Zimbabwe Buyers Club
Oltre 100mila bambini malati non hanno accesso ai farmaci antiretrovirali

È di pochi gior­ni fa la noti­zia per lo più taciu­ta nel nostro Pae­se secon­do cui in Zim­ba­b­we ben 100.500 bam­bi­ni affet­ti da HIV/AIDS non han­no acces­so ai far­ma­ci anti­re­tro­vi­ra­li neces­sa­ri a com­bat­te­re il virus ed il suo decor­so, che con­si­ste nel logo­rìo pro­gres­si­vo del siste­ma immu­ni­ta­rio del sog­get­to, e in una serie di ter­ri­bi­li con­se­guen­ze: infe­zio­ni oppor­tu­ni­sti­che cau­sa­te da pato­ge­ni come bat­te­ri, virus, fun­ghi e pro­to­zoi a livel­lo neu­ro­lo­gi­co, pol­mo­na­re e gastroin­te­sti­na­le. Il rischio di svi­lup­pa­re alcu­ni tipi di tumo­re (Epstein-Barr, Sar­co­ma di Kapo­si, Papil­lo­ma­vi­rus, lin­fo­ma di Hod­g­kin, tumo­re ai pol­mo­ni e diver­si car­ci­no­mi) aumen­ta rapi­da­men­te con il dete­rio­ra­men­to e la com­pro­mis­sio­ne del siste­ma immu­ni­ta­rio dell’individuo infet­to. I dati rac­col­ti negli ulti­mi anni dico­no che, gra­zie all’avvento dei nuo­vi far­ma­ci anti­re­tro­vi­ra­li in gra­do di ini­bi­re la mol­ti­pli­ca­zio­ne di HIV e ripri­sti­na­re in par­te il siste­ma immu­ni­ta­rio, sia l’aspettativa che la qua­li­tà del­la vita del­le per­so­ne sie­ro­po­si­ti­ve sono di mol­to miglio­ra­te, avvi­ci­nan­do­si a quel­le del­la popo­la­zio­ne sana.

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Que­sto for­se avvie­ne in Euro­pa, in Nord Ame­ri­ca; di cer­to non avvie­ne in Afri­ca, in Zim­ba­b­we. Come affer­ma­to dal­la dott. ssa Ange­la Musha­vi (Coor­di­na­tri­ce nazio­na­le del trat­ta­men­to di PMTCT e HIC pedia­tri­ca pres­so il Mini­ste­ro del­la Salu­te), è deter­mi­nan­te in que­sto sen­so la man­can­za di per­so­na­le spe­ci­fi­ca­men­te qua­li­fi­ca­to, in gra­do dun­que di som­mi­ni­stra­re in modo cor­ret­to quel­la che è una tera­pia mol­to com­ples­sa, dal­la pras­si par­ti­co­lar­men­te deli­ca­ta. La mag­gior par­te dei bam­bi­ni vie­ne sot­to­po­sta al test HIV solo quan­do ha ormai da tem­po con­trat­to il virus – maga­ri per tra­smis­sio­ne da una madre spes­so incon­sa­pe­vo­le, ancor pri­ma del par­to – e le con­di­zio­ni di salu­te risul­ta­no già irri­me­dia­bil­men­te com­pro­mes­se. Un nuo­vo trat­ta­men­to, l’Option B plus, agi­sce per com­bat­te­re il con­ta­gio madre-figlio tra­mi­te la som­mi­ni­stra­zio­ne di far­ma­ci anti­re­tro­vi­ra­li anche pri­ma del parto.

Tut­ta­via resta neces­sa­rio fare un pas­so indie­tro e par­la­re di pre­ven­zio­ne, ini­zia­re a far­lo dav­ve­ro; for­se è super­fluo pre­ci­sa­re che un pia­no orga­niz­za­to a riguar­do è sostan­zial­men­te ine­si­sten­te, ma è neces­sa­rio tro­va­re solu­zio­ni che por­ti­no risul­ta­ti miglio­ri. «Spe­ria­mo solo che la situa­zio­ne non peg­gio­ri, che il nume­ro di mor­ti non aumen­ti»: ma non può esse­re, non deve esse­re que­sto il “meglio” cui mira­re e in cui spe­ra­re. In que­ste zone – e nell’Africa sub­sa­ha­ria­na tut­ta, a dif­fe­ren­za di Euro­pa e Ame­ri­ca set­ten­trio­na­le – le fasce più deli­ca­te e dun­que più col­pi­te dal virus sono quel­la infan­ti­le, quel­la che com­pren­de le don­ne incin­te e quel­la del­le don­ne in allat­ta­men­to, giac­ché – come le malat­tie in gene­re – la sua distri­bu­zio­ne rispec­chia quel­la dei grup­pi socia­li più vul­ne­ra­bi­li e a rischio. Ma è impos­si­bi­le garan­ti­re un’assistenza pre­ven­ti­va lad­do­ve sia­no assen­ti sia mez­zi che risor­se pri­ma­rie, sia per­so­na­le medi­co qua­li­fi­ca­to che far­ma­ci e cure. Il dram­ma si con­su­ma soprat­tut­to nel­le aree rura­li, ma non solo: pochis­si­mi sono i cen­tri attrez­za­ti – in ter­mi­ni di risor­se uma­ne e igie­ni­co-sani­ta­rie; di qui l’estrema dif­fi­col­tà nel tro­va­re ospe­da­li in cui sia pos­si­bi­le rice­ve­re la tera­pia ART (Anti­re­tro­vi­ral The­ra­py) o HAART (Highly Acti­ve Anti­re­tro­vi­ral The­ra­py). Infat­ti, attual­men­te, solo due cen­tri in tut­to lo Zim­ba­b­we – uno situa­to a Mpi­lo, l’altro a Hara­re – risul­ta­no in pos­ses­so dei mac­chi­na­ri neces­sa­ri alla cen­tri­fu­ga­zio­ne e all’analisi dei cam­pio­ni di san­gue che lì giun­go­no ogni gior­no da ogni par­te del Pae­se, e dai qua­li sono obe­ra­ti e sopraffatti.

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In Ita­lia e nei Pae­si occi­den­ta­li in gene­re, i nume­ri mostra­no risul­ta­ti più con­for­tan­ti, ma di cer­to non buo­ni quan­to potrem­mo aspettarci.
Negli anni ’80 la dif­fu­sio­ne del virus era lega­ta prin­ci­pal­men­te sia ad una ses­sua­li­tà mal gesti­ta – per man­can­za di cor­ret­ta infor­ma­zio­ne a riguar­do – sia al cre­scen­te abu­so di dro­ghe asso­cia­to a com­por­ta­men­ti igie­ni­ci scorretti.

Oggi, quasi per paradosso, il problema fondamentale è il tabù legato alla malattia, che ha origine in quegli anni, e che continua ad essere stigma sociale, motivo di discriminazione, disagio e vergogna per il malato.

E se negli anni ’80 c’era effet­ti­va­men­te una pro­fon­da pau­ra di un virus fino ad allo­ra sco­no­sciu­to, dal momen­to che non era­no ben chia­re nep­pu­re ai medi­ci qua­li fos­se­ro le spe­ci­fi­che moda­li­tà di tra­smis­sio­ne, que­sta pote­va esse­re in qual­che modo moti­va­ta. Oggi que­sto tipo di pau­ra – nel tem­po radi­ca­ta in tabù, stig­ma, discri­mi­na­zio­ne – per­si­ste, ma non è per­do­na­bi­le, né giu­sti­fi­ca­bi­le, per­ché da impu­ta­re ad un’ignoranza che, tra le altre cose, col­lo­ca anco­ra erro­nea­men­te l’HIV all’interno di deter­mi­na­te cate­go­rie socia­li (omo­ses­sua­li, tos­si­co­di­pen­den­ti), oltre che alla man­can­za di cam­pa­gne di infor­ma­zio­ne riguar­do il virus e la sua trasmissione.

L’AIDS era ed è tut­to­ra una tra­ge­dia non igno­ra­bi­le, anche qui — ben­ché ci si osti­ni a con­si­de­rar­lo un pro­ble­ma lega­to solo all’Africa e a deter­mi­na­te aree del pia­ne­ta, ben­ché il nume­ro di con­ta­gi annui len­ta­men­te dimi­nui­sca, ben­ché ora se ne par­li così poco, ben­ché sia­mo sostan­zial­men­te con­vin­ti sia un pro­ble­ma che non ci riguar­da — per­ché ogni con­ta­gio è una scon­fit­ta. Ma, soprat­tut­to, non biso­gna aver­ne pau­ra. Dal virus ci si può pro­teg­ge­re e, anche se non è pos­si­bi­le gua­ri­re, è pos­si­bi­le inve­ce curar­si: con­dur­re una vita cer­to non pri­va di dif­fi­col­tà, ma comun­que digni­to­sa, “nor­ma­le”, gra­zie alle ulti­me tera­pie all’avanguardia. Qui è pos­si­bi­le, ma anche nel­lo Zim­ba­b­we dovreb­be esse­re garan­ti­to lo stes­so diritto.

Mar­ta Clinco
@MartaClinco

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.

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