Americanate:
Chicken run

In Gio­ven­tù Bru­cia­ta (Elia Kazan, 1955) il pro­ta­go­ni­sta Jim (James Dean) vie­ne sfi­da­to dal bul­let­to loca­le Buzz in uno dei ‘duel­li’ più dif­fu­si nel­le scon­fi­na­te lan­de rura­li degli Sta­ti Uni­ti negli anni ’50, la chic­ken run: vin­ce l’ultimo che si but­ta giù dall’auto in cor­sa lan­cia­ta ver­so il diru­po del­la sco­glie­ra. La sor­te non è favo­re­vo­le a Buzz, il qua­le rima­ne inca­stra­to con la mani­ca del­la giac­ca nel­la por­tie­ra e peri­sce nel­lo schian­to del suo bolide.
Per i ragaz­zi di que­gli anni quel film diven­ne un cul­to per la straor­di­na­ria capa­ci­tà di rac­con­ta­re i riti di pas­sag­gio (e maga­ri di inse­gnar­ne di nuo­vi) dei gio­va­ni all’età adulta.
Tul­lius May­rich, pro­prie­ta­rio di un pic­co­lo cine­ma di Tul­la­ho­ma, gra­zio­sa cit­ta­di­na del Ten­nes­see ada­gia­ta tra boschi e col­li­ne, dal suo stu­dio al pia­no supe­rio­re dell’edificio affac­cia­to su Jack­son Street all’incrocio con Wil­son Ave­nue pote­va vede­re bene il suo incu­bo: un dri­ve-in appe­na aper­to due iso­la­ti più in là, con nuo­vis­si­mi alto­par­lan­ti sin­go­li per auto e came­rie­re che piroet­ta­va­no sui pat­ti­ni por­tan­do frul­la­ti e ham­bur­ger agli avventori.

Tullius non aveva ancora superato la trentina ma sentiva il tempo stringere: i creditori lo assediavano, la concorrenza era sleale (il biglietto del drive in era estremamente economico, tanto si rifacevano col cibo) e lui aveva addosso molti più anni di quanto la sua patente non dicesse, era stato in guerra per un anno in Corea e non percepiva come suo quel film di ragazzacci viziati che sprecavano il loro tempo in stupide diatribe senza senso.

Quel­la sera guar­da­va con aria deso­la­ta il bilan­cio, fred­do ter­mo­me­tro di car­ta e inchio­stro che lo inchio­da­va alle sue respon­sa­bi­li­tà. Que­sta ope­ra­zio­ne gli gene­ra­va sem­pre più ansia che lui sfo­ga­va sui pop-corn: quan­do ave­va inau­gu­ra­to il cine­ma due anni pri­ma, tra­sfe­ren­do­si dal­la sua cit­tà nata­le di Atlan­ta, tut­to gli pare­va fan­ta­sti­co con un ambien­te ami­che­vo­le dove le per­so­ne si cono­sce­va­no e si salu­ta­va­no, gran­di pro­fit­ti in vista e il sogno di una casa con il giar­di­no, il via­let­to, l’altalena e il gara­ge per l’auto, con una moglie che gli pre­pa­ras­se una bel­la cena dopo una dura gior­na­ta di lavo­ro. La real­tà era che ave­va fat­to alcu­ni inve­sti­men­ti azzar­da­ti, come l’aver acqui­sta­to sei mac­chi­ne da pop-corn, e ades­so si tro­va­va coi debi­ti pron­ti a por­tar­gli via il suo sogno. Ave­va por­ta­to nel suo uffi­cio una del­le mac­chi­ne, così da non dover scen­de­re ogni vol­ta per pro­cu­rar­si il suo ambi­to anti-stress; sta­va ingras­san­do, sedu­to sul­la pol­tro­na di pel­le ros­sa – altro inve­sti­men­to sba­glia­to – infi­la­va avi­da­men­te la mano sem­pre più toz­za nel pic­co­lo sac­chet­to di car­ta dei pop corn, pra­ti­ca­men­te ingol­lan­do mez­za por­zio­ne in un solo colpo.

popcorn

Non appe­na le sue dita toc­ca­va­no il fon­do, uno scon­for­to smi­su­ra­to lo pren­de­va, la mac­chi­na dista­va solo 3 metri da lui ma gli sem­bra­va lon­ta­na come quel Pae­se che ave­va rag­giun­to sul­la nave con la qua­le ave­va viag­gia­to attra­ver­so l’oceano Paci­fi­co quat­tro anni pri­ma. Il mais per i pop corn non era un pro­ble­ma, costa­va pochis­si­mo dati gli enor­mi cam­pi che cir­con­da­va­no la cit­tà, ma gli dispia­ce­va uti­liz­za­re un nuo­vo sac­chet­to — con quel­lo che costa­va­no l’uno! — per finir­lo in appe­na due mos­se, così con­ti­nua­va a riem­pir­si quel­lo che ave­va in mano, che ormai ave­va assun­to un orri­bi­le aspet­to mono­co­lo­re opa­ciz­za­to dall’olio di mol­te abbuf­fa­te pre­ce­den­ti. Come quel­le idee che arri­va­no sen­za una ragio­ne e cam­bia­no il mon­do, al signor May­rich ven­ne in men­te che avreb­be potu­to ven­de­re allo stes­so prez­zo una quan­ti­tà mag­gio­re di pop-corn rispet­to a pri­ma uti­liz­zan­do solo i sac­chet­ti più gran­di e riu­scen­do così anche a taglia­re sui costi di pro­du­zio­ne e garan­ten­do la sod­di­sfa­zio­ne mag­gio­re degli appe­ti­ti dei suoi concittadini.
La Rivo­lu­zio­ne ini­zia­ta quel gior­no pre­se pre­sto pie­de, in par­ti­co­la­re giun­se alle orec­chie di un ex-ven­di­to­re di frul­la­to­ri che l’anno pri­ma era entra­to in socie­tà con due fra­tel­li nel­la gestio­ne del loro loca­le, un gran­de risto­ran­te dri­ve-in di San Ber­nar­di­no di nome McDonald’s.
Gran­de aman­te dei nume­ri, ma anche di quel­la sfe­ra dell’irrazionalità dei desi­de­ri uma­ni su cui si basa il capi­ta­li­smo stes­so, Ray Kroc rima­se fol­go­ra­to dal­la pos­si­bi­li­tà di far ingras­sa­re i musco­lo­si e aitan­ti abi­tan­ti del­la Cali­for­nia poten­do pre­ve­de­re gran­di mar­gi­ni di gua­da­gno: non esi­ste­va da nes­su­na par­te il con­cet­to di menù com­ple­to che offris­se un pani­no, una bibi­ta e le pata­ti­ne tut­to ad un prez­zo lie­ve­men­te mag­gio­re rispet­to alla scel­ta clas­si­ca dell’hamburger con la cola. Par­tì così, qua­si per caso, quel­la cor­sa all’over­si­zing dei piat­ti che ha ingras­sa­to i por­ta­fo­gli di alcu­ne per­so­ne e la pan­cia di tan­tis­si­me altre. 

Jaco­po Isi­de
@Jacopoiside
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Jacopo Iside
Appas­sio­na­to di Sto­ria e di sto­rie. Stu­den­te mai trop­po dili­gen­te, ho inse­gui­to di più i sogni

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