Göring’s list

Göring. Un nome cer­te vol­te può fare tan­tis­si­mo: ispi­ra­re gran­dez­za, bene­vo­len­za e vir­tù, oppu­re bas­sez­za d’animo, mal­va­gi­tà e ripudio.
Ai più, Göring suo­na come un nome che la sto­ria ha avvol­to pesan­te­men­te nel­le coper­te dell’infamia: il nume­ro due del Ter­zo Reich, coman­dan­te in capo del­la Luft­waf­fe, il ‘pez­zo più gros­so’ che gli Allea­ti sia­no riu­sci­ti a por­ta­re davan­ti alla cor­te mili­ta­re del tri­bu­na­le di Norim­ber­ga con l’accusa di cri­mi­ni di guer­ra (ben­ché abbia poi inge­ri­to una fia­la di cia­nu­ro dopo la con­dan­na all’impiccagione). Eppu­re, il Göring qui descrit­to è Her­mann, bion­do omo­ne cor­pu­len­to con gli occhi azzur­ri, nien­te di più lon­ta­no dal fra­tel­lo Albert, che è il sog­get­to del­la nostra storia.

Goring

Fisi­ca­men­te agli anti­po­di del fra­tel­lo, qua­si cal­vo già a trent’anni, pel­le oli­va­stra e fisi­co mode­sto, Albert Gün­ther Göring era più gio­va­ne di due anni; cal­mo e rifles­si­vo, sic­co­me il padre era respon­sa­bi­le colo­nia­le dell’Africa sud-occi­den­ta­le, era cre­sciu­to insie­me alla madre e ai fra­tel­li nel castel­lo di Mau­ten­dorf, di pro­prie­tà di un ari­sto­cra­ti­co ebreo di nome Rit­ter von Epen­stein, di cui si dice potes­se esse­re il figlio illeg­git­ti­mo. Il suo pro­po­si­to di vita era quel­lo di rical­ca­re il trac­cia­to da bon vivant del patri­gno e diven­ta­re un regi­sta, ma l’avvento al pote­re dei nazi­sti e la loro vio­len­za e bru­ta­li­tà spin­se­ro Albert a impe­gnar­si in pri­ma per­so­na per met­te­re in qual­che modo i basto­ni tra le ruo­te ai nazi­sti sfrut­tan­do il suo nome, tan­to da riu­sci­re ad otte­ne­re la scar­ce­ra­zio­ne del suo vec­chio capo, l’ebreo Oskar Pil­zer, e a far fug­gi­re tut­ta la sua fami­glia dal­la Germania.
Dato che il fra­tel­lo mag­gio­re Her­mann, oltre ad esse­re nume­ro due del regi­me era anche il redat­to­re dei pia­ni qua­drien­na­li (e quin­di diret­to­re in capo del­lo svi­lup­po eco­no­mi­co del Reich), Albert ven­ne nomi­na­to diret­to­re del­le espor­ta­zio­ni dal­la fab­bri­ca del­la Ško­da, e da quel­la posi­zio­ne riu­scì sia a pro­get­ta­re pic­co­li sabo­tag­gi, sia ad uti­liz­za­re la fir­ma del fra­tel­lo sui docu­men­ti di tran­si­to per per­met­te­re la fuga in Sviz­ze­ra ai dis­si­den­ti e agli ebrei indi­riz­za­ti ver­so i cam­pi di sterminio.

Col pas­sa­re del tem­po, ma soprat­tut­to con l’allontanarsi del­la vit­to­ria, il pote­re di Her­mann Göring diven­ta­va ogni gior­no più debo­le e di que­sto, con­si­de­ra­ti i mol­ti gio­chi di pote­re che avve­ni­va­no alla ‘cor­te hitle­ria­na’, desi­de­ra­va appro­fit­ta­re il più spie­ta­to di tut­ti, quell’Heinrich Himm­ler appe­na diven­ta­to capo del repar­to costi­tui­to da Göring stes­so, la Gesta­po. Con il dimi­nui­re del pote­re del fra­tel­lo mag­gio­re, Albert si tro­va­va sem­pre più espo­sto agli arti­gli del gene­ra­le Frank, capo del­le SS di Vien­na, che dal 1944 lo ave­va mes­so sot­to la sua len­te di osservazione.
Ave­va scrit­to in una richie­sta di arre­sto del 24 ago­sto invia­ta all’Alto Coman­do a Ber­li­no: “Data la sua ampia rete di rela­zio­ni con i com­par­ti­men­ti indu­stria­li, biso­gna con­si­de­ra­re la sua liber­tà di movi­men­to poli­ti­ca­men­te peri­co­lo­sa e da qui la richie­sta che ven­ga arre­sta­to dal­la Gesta­po e invia­to a Ber­li­no per esse­re inter­ro­ga­to affin­ché for­ni­sca chia­ri­men­ti a pro­po­si­to di que­sti fat­ti sospet­to­si”. Quel­la fu l’ultima vol­ta che Her­mann riu­scì a sal­va­re il fra­tel­lo, al qua­le inti­mò di tra­sfe­rir­si a Sali­sbur­go e sta­re lon­ta­no dai guai.

Il gior­no dopo la resa del­la Ger­ma­nia, Albert si con­se­gnò spon­ta­nea­men­te nel­le mani degli ame­ri­ca­ni che lo spe­di­ro­no alla pri­gio­ne di Norim­ber­ga, dove si sta­va per cele­bra­re il famo­so pro­ces­so; non pote­va cer­to imma­gi­na­re che sareb­be sta­to trat­te­nu­to là per due anni pri­ma di esse­re rila­scia­to, tan­to che nell’ultimo col­lo­quio tra Her­mann e il fra­tel­lo egli si scu­sa: “del dolo­re che stai pas­san­do per cau­sa mia”, e aggiun­ge: “sarai pre­sto libero”.
Duran­te l’interrogatorio, Albert pre­sen­tò una lista dei tren­ta­quat­tro ebrei più impor­tan­ti che ave­va sal­va­to, ma non ven­ne cre­du­to, anzi; deri­so e sbeffeggiato.

Il suo nome, che tante vite era riuscito a proteggere durante la guerra, in quel momento lo stava condannando.

Quat­tor­di­ci mesi dopo, una serie di coin­ci­den­ze for­tu­no­se avreb­be­ro cam­bia­to il desti­no di Albert: duran­te un nuo­vo inter­ro­ga­to­rio ese­gui­to dal mag­gio­re Vic­tor Par­ker, lo sguar­do di que­sti si posò sul nume­ro 15 del­la Lista, Sofi Paskys, moglie di Franz Lehár, noto com­po­si­to­re dell’epoca, che era sta­to costret­to a lascia­re la moglie ebrea per con­ti­nua­re a lavo­ra­re. Albert Göring sal­vò la moglie di Lehár e la car­rie­ra del compositore.

Nel rap­por­to fina­le dell’interrogatorio, il mag­gio­re scri­ve­va: “Il sog­get­to è sta­to arre­sta­to per­ché fra­tel­lo di Her­mann Göring. Il sog­get­to non si affi­liò mai al par­ti­to o ad altre orga­niz­za­zio­ni e anzi ven­ne rico­no­sciu­to come anti­fa­sci­sta in tut­ta la Ger­ma­nia e soprat­tut­to in Austria, dove ha risie­du­to per gli ulti­mi quin­di­ci anni. (…) Dopo l’occupazione dell’Austria, il sog­get­to ha usa­to la sua influen­za sul fra­tel­lo per aiu­ta­re diver­se per­so­ne che ha elen­ca­to sul­la lista. Mol­te di quel­le per­so­ne pos­so­no esse­re rin­trac­cia­te facil­men­te e dare testi­mo­nian­za. Que­sta sto­ria sopra men­zio­na­ta comin­cia a sem­bra­re la veri­tà per­ché colui che com­pie l’interrogatorio è per­so­nal­men­te a cono­scen­za del fat­to che il sog­get­to ha sal­va­to la moglie di Franz Lehár, zio dell’interrogatore. Si con­si­glia la libe­ra­zio­ne del sog­get­to”. Infat­ti il mag­gio­re Par­ker era immi­gra­to dal­la Ceco­slo­vac­chia anni pri­ma e ave­va angli­ciz­za­to il suo nome da Paskys in Parker.

Fini­ta la guer­ra, col fra­tel­lo sui­ci­da­to­si pri­ma che la giu­sti­zia lo coglies­se, Albert era pron­to ad una nuo­va vita, ma il cogno­me che por­ta­va non lo per­met­te­va dav­ve­ro e, dopo la sepa­ra­zio­ne dal­la moglie, pas­sò il resto del­la vita nel­la mise­ria, con­vi­ven­do con la sua gover­nan­te. Per la stes­sa ragio­ne fati­cò a tro­va­re lavo­ro e subì la per­se­cu­zio­ne di una giu­sti­zia infles­si­bi­le — solo di fac­cia­ta, dato che ad esem­pio quel­lo che è uni­ver­sal­men­te cono­sciu­to come il Dot­tor Mor­te, Ari­bert Heim ‘dot­to­re’ del cam­po di Dachau, che ave­va bru­cia­to gran par­te del­le pro­ve che lo com­pro­met­te­va­no, ven­ne arre­sta­to due vol­te e rila­scia­to altret­tan­te, per poi riu­sci­re a scap­pa­re pro­ba­bil­men­te in Cile e non dover mai ren­de­re con­to dei suoi atro­ci misfatti.

Il gior­na­li­sta ingle­se Wil­liam Hastings Bur­ke, il qua­le ha anche scrit­to un libro sul­la vicen­da inti­to­la­to Thir­ty-four, ha uffi­cial­men­te richie­sto allo Yed Vashem (il Museo dell’olocausto di Geru­sa­lem­me) l’inserimento del nome di Albert Göring nel­la spe­cia­le lista di Giu­sto tra le nazio­ni, riser­va­ta a colo­ro che han­no sal­va­to vite uma­ne duran­te una del­le più gran­di stra­gi etni­che del­la sto­ria e del XX secolo.

Jaco­po Iside
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Appas­sio­na­to di Sto­ria e di sto­rie. Stu­den­te mai trop­po dili­gen­te, ho inse­gui­to di più i sogni

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