Sei ciò che sprechi

L’altro gior­no sono sta­ta ad un matri­mo­nio di due ami­ci in Tosca­na e, tra un bic­chie­re di Chian­ti e l’altro, con­tem­plan­do vas­soi ric­chi di pie­tan­ze squi­si­tis­si­me, mi sono chie­sta: ma di tut­to que­sto cibo, quan­to ne ver­rà con­su­ma­to, e quan­to inve­ce fini­rà nel cesti­no? Quan­do il menù è scel­to da qual­cun altro — si sa — è sem­pre dif­fi­ci­le sod­di­sfa­re i gusti di tut­ti: chi la vuol cot­ta, chi la vuol cru­da, insom­ma, spes­so e volen­tie­ri qual­co­sa rima­ne nel piatto.

Ma una cilie­gia tira l’altra, e tra un cro­sti­no ai fun­ghi e uno al pomo­do­ro, ho pro­va­to a pen­sa­re anche alla quan­ti­tà di cibo spre­ca­to den­tro le mura di casa. Quan­te vol­te a set­ti­ma­na sia­mo obbli­ga­ti a svuo­ta­re il con­te­ni­to­re dell’umido?

Facen­do qual­che ricer­ca ho sco­per­to che, secon­do i dati dell’Associazione per la Dife­sa e l’Orientamento dei Con­su­ma­to­ri, in Ita­lia spre­chia­mo il 35% dei pro­dot­ti fre­schi, il 19% del pane e il 16% di frut­ta e ver­du­ra. Waste Wat­cher, l’Osservatorio inter­na­zio­na­le dell’Università di Bolo­gna, ha rile­va­to inol­tre che il 25% del­la spe­sa fini­sce nel­la spaz­za­tu­ra: 76 chi­lo­gram­mi di pro­dot­ti ali­men­ta­ri annui pro capite.

Nel 2011 Luca Fala­sco­ni, ricer­ca­to­re pres­so la Facol­tà di Agra­ria dell’Università di Bolo­gna e docen­te di Poli­ti­ca agra­ria e svi­lup­po rura­le, assie­me ad Andrea Segré, pro­fes­so­re ordi­na­rio di Poli­ti­ca agra­ria inter­na­zio­na­le e com­pa­ra­ta e pre­si­den­te del­la Facol­tà di Agra­ria dell’Università di Bolo­gna, han­no pub­bli­ca­to “Il libro nero del­lo spre­co in Ita­lia: il cibo”, nato in seno al pro­get­to “Un anno con­tro lo spre­co” pro­mos­so da Last Minu­te Mar­ket, socie­tà spin-off dell’Università di Bolo­gna che si occu­pa del “recu­pe­ro di beni inven­du­ti (o non com­mer­cia­liz­za­bi­li) a favo­re di enti caritativi”.

Secon­do i due stu­dio­si, ogni anno nel nostro Pae­se, duran­te il per­cor­so che va dai cam­pi alle tavo­le, cioè duran­te la cosid­det­ta filie­ra agroa­li­men­ta­re, si but­ta una quan­ti­tà di cibo tal­men­te ingen­te da poter sod­di­sfa­re ogni anno il fab­bi­so­gno ali­men­ta­re di 44.472.914 abitanti.

Ad ogni modo, in che cosa con­si­ste la filie­ra agroalimentare?
La pri­ma fase anno­ve­ra tut­te le atti­vi­tà con­nes­se alla col­ti­va­zio­ne e alla pro­du­zio­ne agri­co­la – qui le per­di­te sono cau­sa­te prin­ci­pal­men­te dal­le intem­pe­rie cli­ma­ti­che, dal­le malat­tie e dal­le infe­sta­zio­ni. Inclu­de inol­tre la fase del rac­col­to, dove l’immagazzinamento e il tra­spor­to di fre­quen­te dan­neg­gia­no i pro­dot­ti più deteriorabili.

La secon­da fase inve­ce inte­res­sa la tra­sfor­ma­zio­ne, dove lo sper­pe­ro di risor­se è dato dal­la lavo­ra­zio­ne ali­men­ta­re. Abbia­mo poi la ter­za, di gran­de rile­van­za, che con­si­ste in tut­te le atti­vi­tà con­nes­se alla distri­bu­zio­ne all’ingrosso o al det­ta­glio duran­te la qua­le lo spre­co deri­va da nor­ma­ti­ve, cano­ni este­ti­ci — spes­so e volen­tie­ri le ver­du­re brut­te resta­no inven­du­te — stra­te­gie di mar­ke­ting e logistica.

La quar­ta ed ulti­ma fase riguar­da infi­ne ciò che ha mos­so ini­zial­men­te la mia curio­si­tà: il con­su­mo fina­le, cioè la fase che inte­res­sa più da vici­no le nostre abi­tu­di­ni e che dipen­de quin­di più stret­ta­men­te da noi.

Sarà anche vero che l’appetito vien man­gian­do, ma anche i nostri gros­si pan­cio­ni occi­den­ta­li han­no un limi­te: quan­te vol­te capi­ta al risto­ran­te che le por­zio­ni ser­vi­te sia­no ecces­si­ve? E quan­te le vol­te al super­mer­ca­to si com­pra­no pro­dot­ti super­flui? E’ faci­le aggiun­ge­re ulte­rio­ri acqui­sti a quel­li neces­sa­ri pre­sen­ti nel­la lista del­la spe­sa, che però spes­so e volen­tie­ri sono fre­schi e a bre­ve sca­den­za (rara­men­te veri­fi­ca­ta pri­ma dell’acquisto).

L’ammontare di tut­ti gli spre­chi pre­sen­ti in que­sta cate­na è secon­do un arti­co­lo del Sole24ore di 13 miliar­di di euro annui.
Per quan­to riguar­da inve­ce l’ultima fase, secon­do il Rap­por­to 2013 sul­lo spre­co ali­men­ta­re dome­sti­co rea­liz­za­to da Waste Wat­cher, gli ita­lia­ni spre­ca­no ogni anno spre­ca­no 8,7 miliar­di di euro, cir­ca 7 euro set­ti­ma­na­li a fami­glia — sol­di che si potreb­be­ro spen­de­re sicu­ra­men­te in atti­vi­tà più interessanti.

Per­ché si spreca?
Il moti­vo prin­ci­pa­le, secon­do il report del WWF “Quan­ta natu­ra spre­chia­mo”, pub­bli­ca­to nel 2013, è la poca con­sa­pe­vo­lez­za in mate­ria di risor­se che l’opulenza dell’ultimo cin­quan­ten­nio ha ine­vi­ta­bil­men­te com­por­ta­to: abbia­mo la pre­sun­zio­ne di cre­de­re di ave­re a nostra dispo­si­zio­ne un’illimitata quan­ti­tà di acqua, suo­lo ed energia.
Il cit­ta­di­no medio, quan­do but­ta nel cesti­no una bistec­ca, non sa che, secon­do il NEIC (Nutri­tio­nal Eco­lo­gy Inter­na­tio­nal Cen­ter), per pro­dur­re un solo chi­lo­gram­mo di car­ne si con­su­ma­no ben 15 chi­lo­gram­mi di vege­ta­li. Ma non basta: per aller­va­re il capo di bestia­me ser­vi­ran­no gran­di diste­se di ter­re­no (l’88% del­la fore­sta amaz­zo­ni­ca è sta­ta abbat­tu­ta a que­sto sco­po) e per quei vege­ta­li si impie­ghe­rà, oltre al suo­lo, mol­tis­si­ma acqua. Infi­ne, non con­tan­do la quan­ti­tà di pesti­ci­di che pro­ba­bil­men­te ver­ran­no uti­liz­za­ti con gra­vi dan­ni alla ter­ra, alla bio­di­ver­si­tà e a noi con­su­ma­to­ri, si impie­ghe­rà anh­ce una con­si­de­re­vo­lis­si­ma quan­ti­tà di ener­gia, che spes­sis­si­mo deri­ve­rà da fon­ti non rin­no­va­bi­li e inqui­nan­ti, e che sarà uti­liz­za­ta non solo per lavo­ra­re il ter­re­no ma anche per il tra­spor­to del man­gi­me e del­la car­ne stessa.

Per gli ita­lia­ni, a par­te rari casi, acce­de­re a cibo e acqua pota­bi­le è diven­ta­to a par­ti­re dal boom eco­no­mi­co sem­pre più scon­ta­to: il pas­so che por­ta a dis­si­pa­re è estre­ma­men­te bre­ve — è lo stes­so che ci fa pen­sa­re che lascia­re aper­to il rubi­net­to men­tre ci lavia­mo i den­ti non pos­sa ave­re alcu­na conseguenza.

Tut­ta­via, sen­za esul­ta­re trop­po, a cau­sa del­la cri­si eco­no­mi­ca degli ulti­mi anni, lo spre­co nel nostro pae­se si è ridot­to del 57% — calo accom­pa­gna­to chia­ra­men­te da una dra­sti­ca dimi­nu­zio­ne dei con­su­mi dei beni primari.

Cosa pos­sia­mo fare dun­que per evi­ta­re gli sprechi?
Ai matri­mo­ni degli ami­ci l’unica cosa da fare è ingoz­zar­si fino a scop­pia­re, tor­nan­do a casa roto­lan­do, ma con la con­sa­pe­vo­lez­za di aver fat­to “la cosa giusta”.
Al risto­ran­te, e in gene­ra­le in tut­ti i loca­li pub­bli­ci dove si pos­so­no con­su­ma­re pasti, biso­gna sicu­ra­men­te evi­ta­re di ordi­na­re trop­po, soprat­tut­to se non si è sicu­ri di riu­sci­re a fini­re tut­to, e nel caso, per­ché no, chie­de­re al came­rie­re di por­ta­re a casa gli avan­zi nel­le appo­si­te dog­gy bags di cui tut­ti i risto­ran­ti ormai si stan­no fornendo.
A livel­lo dome­sti­co inve­ce è sem­pre uti­le fare una lista del­la spe­sa — e ovvia­men­te cer­ca­re di com­pra­re sol­tan­to ciò che è scrit­to, sen­za far­si allet­ta­re trop­po da offer­te 3X2 che riem­pio­no i car­rel­li pri­ma e il bido­ne dell’umido poi.
Biso­gna poi sta­re atten­ti a non acqui­sta­re trop­pi pro­dot­ti fre­schi e a leg­ge­re la data di sca­den­za — anche qui, non biso­gna seguir­la in manie­ra cate­go­ri­ca, per qua­si la tota­li­tà dei cibi è sola­men­te indi­ca­ti­va, per capi­re se l’alimento è anco­ra com­me­sti­bi­le basta sem­pli­ce­men­te annu­sa­re o assaggiare.
Ovvia­men­te si dovran­no sce­glie­re pos­si­bil­men­te pro­dot­ti a chi­lo­me­tro zero, o comun­que col­ti­va­ti o alle­va­ti in Ita­lia, e di sta­gio­ne — i pomo­do­ri a dicem­bre non si pos­so­no man­gia­re, fate­ve­ne una ragione.
Seguen­do inve­ce i con­si­gli del­la non­na, si pos­so­no impa­ra­re tan­ti pic­co­li truc­chi per usa­re gli scar­ti e gli avan­zi (altri­men­ti si pos­so­no tro­va­re tan­te ricet­te anche qui)

Sicu­ra­men­te quel­lo che pos­sia­mo fare noi è tan­to, ma non abba­stan­za: come si stan­no muo­ven­do allo­ra le isti­tu­zio­ni per evi­ta­re que­sto enor­me spre­co? Qua­li sono i pro­get­ti più inte­res­san­ti? E soprat­tut­to: cosa sta facen­do Mila­no, in vista dell’Expo2015 che ruo­ta pro­prio attor­no al tema dell’alimentazione?
Ne discu­te­re­mo nel pros­si­mo articolo.

Maria C. Mancuso
@MariaC_Mancuso
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Maria C. Mancuso
Scri­ve di agri­col­tu­ra, ambien­te e cibo. Mal sop­por­ta chi usa gli angli­ci­smi per dar­si un tono.

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