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No Place to Hide, di Glenn Greenwald

Lo scan­da­lo del­la sor­ve­glian­za di mas­sa con­dot­ta dall’NSA è a pare­re di mol­ti la noti­zia più impor­tan­te dell’ultimo decen­nio. Non solo è il cri­mi­ne che coin­vol­ge il mag­gior nume­ro di per­so­ne del­la Sto­ria recen­te, ma per le ine­vi­ta­bi­li rifles­sio­ni a cui con­dur­rà riguar­do a qua­le sia il ruo­lo di Inter­net nel­la società—quanto sia mez­zo di libe­ra­zio­ne e quan­to di con­trol­lo, quan­to sia una piat­ta­for­ma per far fio­ri­re nuo­ve ini­zia­ti­ve eco­no­mi­che e quan­to sia una minac­cia per i gover­ni del mondo.

No Pla­ce to Hide, l’ultimo sag­gio di Glenn Gree­n­wald usci­to il 13 mag­gio scor­so e già dispo­ni­bi­le in tra­du­zio­ne ita­lia­na, è un volu­me fon­da­men­ta­le per capi­re la por­ta­ta del­la vio­la­zio­ne per­pe­tra­ta dagli Sta­ti Uni­ti sul mon­do. È anche la sto­ria moz­za­fia­to del­le disav­ven­tu­re di due gran­di gior­na­li­sti pron­ti a sacri­fi­ca­re tut­to per infor­ma­re il pro­prio pub­bli­co, e di un uomo dal corag­gio inim­ma­gi­na­bi­le che ha sacri­fi­ca­to tut­to per infor­ma­re il mondo.

(Nota: que­sto arti­co­lo è basa­to sul­la let­tu­ra dell’edizione ori­gi­na­le del testo, facil­men­te repe­ri­bi­le in tut­ti i nego­zi di ebook.)

Edward Sno­w­den: Capi­tan America
I pri­mi due capi­to­li del sag­gio suo­ne­ran­no spes­so dis­so­nan­ti alle orec­chie del pub­bli­co euro­peo. Men­tre Gree­n­wald rac­con­ta del­le dif­fi­col­tà incon­tra­te duran­te i lavo­ri sul caso Sno­w­den, fre­quen­ti e ripe­ti­ti­vi sono i para­gra­fi in cui si sot­to­li­nea la serie­tà, la con­cen­tra­zio­ne, la genia­li­tà e il corag­gio di Edward Sno­w­den. Sono lun­ghi excur­sus spe­ci­fi­ca­men­te inse­ri­ti per il pub­bli­co ame­ri­ca­no e anglo­sas­so­ne, che, come è ana­liz­za­to nell’ultimo capi­to­lo, ha assi­sti­to a una com­ple­ta demo­niz­za­zio­ne del whistle–blower e dei suoi com­pli­ci.
For­se uni­co aspet­to posi­ti­vo del­la coper­tu­ra asso­lu­ta­men­te raf­faz­zo­na­ta e sem­pli­ci­sti­ca del­la stam­pa ita­lia­na sul caso, poco spa­zio è sta­to occu­pa­to per inca­stra­re Sno­w­den nel­la tra­di­zio­na­le inqua­dra­tu­ra di spio­ne. La stam­pa ame­ri­ca­na non ha inve­ce rispar­mia­to car­tuc­ce, descri­ven­do Sno­w­den come un peri­co­lo­so insta­bi­le e nar­ci­si­sta, pri­ma tal­pa per i cine­si e poi per i russi.
Dal reso­con­to di Gree­n­wald emer­ge uno Sno­w­den pro­fon­da­men­te diver­so. Fin dal pri­mo con­tat­to con il gior­na­li­sta, sot­to il nome di Cin­cin­na­tus, Sno­w­den è cau­to, coscien­zio­so, com­ple­ta­men­te assor­bi­to dal­la neces­si­tà di non far cade­re i docu­men­ti che avreb­be dif­fu­so nel­le mani sba­glia­te. Duran­te i gior­ni ad Hong Kong con Gree­n­wald e Poi­tras, Sno­w­den è evi­den­te­men­te pre­oc­cu­pa­to dal­lo spio­nag­gio cine­se quan­to dal con­se­gna­re docu­men­ti a gior­na­li­sti trop­po vici­ni al gover­no statunitense.

È chia­ro quan­to per Gree­n­wald sia una neces­si­tà mostra­re Sno­w­den attra­ver­so le sue azio­ni per scon­fig­ge­re la reto­ri­ca filo­go­ver­na­ti­va ame­ri­ca­na. A tal pro­po­si­to è più vol­te sot­to­li­nea­ta “la pace” con cui l’analista sia anda­to incon­tro al pro­prio desti­no di fuggitivo.
Sno­w­den è descrit­to come genui­no, un eroe sem­pli­ce. Un ragaz­zo che cita tra le fon­ti del­la pro­pria riso­lu­tez­za il per­cor­so dell’eroe pro­ta­go­ni­sta di ogni video­gio­co e il sag­gio di nar­ra­ti­va mito­lo­gi­ca The Hero with a Thou­sand Faces di Jose­ph Cam­p­bell. Duran­te una con­ver­sa­zio­ne con il gior­na­li­sta, dirà:

“Il vero metro di giudizio del valore delle persone non si basa su quello in cui dicono di credere, ma su ciò che fanno in difesa di quelle convinzioni. Se non combatti per le tue convinzioni, probabilmente non sono vere.”

Dai fat­ti ripor­ta­ti, Sno­w­den emer­ge come un gio­va­ne uomo respon­sa­bi­le, dal­lo humour buf­fo, con una sta­bi­le vita sen­ti­men­ta­le e di suc­ces­so in ambi­to lavo­ra­ti­vo, ma gli orro­ri di cui è sta­to testi­mo­ne sono tali per cui l’unica via d’uscita per dimo­stra­re il pro­prio “valo­re” è quel­la di tra­di­re la socie­tà per cui lavorava.

Ristrut­tu­ra­re inter­net in un panopticon
Il panop­ti­con è una strut­tu­ra archi­tet­to­ni­ca idea­ta dal filo­so­fo Jere­my Ben­tham. Il pro­get­to, che pre­ve­de una tor­re cen­tra­le ad una strut­tu­ra chiu­sa ad anel­lo, era di imma­gi­na­re la pri­gio­ne idea­le. I resi­den­ti di ogni cel­la dispo­sta nell’anello san­no di poter esse­re con­trol­la­ti dal­le guar­die nel­la tor­re cen­tra­le, ma non sono in gra­do di vede­re se sono effet­ti­va­men­te osservati.
Il panop­ti­con è diven­ta­to rapi­da­men­te una del­le meta­fo­re pre­fe­ri­te dal­la filo­so­fia e dal­la nar­ra­ti­va che trat­ta del pote­re di con­trol­lo di uno Sta­to, da Orwell a Chom­sky, da Bau­man a Michel Fou­cault, la cui ope­ra è diret­ta­men­te cita­ta da Greenwald.
Dai docu­men­ti NSA pub­bli­ca­ti nel volu­me emer­ge un sem­pli­ce, linea­re ragio­na­men­to sot­te­so alla nasci­ta del­la mac­chi­na di con­trol­lo volu­ta da Oba­ma. Gli Sta­ti Uni­ti han­no un van­tag­gio eco­no­mi­co e stra­te­gi­co incal­co­la­bi­le nell’essere sta­ti casa dei pri­mi svi­lup­pi di Inter­net. Que­sto ha per­mes­so a socie­tà ame­ri­ca­ne di impor­re i pro­pri stan­dard in tut­to il mon­do, ha gran­de­men­te dif­fu­so la cul­tu­ra sta­tu­ni­ten­se e, attra­ver­so il siste­ma mes­so in atto dall’NSA, garan­ti­sce oggi un com­ple­to con­trol­lo sul flow del­le comu­ni­ca­zio­ni mondiali.

:-)

Gli stru­men­ti costrui­ti dall’NSA van­no ben al di là di ogni aspet­ta­ti­va o incu­bo disto­pi­co. Attra­ver­so lo stru­men­to “Bound­les­sIn­for­mant”, l’agenzia rac­co­glie cen­ti­na­ia di milio­ni di “pac­chet­ti” di tele­fo­na­te e con­nes­sio­ni data al gior­no, sia all’interno degli Sta­ti Uni­ti che ver­so il resto mon­do. In par­ti­co­la­re, l’NSA ha archi­via­to attra­ver­so Bound­les­sIn­for­mant 552 milio­ni di pac­chet­ti dal­la Ger­ma­nia, 70 milio­ni dal­la Fran­cia, 60 dal­la Spa­gna, 46 dall’Italia. Que­sti dati sono sta­ti rac­col­ti indi­scri­mi­na­ta­men­te e sen­za il con­sen­so del­le agen­zie nazio­na­li, tut­te clas­si­fi­ca­te come ter­ze par­ti nei documenti.

Senza paragoni è il livello di invasività del programma XKeyscore, un’interfaccia grafica di ricerca istantanea nei database segreti dell’NSA, che permette a qualsiasi analista dell’agenzia di avere accesso completo ad ogni dato trasmesso via Internet nei precedenti 5 giorni.

Ogni dato rite­nu­to impor­tan­te per fini di sor­ve­glian­za è poi spo­sta­to in data­ba­se sepa­ra­ti a lun­ga con­ser­va­zio­ne sot­to il pro­get­to Pinwale.

La sor­ve­glian­za glo­ba­le è resa pos­si­bi­le attra­ver­so tre pro­get­ti — Storm­brew, SIGINT e Quan­tum Insertion.
Storm­brew sfrut­ta, come dice­va­mo, la pater­ni­tà sta­tu­ni­ten­se di Inter­net. È qua­si impos­si­bi­le che una comu­ni­ca­zio­ne digi­ta­le avven­ga sen­za esse­re rim­bal­za­ta alme­no una vol­ta in un ser­ver ame­ri­ca­no. L’NSA abu­sa di set­te pun­ti di acces­so stra­te­gi­ci sul­le due coste del Nord Ame­ri­ca per acce­de­re ai dati pri­ma che ven­ga­no rice­vu­ti dai destinatari.
SIGINT e Quan­tum Inser­tion pre­ve­do­no l’installazione fisi­ca di mal­ware invi­si­bi­li su rou­ter e com­pu­ter. Sot­to il nome SIGINT l’agenzia pro­ce­de a inter­cet­ta­re fisi­ca­men­te rou­ter ven­du­ti da socie­tà ame­ri­ca­ne a clien­ti in tut­to il mon­do, aprir­ne le con­fe­zio­ni, instal­la­re soft­ware in gra­do di dar loro com­ple­to acces­so alla rete sen­za fili che ver­rà gene­ra­ta dal­lo stru­men­to, richiu­de­re il pac­co e inol­trar­lo al destinatario.
Quan­tum Inser­tion, inve­ce, è un soft­ware che vie­ne instal­la­to su com­pu­ter sele­zio­na­ti — sui qua­li l’NSA vuo­le acces­so completo.

Insie­me, que­sti e altri stru­men­ti costi­tui­sco­no il pro­gram­ma che oggi cono­scia­mo con il nome di PRISM. Un pro­get­to di con­trol­lo tota­le su ogni infor­ma­zio­ne tra­smes­sa al mon­do, di cata­lo­ga­zio­ne siste­ma­ti­ca dell’umanità, di pun­tua­le era­di­ca­zio­ne di ogni for­ma di privacy.

«Ma io non ho nien­te da nascondere.»
È una rispo­sta che Glenn Gree­n­wald si è sen­ti­to dire mol­te vol­te, duran­te con­ver­sa­zio­ni pri­va­te e in diret­te tele­vi­si­ve. Il gior­na­li­sta sol­le­va una serie di vali­di, indi­scu­ti­bi­li, argo­men­ti con­tro que­sta posi­zio­ne — dal­la neces­si­tà del­la pri­va­cy come ambien­te natu­ra­le del pen­sie­ro crea­ti­vo e arti­sti­co alla neces­si­tà vita­le di poter men­ti­re in una con­ver­sa­zio­ne. Imma­gi­na­te di dover rispon­de­re con sin­ce­ri­tà, sen­za pri­va­cy, ad ogni “Come va?” che vi è rivolto.
Lo sno­do fon­da­men­ta­le è però un altro — la demo­cra­zia non si misu­ra su come sono trat­ta­ti i doci­li, chi è alli­nea­to alle posi­zio­ni del pro­prio gover­no, ma sul trat­ta­men­to riser­va­to a chi dis­sen­te, rumo­ro­sa­men­te o maga­ri solo nel pri­va­to. Anche nel­le più bie­che dit­ta­tu­re gli uomi­ni vici­ni al pote­re godo­no di rela­ti­va liber­tà, fa nota­re Greenwald.
Ma gli Sta­ti Uni­ti non sono una bie­ca dit­ta­tu­ra, sono una socie­tà che bril­la di una demo­cra­zia par­ti­co­lar­men­te avanzata.
In real­tà gli Sta­ti Uni­ti han­no una Sto­ria fol­ta di esem­pi di cac­cia, sor­ve­glian­za e intru­sio­ne nel­la vita di per­so­ne il cui uni­co cri­mi­ne era­no opi­nio­ni — dal­la sor­ve­glian­za di Hoo­ver sui lea­der del­la Asso­cia­zio­ne Nazio­na­le per la Pro­mo­zio­ne del­le Per­so­ne di Colo­re (NAACP), alla cac­cia ai comu­ni­sti, alla recen­te­men­te docu­men­ta­ta sor­ve­glian­za tota­le sui mem­bri in vista dei comi­ta­ti paci­fi­sti duran­te le due ammi­ni­stra­zio­ni di Geor­ge W. Bush.
Il gover­no sta­tu­ni­ten­se si pro­teg­ge da ogni cri­ti­ca aven­do iniet­ta­to nell’opinione pub­bli­ca l’imperativo asso­lu­to del­la sicu­rez­za fisi­ca, a qua­lun­que costo civi­le e socia­le, gra­zie ad una stam­pa pie­ga­ta e asservita.

War on Journalism
Ini­zia­ta da Bush in con­clu­sio­ne del pro­prio pri­mo man­da­to e por­ta­ta a nuo­vi estre­mi da Oba­ma nei suoi 6 anni di ammi­ni­stra­zio­ne, il gover­no ame­ri­ca­no ha con­dot­to una poli­ti­ca estre­ma­men­te aggres­si­va nei con­fron­ti del­la stampa.
Nel 2004 Risen e Licht­blau era­no pron­ti a pub­bli­ca­re con il New York Times un pez­zo sul­le inter­cet­ta­zio­ni (allo­ra solo) tele­fo­ni­che svol­te dall’NSA con­tro atti­vi­ti­sti poli­ti­ci in ter­ri­to­rio ame­ri­ca­no. Minac­cia­to dal gover­no, il NYT ritar­de­rà la pub­bli­ca­zio­ne di 15 mesi, a fine 2005, per­met­ten­do a Bush di esse­re rie­let­to sen­za dover affron­ta­re una cam­pa­gna elet­to­ra­le sul­le inter­cet­ta­zio­ni di massa.

Oba­ma ver­rà, tra le altre cose, ricor­da­to per aver com­ple­ta­men­te abu­sa­to dell’Espionage Act del 1917. La sua pri­ma ammi­ni­stra­zio­ne, da sola, ha pro­ces­sa­to più del dop­pio dei whistle–blower di tut­te le pre­ce­den­ti ammi­ni­stra­zio­ni insieme.
Pas­sa­ti i pri­mi gior­ni di shock, non solo Sno­w­den ma per­si­no Gree­n­wald si è dovu­to difen­de­re da accu­se di ter­ro­ri­smo dal­la stam­pa stes­sa, che sta­va vivac­chian­do sul­le loro rive­la­zio­ni. A metà di una inter­vi­sta, Gree­n­wald si vedrà chie­sto, di pun­to in bian­co, se rite­nes­se di dover esse­re incar­ce­ra­to.
Attra­ver­so la poli­ti­ca vio­len­ta degli Sta­ti Uni­ti è len­ta­men­te pas­sa­to il mes­sag­gio che una stam­pa buo­na non fos­se aggres­si­va, ma “respon­sa­bi­le”, vici­na al gover­no e, ine­vi­ta­bil­men­te, doci­le. Si sol­le­va un muro, così, e chi non rien­tra nel ran­ge di opi­nio­ni ragio­ne­vol­men­te con­ces­se smet­te di esse­re un gior­na­li­sta e diven­ta — in base a quan­to gra­vi sia­no le sue affer­ma­zio­ni — un edi­to­ria­li­sta, un blog­ger, o un attivista.
È que­sto l’unico stru­men­to con cui il gover­no sta­tu­ni­ten­se può spe­ra­re di com­bat­te­re il crol­lo di con­sen­so e fidu­cia. La stam­pa con­tro la stampa.

Per­ché dove­te leg­ge­re que­sto libro
No Pla­ce to Hide non è un libro scrit­to par­ti­co­lar­men­te bene. L’apertura è pure bana­le, con due capi­to­li pia­ce­vo­li ma fon­da­men­tal­men­te inu­ti­li che nar­ra­no, leg­ge­ri, dram­ma­ti­ci e friz­zan­ti, le avven­tu­re di Gree­n­wald e Sno­w­den. L’autore si get­ta dal ter­zo capi­to­lo nei boschi più oscu­ri dei det­ta­gli del­la sor­ve­glian­za di mas­sa, tra­sfor­man­do­si in un sag­gio poli­ti­co com­ples­so, poli­ti­ca­men­te orien­ta­to, e di gran­de spessore.
Leg­ge­re No Pla­ce to Hide non è un pia­ce­re. È la sto­ria di come un’amministrazione che dove­va por­ta­re spe­ran­za ha crea­to una mac­chi­na di deva­stan­te inva­si­vi­tà; è la sto­ria di un eroe che ha sacri­fi­ca­to tut­to per infor­ma­re un mon­do che rea­gi­sce indi­gna­to per non più di dodi­ci ore, e di un gior­na­li­sta che più di tut­to deve com­bat­te­re con­tro la stam­pa stessa.
Leg­ge­re No Pla­ce to Hide è qua­si un dove­re. Se sie­te nor­ma­li uten­ti di Inter­net, per capi­re bene cosa vie­ne fat­to del­le vostre vite e per capi­re bene come fun­zio­na il mon­do. Se vole­te esse­re gior­na­li­sti, inse­gna qua­li sia­no i peri­co­li del mestie­re e riem­pie del corag­gio dell’autore.
Leg­ge­re No Pla­ce to Hide ispi­ra ad esse­re riso­lu­ti, pron­ti a fare i con­ti con le pro­prie respon­sa­bi­li­tà, a difen­de­re quel­lo in cui si cre­de, e, citan­do Edward Sno­w­den, a dimo­stra­re il pro­prio valore.

Ales­san­dro Massone
@amassone
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Alessandro Massone
Desi­gner di gior­no, blog­ger di not­te, pod­ca­ster al crepuscolo.

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