­vi­va­no pun­tual­men­te un ran­cio, e c’e­ra per qua­si tut­to il gior­no ener­gia elet­tri­ca e acqua pota­bi­le”. Nel car­ce­re met­te in atto, insie­me ad altri atti­vi­sti, lo scio­pe­ro del­la fame per la libe­ra­zio­ne dei pale­sti­ne­si dife­si gior­ni pri­ma. Libe­ra­to, vie­ne di nuo­vo espul­so, ma rien­tra con il movi­men­to Free Gaza il 21 Dicem­bre 2008.
Intan­to vie­ne assun­to come repor­ter dal Mani­fe­sto, Radio 2, Radio Popo­la­re e Pea­ce­Re­por­ter, scri­ve, spes­so si scon­tra con isti­tu­zio­ni, con intel­let­tua­li, ma non smet­te. Sul suo blog, anco­ra atti­vo, vi sono testi­mo­nian­ze di tan­te gior­na­te tra­scor­se a “Gaza city” come dice­va lui. A vol­te vi è qual­che com­men­to a ciò che acca­de in Ita­lia, a vol­te let­te­re di altri, imma­gi­ni, video, alcu­ni fan­no anche sor­ri­de­re, altri si osser­va­no in silen­zio – sem­pre si intui­sce il suo per­so­na­le modo di per­ce­pi­re e rac­con­ta­re quei luoghi.

Vit­to­rio vie­ne ucci­so nel­la not­te tra il 14 e il 15 Apri­le 2011.
Nes­su­na riven­di­ca­zio­ne.
Per il suo assas­si­nio ven­go­no con­dan­na­ti quat­tro uomi­ni, altri due muo­io­no in un con­flit­to a fuo­co duran­te la cat­tu­ra nel cam­po pro­fu­ghi di Nusei­rat, tut­ti lega­ti a grup­pi jiha­di­sti defi­ni­ti “impaz­zi­ti”.
Ucci­do­no l’uomo per ucci­de­re il sim­bo­lo, per abbat­te­re quell’ostacolo che ini­zia­va a diven­ta­re piut­to­sto irri­tan­te, anche se dall’altra par­te, in Euro­pa, non mol­ti si ren­de­va­no con­to del rischio che cor­re­va, di quan­to fos­se impor­tan­te per il popo­lo pale­sti­ne­se quell’uomo che con altri lavo­ra­va e rac­con­ta­va, dava voce – dava la sua voce.

Nei suoi testi, quelli che ci ha lasciato nel blog, quelli che pubblicava su carta stampata, prima di firmarsi ripeteva sempre una frase, un monito, rivolto a chi aveva terminato di leggere le sue parole, a chi lo pubblicava, a se stesso: “Restiamo Umani”.

È que­sta pro­ba­bil­men­te la dif­fi­col­tà più gran­de di chi sce­glie la pro­fes­sio­ne, per­ché di pro­fes­sio­ne si trat­ta, con tan­to di cre­den­zia­li e for­ma­zio­ne, dell’Attivista Uma­ni­ta­rio, del Volon­ta­rio. Che ci si tro­vi a Gaza, o nel­le peri­fe­rie mila­ne­si, che ci si bat­ta per cau­se ambien­ta­li o per la soprav­vi­ven­za di un popo­lo, di un’etnia, di un gene­re, di una cit­tà. Resta­re uma­ni è dif­fi­ci­le quan­do nei con­te­sti in cui si vive la real­tà pren­de a cal­ci in fac­cia i prin­ci­pi, quan­do si vedo­no cor­pi meno­ma­ti da mine, men­ti distor­te da una fol­le razio­na­li­tà, è dif­fi­ci­le quan­do non si han­no a dispo­si­zio­ne i ser­vi­zi pri­ma­ri, quan­do si è lon­ta­no dal­le per­so­ne più care, quan­do si va con­tro sé stes­si, con­tro le pro­prie cer­tez­ze, i pro­pri pre­giu­di­zi, le pro­prie paure.
Resta­re uma­ni signi­fi­ca rima­ne­re lega­ti a quell’umanità che ha invi­ta­to a par­ti­re, a lascia­re tut­to, ad anda­re là dove è richie­sta la pro­pria pre­sen­za come esse­re uma­no, con le pro­prie com­pe­ten­ze, di medi­co, di repor­ter, di inge­gne­re, di per­so­na che per­ce­pi­sce la neces­si­tà di esser­ci – pro­prio lì, pro­prio in quel­lo sfor­tu­na­to momen­to.
Per­ché? Per­ché rinun­cia­re a un’esistenza pia­ce­vol­men­te rilas­san­te, o per­lo­me­no agi­ta­ta dal­le tur­bo­len­ze di una quo­ti­dia­ni­tà? Per­ché met­te­re anni e anni di stu­dio, di dena­ro, al ser­vi­zio di una cau­sa, di un pae­se maga­ri lon­ta­ni, maga­ri vici­ni ma così ideal­men­te lon­ta­ni da sé? 
Per­ché è un’esperienza che voglio pro­va­re.
Per­ché ne han­no biso­gno.
Per­ché ne ho biso­gno.
Rispo­ste in real­tà non ce ne sono. È così, è giu­sto così, è giu­sto così per la mia vita.
For­se anche Vit­to­rio Arri­go­ni, Vick avreb­be det­to così, lui che tan­to osti­na­ta­men­te era volu­to tor­na­re a Gaza, nono­stan­te l’espulsione, nono­stan­te le minac­ce e i pestag­gi.
Era così, lui dove­va sta­re in quel­la fet­ta di ter­ra, rac­con­tar­la, era que­sto che vole­va, cono­sce­va i rischi, ma il sen­so del­la sua pre­sen­za era più for­te e indi­spen­sa­bi­le di qua­lun­que gri­da o mac­chia di san­gue, inclu­sa la sua.
È sta­to ucci­so: per que­sto vi è sta­to un pro­ces­so e ancor pri­ma un fune­ra­le, a cui nes­su­na isti­tu­zio­ne ita­lia­na ha par­te­ci­pa­to, men­tre in mol­ti da tut­ta Euro­pa sono venu­ti per ren­der­gli omag­gio, con il rispet­to di chi sa qua­le era il suo ruo­lo – come lo sape­va lui.
Sono pas­sa­ti tre anni.
Che nes­su­no osi dimen­ti­ca­re quel vol­to, che nes­su­no osi dimen­ti­ca­re i volon­ta­ri, che nes­su­no osi dimen­ti­ca­re Vit­to­rio Arrigoni.

“Per­so­nal­men­te, io, Vit­to­rio Arri­go­ni, dichia­ro che sono un leone.
Che più mi basto­na­no, più mi incar­ce­ra­no, più raf­for­za­no la mia deter­mi­na­zio­ne nel­la lot­ta per la dife­sa dei dirit­ti uma­ni. Non è sta­to un gio­co per Gan­d­hi e i suoi scrol­lar­si di dos­so l’oc­cu­pa­zio­ne ingle­se, nè per Man­de­la scon­fig­ge­re l’a­par­theid che impe­ra­va in Sud Afri­ca. Non saran­no per me le feri­te che ho ripor­ta­to in que­sti mesi a Gaza, né la mia ulti­ma deten­zio­ne, a far­mi indie­treg­gia­re di un solo pas­so ver­so il per­cor­so di lot­ta civi­le e non vio­len­ta che ho intra­pre­so, una que­stio­ne mora­le che signi­fi­ca liber­tà per i pale­sti­ne­si, e con­tem­po­ra­nea­men­te pace e sicu­rez­za per gli israeliani.

Restia­mo Umani”

Giu­lia Pac­chia­ri­ni
@GiuliaAlice1
Illu­stra­zio­ne CC Gian­lu­ca Costantini 
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Giulia Pacchiarini
Ragaz­za. Frut­to di scel­te sco­la­sti­che poco azzec­ca­te e tem­po libe­ro ben impie­ga­to ascol­tan­do per­so­ne a bor­do di mez­zi di tra­spor­to alternativi.

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