Il social network del dottor Moreau
Se siete nervosi magari è colpa di Mark Zuckerberg

Nel­le pie­ghe del­la ben giu­sti­fi­ca­ta iste­ria sca­te­na­ta dal­la rive­la­zio­ne del­la sor­ve­glian­za di mas­sa ope­ra­ta dal­la NSA trop­po spes­so si tro­va anni­da­ta, soprat­tut­to nei pez­zi di gior­na­li­sti sta­tu­ni­ten­si, del­la ter­ri­bi­le reto­ri­ca dal tan­fo pro–corporatization da far veni­re il mal di testa e impe­di­re son­ni tranquilli.
Poco impor­ta che il regi­me spio­ni­sti­co mon­dia­le sia reso pos­si­bi­le pro­prio dal pri­va­te sec­tor, lo spin dei comu­ni­ca­to­ri vici­ni alla Sili­con Val­ley rima­ne lo stes­so: Sta­to cat­ti­vo, mul­ti­na­zio­na­li buo­ne.
La spe­ran­za che nes­su­na testa­ta potes­se man­giar­si un tale shit sand­wich si è rive­la­ta inge­nua, e Face­book e Goo­gle sono usci­ti dal­lo scan­da­lo rela­ti­va­men­te inco­lu­mi. For­se il pub­bli­co gene­ra­le è vaga­men­te piú atten­to a cosa con­di­vi­de onli­ne, ma di cer­to l’opinione pub­bli­ca non ha espres­so un ritro­va­to biso­gno per la privacy.
Nel mez­zo del­lo scan­da­lo che ha tra­vol­to l’amministrazione Oba­ma, anche chi meno ha par­te­ci­pa­to allo spin del­le gran­di del­la Sili­con Val­ley, è col­pe­vo­le di non aver ricor­da­to a pub­bli­co e let­to­ri quan­to imma­tu­ra si sia trop­pe vol­te dimo­stra­ta la lea­der­ship di que­ste socie­tà ((Diver­ten­te da leg­ge­re: pri­ma, e dopo.)).

Zuckerberg

Con l’uscita di Expe­ri­men­tal evi­den­ce of mas­si­ve-sca­le emo­tio­nal con­ta­gion throu­gh social net­works sul­la rivi­sta scien­ti­fi­ca Pro­cee­dings of the Natio­nal Aca­de­my of Scien­ces abbia­mo per la pri­ma vol­ta una pisto­la fuman­te fra le pro­ve: sono que­ste le con­se­guen­ze di aver lascia­to nel­le mani di bam­bi­ni trop­po cre­sciu­ti una par­te così fon­da­men­ta­le del­le nostre vite.
Il docu­men­to descri­ve i risul­ta­ti di un espe­ri­men­to tenu­to­si su 689mila uten­ti duran­te una set­ti­ma­na del 2012. Lo sco­po? Dimo­stra­re se i sen­ti­men­ti posi­ti­vi o nega­ti­vi fos­se­ro con­ta­gio­si onli­ne quan­to nel­la realtà.
La rispo­sta, ovvia­men­te, è sta­ta sì, cer­to. I sen­ti­men­ti sono con­ta­gio­si, ovunque.
Il dub­bio è intel­let­tual­men­te impe­gna­ti­vo quan­to quel­le doman­de che da seco­li accom­pa­gna­no l’umanità, come: del­le feci luci­da­te, sono sem­pre feci?

L’esperimento si è svolto modificando artificialmente quali post venissero visualizzati nel News Feed degli utenti, aumentando i post “negativi” e “positivi” e osservando come ne fosse influenzato il linguaggio dei post successivi della cavia.

La fol­lia del­lo stu­dio è tale da ren­de­re la situa­zio­ne tra­gi­co­mi­ca. Kra­me­ra, Guil­lo­ryb, e Han­cock han­no mai let­to un libro? Un arti­co­lo? Un pam­phlet? È que­sta la loro pro­fon­da sco­per­ta scien­ti­fi­ca? Che il testo scrit­to può influi­re sui pro­pri sentimenti?

Le dife­se al social net­work sono sta­te mol­te­pli­ci. Qual­cu­no sot­to­li­nea sia suf­fi­cien­te con­si­de­ra­re il News feed come un posto. È un’analisi par­zia­le e gra­ve­men­te fal­la­ce, igno­ran­te di come per una fet­ta con­si­sten­te degli uten­ti di inter­net, oggi, Face­book sia il mon­do, non un posto. Face­book è per mol­ti la tota­li­tà del­le pro­prie inte­ra­zio­ni con inter­net, e del­le pro­prie inte­ra­zio­ni con i pro­pri cari, su inter­net. Non è Disney­land, è la Flo­ri­da. È vero che sem­pre piú spes­so attra­ver­sia­mo ambien­ti arti­fi­cia­li costrui­ti per ruba­re la nostra atten­zio­ne e influen­za­re i nostri sen­ti­men­ti — qual­sia­si nego­zio di cate­na è così strut­tu­ra­to, ma anche la dispo­si­zio­ne dei nego­zi nei cen­tri sto­ri­ci non è piú casua­le da anni. Il News feed, tut­ta­via, non è un nego­zio, un par­co dei diver­ti­men­ti, è il mon­do digi­ta­le — la tota­li­tà del mon­do digi­ta­le, spes­so. Un para­go­ne piú appro­pria­to per l’esperimento sareb­be­ro for­se enor­mi scher­mi dispo­sti per le vie di una metro­po­li che ripe­to­no in loop mes­sag­gi di un dittatore.

Anco­ra peg­gio­re è la ras­se­gna­zio­ne dimo­stra­ta da altri.
Cito: “Tut­te le per­so­ne con cui inte­ra­gia­mo — inclu­si tut­ti i nostri ami­ci, la nostra fami­glia, e i nostri col­le­ghi — cer­ca di mani­po­lar­ci con­ti­nua­men­te in vari modi. (…) Quin­di la vera doman­da non è se e come la gen­te cer­ca di mani­po­la­re i nostri sen­ti­men­ti e il com­por­ta­men­to, ma se stan­no cer­can­do di mani­po­lar­ci per il nostro bene o meno.” È scon­vol­gen­te, dopo anni di scan­da­li, dopo dichia­ra­zio­ni da far accap­po­na­re la pel­le, come l’atarassia domi­ni anco­ra com­ple­ta­men­te l’opinione di tan­ti commentatori.

Chiunque difenda la posizione di Facebook è vittima della piú incredibile forma di sindrome di Stoccolma mai vista.

La dife­sa arri­va­ta dai ricer­ca­to­ri e da Face­book è sem­pli­ce, l’esperimento è lega­le gra­zie al con­sen­so dato dagli uten­ti nell’atto di accet­ta­re i Terms of Ser­vi­ce in fase di regi­stra­zio­ne. È iro­ni­co quan­to, come il Gover­no che tan­to cri­ti­ca­va, Face­book pro­du­ca fon­da­men­tal­men­te la stes­sa rispo­sta allo scan­da­lo. Bypas­san­do qual­sia­si meri­to eti­co, aspet­to fon­da­men­ta­le di qual­sia­si ricer­ca scien­ti­fi­ca, e appog­gian­do­si su una lega­li­tà pri­va di valo­re. Così come lo Sta­to fede­ra­le ame­ri­ca­no deci­de cosa sia lega­le o meno per l’NSA, Face­book può modi­fi­ca­re il TOS a pro­prio pia­ci­men­to, di fat­to lega­liz­zan­do qual­sia­si azio­ne sui dati dei pro­pri utenti.
E così non impor­ta che la ricer­ca abbia vio­la­to la Dichia­ra­zio­ne di Hel­sin­ki, per­ché ave­te pre­mu­to “Avan­ti” una vol­ta di troppo.

Pote­te met­te­re Mi pia­ce alla nostra pagi­na per leg­ge­re altri arti­co­li come questo.
Face­book permettendo.

Ales­san­dro Massone
@amassone
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Alessandro Massone
Desi­gner di gior­no, blog­ger di not­te, pod­ca­ster al crepuscolo.

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