Quelli che fanno ridere verranno risparmiati
Intervista ad Alessandro Robecchi

La mat­ti­na del 19 mag­gio abbia­mo incon­tra­to Ales­san­dro Robec­chi per par­la­re del suo pri­mo roman­zo Que­sta non è una can­zo­ne d’a­mo­re, di Pagina99, di sati­ra, poli­ti­ca e gio­vi­na­stri trop­po cresciuti.

Que­sta non è una can­zo­ne d’a­mo­re era il roman­zo nel cas­set­to di Ales­san­dro Robec­chi, il roman­zo in sof­fit­ta o il roman­zo usci­to di get­to nel­l’ar­co di poche settimane?
Io odio la defi­ni­zio­ne roman­zo nel cas­set­to: pen­so che sia una stu­pi­dag­gi­ne. Tut­ti han­no il pro­prio roman­zo nel cas­set­to e spes­so si fini­sce erro­nea­men­te con il pen­sa­re che basti ave­re una tra­ma in testa per scri­ver­ne uno. Io ave­vo una sto­ria che ha pre­so for­ma len­ta­men­te nel tem­po pri­ma che ini­zias­si a scri­ve­re una riga. Poi mi sono mes­so a scri­ve­re, a riscri­ve­re, a leg­ge­re a rileg­ge­re, a smon­ta­re e rimon­ta­re. Un lavo­ro da arti­gia­no più che da letterato.

La tua atti­vi­tà pro­fes­sio­na­le è quel­la di cor­si­vi­sta e auto­re sati­ri­co. Quan­to ti ha influen­za­to que­sta “ere­di­tà” nel­la ste­su­ra del romanzo?
Fac­cio que­sto lavo­ro da tren­t’an­ni. Ho fat­to radio, ho fat­to la tele­vi­sio­ne, i gior­na­li, il cor­si­vi­sta, il cri­ti­co musi­ca­le. Per que­ste ragio­ni ho moda­li­tà di scrit­tu­ra sem­pre dif­fe­ren­ti: quan­do si lavo­ra in tele­vi­sio­ne, ad esem­pio per Croz­za, è sem­pre un lavo­ro di squa­dra e di col­let­ti­vo. Sei auto­ri den­tro una stan­za, con moda­li­tà simi­li a quel­le spe­ri­men­ta­te a Cuo­re: ci can­cel­lia­mo e ci incen­ti­via­mo a vicen­da. Un lavo­ro bel­lis­si­mo pie­no di pre­gi a comin­cia­re dal­le per­so­ne con le qua­li entri in con­tat­to, gli sti­mo­li che esse sono in gra­do di for­nir­ti. Di con­tro, è mol­to più faticoso.
Oppu­re quan­do scri­vi per i gior­na­li sei per for­za di cose limi­ta­to dal nume­ro di bat­tu­te, dal­le righe che ti sono sta­te impo­ste o con­ces­se, dagli ora­ri di stampa.
Il roman­zo era come ave­re una pra­te­ria davan­ti: libe­ro di inven­ta­re sto­rie, per­so­nag­gi, nei tem­pi e negli spa­zi che con­si­de­ra­vo ottimali.

Gior­na­li­sti che fan­no i roman­zie­ri, roman­zie­ri che si rein­ven­ta­no gior­na­li­sti: sei favo­re­vo­le alla com­mi­stio­ne fra gene­ri o, più che altro, fra professioni?
Secon­do l’ar­ti­co­lo 21 del­la Costi­tu­zio­ne chiun­que può scri­ve­re quel caz­zo che gli pare, quin­di sono favo­re­vo­le anche al salu­mie­re-roman­zie­re. Det­to que­sto ci sareb­be­ro dei discor­si com­ples­si: può dare fasti­dio vede­re il gior­na­li­sta tele­vi­si­vo che, for­te del­la pro­pria popo­la­ri­tà e fama pre­gres­sa, appro­fit­ta di que­ste ulti­me per piaz­za­re il pro­prio roman­zo nel­le clas­si­fi­che di nar­ra­ti­va italiana.
Cer­to sareb­be bel­lo se let­to­ri, e in pri­mo luo­go edi­to­ri, sapes­se­ro distin­gue­re tra la roba buo­na e la fuf­fa, ricor­dan­do­si sem­pre che gli edi­to­ri sono muni­ti di cal­co­la­tri­ce e fan­no quin­di con­ti che esu­la­no da cer­te logi­che qua­li­ta­ti­ve. Con­tro que­ste logi­che devo­no com­bat­te­re gli “scrit­to­ri veri”, che fan­no let­te­ra­tu­ra vera e si vedo­no sor­pas­sa­ti da dub­bi feno­me­ni di costu­me; io alla fine non c’en­tro per­ché il mio lavo­ro era e resta un altro.

Robecchi PicMonkey Collage


I recen­so­ri si sono inna­mo­ra­ti di un’e­spres­sio­ne del risvol­to di coper­ti­na che reci­ta “gial­lo a metà fra Scer­ba­nen­co e Jan­nac­ci”, la uti­liz­za­no nel­le pro­prie recen­sio­ni con costan­za mania­ca­le. Se ti dices­si un più mode­sto “fra Caro­fi­glio e Ben­ni” come reagiresti?
Ben­ni lo cono­sco per ovvie ragio­ni, lo sti­mo e lo rispet­to. Caro­fi­glio lo cono­sco meno e per il momen­to incas­so pro­met­ten­do di leg­ger­lo, se non mi pia­ce m’in­caz­zo e ti dico “Ma come Carofiglio?!?”.
La veri­tà è che quan­do si ha mano un libro dif­fi­ci­le da cata­lo­ga­re si ricer­ca­no del­le simi­li­tu­di­ni, spes­so a span­ne, per riu­sci­re ad orien­tar­si. Nel­le mie inten­zio­ni mi ispi­ra­vo ad altri gial­li­sti: per la strut­tu­ra Win­slow — capi­to­li mol­to stac­ca­ti, velo­ci cam­bi di sce­na — però anche ad altri nomi che non sono usci­ti e ai qua­li mi rifac­cio con affet­to e in un cer­to sen­so gra­ti­tu­di­ne, Bep­pe Vio­la su tut­ti. È sta­to un gran­de milanese.
Una vol­ta che un libro cir­co­la nei nego­zi, nei ban­chet­ti o nel­le fie­re, non appar­tie­ne più al suo auto­re ma più che altro al suo pub­bli­co. Lo può com­pra­re il bari­sta e lo può leg­ge­re il docen­te uni­ver­si­ta­rio, diven­ta loro e su tut­to ciò che tro­va­no den­tro, che capi­sco­no, io non più alcu­na voce in capi­to­lo. Per que­sto mi rifiu­to di defi­nir­lo in qual­sia­si maniera.

Se esclu­dia­mo Bob Dylan e i suoi ver­si che attra­ver­sa­no la sto­ria, i per­so­nag­gi che costel­la­no la vicen­da non han­no nul­la di auto­bio­gra­fi­co, alcu­ni sono sti­liz­za­ti o sem­pli­ce­men­te accen­na­ti: Flo­ra de Pisis con­dut­tri­ce tele­vi­si­va e guru del­la mez­za età ita­lia­na, il pro­cu­ra­to­re “vel­lu­ta­to”, gli appun­ta­ti in que­stu­ra, i due serial kil­ler. Chi sono gli atto­ri di Que­sta non è una can­zo­ne d’a­mo­re?

Vero, i per­so­nag­gi non han­no nul­la di auto­bio­gra­fi­co a par­te Dylan che è una malat­tia e sfo­cia nel­la per­ver­sio­ne feti­ci­sta. Quan­do mi sono tro­va­to nel­la situa­zio­ne di dover inven­ta­re un per­so­nag­gio, allo­ra ho ini­zia­to l’at­ti­vi­tà di col­la­ge: gli occhi del pas­san­te, il carat­te­re del tuo com­mer­cia­li­sta, il tic di quel­lo che ti è davan­ti in coda al super­mer­ca­to, il modo di dire che hai sen­ti­to in metropolitana.

Carlo Monterossi ovviamente non esiste, però ci sono decine di Carlo Monterossi nell’ambiente della Tv, brave persone, stronzi conclamati e pezzi di merda veri.

Vole­vo che dai carat­te­ri dei pro­ta­go­ni­sti emer­ges­se­ro anche dati socia­li o gene­ra­zio­na­li: Nadia e Oscar sono i tipi­ci tren­ten­ni come ce li imma­gi­nia­mo: delu­si, aspet­ta­ti­ve zero, pre­ca­ri nel­la vita e nel lavo­ro, sot­to­va­lu­ta­ti ma con gran­di pre­gi in ter­mi­ni di com­pe­ten­ze. Ho inse­ri­to tut­ti i difet­ti che un uomo del­la gene­ra­zio­ne pre­ce­den­te alla loro pos­sa nota­re, in par­ti­co­la­re il post-ideologismo.
Quan­do Nadia dice “la gene­ra­zio­ne dei garan­ti­ti mi ha ruba­to i dirit­ti” io non sono affat­to d’ac­cor­do con il mio per­so­nag­gio, per­ché i dirit­ti li han­no ruba­ti i padroni.

Un roman­zo den­so di sug­ge­stio­ni: il pre­te­sto dal qua­le muo­ve l’in­te­ra tra­ma è un caso di spe­cu­la­zio­ne edi­li­zia in un cam­po rom; la ragaz­za lesbi­ca; i cime­li nazi­sti; il mon­do del pre­ca­ria­to; i serial kil­ler; l’au­to­re tele­vi­si­vo sem­pre in bili­co fra pec­ca­to e reden­zio­ne. Trop­pa car­ne al fuco per una pri­ma espe­rien­za narrativa?
Non sono d’ac­cor­do: intan­to c’è una tra­ma nel­la qua­le gli ele­men­ti si fon­do­no in manie­ra armo­nio­sa, inol­tre vole­vo rac­con­ta­re que­sta cit­tà, Mila­no, che è una cit­tà total­men­te oriz­zon­ta­le: i ric­chi par­la­no con i ric­chi, i pove­ri con i pove­ri, la medio bor­ghe­sia fre­quen­ta la medio bor­ghe­sia, gli immi­gra­ti altri immi­gra­ti. Cono­sci qual­cu­no che ha un ami­co rom?
Mi pia­ce­va mischia­re gli ango­li di que­sta cit­tà, con una sor­ta di alta­le­na fra alto e bas­so o anche fra un cer­to “pro­le­ta­ria­to del­la cono­scen­za” – come può esse­re Nadia – e un pro­le­ta­ria­to vero, come può esse­re Mar­zia. Vole­vo che que­sti pez­zi di cit­tà e uma­ni­tà che non s’in­con­tra­no mai nel­la vita rea­le, s’in­cro­cias­se­ro per una vol­ta nel­la fan­ta­sia, o meglio anco­ra, che si scontrassero.

Quando mi dicono che c’è troppa roba la mia risposta è che la stessa roba c’è nella vita: ci sono i nazisti, c’è la speculazione edilizia, gli scontri fra culture.

Come ripe­to­no sem­pre i gial­li­sti, in fin dei con­ti il gial­lo è un pre­te­sto, la tra­ma gial­la è un’oc­ca­sio­ne che non può esse­re sprecata.

Il per­so­nag­gio di Mar­zia è un’al­le­go­ria del sot­to­pro­le­ta­ria­to urba­no — que­sta don­na ves­sa­ta e mas­sa­cra­ta dal­l’e­si­sten­za, dal suo uomo, da lavo­ri che non stan­no né in cie­lo né in ter­ra, dal­la pro­sti­tu­zio­ne for­za­ta, dal­le lacri­me. Nel­le tue inten­zio­ni Mar­zia esce vit­to­rio­sa dal con­te­ni­to­re tele­vi­si­vo Cra­zy Love, oppu­re Flo­ra de Pisis rie­sce ad assor­bi­re qua­lun­que dram­ma nel­la fin­zio­ne tele­vi­si­va al gri­do di “anche que­sto fa fare l’amore”?
Direi di sì. Con la sua sto­ria e la com­pli­ci­tà di Mon­te­ros­si rie­sce a met­te­re in cri­si l’in­te­ro impian­to del­la tra­smis­sio­ne. Mar­zia è “una pro­le­ta­ria sen­za rivo­lu­zio­ne” pic­chia­ta a mor­te dal suo uomo, ma alla fine è l’u­ni­ca che ha un upgra­de in que­sta sto­ria. Io l’ho vista come una libe­ra­zio­ne, un’e­man­ci­pa­zio­ne dal suo ruo­lo di subal­ter­na perenne.

Il roman­zo è inzup­pa­to di bat­tu­te sul­l’I­ta­lia e sul­l’i­po­cri­sia uma­na, in pie­na con­ti­nui­tà con la tua atti­vi­tà di auto­re sati­ri­co. La crea­zio­ne del­la bat­tu­ta, del­la fra­se ad effet­to che è qua­si afo­ri­sma, pre­ce­de lo svi­lup­po nar­ra­ti­vo del­la vicen­da o è solo un corol­la­rio che imbel­let­ta la stessa?
Il mio mot­to è una fra­se di Bil­ly Wil­der: “Se pro­prio devi dire la veri­tà, dil­la in modo diver­ten­te. Quel­li che fan­no ride­re ver­ran­no risparmiati”.
Sti­mo­la­re la risa­ta ser­ve a fis­sa­re nel­la men­te dei let­to­ri alcu­ni con­cet­ti e pre­se di posi­zio­ne. Nul­la di ciò che ho scrit­to è estra­po­la­to da altri aspet­ti del mio lavo­ro, come i cor­si­vi — la mia è una scrit­tu­ra a flus­so perpetuo.

Non voglio dare l’impressione di essermi messo a scrivere in piena notte sotto l’influsso di chissà quale forza magica, perché sarebbe falso. Non credo ai pipponi sul genere “scrivo perché soffro, soffro perché scrivo”; la scrittura è liberazione di energia accumulata, è un momento divertente, semmai i problemi sono altri e precedono questa fase.

Quan­do stai pen­san­do alla tra­ma che non s’in­ca­stra e bestem­mi, devi tro­va­re un truc­co per lega­re due bloc­chi, per incric­ca­re que­sto pez­zo di tra­ma o per met­te­re in con­tat­to due per­so­nag­gi. È come ave­re una fine­stra sem­pre aper­ta, quin­di man­gi, lavo­ri, vai al cine­ma e quel­la fine­stra rima­ne aper­ta in casa tua e le fola­te di ven­to si fan­no più frequenti.
Poi quan­do tut­to si com­ple­ta arri­va il momen­to del­la pen­na, di edi­ting, di riscrit­tu­ra: la sce­na del­l’ag­gua­to all’au­to in via Vit­tor Pisa­ni è sta­ta riscrit­ta ven­ti­cin­que volte.

In quel­la sce­na per dei lun­ghi istan­ti non si capi­sce se stan­no spa­ran­do addos­so a Mon­te­ros­si e Nadia o se si trat­ta di un inci­den­te stradale.
È esat­ta­men­te quel­lo che avvie­ne quan­do ti spa­ra­no men­tre sei in mac­chi­na. Pen­si: “Che caz­zo sta suc­ce­den­do, per­ché esplo­de il lunotto?”.

Que­sta sce­na ne l’e­sem­pio più ecla­tan­te, ma l’in­te­ro roman­zo è attra­ver­sa­to da una sot­ti­le linea ros­sa che col­le­ga cine­ma e let­te­ra­tu­ra. Si ha l’im­pres­sio­ne di leg­ge­re una sce­neg­gia­tu­ra minu­zio­sa, allar­ga­ta, det­ta­glia­ta. Dai dia­lo­ghi all’ab­bi­glia­men­to, l’in­te­ro imma­gi­na­rio sem­bra cor­ri­spon­de­re più a cri­te­ri da seria­li­tà tele­vi­si­va che non a quel­li del­la pro­sa tra­di­zio­na­le. Quan­to ti ha influen­za­to l’e­le­men­to “visi­vo”?
Nei dia­lo­ghi ho inse­ri­to alme­no due com­po­nen­ti: il pri­mo è una cer­ta ten­den­za al caba­ret, e pen­so alle con­ver­sa­zio­ni fra i due kil­ler. In secon­do luo­go vole­vo con­trap­por­re a quel lin­guag­gio fasul­lo da sce­neg­gia­to tele­vi­si­vo all’i­ta­lia­na, che abbon­da nei vari Don Mat­teo e aspi­ran­ti tali, un sano rea­li­smo d’i­spi­ra­zio­ne quo­ti­dia­na: negli sce­neg­gia­ti le per­so­ne attac­ca­no con­ver­sa­zio­ne con espres­sio­ni del tipo “Che cosa hai fat­to?”, men­tre nel mon­do rea­le, supe­ra­ta l’e­tà dei die­ci anni, le per­so­ne dico­no “Caz­zo hai fatto?”.
Sce­neg­gia­tu­ra allar­ga­ta me lo han­no det­to in mol­ti e mi va bene, però ci ten­go a sot­to­li­nea­re che non deri­va dal cine­ma, ma piut­to­sto da altri tipi di scrit­tu­ra che fre­quen­to mol­to essen­do un divo­ra­to­re del gene­re. Cre­do che Lan­sda­le o Win­slow abbia­no que­sto tipo di scrit­tu­ra scan­di­ta, rit­ma­ta, che mi fa impazzire.

I gialli svedesi hanno un’altra consistenza, dove l’investigatore si alza alle sette, si fa la doccia, va a lavoro come andasse alle Poste, legge il dossier seduto sulla sua poltrona, riflessivo come mamma l’ha fatto. I gialli americani sono tutti caffeina, mescalina, inseguimenti di trentasei ore… pisciano nella bottiglia perché stanno facendo l’appostamento. Sono farine e modalità d’impasto differenti.

La mia è un’al­tra anco­ra, più metro­po­li­ta­na, caz­zo­na mila­ne­se, ma non deri­va dal­la cine­ma­to­gra­fia. Solo che ad un cer­to pun­to ti tro­vi in que­sta situa­zio­ne: i due kil­ler devo­no par­la­re con l’av­vo­ca­to, quin­di biso­gna inven­tar­si un uffi­cio, una situa­zio­ne, una segre­ta­ria, i suoi orec­chi­ni e la sua cami­cia, un tavo­lo che vuoi fare bian­co, una fine­stra trop­po lumi­no­sa che quan­do la segre­ta­ria entra sem­bra anco­ra più figa, i due kil­ler dan­no un’oc­chia­ta, uno ammic­ca e l’al­tro se ne fre­ga. È vera­men­te come alle­sti­re un set cine­ma­to­gra­fi­co sen­za ave­re nes­su­na mac­chi­na da presa.

Il nar­ra­to­re emer­ge di fre­quen­te dal­le pagi­ne tron­can­do per alcu­ni istan­ti lo scor­re­re del tem­po inter­no. Per­ché far­lo comu­ni­ca­re con i lettori?
Que­sto sì che è un gio­chet­to deri­van­te da anni di pra­ti­ca con la sati­ra, ser­ve a crea­re com­pli­ci­tà con il let­to­re, a fon­da­re un rap­por­to di reci­pro­ca fidu­cia. Quan­do Car­lo gui­da ver­so Sama­ra­te e il nar­ra­to­re spun­ta fuo­ri per dire “Ma cosa stan­no facen­do que­sti paz­zi, per­ché non ci pen­sa­no da soli al fat­to che è una fol­lia anda­re da un kil­ler arma­ti di cul­tu­ra gene­ra­le e buo­ne inten­zio­ni”, que­sto ser­ve a disin­ne­sca­re il pote­re del­le paro­le e del­le sto­rie. Vuol dire. “Caro let­to­re, tut­to bel­lo per cari­tà, let­te­ra­tu­ra, libri, però ci stia­mo diver­ten­do alla fine, non far­ti trop­pe domande”.

Par­lia­mo di Pagina99: il quo­ti­dia­no è dura­to tren­ta­cin­que gior­ni per lascia­re poi spa­zio all’e­di­zio­ne più volu­mi­no­sa del wee­kend che resta in edi­co­la l’in­te­ra set­ti­ma­na. Che cosa è man­ca­to al quo­ti­dia­no per affer­mar­si? Una stra­te­gia comu­ni­ca­ti­va e pro­mo­zio­na­le adeguata?
Sape­va­mo che era da paz­zi pen­sa­re di affer­mar­si con un quo­ti­dia­no car­ta­ceo che chiu­des­se alle set­te di sera in que­sto momen­to sto­ri­co. Abbia­mo pen­sa­to che nel caso peg­gio­re – quel­lo veri­fi­ca­to­si – il quo­ti­dia­no avreb­be fat­to da trai­no, da caval­lo di Tro­ia den­tro le edi­co­le per il set­ti­ma­na­le, il vero inve­sti­men­to del­l’in­te­ro pro­get­to Pagina99. Il set­ti­ma­na­le è fat­to mol­to bene, con otti­me fir­me e soprat­tut­to un’ot­ti­ma scel­ta dei con­te­nu­ti. Il suo mag­gior pre­gio è riu­sci­re a vede­re da un’an­go­la­zio­ne mai scon­ta­ta i fat­ti di cui par­la­no gli altri, oppu­re apri­re ogni set­ti­ma­na con due o tre inchie­ste ori­gi­na­li. L’in­chie­sta su Eata­ly, i pri­mi in Ita­lia a par­la­re di Piket­ty, inchie­ste sul­la spe­sa in arma­men­ti e mol­te altre.

Visto il tuo pas­sa­to al mani­fe­sto riu­sci­re­sti a defi­ni­re Pagina99 una testa­ta militante?
Dipen­de da quan­to sti­rac­chia­mo il con­cet­to di mili­tan­za: al mani­fe­sto c’e­ra un ade­sio­ne ideo­lo­gi­ca mol­to pre­ci­sa, non a caso c’è scrit­to “quo­ti­dia­no comu­ni­sta”, che può esse­re anche una scel­ta ana­cro­ni­sti­ca ma quan­to meno è una net­ta pre­sa di posi­zio­ne sul mondo.
Poi esi­ste quel­la che defi­ni­rei una “mili­tan­za del­l’in­tel­li­gen­za” sen­za neces­sa­ria­men­te ade­ri­re in toto ad un tim­bro ideo­lo­gi­co. Per inci­so io non cre­do affat­to che l’i­deo­lo­gia sia supe­ra­ta o un retag­gio trop­po ingom­bran­te del Nove­cen­to, e chi dice que­sto mi sta sui coglio­ni, tut­ta­via a Pagina99 il col­let­ti­vo non può esse­re facil­men­te inca­sel­la­to. Quin­di se allar­ghia­mo il con­cet­to di mili­tan­za pos­so rispon­de­re affer­ma­ti­va­men­te, ma se lo strin­gia­mo, com’è giu­sto fare, la rispo­sta è no. Altri­men­ti tut­to ciò che ci pia­ce si tra­sfor­ma in “mili­tan­te” e a quel pun­to anche il gela­to è militante.

Cos’è l’im­par­zia­li­tà per un giornalista?
L’im­par­zia­li­tà è una puttanata.

In un’in­ter­vi­sta rila­scia­ta a Repub­bli­ca hai dichia­ra­to: “La sati­ra poli­ti­ca non cam­bia da Ari­sto­fa­ne, è un giu­di­zio in for­ma di risa­ta. Ciò che cam­bia è la sua rela­zio­ne con il pote­re”. Nel­l’I­ta­lia degli edit­ti bul­ga­ri, dei Lut­taz­zi, dei Guz­zan­ti, dei Ros­si – e in pas­sa­to anche dei Gril­lo – qual è la rela­zio­ne del­la sati­ra con il pote­re politico?
Ciò che inten­de­vo dire è che le moda­li­tà del­la sati­ra sono le stes­se da due­mi­la anni: ci sono degli sti­le­mi immor­ta­li come il para­dos­so, la cari­ca­tu­ra, il rove­scia­men­to del­la real­tà. Sono figu­re reto­ri­che che l’au­to­re sati­ri­co pren­de e appli­ca di con­ti­nuo nel pro­prio lavoro.

Ciò che è complesso e che rappresenta la missione della satira è la “lontananza”: se tu sei nel centro di Parigi, la città non la vedi; su google maps invece Parigi la vedi nella sua interezza. Quindi la satira per cogliere l’assurdo che c’è nella realtà, il ridicolo, il nonsense, deve stare in alto a una distanza di sicurezza dal proprio oggetto.

Que­sto può esse­re un atteg­gia­men­to arro­gan­te per­ché noi sia­mo in tre in una stan­zet­ta a dare del­lo stron­zo al mon­do, però è l’u­ni­co modo per far­la nobilmente.
Il vignet­ti­sta che rega­la la vignet­ta al poli­ti­co sati­riz­za­to non lo pos­so sop­por­ta­re, quel­la è intel­li­gen­za con il nemi­co, è complicità.
Cuo­re era­va­mo set­te paz­zi in una reda­zio­ne, pren­de­va­mo per il culo il mon­do e die­tro que­sto atteg­gia­men­to esi­ste­va anche la brut­ta abi­tu­di­ne a con­si­de­rar­si i “buo­ni e intel­li­gen­ti” con­tro i “cat­ti­vi e stu­pi­di” dal­l’al­tra par­te del­la bar­ri­ca­ta. Solo così la puoi fare.
In Ita­lia il pro­ble­ma vero è che la sati­ra è sta­ta espul­sa dal­la tele­vi­sio­ne, a par­te Croz­za non mi vie­ne in men­te nulla.

Comun­que meno fero­ce di quel­lo che face­va un Lut­taz­zi a Saty­ri­con?
Ognu­no ha le sue par­ti­co­la­ri­tà: Croz­za fa più spet­ta­co­lo ma ti assi­cu­ro che chi si deve incaz­za­re s’incazza.
Il pro­ble­ma del­la sati­ra è che gli spa­zi di liber­tà una vol­ta con­qui­sta­ti non sono per sem­pre. Si restrin­go­no o si amplia­no nel­le varie epo­che; per­so­nal­men­te cre­do che in que­sto momen­to si stia­no restrin­gen­do, non solo per la sati­ra ma per tut­to ciò che esu­la mini­ma­men­te dal pen­sie­ro domi­nan­te, la soli­ta fuf­fa ideo­lo­gi­ca da anni: mer­ca­to, libe­ri­smo, con­cor­ren­za, meritocrazia.

Eppu­re la nostra epo­ca vie­ne spes­so acco­sta­ta alla fine del­la Pri­ma Repub­bli­ca: cri­si del siste­ma dei par­ti­ti, scan­da­li giu­di­zia­ri, crol­lo del­le ideo­lo­gie. Nel ’92 il mon­do del­la comu­ni­ca­zio­ne rispo­se con nuo­vi lin­guag­gi: Cuo­re su tut­ti ma anche in tele­vi­sio­ne emer­se­ro nuo­ve real­tà, da Chiam­bret­ti alla Dan­di­ni fino a for­me di talk show “rivo­lu­zio­na­rie” per l’e­po­ca. Non potreb­be­ro ripro­por­si quel­le dinamiche?
Chia­ria­mo un pun­to: di sati­ra ne tro­vi quan­ta ne vuoi se pos­sie­di un com­pu­ter e apri un bro­w­ser. È una sati­ra dif­fu­sa, capil­la­re, cel­lu­la­re, dal bas­so, di pic­co­li col­let­ti­vi o sin­go­le indi­vi­dua­li­tà, alcu­ne mol­to bra­ve. Anche i gior­na­li han­no tut­ti il loro vignet­ti­sta, il loro cor­si­vi­sta, anche per­ché quan­do chiu­se Cuo­re ci fu una dia­spo­ra e ognu­no di noi andò a cer­ca­re lavo­ro in più riden­ti lidi. Quel lin­guag­gio era sta­to sdoganato.
Nel ’91 solo noi pote­va­mo inti­to­la­re “Sia­mo d’ac­cor­do su tut­to basta che non si par­li di politica”.

Quando Repubblica una mattina ha aperto con “Belzebù” riferendosi ad Andreotti, noi ci siamo guardati in faccia e i nostri occhi dicevano “Che cazzo ci stiamo fare noi?”.

Il lin­guag­gio che le gran­di fir­me di Cuo­re ave­va­no inven­ta­to era ora­mai stra­ri­pa­to, ave­va colo­niz­za­to tut­to, non solo la sati­ra. Inven­tar­ne uno nuo­vo non è un gio­co da ragaz­zi e le “rivo­lu­zio­ni” non cado­no come i Giu­bi­lei con perio­di­ci­tà regolare.
Quin­di di moti­vi per fare sati­ra non si sen­te cer­to la man­can­za, men­tre i lin­guag­gi e gli spa­zi sono caren­ti, per­ché l’e­di­to­ria è nel­la con­di­zio­ne peg­gio­re per finan­zia­re nuo­vi pro­get­ti e per­ché la tele­vi­sio­ne è for­te­men­te con­trol­la­ta dal­la poli­ti­ca. I pic­co­li spa­zi che esi­sto­no sono del­le utilitarie.

Le solu­zio­ni paven­ta­te in que­sti anni per sbloc­ca­re l’in­du­stria cul­tu­ra­le ita­lia­na van­no tut­te nel­la stes­sa dire­zio­ne: pri­va­tiz­za­zio­ne del­la Rai, abo­li­zio­ne del finan­zia­men­to pub­bli­co all’e­di­to­ria. Tu stes­so ti tro­vi nel­la con­di­zio­ne di spo­sa­re tesi con­tra­rie al tuo pensiero.
Se è per que­sto sono favo­re­vo­le anche al finan­zia­men­to pub­bli­co ai par­ti­ti, nel sen­so che mi irri­ta l’i­dea che la poli­ti­ca la pos­sa­no fare solo i miliar­da­ri. Per l’e­di­to­ria e per il cine­ma stes­so discor­so: uno Sta­to intel­li­gen­te tute­la e difen­de la pro­pria indu­stria cul­tu­ra­le, come avvie­ne in Fran­cia dove la tele­vi­sio­ne vive per­ché esi­ste un cine­ma forte.
I con­tri­bu­ti all’e­di­to­ria sono sta­ti dati per anni per­ché il tet­to pub­bli­ci­ta­rio tele­vi­si­vo è trop­po alto, gli inser­zio­ni­sti si diri­ge­va­no in mas­sa ver­so il pic­co­lo scher­mo man­dan­do gam­be per aria i giornali.
Se lo Sta­to ita­lia­no finan­zia con qual­che euro all’an­no Il muc­chio sel­vag­gio sta sem­pli­ce­men­te tute­lan­do una real­tà inte­res­san­te. Dopo di che, se arri­va il gior­na­le dei coniu­gi Mastel­la, che ven­de ven­ti copie al gior­no e si pren­de una vago­na­ta di dena­ro, il discor­so cam­bia. Se ogni poten­ta­to si fa il pro­prio gior­na­let­to in via di estin­zio­ne e suc­chia dal­la mam­mel­la pub­bli­ca cifre esor­bi­tan­ti, diven­ta dif­fi­ci­le difen­de­re il con­tri­bu­to pubblico.

La solu­zio­ne è di fio­ret­to o di mannaia?
A casa mia la solu­zio­ne sareb­be di fio­ret­to, ma con cer­ti ener­gu­me­ni arro­gan­ti fun­zio­na meglio la man­na­ia. Pur­trop­po i suoi col­pi fini­sco­no per ammaz­za­re anche real­tà come il mani­fe­sto — è dura for­ni­re una rispo­sta esaustiva.

Quel­la di scri­ve­re su testa­te che non rice­vo­no il finan­zia­men­to pub­bli­co, pri­ma Il Fat­to quo­ti­dia­no e ades­so Pagina99, è una scel­ta etico-professionale?
È una scel­ta che ades­so pos­so per­met­ter­mi: scri­ve­re su gior­na­li che al mat­ti­no leggerei.
Con Il Fat­to quo­ti­dia­no non sono sem­pre d’ac­cor­do – tutt’altro – però è sta­to un cla­mo­ro­so suc­ces­so edi­to­ria­le, for­se il più impo­nen­te degli ulti­mi quin­di­ci anni: non rice­ve il finan­zia­men­to pub­bli­co, vive di sole copie tira­te e pub­bli­ci­tà, lan­ciò la cam­pa­gna abbo­na­men­ti mesi pri­ma di usci­re; ad un cer­to pun­to devo dire “giù il cap­pel­lo”. E poi è un gior­na­le plu­ra­le, dove puoi tro­va­re la sini­stra in diver­se for­me e decli­na­zio­ni, i giu­sti­zia­li­sti, i gril­li­ni, il libe­ri­sta e mol­to altro. Se scri­vo un mio cor­si­vo si cor­re il rischio che alla pagi­na suc­ces­si­va uno sosten­ga il con­tra­rio. Va bene pur­ché ad entram­bi ven­ga garan­ti­ta pie­na libertà.

Robec­chi può per­met­ter­si di rifiu­ta­re offer­te allet­tan­ti qua­lo­ra que­ste coz­zas­se­ro con le sue idee. Un gior­na­li­sta alle pri­me armi e in cer­ca di casa­ta deve cede­re ai com­pro­mes­si o esse­re coe­ren­te con se stesso?
Il pre­sup­po­sto è sba­glia­to: io non fac­cio il puro gior­na­li­sta, ma l’opinionista.
Intan­to vi dif­fi­do dal­l’a­scol­ta­re la veri­tà rive­la­ta dei vec­chi che inse­gna­no ai gio­va­ni che caz­zo fare del­le pro­prie vite. Cer­ta­men­te non è il momen­to sto­ri­co in cui met­ter­si a fare il gior­na­li­sta equi­va­le a vin­ce­re alla lot­te­ria Ita­lia: l’e­di­to­ria ha ben più di un pie­de nel­la fossa.
Il secon­do pro­ble­ma è che trop­pi ragaz­zi voglio­no scri­ve­re il cor­si­vo e que­sto, mi dispia­ce, è sba­glia­to. È l’ul­ti­ma cosa a cui dove­te aspi­ra­re: pri­ma tren­ta righe di cro­na­ca, poi cin­quan­ta basa­te su cin­que lan­ci di agen­zia per la stes­sa noti­zia. La cro­na­ca è dif­fi­ci­le, scri­ve­re un pez­zo che sta in pie­di, coe­ren­te, con un buon attac­co che invo­gli il let­to­re a pro­se­gui­re, che con­ten­ga tut­te le noti­zie – que­sto è il mestiere.

Dopo un bel numero di ore di volo allora si comincia con la recensione, il pezzo di critica, il corsivo. Non si entra a bordo del cavallo bianco dalla porta principale, si entra dal retro e si lavano i piatti, le padelle, il forno e poi si diventa chef.

La respon­sa­bi­li­tà è anche del­la mia gene­ra­zio­ne: a dician­no­ve anni a L’U­ni­tà i capo­re­dat­to­ri mi man­da­va­no la con­fe­ren­za stam­pa dei Cara­bi­nie­ri per l’ar­re­sto di due truf­fa­to­ri da quat­tro sol­di. Scri­ve­vo il pez­zo e non anda­va bene, maga­ri dodi­ci vol­te, fino a quan­do non ave­vo imparato.
Tul­lio Peri­co­li, un mae­stro del­la pit­tu­ra in Ita­lia, a ven­t’an­ni cito­fo­nò a Zavat­ti­ni a Roma per mostrar­gli i suoi dise­gni e Zavat­ti­ni lo inco­rag­giò a con­ti­nua­re, for­nen­do­gli anche dei con­tat­ti. Temo che se acca­des­se oggi, Peri­co­li ver­reb­be man­da­to a caga­re in qua­li­tà di ragaz­zi­no rom­pi­co­glio­ni. Sen­za fare trop­pa reto­ri­ca sul­l’in­chio­stro e le rota­ti­ve, il gior­na­li­smo che han­no inse­gna­to a noi era una for­ma di arti­gia­na­to, men­tre ades­so si pen­sa che basti una lau­rea in Scien­ze del­la comu­ni­ca­zio­ne — nul­la di più sba­glia­to. Tan­t’è vero che tut­ti que­sti scien­zia­ti del­la comu­ni­ca­zio­ne, espul­si dagli ate­nei con 110 e lode, esplo­do­no non appe­na gli dai ven­ti righe di cronaca.

L’e­sta­te scor­sa hai aper­to un pez­zo con la cita­zio­ne “La nostal­gia non è più quel­la d’un tem­po”. Sei un nostalgico?
La nostal­gia non è più quel­la d’un tem­po è il tito­lo del mera­vi­glio­so libro-auto­bio­gra­fia di Simo­ne Signoret.
Nostal­gia non è la paro­la esat­ta, nel sen­so che ades­so vivo qua e non nei Set­tan­ta, quin­di me ne farò una ragio­ne. Cre­do però che spes­so ciò che vie­ne con­trab­ban­da­to per nuo­vo, novi­tà, inno­va­zio­ne, in real­tà puz­zi di vec­chio mar­ciu­me più del resto.
Quan­do sen­to alcu­ne paro­le come “ideo­lo­gia” trat­ta­te alla stre­gua di una bestem­mia allo­ra per­ce­pi­sco un’as­sen­za di rispet­to che pri­ma esi­ste­va: esse­re ideo­lo­gi­co signi­fi­ca aver ordi­na­to le pro­prie idee in un siste­ma filo­so­fi­co, mora­le e cul­tu­ra­le che ti per­met­te di ave­re dei pun­ti di rife­ri­men­to. Non signi­fi­ca inva­de­re la Polo­nia o ammaz­za­re i kulaki.
Aggiun­go che l’as­sen­za di ideo­lo­gia è ciò che ha por­ta­to a con­si­de­ra­re alcu­ne lot­te odier­ne di tipo gene­ra­zio­na­le inve­ce che di clas­se, come fa Nadia nel roman­zo: la gene­ra­zio­ne dei padri inve­ce è quel­la che ha man­da­to a scuo­la i figli, ha com­pra­to da man­gia­re, i vesti­ti, le scar­pe fighet­te quin­di smet­tia­mo­la con le cialtronate.

L’obiettivo di una lotta politica deve essere quello di ricucire e chiudere quella forbice che da trent’anni si apre inesorabilmente, non la guerra fra poveri per accaparrarsi le briciole. Quando vedo i giovanotti alla Leopolda, tutti laureati e con il master a Londra, che dicono “Mio padre mi ha rubato il futuro”, io li prenderei a cazzotti perché il padre è quello che gli ha pagato il master allo stronzetto.

Quin­di mi irri­to mol­to a vede­re il vec­chio pro­pa­gan­da­to per nuovo.

Anche se a far­lo è qual­che sati­ri­sta pre­sta­to ad altri mondi?
Cer­to, sen­za distin­zio­ne di ses­so, raz­za, reli­gio­ne o lin­gua. I coglio­ni sono coglio­ni ovunque.

Fran­ce­sco Floris
@Frafloris

Foto di Lau­ra Anto­nel­la Carli
@LauraACarli

Leg­gi la recen­sio­ne di Que­sta non è una can­zo­ne d’a­mo­re.

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Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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