Il caos in Iraq è il fallimento dell’esportazione della democrazia

L’I­raq è tor­na­to dopo undi­ci anni a esse­re un cam­po di battaglia.
L’intera regio­ne è sta­ta inghiot­ti­ta in un immen­so buco nero del pote­re. Pri­ma del­la “Secon­da Guer­ra del Gol­fo,” del­le “Pri­ma­ve­re ara­be,” del­le guer­re civi­li, i Pae­si era­no ret­ti da siste­mi poli­ti­ci scar­sa­men­te demo­cra­ti­ci, quan­do non deci­sa­men­te san­gui­na­ri – è impos­si­bi­le dimen­ti­ca­re le bru­ta­li per­se­cu­zio­ni ver­so la popo­la­zio­ne cur­da del regi­me di Sad­dam Hussein.

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Que­sti siste­mi poli­ti­ci era­no tol­le­ra­ti dai gover­ni occi­den­ta­li, quan­do addi­rit­tu­ra non espli­ci­ta­men­te soste­nu­ti – nel 1980, gli Sta­ti Uni­ti ave­va­no appog­gia­to atti­va­men­te l’I­raq nel­la guer­ra con­tro l’I­ran. Tut­to cam­biò l’11 set­tem­bre, dopo il qua­le il Pre­si­den­te ame­ri­ca­no Geor­ge W. Bush pose alla base del­la pro­pria poli­ti­ca este­ra l’“esportazione del­la demo­cra­zia”. Que­sti regi­mi diven­ne­ro dun­que sco­mo­di, alcu­ni bol­la­ti come “Sta­ti cana­glia”. Da allo­ra, si è pro­va­to a favo­ri­re quan­do non diret­ta­men­te a inse­dia­re dei siste­mi di gover­no rical­ca­ti sul­le demo­cra­zie occi­den­ta­li, salu­tan­do­li come scam­po­li di civil­tà e bar­rie­re in gra­do di fer­ma­re le tene­bre inte­gra­li­ste islamiche.

A dieci anni dalla sua inaugurazione, è lecito domandarsi se questa politica sia stata efficace.

L’in­ter­ven­ti­smo ame­ri­ca­no è fal­li­to, sul pia­no mili­ta­re, nel­l’in­stau­ra­zio­ne a medio ter­mi­ne dei siste­mi demo­cra­ti­ci (che in Iraq come in Afgha­ni­stan sono sta­ti avvia­ti), e nel­l’a­bi­li­tà di garan­ti­re loro una rea­le tenu­ta negli anni. Davan­ti alle for­ze del­l’I­SIS, l’e­ser­ci­to ira­che­no si è squa­glia­to come neve al sole, e il pre­si­den­te Al Mali­ki non ha sapu­to fare mol­to altro che invo­ca­re una mobi­li­ta­zio­ne popo­la­re, né più né meno come ha fat­to l’a­ya­tol­lah scii­ta Al Sista­ni, che sem­bra ave­re sul­la mag­gio­ran­za dei cit­ta­di­ni ben più ascen­den­te. In Afgha­ni­stan, i tale­ba­ni sono una minac­cia anco­ra incombente.

I gover­ni nati dal­le cene­ri dei regi­mi auto­ri­ta­ri han­no infat­ti ben rara­men­te dato pro­va di soli­di­tà e di sta­bi­li­tà demo­cra­ti­ca. L’u­ni­co pae­se coin­vol­to nel­le pri­ma­ve­re ara­be in cui è al pote­re un gover­no demo­cra­ti­co è la Tuni­sia, che rap­pre­sen­ta una sin­go­la­ri­tà – e non cer­to per­chè è anda­to Bush a insegnargliela.

La demo­cra­zia non è espor­ta­bi­le, deve esse­re frut­to del­l’e­la­bo­ra­zio­ne il più pos­si­bi­le auto­no­ma di un popo­lo. Si pos­so­no impor­re ad una nazio­ne siste­mi di gover­no demo­cra­ti­ci (nono­stan­te sia dif­fi­ci­le non vede­re in ciò una con­trad­di­zio­ne in ter­mi­ni) ma non si può pre­ten­de­re che que­sti siste­mi duri­no se i popo­li chia­ma­ti ad attuar­li non han­no com­piu­to un deter­mi­na­to per­cor­so poli­ti­co e una vera ope­ra di con­ci­lia­zio­ne con un pas­sa­to recen­te, nel caso dei Pae­si ara­bi, spes­so drammatico.
Gli Sta­ti Uni­ti han­no fal­li­to in que­sta par­te cru­cia­le e mol­to deli­ca­ta. Se lo sta­to ira­che­no ha espres­so un pre­si­den­te mio­pe, una clas­se diri­gen­te sca­den­te e una mili­ta­re non in gra­do di reg­ge­re l’ur­to di una sol­da­ta­glia fon­da­men­ta­li­sta la respon­sa­bi­li­tà è soprat­tut­to loro.

L’ul­ti­mo sol­da­to sta­tu­ni­ten­se ha lascia­to l’I­raq nel Dicem­bre 2011. Poche ore fa, Oba­ma ha dichia­ra­to che la riso­lu­zio­ne del­la cri­si è “fon­da­men­tal­men­te, un pro­ble­ma ira­che­no”. Così può man­te­ne­re luci­da la sua nuo­va linea di una poli­ti­ca este­ra più “dal vol­to uma­no” e restia a inter­ven­ti diret­ti, ma è una fal­si­tà, il rea­le pro­ble­ma ira­che­no negli ulti­mi die­ci anni è sta­to la con­di­zio­ne di guer­ri­glia semi­per­ma­nen­te a cui è sta­to dato il via, appun­to, dagli americani.
Qual­che mos­sa, nono­stan­te le dichia­ra­zio­ni pila­te­sche, Oba­ma la dovrà dun­que fare – ha ad esem­pio lascia­to spa­zio all’ ipo­te­si di una ”guer­ra dei dro­ni”, in sti­le yeme­ni­ta, e un sup­por­to ester­no all’e­ser­ci­to rego­la­re del pae­se. Pro­ba­bil­men­te sarà costret­to a col­la­bo­ra­re con l’Iran stes­so, scii­ta come la mag­gio­ran­za del­l’I­raq e che con ogni pro­ba­bi­li­tà agi­rà per argi­na­re il dila­ga­re del­le mili­zie sun­ni­te nel­lo sta­to mesopotamico.

Lo sce­na­rio bel­li­co ira­che­no assu­me sem­pre di più le con­no­ta­zio­ni di una guer­ra tra ban­de che cela­no sot­to i con­flit­ti ideo­lo­gi­ci la voglia di riem­pi­re un vuo­to di pote­re lascia­to da una super­po­ten­za ambi­gua e dai postu­mi dei suoi inte­res­si. Non mol­to con­so­lan­te per un Pae­se che col suo­no del­le bom­be si era sen­ti­to pro­met­te­re un futu­ro di pro­gres­so, con­ci­lia­zio­ne e democrazia.

Ste­fa­no Colombo
@Granzebrew
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Stefano Colombo
Stu­den­te, non gior­na­li­sta, mila­ne­se arioso.

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