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Jersey Boys

Jer­sey Boys è una bel­la sto­ria, rac­con­ta­ta in un bel film. Que­sto è dav­ve­ro quan­to ci sareb­be da dire, ma mi sen­to di dover moti­va­re la mia affer­ma­zio­ne, soprat­tut­to per­ché ho recen­sio­ni meno posi­ti­ve di quel che avrei pen­sa­to. C’è per­si­no chi dice di esser­si anno­ia­to. Io non mi sono affat­to anno­ia­ta — ho riso, ho pian­to, ho ondeg­gia­to la testa par­te­ci­pe a rit­mo di musi­ca, e alla fine ero sod­di­sfat­ta. Quin­di direi che il film è riu­sci­to bene.

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Per­ché è riu­sci­to bene?

Vi dirò, innan­zi­tut­to, di cosa par­la Jer­sey Boys. Jer­sey Boys”è trat­to da un famo­sis­si­mo e pre­mia­tis­si­mo musi­cal di Broad­way che rac­con­ta la sto­ria dei Four Sea­sons. I Four Sea­sons voi for­se non li cono­sce­te di nome, ma di sicu­ro ave­te sen­ti­to la loro musi­ca. Io sono anda­ta al cine­ma in bea­ta igno­ran­za, sen­za sape­re di che cosa si sta­va par­lan­do, e ho avu­to la pia­ce­vo­le sor­pre­sa di rico­no­sce­re, una dopo l’altra, tut­te le can­zo­ni che il film pro­po­ne­va. Non vi dirò qua­li sono in caso sia­te igno­ran­ti come me e abbia­te voglia di far­vi sorprendere.

In ogni caso i Four Sea­sons ven­go­no da Bel­le­vil­le, ora come allo­ra mal­fa­ma­ta cit­ta­di­na del New Jer­sey, pro­prio accan­to a Newark.

Negli anni ’50 se eri giovane a Belleville avevi poche opzioni per il tuo futuro: o ti mettevi a lavorare con la mafia, o diventavi famoso e te ne andavi.

I Four Sea­sons ini­zia­no a diri­ger­si ver­so la pri­ma opzio­ne, ma sono for­tu­na­ti: han­no fra di loro una voce fuo­ri dal comu­ne, quel­la di Frank­ie Val­li, l’appoggio del boss del posto e un musi­ci­sta con un talen­to per le hit. Il loro suc­ces­so esplo­de negli anni ’60 e si sti­ma che da allo­ra abbia­mo ven­du­to cir­ca 100 milio­ni di dischi in tut­to il mon­do. Non vi incu­rio­si­sce anda­re a vede­re una sto­ria come questa?

Ma una sto­ria, anche se bel­la e vera — soprat­tut­to per­ché vera — ha biso­gno di qual­cu­no che sap­pia rac­con­tar­la e il regi­sta è Clint East­wood, che sa deci­sa­men­te come si rac­con­ta una sto­ria. Il film non è cer­to il suo capo­la­vo­ro, e non è un capo­la­vo­ro in gene­ra­le, ma è fat­to bene. È trat­to da un musi­cal — quin­di ha i suoi momen­ti musi­ca­li — ma non è un musi­cal: non can­ta­no tut­to il tem­po e nem­me­no bal­la­no. Il musi­cal Clint lo lascia a Broad­way; si limi­ta ad omag­gia­re una musi­ca che, piac­cia o non piac­cia, ha avu­to la sua importanza.

La mia uni­ca obie­zio­ne va ai curio­si inter­ca­la­ri tea­tra­li in cui gli atto­ri guar­da­no drit­ti in came­ra e par­la­no di se stes­si vio­lan­do il pat­to nar­ra­ti­vo, al di fuo­ri del­la sto­ria, con il sen­no e le paro­le che avran­no trent’anni più tar­di — tiran­do­ti fuo­ri con vio­len­za dall’immedesimazione e da quel che sta acca­den­do. Non pen­so che ce ne fos­se biso­gno, e non c’entra nien­te con tut­to il resto.

Pur non essen­do il film del seco­lo, vi con­si­glio viva­men­te di veder­lo, per­ché ha tut­to ciò che ren­de un film bel­lo da vede­re — e all’Apollo lo dan­no pure in lin­gua originale.

Bian­ca Giacobone
@BiancaGiac

Pho­to Cre­di­ts: Chirs Callis

Bianca Giacobone
Stu­den­tes­sa di let­te­re e redat­tri­ce di Vul­ca­no Sta­ta­le. Osser­vo ascol­to scri­vo. Ogni tan­to par­lo anche. E fac­cio il mon­do mio, poco per volta.
About Bianca Giacobone 30 Articoli
Studentessa di lettere e redattrice di Vulcano Statale. Osservo ascolto scrivo. Ogni tanto parlo anche. E faccio il mondo mio, poco per volta.

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