1964, l’anno dei Beatles

9 FEBBRAIO 1964 — I BEATLES CONQUISTANO L’AMERICA. Det­to così suo­na un po’ ampol­lo­so, ma è vero. Fu uno spar­tiac­que, un pun­to di non ritor­no: quel­la sera, i Fab Four fece­ro la loro pri­ma sto­ri­ca appa­ri­zio­ne alla Tv ame­ri­ca­na, all’Ed Sul­li­van Show―uno di quei for­mat che Fabio Fazio si stu­dia la not­te in came­ra sua, con un caf­fè for­te sul tavo­lo e un’in­vi­dia mal­ce­la­ta sul vol­to. Ma andia­mo con ordine.

9 feb­bra­io 1964, Ed Sul­li­van e i Fab Four

QUALCHE MESE PRIMA, duran­te un viag­gio in Inghil­ter­ra, il signor Sul­li­van era rima­sto assai col­pi­to dal­la bea­tle­ma­nia che già dila­ga­va oltre­ma­ni­ca: ragaz­zi­ne paz­ze, con­cor­ren­za sba­ra­glia­ta, tem­pe­ste di gela­ti­ne alla frut­ta duran­te i con­cer­ti – dopo che Rin­go, incau­ta­men­te, le ave­va apprez­za­te in pub­bli­co. Con­tat­tò il mana­ger del grup­po, Brian Epstein, e li scrit­tu­rò per una com­par­sa­ta come curio­si­tà ingle­se —qua­si come un feno­me­no da barac­co­ne— ai pri­mi di feb­bra­io. Ma nel frat­tem­po, accad­de­ro alcu­ne cose.

UNA, scrit­ta dal san­gue di John F. Ken­ne­dy: l’as­sas­si­nio del pre­si­den­te, a fine novem­bre, ave­va get­ta­to il Pae­se in uno sta­to di lut­to e pro­stra­zio­ne da cui la nazio­ne non riu­sci­va a usci­re. Come se non bastas­se, la guer­ra fred­da era più fred­da che mai, dal Viet­nam comin­cia­va­no a tor­na­re le pri­me bare di gio­va­ni mor­ti sen­za un per­chè, le lot­te raz­zia­li (non solo) negli sta­ti del Sud sta­va­no ini­zian­do a far scor­re­re san­gue bian­co e nero. Tut­to cospi­ra­va per il gri­gio, insom­ma: ma non rien­tra nel­la natu­ra dell’ Ame­ri­ca pian­ger­si addos­so. Quel­lo che ser­vi­va era qual­co­sa per riac­cen­de­re il moto­re alle­gro del con­ti­nen­te. Una scin­til­la, una melo­dia leg­ge­ra e colo­ra­ta. Qual­co­sa come era sta­to Elvis, qua­si die­ci anni prima.

UN’ALTRA —que­sta dav­ve­ro fon­da­men­ta­le— scrit­ta dal talen­to di John Len­non e Paul McCart­ney: si inti­to­la­va “I want to hold your hand”, e il 16 gen­na­io arri­vò al pri­mo posto del­le clas­si­fi­che sta­tu­ni­ten­si. Non se l’a­spet­ta­va nes­su­no, tan­to­me­no loro, che era­no ormai abi­tua­ti a sfor­na­re hit ammaz­za­clas­si­fi­che in Inghil­ter­ra. Qual­cu­no scat­tò del­le foto al grup­po pochi secon­di dopo l’ar­ri­vo del­la noti­zia: sono tut­ti sul pavi­men­to ammu­to­li­ti e stra­lu­na­ti —per­fi­no John Len­non. Solo altri due arti­sti ingle­si era­no riu­sci­ti nel­l’im­pre­sa dopo la guer­ra (ad esem­pio i Tor­na­dos, il chi­tar­ri­sta dei qua­li è il padre del can­tan­te dei Muse, ma que­sta è un’al­tra sto­ria). [youtube]http://youtu.be/3MHkgwA8t‑g[/youtube]

IN BREVE, l’at­te­sa per la pre­fis­sa­ta appa­ri­zio­ne tv creb­be fino allo spa­smo. I dee­jay del­le radio loca­li pas­sa­va­no i Fab Four a ogni ora del gior­no e del­la not­te. Una fol­la enor­me affluì all’ae­ro­por­to il 7 feb­bra­io ad acco­glier­li. Come risul­ta­to, i Bea­tles non entra­ro­no nel­lo stu­dio di Ed Sul­li­van come feno­me­no fol­klo­ri­sti­co, ma da super­star in pie­na asce­sa. I nume­ri di quel­la sera­ta fan­no anco­ra gira­re la testa; la tra­smis­sio­ne ven­ne segui­ta da 73 milio­ni di tele­spet­ta­to­ri e il nume­ro di fur­ti in tut­ta New York fu il più bas­so regi­stra­to da anni. Anche i mal­fat­to­ri rima­se­ro in casa ad ascol­ta­re i Bea­tles, e nel giro di mez­z’o­ra, nien­te fu più come prima.

John Len­non e Paul McCartney

NON FU PIU’ COME PRIMA il mon­do del­la musi­ca leg­ge­ra. Per comin­cia­re, gli arti­sti acqui­si­ro­no una liber­tà mai spe­ri­men­ta­ta pri­ma. Ad esem­pio: fino ai pri­mi anni Ses­san­ta, le can­zo­ni di suc­ces­so veni­va­no scrit­te qua­si tut­te in appo­sti­ti dipar­ti­men­ti del­le gran­di case disco­gra­fi­che, e nel­la mag­gior par­te dei casi i musi­ci­sti si limi­ta­va­no a ese­guir­le, sen­za poter dare un vero con­tri­bu­to crea­ti­vo. Era una vera e pro­pria cupo­la e andò avan­ti così per anni, con pochis­si­me ecce­zio­ni: John Len­non e Paul McCart­ney, scri­ven­do can­zo­ni fin da quin­di­cen­ni, dimo­stra­ro­no con inge­nua arro­gan­za come il rock and roll aves­se poten­zia­li­tà note­vol­men­te più vaste di quel­le poco più che ludi­che spe­ri­men­ta­te sino ad allo­ra. McCart­ney, anni più tar­di, dirà: «quel­lo che fece gran­di i Bea­tles fu il fat­to che si scri­ve­va­no le loro can­zo­ni. Oggi se l’a­spet­ta­no tut­ti, ma all’e­po­ca non lo face­va nes­su­no. Era­va­mo arti­sti, non esecutori.»

INOLTRE, GLI ARTISTI (ed ese­cu­to­ri) stes­si era­no fino ad allo­ra alla mer­cè di una figu­ra evi­den­te­men­te retag­gio del­lo schia­vi­smo: il mana­ger. Fin dal leg­gen­da­rio guin­za­glio del colon­nel­lo Par­ker su Elvis (Wiki­pe­dia per cre­de­re) i rap­por­ti tra mana­ger e arti­sta era­no basa­ti in sostan­za sul­lo sfrut­ta­men­to. Il nuo­vo model­lo di coo­pe­ra­zio­ne, dise­gna­to dai Bea­tles con Brian Epstein, era impo­sta­to su una nuo­va pari­tà tra le due figu­re. Il mana­ger non pote­va più ricat­ta­re i pro­pri assi­sti­ti, o inca­me­rar­si il più dei gua­da­gni giran­do agli arti­sti quan­to basta­va per campare.

UNA SECONDA ONDATA di nuo­vi colo­ni ingle­si, due­cen­to anni dopo l’in­di­pen­den­za degli Sta­ti Uni­ti, seguì i Bea­tles sul­le coste nor­da­me­ri­ca­ne: la cosid­det­ta Bri­tish Inva­sion. I quat­tro di Liver­pool sfon­da­ro­no la por­ta a una miria­de di nuo­ve band che negli anni suc­ces­si­vi fece­ro for­tu­na oltreo­cea­no —Rol­ling Sto­nes, Kinks, Who. Ne voglio ricor­da­re pure una spes­so sot­to­va­lu­ta­ta e dimen­ti­ca­ta, ma che se ave­te let­to que­sto arti­co­lo fino a qui pro­ba­bil­men­te apprez­ze­re­te (se non lo fate già). [youtube]http://youtu.be/3rLF-QAS67I[/youtube]

Il para­dos­so è che que­sti grup­pi, di base, non ave­va­no fat­to altro che ascol­ta­re osses­si­va­men­te la musi­ca ame­ri­ca­na fin da quan­do era­no ragaz­zi­ni  —il pri­mo rock, il vec­chio blues, il folk, il coun­try— misce­lan­do tut­to nel­le neb­bie nor­deu­ro­pee per poi sdo­ga­na­re al pub­bli­co sta­tu­ni­ten­se una nuo­va ver­sio­ne del­la loro stes­sa musi­ca. Secon­do Keith Richards, chi­tar­ri­sta dei Rol­ling Sto­nes, è sta­to que­sto il vero con­tri­bu­to dei com­ples­si bri­tan­ni­ci di quel perio­do: aver fat­to risco­pri­re agli ame­ri­ca­ni le loro radi­ci. John Lee Hoo­ker, Mis­sis­sip­pi John Hurt, nomi glo­rio­si ma cono­sciu­ti solo nel­l’am­bien­te under­ground blues, si tro­va­ro­no di col­po al cen­tro del­la ribal­ta, richie­sti dai loro com­pa­trio­ti che qua­si sem­pre li ave­va­no igno­ra­ti. E se pen­sia­mo che la musi­ca folk ame­ri­ca­na deri­va pro­prio da quel­la euro­pea, un cer­chio si chiude.

A DISTANZA DI CINQUANT’ANNI, il con­tri­bu­to di quel cer­chio rima­ne anco­ra vivo. Di lì a qual­che anno, il rock avreb­be attra­ver­sa­to la sua pagi­na più fer­ti­le, le bar­rie­re raz­zia­li –e ses­sua­li– sareb­be­ro defi­ni­ti­va­men­te cadu­te, il Ses­san­tot­to avreb­be rivol­ta­to la socie­tà un po’ dovun­que. Il ruo­lo (spes­so, ma non sem­pre, per­fi­no invo­lon­ta­rio) dei Bea­tles in que­sto decen­nio così di svol­ta non può esse­re sot­to­va­lu­ta­to. Ogni tan­to, qual­cu­no sal­ta fuo­ri ponen­do l’an­go­scio­sa doman­da: ma se i favo­lo­si venis­se­ro fuo­ri oggi, avreb­be­ro anco­ra un suc­ces­so così favo­lo­so? Chis­sà. E’ pro­ba­bi­le di no. Però, scom­met­to che ce li ricor­de­rem­mo a lun­go lo stesso.

Ste­fa­no Colombo
@granzebrew

Arti­co­lo ori­gi­na­ria­men­te pub­bli­ca­to il gior­no 09/02/2014

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Stefano Colombo
Stu­den­te, non gior­na­li­sta, mila­ne­se arioso.

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