Del: 10 Luglio 2014 Di: Giulia Pacchiarini Commenti: 0

La prima volta che il Bacillus anthracis e l’infezione di cui è portatore, l’antrace, fece davvero paura fu una settimana esatta dopo il 11 settembre 2001, mentre ancora si cercavano superstiti agli attentati delle Twin Towers.
Il 18 settembre vennero consegnate alcune buste, contenenti spore di antrace, presso gli uffici di diverse testate giornalistiche e nelle caselle postali di due senatori democratici. L’attacco, denominato poi Amerithrax, portò alla morte di cinque persone e all’infezione di altre 17 e fu, secondo l’FBI “uno dei casi più grandi e complessi nella storia delle forze dell’ordine”, soprattutto a causa del clima di terrore diffuso in quei giorni e nei mesi che seguirono.
Dell’attacco venne accusato Bruce Edwards Ivins, morto suicida alcuni anni dopo, ma rimane ancora oggi un’accusa priva di certezze inoppugnabili.

antrace-perugia

Da quel Settembre l’Antrace è stata considerata ufficialmente un’arma biologica dalla pericolosità non indifferente, sia per la triplice forma – cutanea, gastroenterica e inalatoria – che per la facilità di diffusione e contagio, per l’assenza di un vaccino che non dia mutazioni del batterio, come per la necessità di cure tempestive prima che la patologia divenga letale.

L’antrace, o carbonchio — nome comune che ricorda le tipiche lesioni cutanee di cui è responsabile, scure, color carbone appunto — identificata da Robert Koch nel 1877, fu la prima patologia con cui si diede prova scientifica di un legame diretto con un batterio. Non si tratta però di un’infezione recente, ve ne sono testimonianze in molti registri medici antecedenti al 1800 e secondo altri ricercatori è responsabile di alcune epidemie nel 1600. Oggi si conoscono 89 ceppi del batterio, di cui alcuni letali, non esiste un vaccino sicuro, ma è considerata un’infezione sotto controllo.

Su uno di questi ceppi stavano lavorando — per ideare nuove possibilità di cura e prevenzione in caso di attacchi biologici — gli 84 ricercatori del Centro per il Controllo e la Prevenzione delle malattie di Atlanta (Cdc), quando lo scorso giugno hanno denunciato di essere stati esposti, per errore, ad alcuni bacilli vivi, quindi patogeni.

I campioni batteriologici, consegnati al laboratorio una settimana prima da un’altra struttura sperimentale, avrebbero dovuto essere disattivati, resi quindi innocui, ma la procedura di sicurezza è stata interrotta 24 ore prima del dovuto – 48 ore è il termine necessario – probabilmente per un errore umano. Il fatto è stato reso noto ben sette giorni dopo il trasferimento dei bacilli, sette giorni dopo il primo contatto, quando il periodo di incubazione e di profilassi, soprattutto per la forma inalatoria (dalle conseguenze spesso letali), è proprio di una settimana. Perciò l’intervento sui ricercatori è stato necessariamente massiccio e invasivo, sono stati isolati e sottoposti a cure antibiotiche, della durata di 60 giorni. Nessuno di loro ha fortunatamente mostrato segni dell’infezione, probabilmente a causa delle misure di sicurezza di base presenti all’interno dei laboratori e della parziale inattivazione del bacillo, che ne ha diminuito l’infettività.

Già precedentemente l’antrace era stato al centro di un caso analogo, quando bacilli vivi erano stati trasportati per errore da un laboratorio del Maryland ad un ospedale pediatrico in California nel 2004. Lì era intervenuto proprio Cdc che oltre a debellare la possibilità di infezione aveva stillato un codice di comportamento sicuro per il trattamento e il trasferimento dei bacilli di antrace, perché occasioni come quella non si ripetessero. Dieci anni dopo il Cdc, centro ampiamente rispettato, appare colpevole della stessa mancanza, con l’aggiunta dell’infrazione al codice elaborato dall’ente stesso.
Oltre il danno, anche il fallimento del progetto originario del Cdc — e del ruolo di controllo e prevenzione che continua ad avere, anche rispetto ad altre strutture. Oggi nei laboratori federali, accusati da più fronti di mancata gestione e formazione del personale tecnico, vengono rivisti i protocolli di sicurezza e le sperimentazioni.

Giulia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Giulia Pacchiarini
Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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