La Guerra fredda del gas

Una nuo­va cor­ti­na di fer­ro spez­za in due tron­chi il con­ti­nen­te europeo.
Ideal­men­te si col­lo­ca lun­go i pre­ca­ri con­fi­ni fra la Cri­mea e l’U­crai­na, dove all’om­bra di una guer­ra civi­le sem­pre più con­cre­ta si com­bat­te un’al­tra bat­ta­glia, meno cruen­ta ma non per que­sto meno importante.
Una Guer­ra fred­da for­ma­to ven­tu­ne­si­mo seco­lo che vede coin­vol­te Rus­sia, Unio­ne Euro­pea e Sta­ti Uni­ti d’A­me­ri­ca – con la Cina osser­va­to­re atten­to agli svi­lup­pi del­la vicen­da – per il pre­do­mi­nio energetico.

È inu­ti­le cer­ca­re di nascon­der­si die­tro a un dito: le ten­sio­ni odier­ne in ter­ri­to­rio ucrai­no, le riven­di­ca­zio­ni, le pro­mes­se di aiu­ti finan­zia­ri da par­te del Fon­do Mone­ta­rio Inter­na­zio­na­le a Kiev – inde­bi­ta­ta nei con­fron­ti di Gaz­prom per 2,2 miliar­di di euro – sono l’e­stre­ma con­se­guen­za di uno scon­tro eco­no­mi­co fra UE e Crem­li­no cela­to die­tro la col­tre del­la diplo­ma­zia e del­le rela­zio­ni internazionali.

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Da alme­no tre anni la Rus­sia si è impo­sta come prin­ci­pa­le espor­ta­to­re di risor­se ener­ge­ti­che in Euro­pa, bat­ten­do in vola­ta Alge­ria e Nor­ve­gia – uni­co pae­se del con­ti­nen­te ad esse­re dota­to di con­si­sten­ti risor­se di gas naturale.
Il pun­to è cer­ca­re di capi­re chi tie­ne il col­tel­lo dal­la par­te del mani­co fra com­pra­to­re e ven­di­to­re, qua­le fra i due sog­get­ti è in gra­do di far vale­re le pro­prie ragio­ni in sede di discus­sio­ne: da qual­che mese il Gover­no rus­so sta inta­vo­lan­do una serie di trat­ta­ti­ve con Pechi­no – all’in­ter­no di quel­lo che a tut­ti gli effet­ti sem­bra un “pro­get­to orien­te” – per diver­si­fi­ca­re i pro­pri mer­ca­ti di sboc­co evi­tan­do così di esse­re lega­to a dop­pio filo ai desti­ni di un’Eu­ro­pa che vede ral­len­ta­re i pro­pri con­su­mi ener­ge­ti­ci, in par­te a cau­sa del­la cosid­det­ta “rivo­lu­zio­ne rin­no­va­bi­le” (tut­ta da chia­ri­re nel­la sua effet­ti­va por­ta­ta) e in par­te a cau­sa del­la cri­si eco­no­mi­ca che ha mas­sa­cra­to inte­ri com­par­ti pro­dut­ti­vi e costret­to le fami­glie a rive­de­re al ribas­so i pro­pri con­su­mi – soprat­tut­to nei pae­si meri­dio­na­li del vec­chio continente.
Allo stes­so tem­po a Bru­xel­les si comin­cia a discu­te­re di libe­ra­liz­za­zio­ne del mer­ca­to del gas e del­l’e­let­tri­ci­tà, del­la neces­si­tà di tro­va­re nuo­vi poten­zia­li for­ni­to­ri, maga­ri in Ame­ri­ca lati­na, di imple­men­ta­re le poli­ti­che sul­la diver­si­fi­ca­zio­ne ener­ge­ti­ca, oltre che di sepa­ra­zio­ne fra pro­dut­to­ri e tra­spor­ta­to­ri di ener­gia – apren­do così un peri­co­lo­so con­ten­zio­so con Gaz­prom nel meri­to del pro­get­to South Stream, il gasdot­to in mano alla socie­tà rus­sa, appro­va­to nel­l’e­sta­te del 2007 che dovreb­be con­net­te­re ener­ge­ti­ca­men­te Rus­sia e Unio­ne Euro­pea eli­mi­nan­do dal per­cor­so ogni altro pae­se extracomunitario.
Gaz­prom ha già sti­pu­la­to degli accor­di bila­te­ra­li con set­te pae­si euro­pei, di fat­to rico­no­scen­do come inter­lo­cu­to­ri i sin­go­li Sta­ti nazio­na­li e bypas­san­do le isti­tu­zio­ni comu­ni­ta­rie; il com­mis­sa­rio euro­peo all’e­ner­gia, il tede­sco Gün­ther Oet­tin­ger, riven­di­ca inve­ce il pie­no dirit­to del­la Com­mis­sio­ne a super­vi­sio­na­re le infra­strut­tu­re di South Stream e le tarif­fe impo­ste dagli accordi.
Di fat­to chie­de di tra­sfor­ma­re da rus­so ad euro­peo un pro­get­to in cor­so d’opera.

Il pro­ble­ma in Euro­pa è sem­pre lo stes­so: men­tre Oet­tin­ger chie­de­va di poter agi­re a nome di tut­ti gli Sta­ti mem­bri, i colos­si ener­ge­ti­ci nazio­na­li come Eni in Ita­lia o Edf in Fran­cia, ma anche la Ban­ca di Svi­lup­po Unghe­re­se o la DEFSA gre­ca, si accor­da­va­no com­mer­cial­men­te con Gaz­prom per poter­si acca­par­ra­re una fet­ta del­la torta.
In Ita­lia Eni intrat­tie­ne da anni rap­por­ti com­mer­cia­li fit­tis­si­mi con la Rus­sia: è part­ner nel­la costru­zio­ne di South Stream e giu­sto sei mesi fa ha cedu­to le pro­prie quo­te di par­te­ci­pa­zio­ne in Seve­re­ner­gia – socie­tà tito­la­re di licen­ze per l’e­splo­ra­zio­ne e la pro­du­zio­ne di idro­car­bu­ri nel ter­ri­to­rio del­lo Yamal Nene­ts, in Sibe­ria – a Gaz­prom per un valo­re di 2,9 miliar­di di dollari.
È dif­fi­ci­le imma­gi­na­re che la socie­tà fon­da­ta da Mat­tei pos­sa agi­re con­tro gli inte­res­si stra­te­gi­ci nazio­na­li, anche qua­lo­ra doves­se esse­re com­ple­ta­men­te pri­va­tiz­za­ta, ed è pra­ti­ca­men­te impos­si­bi­le che la recen­te nomi­na di Clau­dio Descal­zi ad ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to del­la socie­tà pos­sa intac­ca­re in pro­fon­di­tà nove anni di poli­ti­ca Sca­ro­ni. Non ci sono le con­di­zio­ni e non ci sono i tempi.

Se pren­dia­mo poi atto del­le paro­le del mini­stro del­l’E­co­no­mia e del­l’E­ner­gia tede­sco, il social­de­mo­cra­ti­co Sig­mar Gabriel, il qua­le sfog­gian­do per l’oc­ca­sio­ne un sano rea­li­smo ha dichia­ra­to che “mol­te per­so­ne agi­sco­no come se ci fos­se­ro tan­te altre fon­ti dal­le qua­li l’Eu­ro­pa può impor­ta­re il gas, ma non è così” sot­to­li­nean­do il fat­to che “la Rus­sia ha adem­piu­to ai pro­pri obbli­ghi con­trat­tua­li anche nei perio­di peg­gio­ri del­la Guer­ra fred­da”, ci accor­gia­mo di come a oggi non esi­sta­no alter­na­ti­ve cre­di­bi­li alla dipen­den­za da Mosca. For­se fra die­ci anni il pano­ra­ma sarà cam­bia­to dra­sti­ca­men­te, anche in fun­zio­ne del­le scel­te che gover­ni e gigan­ti ener­ge­ti­ci avran­no pre­so, ma per il momen­to vale la pena di tene­re i pie­di bene anco­ra­ti al suo­lo ric­co di gia­ci­men­ti del­la Federazione.

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Tenen­do sem­pre pre­sen­te che rischi con­cre­ti lega­ti alla “chiu­su­ra dei rubi­net­ti rus­si”, se mai si giun­ges­se a que­sta solu­zio­ne per puni­re l’U­crai­na in segui­to al man­ca­to paga­men­to dei debi­ti o a un’ul­te­rio­re esca­la­tion del­la cri­si, non sono così cam­pa­ti per aria come si potreb­be cre­de­re: Putin ha già dimo­stra­to nel recen­te pas­sa­to di capi­re per­fet­ta­men­te quan­do il gio­co si fa duro.
Nel­l’in­ver­no del 2009 Mosca deci­se di taglia­re di net­to le for­ni­tu­re in segui­to al riti­ro dei rap­pre­sen­tan­ti ucrai­ni dal nego­zia­to con Gaz­prom sul prez­zo del meta­no, accu­san­do nel frat­tem­po Kiev di aver sot­trat­to ille­gal­men­te, dai gasdot­ti che attra­ver­sa­no la step­pa, milio­ni di metri cubi di meta­no desti­na­ti all’Europa.
Pur­trop­po nel nostro mon­do anche le col­pe, vere o pre­sun­te, sono glo­ba­liz­za­te; ed è così che in segui­to a que­sta deci­sio­ne diver­si pae­si limi­tro­fi furo­no dura­men­te col­pi­ti: dal­la Gre­cia alla Repub­bli­ca Ceca, che subi­ro­no un taglio col­la­te­ra­le del­le pro­prie for­ni­tu­re nel­l’or­di­ne del 70%, pas­san­do per la Bul­ga­ria che bloc­cò alcu­ni impor­tan­ti distret­ti indu­stria­li per assen­za di mate­rie pri­me, fino al caso estre­mo del­la Slo­vac­chia, costret­ta a dichia­ra­re lo sta­to di emergenza.

L’Eu­ro­pa con­ti­nen­ta­le e par­zial­men­te l’I­ta­lia han­no meno da teme­re visto che dispon­go­no di ampie riser­ve di gas, accu­mu­la­te con lun­gi­mi­ran­za negli anni, che per­met­te­reb­be­ro di sop­pe­ri­re per diver­se set­ti­ma­ne al peso di dure san­zio­ni rus­se. Ma con l’Eu­ro­pa a 28 che con­ta tra le pro­prie fila Slo­ve­nia, Croa­zia e le Repub­bli­che bal­ti­che, oltre che le nazio­ni soprac­ci­ta­te, la musi­ca è ben altra.
Non sem­bra dun­que il caso di mostra­re i musco­li al pugi­le Vla­di­mir, per­ché la mora­le del­la fia­ba è che un peso piu­ma ha tut­to da per­de­re con­tro un peso massimo.

Da un pun­to di vista euro­peo lo stal­lo e l’at­te­sa logo­ra­no alme­no quan­to le deci­sio­ni avven­ta­te: la diplo­ma­zia sus­sur­ra fra­si incoe­ren­ti, minac­cian­do san­zio­ni com­mer­cia­li alla Rus­sia un gior­no e invi­tan­do alla cal­ma il gior­no seguente.
Di fat­to non esi­ste una poli­ti­ca este­ra (e quin­di ener­ge­ti­ca) comu­ne e l’e­ge­mo­nia tede­sca, tan­to vigo­ro­sa nel­l’im­por­re all’U­nio­ne la pro­pria linea di poli­ti­ca eco­no­mi­ca, sem­bra bal­bet­ta­re inti­mi­di­ta din­nan­zi alle sfi­de che esu­la­no dai con­fi­ni comunitari.

In que­sto sce­na­rio ci sono alte pro­ba­bi­li­tà che una scos­sa tel­lu­ri­ca in gra­do di scar­di­na­re la situa­zio­ne attua­le pos­sa arri­va­re più da even­ti dram­ma­ti­ci, maga­ri col­le­ga­ti alle Pre­si­den­zia­li ucrai­ne, che non dal­le sal­vi­fi­che ele­zio­ni per il Par­la­men­to Euro­peo, avvol­te ora­mai da una col­tre di spe­ran­ze più tau­ma­tur­gi­che che concrete.

Cado­no entram­be il 25 mag­gio e sarà qua­si impos­si­bi­le distinguerle.

Fran­ce­sco Floris
@FraFloris
Pho­to Cre­dit CC Tete­ria Sonn­na, EnergieAgentur.NRW, Tha­wt Hawthje
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Francesco Floris
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Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

1 Commento su La Guerra fredda del gas

  1. “…Non sem­bra dun­que il caso di mostra­re i musco­li al pugi­le Vla­di­mir, per­ché la mora­le del­la fia­ba è che un peso piu­ma ha tut­to da per­de­re con­tro un peso massimo.…”

    La mia per­so­na­le impres­sio­ne è che il peso piu­ma sia pro­prio il rus­so. Agi­le, velo­ce, pri­vo di lega­mi inge­sti­bi­li, inaf­fer­ra­bi­le. Il peso mas­si­mo è l’ar­ma­ta Bran­ca­leo­ne che chia­mia­mo Nato, vero arte­fi­ce del­la stu­pi­dis­si­ma guer­ra ai rus­si: una accoz­za­glia ingom­bran­te, pesan­te, len­ta, divi­sa e disor­ga­niz­za­ta di nazio­ni gover­na­te di male in peg­gio che affi­da­no la pro­pria poli­ti­ca este­ra a buro­cra­ti poco com­pe­ten­ti e ancor meno lea­li. Spia­ce dir­lo, ma sta­vol­ta l’im­pe­ro fati­scen­te sia­mo noi.

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