Scuola che vieni, scuola che vai

Cos’è cam­bia­to nel siste­ma sco­la­sti­co nell’ultima metà di seco­lo e cosa è rima­sto ugua­le a pri­ma? Era meglio pri­ma o è meglio ora?

Per cer­ca­re di capir­lo, abbia­mo inter­vi­sta­to due pro­fes­so­ri — uno nato nel 1921, l’altro nel 1975. Par­lia­mo rispet­ti­va­men­te di Augu­sto Came­ra, ex pro­fes­so­re di sto­ria e filo­so­fia e co-auto­re del manua­le Ele­men­ti di sto­ria insie­me a Rena­to Fabiet­ti, e di Rug­ge­ro Cesa­na, pro­fes­so­re di let­te­re e chi­tar­ri­sta. Quest’ultimo, al liceo, ha stu­dia­to sul manua­le di cui sopra, e ha affer­ma­to che gli “fa mol­to ono­re sta­re a fian­co del prof. Camera”.
Ho posto loro le stes­se doman­de, e rin­gra­zio entram­bi per la disponibilità.

Come e quan­do è ini­zia­ta la sua car­rie­ra di professore?
Augu­sto Came­ra 
Nel 1948, in un liceo clas­si­co pri­va­to. Nel­l’an­no stes­so in cui mi sono lau­rea­to, con quat­tro anni di ritar­do per­ché ero sta­to coin­vol­to nel­la guer­ra, pri­ma come alpi­no nel­l’e­ser­ci­to rego­la­re e poi nel­la Resistenza.

Rug­ge­ro Cesa­na Comin­ciai a pen­sa­re che mi sareb­be pia­ciu­to fare il pro­fes­so­re di let­te­re in pri­ma liceo, influen­za­to da un for­mi­da­bi­le docen­te di 28 anni che sedus­se un po’ tut­ta la clas­se. Arri­va­to in quin­ta, quel­l’i­dea sta­va anco­ra in un can­tuc­cio del­la mia testa e mi iscris­si a Let­te­re con l’e­spres­so pro­po­si­to di diven­ta­re un inse­gnan­te di liceo, nono­stan­te tut­ti cer­cas­se­ro di dis­sua­der­mi. In effet­ti all’al­ba del 2002, quan­do mi sono lau­rea­to, era sta­ta isti­tui­ta la SSIS [ndr Scuo­la di spe­cia­liz­za­zio­ne all’in­se­gna­men­to secon­da­rio, chiu­sa defi­ni­ti­va­men­te nell’a.a. 2008/09], in poche paro­le un ulte­rio­re bien­nio di facol­tà, ma non mi die­di per vin­to: mi iscris­si, pagai le one­ro­se ret­te del cor­so, feci un tiro­ci­nio alla scuo­la media e uno al liceo. Due anni dopo, con un’a­bi­li­ta­zio­ne in mano, veni­vo chia­ma­to per la pri­ma sup­plen­za di un mese in una media: ebbi la cer­tez­za che quel­lo fos­se il mestie­re per me.

GTO PicMonkey Collage

Ci sono sta­ti dei cam­bia­men­ti nel siste­ma sco­la­sti­co nel cor­so del­la sua carriera?
A.C.
Duran­te i miei tren­t’an­ni di pro­fes­sio­ne, la scuo­la ha subi­to il trau­ma gene­ra­to dal­la richie­sta di una sco­la­riz­za­zio­ne di mas­sa. Alcu­ni inse­gnan­ti, me com­pre­so, han­no cre­du­to pos­si­bi­le rispon­de­re alla nuo­va e con­fu­sa richie­sta di cul­tu­ra con ini­zia­ti­ve che andas­se­ro oltre gli obbli­ghi impo­sti dai pro­gram­mi. Senon­ché il pro­ble­ma era di dimen­sio­ni tali che anda­va­no oltre le pos­si­bi­li­tà indi­vi­dua­li e avreb­be­ro richie­sto un mas­sic­cio inter­ven­to politico.

R.C. Fon­da­men­tal­men­te è suc­ces­sa una cosa, che si chia­ma “Rifor­ma Gel­mi­ni” e che in pra­ti­ca non è una rifor­ma ma un rior­di­no dei licei — un dra­sti­co taglio del­le risor­se stan­zia­te sul­l’i­stru­zio­ne pub­bli­ca, fat­to in modo scri­te­ria­to e diret­ta­men­te sul­la didat­ti­ca. Più con­cre­ta­men­te, nel liceo dove inse­gno ―un liceo del­le scien­ze uma­ne― un tem­po le pri­me face­va­no 35 ore alla set­ti­ma­na, ora ne fan­no 27. Stes­sa cosa al lin­gui­sti­co: scuo­le che trar­reb­be­ro gran­de pro­fit­to da una didat­ti­ca labo­ra­to­ria­le, sono sta­te con­dan­na­te ad un taglio squi­si­ta­men­te teo­ri­co. Mi spie­go anco­ra meglio: in una quar­ta liceo lin­gui­sti­co, que­st’an­no ho dovu­to spie­ga­re dal Sei­cen­to all’i­ni­zio del Nove­cen­to in due ore set­ti­ma­na­li, pra­ti­can­do anche il meto­do CLIL, cioè l’in­se­gna­men­to in lin­gua stra­nie­ra — una fol­lia, che ti impe­di­sce di guar­da­re un film coi ragaz­zi, per esem­pio, o impo­sta­re un labo­ra­to­rio di simu­la­zio­ne sto­ri­ca, dram­ma­tiz­za­zio­ne, appro­fon­di­men­to cri­ti­co, tut­te cose che oggi sareb­be­ro più uti­li che mai.

A cosa cre­de che sia­no dovu­ti tali cam­bia­men­ti? Pro­ven­go­no solo “dall’alto”, o dipen­do­no da una gene­ra­le tra­sfor­ma­zio­ne del­la men­ta­li­tà, soprat­tut­to dei gio­va­ni, i qua­li non rie­sco­no più a con­si­de­ra­re l’istruzione come un privilegio?
A.C.
Non so se sia vero che la gene­ra­li­tà dei gio­va­ni non sia inte­res­sa­ta alla cul­tu­ra. I cam­bia­men­ti sono sta­ti cau­sa­ti dal­la richie­sta di sco­la­riz­za­zio­ne di mas­sa di cui pri­ma e quin­di dai tumul­ti ses­san­tot­te­schi. Pos­so dire che, alme­no nei licei di cui ho avu­to espe­rien­za diret­ta, que­sti tumul­ti sono ser­vi­ti piut­to­sto a distrug­ge­re la vec­chia impo­sta­zio­ne che a fon­dar­ne una nuo­va. Per esem­pio: il lati­no e il gre­co sono anda­ti in cri­si, ma non per que­sto han­no otte­nu­to mag­gio­re spa­zio lo stu­dio di alme­no una lin­gua stra­nie­ra o la cul­tu­ra scientifica.

R.C. Affin­ché la scuo­la costi­tui­sca un’oc­ca­sio­ne real­men­te for­ma­ti­va per i nostri gio­va­ni ser­vo­no assun­zio­ni di pro­fes­sio­ni­sti fre­schi, maga­ri nei ven­t’an­ni, oltre a edi­fi­ci non solo sicu­ri e deco­ro­si, ma anche bel­li e stimolanti.

I giovani con cui tratto queste cose le capiscono più che bene: ne consegue che la maggior parte di loro ha la sensazione che la classe dirigente non stia investendo un euro su di loro, e per gli ultimi 15–20 anni è stato vero.

Per far fun­zio­na­re la scuo­la ser­vo­no sol­di pri­ma di tut­to; come può una scuo­la costi­tui­re anche un’oc­ca­sio­ne di riscat­to socia­le per tut­ti, se man­ca­no i docen­ti di soste­gno, gli edu­ca­to­ri comu­na­li, se un docen­te deve bada­re alla clas­se e allo stu­den­te down che non sta sedu­to nel ban­co? In que­sto modo un ragaz­zi­no bra­vo va avan­ti, quel­lo sfi­ga­to resta sfi­ga­to, il down un pro­ble­ma per tut­ti — men­tre la leg­ge sul­l’in­te­gra­zio­ne sco­la­sti­ca del 1977 dice cose mol­to diver­se. Arri­va un pun­to in cui il (mal)governo infran­ge le sue stes­se leg­gi. Quin­di, sì, pen­so che que­sti cam­bia­men­ti sia­no sta­ti pro­vo­ca­ti dal­le scel­te ai pia­ni alti.

La “rivo­lu­zio­ne tec­no­lo­gi­ca” ha col­pi­to anche le scuo­le. Ne è un soste­ni­to­re o pre­fe­ri­va la cara vec­chia carta?
A.C.
La “car­ta” è inso­sti­tui­bi­le, ma i nuo­vi mez­zi pos­so­no esse­re mol­to uti­li, se ben usati.

R.C. Non cre­do che sia neces­sa­rio sce­glie­re: mi pia­ce la vec­chia car­ta, mi pia­ce la tec­no­lo­gia. Gli stes­si gio­va­ni sono mol­to sedot­ti dai vec­chi libri, mol­ti di loro sono avver­si ai libri elet­tro­ni­ci: è bene dosa­re entram­be le dimen­sio­ni, fer­mo restan­do che la tec­no­lo­gia oggi per­met­te di fare cose bel­lis­si­me — scam­bia­re infor­ma­zio­ni e mate­ria­li di ogni tipo, dare un suo­no e un vol­to alle cose che si spie­ga­no in clas­se, pro­por­re ai ragaz­zi mil­le vie di approfondimento…

Come defi­ni­reb­be il suo meto­do di insegnamento?
A.C.
Io ho cer­ca­to di spie­ga­re agli allie­vi qua­le era sta­to il mio iti­ne­ra­rio cul­tu­ra­le, tenen­do con­to del­le loro esi­gen­ze e cer­can­do di susci­ta­re la loro curio­si­tà per oriz­zon­ti che andas­se­ro oltre la scuola.

Per insegnare bisogna crederci, e io ci ho creduto.

R.C. Infor­ma­le. Pro­prio per­ché oggi l’in­se­gnan­te è un tra­mi­te tra lo stu­den­te e una rete infi­ni­ta di infor­ma­zio­ni. Ai miei tem­pi, il pro­fes­so­re di filo­so­fia e il libro era­no per me il ter­mi­na­le del­la cono­scen­za del­la filo­so­fia. Ho stu­den­ti, oggi, che cer­ca­no su Wiki­pe­dia quel­lo che io spie­go, già in clas­se. Alcu­ni col­le­ghi se la pren­do­no a male, io pen­so che sia un modo intel­li­gen­te di segui­re un discor­so: lo fan­no nel­le aule uni­ver­si­ta­rie, lo fac­cio anch’io ai cor­si di aggiornamento.

Il docente non è credibile se si pone come arcigno possessore esclusivo della conoscenza.

Cam­bian­do argo­men­to, il “Came­ra-Fabiet­ti” è sta­to mol­to cri­ti­ca­to da alcu­ni mem­bri del­la destra ita­lia­na per la sua faziosità.
Prof. Came­ra, qual è sta­ta la sua rispo­sta a tale critica?
A.C.
Sen­za dub­bio la mia “ogget­ti­vi­tà” era sem­pli­ce­men­te la mia one­stà men­ta­le. La pre­te­sa del­l’og­get­ti­vi­tà asso­lu­ta è sem­pli­ce­men­te un non sen­so. Sem­pre, ma soprat­tut­to nel­la Sto­ria. Non esi­ste cono­scen­za che non pro­ce­da da un pun­to di vista.

Prof. Cesa­na, lei che ci ha stu­dia­to, cosa ne pensa?
R.C.
Non ho mai col­to un’im­po­sta­zio­ne fazio­sa, anche se ho stu­dia­to a 14 e 15 anni su quel libro. Ad ogni buon con­to, cre­do che la pole­mi­ca sui manua­li di sini­stra sia mol­to ipo­cri­ta e anco­ra fer­ma ad una dan­no­sis­si­ma atmo­sfe­ra da guer­ra civi­le: buo­na par­te del­la clas­se poli­ti­ca (e io direi soprat­tut­to quel­la di destra) non rie­sce a fare pro­pri dei valo­ri civi­li supe­rio­ri e comu­ni, che por­te­reb­be­ro a con­si­de­ra­re un libro sul­la base del­la vali­di­tà del­la ricer­ca. Insom­ma un libro è buo­no o meno buo­no, non di destra o di sinistra.

***

Se quin­di nel Ses­san­tot­to i disor­di­ni stu­den­te­schi, nel ten­ta­ti­vo di cam­bia­re in meglio la scuo­la, la  dan­neg­gia­ro­no, e solo un mas­sic­cio inter­ven­to poli­ti­co avreb­be potu­to risol­ve­re (o ten­ta­re di risol­ve­re) il pro­ble­ma, oggi ―al con­tra­rio― è la poli­ti­ca stes­sa ad aver dan­neg­gia­to la scuo­la, nel ten­ta­ti­vo di migliorarla.

Per quan­to riguar­da la cri­ti­ca di fazio­si­tà, Augu­sto Came­ra scris­se cir­ca sei pagi­ne di rispo­sta ai fasci­sti nel­le qua­li spie­ga­va che «L’educazione deve pro­por­re idea­li e valo­ri pre­ci­si e ben deli­nea­ti, e la liber­tà dell’allievo non è rispet­ta­ta dall’insegnante che non cre­da in nul­la, ma solo da chi – for­te­men­te cre­den­do – non pre­ten­da però di impor­re la veri­tà di cui vive. Pro­muo­ve­re “l’integrazione nei libri di Sto­ria dei fat­ti che non ci sono”, è un’espressione pri­va di sen­so, in quan­to i fat­ti che non ci sono nei libri di Sto­ria (…) sono ovvia­men­te infiniti».

Ma devo fer­mar­mi qui, o cor­re­rei il rischio di anda­re fuo­ri tema — e que­sto ai pro­fes­so­ri di ogni epo­ca non è mai piaciuto.

Ila­ria Guidi
@ilovemingus

Con­di­vi­di:
Ilaria Guidi

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.