28 giugno 1914 — Le conseguenze della Storia

In una scena molto famosa di Qualche dollaro in più di Sergio Leone, Il Monco (Clint Eastwood) entra in un saloon, si avvicina al tavolo di ‘Baby’ Callahan e inizia a dare le carte; una sola mano, un minuto e il bandito, sbigottito, chiede «che cosa ci stavamo giocando?». Risposta: «la pelle!»

Come in una partita a poker, a inizio Novecento le grandi potenze mondiali erano sedute al tavolo del destino e avevano già fatto ampio rifornimento di fiches: aerei, navi, cannoni, gas velenosi, carri armati, munizioni e uomini, tantissimi uomini.
Serviva una scintilla, un pretesto: da che mondo era mondo l’uomo aveva sempre cercato di sopraffare il suo rivale, ma almeno aveva una ragione (per quanto magari più simile a una scusa).
Nel 1914 le cose andarono diversamente: ogni stato era pronto a fare a gara su tutti i fronti poggiando sul nazionalismo più esasperato e sull’ideologia militarista-aristocratica che aveva permeato tutto l’Ottocento. I movimenti culturali che avevano già evidenziato questa crisi ideologica e di valori (come Cubismo e Surrealismo) erano ai margini di una società che si nutriva di alti discorsi, come ad esempio:

«Noi vogliamo glorificare la guerra ‒ sola igiene del mondo ‒ il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.»

(Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo).

Un società militarista, dunque, ancora dominata da casati plurisecolari che esaltavano e riconoscevano alla guerra un carattere quasi mistico, intrecciato di romanticismo e la consideravano l’unico modo per risolvere una disputa: fino alla Grande Guerra, la strategia militare di base prevedeva che lo sforzo bellico fosse necessario fino al momento in cui uno dei contendenti non avesse giudicato il rischio di future perdite eccessivo rispetto alle possibili annessioni territoriali; magari si perdeva qualche provincia ma il trono veniva conservato.
Questa volta invece la posta era sul serio “la pelle” e nessuno era intenzionato a cederne un centimetro fino all’annientamento dei nemici. Di fondo ovviamente c’era la certezza che i nuovi, mostruosi, marchingegni di morte avrebbero reso rapida, per non dire “lampo”, la guerra e che in breve il Kaiser Guglielmo o il vecchio Francesco Giuseppe avrebbero potuto bere champagne sotto alla torre Eiffeil.

Serviva un pretesto, dicevamo. Quello venne gentilmente offerto da una banda di ragazzini sbandati, imbevuti di quel clima tossico, proclamatisi difensori del nazionalismo bosniaco. Per come viene raccontato dai libri di scuola, l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono imperiale austro-ungarico, scatenò un’immediata reazione a catena che in poco più di un mese portò il mondo intero alla catastrofe.
Non che questa non possa essere una versione dei fatti, ma purtroppo e per fortuna la Storia non è così semplice, non c’è un unico modo per studiarla, e troppo spesso le ideologie ne hanno modificato i contorni, smussato gli angoli, edulcorato gli estremismi.

Innanzitutto, sappiamo con certezza che gli attentatori agirono finanziati da Crna Ruka, gruppo nazionalista serbo conosciuto come la Mano Nera, guidato da Draguntin Dimitrijevic che nel 1903 si era distinto per l’assassinio del re Alexandar I Obrenovic.
Ma quale legame univa i serbi ai nazionalisti bosniaci?
Una prima rilettura storica aveva decretato che il mandante dell’attentato fosse il governo serbo, il quale, avendo problemi cronici di natura territoriale con l’Impero austro-ungarico, cercava un gesto spettacolare per animare gli animi ferventi degli abitanti slavi dell’area balcanica, al fine di creare un movimento unico per l’unione di tutti gli stati slavi del Sud in un’unica grande entità territoriale — la Jugoslavia, appunto. Tuttavia questa tesi viene a cadere nel momento in cui si analizza il fenomeno della corsa alle armi: è improbabile che sia stato fatto un errore di valutazione politica di tale portata, che avrebbe procurato una così ampia devastazione.

Francesco Ferdinando PicMonkey Collage

Piuttosto sembra che Crna Ruka abbia agito di concerto con altre forze; infatti l’Impero austro-ungarico, un mosaico di etnie, religioni e culture diverse, aveva da tempo assestato la sua esistenza sul duopolio aristocratico austriaco e ungherese. Per uscire da questa impasse, che generava ampio malcontento in tutte le altre fasce della popolazione, l’arciduca Francesco Ferdinando sembrava molto convinto della necessità di aggiungere un altro “polo” all’Impero, ovvero quello bosniaco; così da rendere meno preponderante il ruolo dei nobili austriaci e ungheresi nell’ambiente della corte imperiale dove si legiferava per tutte le realtà, anche quelle più particolari.

Quello che è stato letto come uno dei possibili motivi dell’attentato, cioè il fatto che il 28 giugno ‒ giorno della visita a Sarajevo ‒ fosse una ricorrenza storica molto importante per tutte le popolazioni balcaniche perché ricordava la sconfitta di Kosovo Poljie del 1389 (sconfitta che avrebbe portato alla fine dell’indipendenza serba e aperto il periodo della dominazione ottomana nell’area), in realtà è probabile che celasse il desiderio dell’arciduca di onorare quella data in prospettiva di un “salto di qualità” della componente bosniaca nel governo imperiale.
Si rischia di entrare nel campo della dietrologia, ma secondo questa rilettura storica sembra che un parte molto rilevante nel complotto l’abbiano avuta gli stessi comparti nobiliari austriaci e ungheresi, molto preoccupati dalla prospettiva di perdere potere.

Nella Storia esistono “salti” che accorciano i tempi e fanno sì che i germi di una situazione in divenire crescano molto rapidamente e facciano precipitare la situazione. Fra tutti, l’assassinio dell’arciduca è un caso emblematico: sia per le modalità pratiche dell’attentato — in realtà furono due, il primo (lancio di una bomba a mano) fallì, il secondo avvenne perché l’autista del duca aveva sbagliato strada e facendo retromarcia si fermò proprio davanti a Gavrilo Princip — sia perché all’appuntamento col destino non c’erano solo un erede al trono e sua moglie da una parte e sette ragazzi imbevuti di ideologie dall’altra, ma il mondo intero che aspettava l’all in da parte di uno dei giocatori.

Ricordare un anniversario, a parere di chi scrive, non ha significato se non si dipanano i fili intrecciati della Storia e si analizzano le possibili conseguenze di ciascun evento.
Il 28 giugno 1992, il Presidente francese François Mitterrand faceva la sua apparizione a Sarajevo — città che entro la fine dell’anno sarebbe diventata il centro della devastazione seguita al crollo dei regimi comunisti — allo scopo di ricordare all’opinione pubblica la gravità della situazione bosniaca, e soprattutto di rammentare in che modo gravi errori di valutazione, come quelli seguiti a quello stesso giorno del 1914, ebbero implicazioni catastrofiche per l’umanità e segnarono l’inizio di quello che è stato definito da Hobsbawm Il Secolo Breve.

Jacopo Isisde
@JacopoIside

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