Quelli di Grock
Una proposta di come dovrebbe essere il mondo

Il Tea­tro Val­le di Roma ha recen­te­men­te festeg­gia­to i tre anni di occu­pa­zio­ne, nata per rida­re vita ad una strut­tu­ra addor­men­ta­ta e pron­ta alla chiu­su­ra. Oggi non solo con­ti­nua ad ave­re una pro­gram­ma­zio­ne, ma  è diven­ta­to sim­bo­lo di impe­gno socia­le (come mol­ti altri tea­tri nel­la nostra peni­so­la e altrove).
C’è da chie­der­si, però, se oltre l’im­pe­gno e del­la pro­te­sta — neces­si­tà socia­li indi­scu­ti­bi­li — il tea­tro in sé, come for­ma d’arte o di intrat­te­ni­men­to, oggi abbia anco­ra sen­so. Gli ingag­gi sono pochi, così come gli spet­ta­to­ri, i tea­tri con­ti­nua­no a chiu­de­re, a tra­sfor­mar­si in altro…quindi razio­nal­men­te la rispo­sta a que­sto inter­ro­ga­ti­vo dovreb­be esse­re negativa.
Tut­ta­via, nel­la sto­ria del tea­tro sono sta­te poche le cau­se e le moti­va­zio­ni con una fon­te ragio­ne­vo­le alle spal­le: sce­glie­re di reci­ta­re, diri­ge­re, pre­sta­re atten­zio­ni alle luci, alle sce­no­gra­fie, a costu­mi e masche­re non ha mai dato né rice­vu­to cer­tez­ze — in com­pen­so, ha sem­pre susci­ta­to un gran­de fascino.
A tut­to que­sto rea­gi­sco­no quel­li che anco­ra oggi deci­do­no di iscri­ver­si a una scuo­la di tea­tro, ad un’accademia o a cor­si di que­sta natura.

Fra le alter­na­ti­ve che il pano­ra­ma mila­ne­se pro­po­ne, una del­le più affer­ma­te è la com­pa­gnia e scuo­la tea­tra­le Quel­li di Grock, nata nel 1974 da un nucleo di ex allie­vi del Pic­co­lo — Mau­ri­zio Nichet­ti, Osval­do Sal­vi, Gior­gio Gero Cal­da­rel­li e Jolan­da Cap­pi — ed ispi­ra­ta al clo­wn sviz­ze­ro Char­les Adrien Wet­tach, noto come Grock.
La com­pa­gnia oggi è diret­ta da Vale­ria Caval­li, Clau­dio Intro­pi­do e Susan­na Bac­ca­ri e lega­ta al Tea­tro Leo­nar­do, acqui­si­to nel 2009 ed assun­to a vero e pro­prio luo­go di espres­sio­ne per gli atto­ri di Grock e le com­pa­gnie ospi­ta­te nel cor­so degli anni.

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Situa­ta in via Ema­nue­le Muzio, la scuo­la pro­po­ne offer­te for­ma­ti­ve diver­se, dai cor­si per i più gio­va­ni ai work­shop aper­ti ai pro­fes­sio­ni­sti, al qua­drien­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te. Quest’ultimo in par­ti­co­la­re, coin­vol­ge ogni anno cir­ca 130 nuo­vi aspi­ran­ti atto­ri che, a dif­fe­ren­za di mol­te altre acca­de­mie, non ven­go­no sot­to­po­sti ad alcun pro­vi­no ini­zia­le, né vie­ne pre­clu­sa loro la fre­quen­za di qual­si­vo­glia facol­tà uni­ver­si­ta­ria, ulte­rio­ri acca­de­mie o impie­ghi lavo­ra­ti­vi paral­le­li. I neoal­lie­vi ven­go­no imme­dia­ta­men­te sud­di­vi­si in quat­tro clas­si, ognu­na diret­ta da un diver­so inse­gnan­te: l’idea è offri­re una linea di for­ma­zio­ne uni­ta­ria ma dal­le sfu­ma­tu­re dif­fe­ren­ti, a secon­da del­le incli­na­zio­ni e dell’esperienza dell’insegnante. Vi è chi ha la mano più seve­ra, chi trat­ta gli allie­vi come figli, chi si occu­pa più dell’arte, chi del­la tec­ni­ca, chi del­la voce. Sin dal pri­mo anno però il lavo­ro è evi­den­te­men­te indi­riz­za­to alla pre­sa di coscien­za del pro­prio cor­po e degli spa­zi, con movi­men­ti tipi­ci che gli allie­vi con­di­vi­do­no — come “La sci­vo­la­ta alla Grock” o “Le cor­se sui muri”, trat­ti che da sem­pre carat­te­riz­za­no la pre­pa­ra­zio­ne e l’espressione degli atto­ri di Grock, gra­zie anche alle radi­ci del­la com­pa­gnia, lega­te al mimo e alla clowneria.

Le lezio­ni del pri­mo anno richie­do­no 4 ore a set­ti­ma­na, ma in real­tà si dupli­ca­no se ven­go­no som­ma­te quel­le di eser­ci­zio indi­vi­dua­le o di grup­po. Gene­ral­men­te si basa­no su improv­vi­sa­zio­ne, ricer­ca del per­so­nag­gio e tec­ni­che di tea­tro gestua­le, poi espres­se nel­le pro­ve aper­te di metà anno e nei pri­mi mesi esti­vi duran­te il sag­gio fina­le, por­ta­to in sce­na al Tea­tro Leonardo.
Solo in segui­to avven­go­no le pri­me sele­zio­ni, che per­met­to­no a qua­ran­ta­cin­que stu­den­ti di acce­de­re al secon­do anno. Que­sti ven­go­no valu­ta­ti tra­mi­te un mono­lo­go d’autore a scel­ta, di cir­ca tre minu­ti, oltre che tenen­do con­to del­le con­si­de­ra­zio­ni for­mu­la­te dagli inse­gna­ti duran­te l’anno di frequenza.

quelli di grock PicMonkey Collage

I qua­ran­ta­cin­que ammes­si al secon­do anno sono di nuo­vo ripar­ti­ti in quat­tro clas­si, in modo che cam­bi­no com­pa­gni di sce­na e inse­gnan­ti, per­ché non si abi­tui­no ad un meto­do uni­co e svi­lup­pi­no com­pli­ci­tà e rela­zio­ni con più per­so­na­li­tà. Insie­me affron­ta­no un per­cor­so più spe­ci­fi­co; l’impegno richie­sto, anche in ter­mi­ni di tem­po dona­to alle lezio­ni (sei ore), alle pro­ve, agli eser­ci­zi, aumen­ta in modo espo­nen­zia­le. Inol­tre cre­sce il lavo­ro sul per­so­nag­gio, accom­pa­gna­to da un pri­mo approc­cio con il mono­lo­go, lo stu­dio del­le sce­ne, l’a­na­li­si del testo e le lezio­ni inter­di­sci­pli­na­ri di dan­za contemporanea.
Paral­le­la­men­te gli allie­vi ven­go­no invi­ta­ti a svi­lup­pa­re una capa­ci­tà cri­ti­ca, un’autonomia nel­le scel­te, nel­la pre­pa­ra­zio­ne di sé e dei pro­pri per­so­nag­gi, sono spin­ti a diven­ta­re regi­sti di se stessi.
Anche il secon­do anno por­ta gli allie­vi alla pro­du­zio­ne di una pro­va aper­ta di 10–15 minu­ti e ad un sag­gio fina­le con due gior­na­te di repli­che. Spes­so gli inse­gnan­ti chie­do­no di pro­por­re una sce­neg­gia­tu­ra, un auto­re, un tema — facen­do sì che il pro­prio ruo­lo pas­si da docen­te a mae­stro, per­ché le capa­ci­tà di ogni allie­vo pos­sa­no pren­de­re piede.

Il pas­sag­gio al ter­zo anno è di nuo­vo sbar­ra­to da un pro­vi­no com­po­sto da un mono­lo­go di tre minu­ti e da un dia­lo­go di cin­que, con la pos­si­bi­li­tà che gli inse­gnan­ti richie­da­no un’improvvisazione cor­po­ra­le su musica.
I sele­zio­na­ti per il ter­zo anno sono ven­tot­to, divi­si in due grup­pi per i qua­li la strut­tu­ra di via Ema­nue­le Muzio smet­te di esse­re scuo­la per diven­ta­re acca­de­mia e casa. I com­pa­gni si fan­no un po’ fra­tel­li, un po’ riva­li; il fasci­no del tea­tro si con­cre­tiz­za in atti, tec­ni­che, voci; la pas­sio­ne per il pal­co­sce­ni­co vie­ne ricam­bia­ta o rovi­no­sa­men­te delusa.

È l’anno del giudizio, di sé e degli altri, dove pochi sono ancora lì per gioco e si fatica ad immaginare una vita lontana da quella.

L’anno è sud­di­vi­so in 3 uni­tà dall’ordine inver­so per i due diver­si grup­pi, di cui una di tea­tro dan­za il cui risul­ta­to è mes­so in luce nel­la pro­va aper­ta di metà anno. Le altre due metà inve­ce si con­clu­do­no con uno spet­ta­co­lo in più repli­che, aper­to al pub­bli­co, rea­liz­za­to all’interno di una del­le aule del­la scuola.
Una di que­ste due par­ti dell’anno coin­ci­de con l’approfondimento del­la figu­ra dell’autore e l’approccio ad una sce­neg­gia­tu­ra, ana­liz­za­ta nei suoi det­ta­gli più sot­ti­li e indiscreti.
L’ultima sud­di­vi­sio­ne, inve­ce, pre­ve­de la sco­per­ta dell’autore: si trat­ta di un perio­do in cui gli allie­vi si cimen­ta­no nel­la scrit­tu­ra del testo che por­te­ran­no in sce­na e nell’ideazione di costu­mi, sce­no­gra­fia, per­so­nag­gi e musi­che. La pre­sen­za degli inse­gnan­ti divie­ne sem­pre più limi­ta­ta, aumen­ta­no le ore che gli allie­vi tra­scor­ro­no in auto­ge­stio­ne e gli effet­ti di que­sto lavo­ro alla pari fan­no par­te del pro­get­to finale.

Ad otto­bre gli allie­vi ven­go­no sot­to­po­sti alla sele­zio­ne per il quar­to e ulti­mo anno, in cui la clas­se è uni­ca e com­po­sta da soli sei allie­vi, che fre­quen­te­ran­no gra­tui­ta­men­te le lezio­ni e alla fine del per­cor­so rice­ve­ran­no un diplo­ma dal peso non indif­fe­ren­te. A que­st’ul­ti­ma sele­zio­ne gli stu­den­ti si devo­no pre­sen­ta­re con un mono­lo­go di die­ci minu­ti scrit­to e alle­sti­to di pro­prio pugno, ispi­ra­to ogni anno ad un auto­re diver­so, rive­la­to nei pri­mi gior­ni di luglio. Dovran­no inol­tre pre­pa­ra­re una sce­na con un mini­mo di tre per­so­nag­gi, sce­no­gra­fia, musi­che e costumi.

Non è più solo l’attore ad essere valutato, ma anche l’autore, il regista, tutto ciò in cui l’allievo si è trasformato dopo tre anni di apprendistato e tutto il potenziale che dimostra di avere.

L’ultimo anno è incen­tra­to, oltre che sull’approfondimento del­le mate­rie appre­se in pre­ce­den­za, sul­la crea­zio­ne di un pro­get­to tea­tra­le da inse­ri­re nel calen­da­rio di spet­ta­co­li del Tea­tro Leo­nar­do dell’anno successivo.
Si trat­ta di uno spet­ta­co­lo com­ple­ta­men­te rea­liz­za­to ed alle­sti­to dai sei allie­vi, dal­la sce­neg­gia­tu­ra alle luci.
Ciò che la scuo­la si pro­po­ne è crea­re atto­ri che sia­no pron­ti al lavo­ro dell’attore tea­tra­le, che non dà sod­di­sfa­zio­ni imme­dia­te (e a vol­te non e dà pro­prio), per cui si vivo­no gior­na­te con­se­gnan­do cur­ri­cu­lum o lavo­ran­do in un nego­ziet­to, in atte­sa di una qual­sia­si chia­ma­ta. In cui si fan­no pub­bli­ci­tà e work­shop, una com­par­sa­ta, un ruo­lo impor­tan­te, si otten­go­no pre­mi e critiche.
Vero e pro­prio sim­bo­lo di pre­ca­ria­to, già dal­la sua ori­gi­ne ma ora più che mai.
Eppu­re, quel­la pas­sio­ne, quel bri­vi­do che coglie nel momen­to in cui si esce dal­le quin­te, non esi­ste altro­ve. Il ban­co di pro­va è pro­prio il pal­co­sce­ni­co, dove l’attore pro­va a tra­smet­te­re un poco di tut­ta quel­l’e­mo­zio­ne allo spettatore.

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Non si trat­ta di un per­cor­so sem­pli­ce, alcu­ni abban­do­na­no alle soglie del pri­mo anno, altri smet­to­no di fre­quen­ta­re più in là o non si pre­sen­ta­no alle selezioni.
Il tem­po, l’im­pe­gno, la pas­sio­ne, l’as­sen­za di pru­den­za o pau­ra richie­sti por­ta­no a rinun­cia­re a mol­to e a sen­ti­re il peso del­la rinun­cia solo più in là — quan­do l’adrenalina scen­de e la quo­ti­dia­ni­tà divie­ne quel­la di chiun­que altro, di chi non sa cosa sia il tea­tro o quel modo di fare teatro.

For­se è que­sta la vera dif­fi­col­tà: tor­na­re poi alla pro­pria vita di sem­pre. Infat­ti mol­ti non ci tor­na­no, alme­no non total­men­te; ten­ta­no inve­ce  di uni­re le cose o deci­do­no di segui­re solo il tea­tro — così che il tea­tro non esca più dal­la loro vita ma diven­ti, come ripe­to­no spes­so gli inse­gnan­ti di Grock, una pro­po­sta di come il mon­do dovreb­be essere.

Giu­lia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Giulia Pacchiarini
Ragaz­za. Frut­to di scel­te sco­la­sti­che poco azzec­ca­te e tem­po libe­ro ben impie­ga­to ascol­tan­do per­so­ne a bor­do di mez­zi di tra­spor­to alternativi.
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Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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