Del: 2 Agosto 2014 Di: Marta Clinco Commenti: 0

Ogni 2 agosto è la strage di Bologna, oggi sono 34 anni.

“Ricordo il 9 maggio del ’78. Quella mattina qualcosa di grosso era accaduto, qualcosa di grave: all’improvviso ci avevano fatti uscire tutti da scuola, ma nessuno capiva perché. Quel 9 maggio Aldo Moro era stato ammazzato. Avvenne lo stesso un paio d’anni dopo: Il 2 agosto dell’80 uscimmo ancora, questa volta dal campo estivo, senza sapere perché. Solo dopo scoprimmo che era saltata per aria la stazione di Bologna.”

Maria, 14 anni all’epoca della strage

È il 2 agosto 1980; sono le 10.25 del mattino, un boato avvolge la stazione di Bologna. È esploso l’ordigno che si trovava all’interno di una valigia abbandonata nella sala d’aspetto di seconda classe, proprio in prossimità del muro portante dell’ala ovest dell’edificio, causandone il crollo. L’onda d’urto è violentissima, lo scoppio — oltre a distruggere la sala ricolma di turisti — coinvolge il treno Ancona-Chiasso, fermo al primo binario, e il parcheggio dei taxi. Subito dopo è il silenzio. È il primo sabato del mese; la polvere densa e fitta si mischia al caldo e all’afa di agosto. Si avvertono in lontananza le sirene dei mezzi di soccorso. Vicine, vicinissime, le urla dei feriti, i sepolti vivi dalle macerie. Si inizia a scavare con quel che si trova, anche a mani nude. Uno dei primi recuperati è la piccola Angela Fresu, soli 3 anni. Il corpo della madre, Maria Fresu, non verrà mai ritrovato; solo giorni dopo ne saranno rinvenuti piccoli brandelli.

Lo sgomento è forte. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si dice senza parole.
Inizia il traffico di ambulanze, auto della polizia, private, autobus della linea 37. Si precipitano inviati da tutte le principali emittenti televisive e radiofoniche, i palinsesti cambiano, e si trasformano in una interminabile diretta dall’orrore. Molti giornalisti non trattengono le lacrime, lo spettacolo è atroce. Oltre il fumo e la polvere, corpi dilaniati, arsi e ustionati. Sono in tutto 85. Una delle stragi più terribili della storia repubblicana italiana ha appena avuto luogo, aprendone un capitolo oscuro, ancora oggi controverso.

Non tardarono le ipotesi su possibili colpevoli, che subito investirono l’ala più nera del terrorismo di quegli anni: parliamo dei neofascisti NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e di alcuni tra i loro principali esponenti, quali Francesca Mambro, Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, e Luigi Ciavardini, all’epoca solo diciassettenne; sospetti ricaddero anche su Avanguardia Nazionale, su Stefano Delle Chiaie. Si parlò di banda della Magliana, di mafia; si azzardarono teorie sul coinvolgimento di diverse frange deviate dei servizi segreti: libici, italiani, francesi, americani, russi; furono coinvolti anche il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il gruppo Separat controllato da Carlos tra cui i terroristi tedeschi Thomas Kram e Margot Christa Frohlich — per i quali è stata recentemente chiesta l’archiviazione dalle autorità giudiziarie a causa della mancanza di prove. Si teorizzò persino l’asservimento dei NAR ad alcuni servizi segreti, al Sismi, all’Organizzazione Gladio, adducendo come prova il fatto che non ci fu mai alcuna rivendicazione riguardo la strage da parte dei neofascisti Mambro, Fioravanti e Ciavardini, mai in tal situazione avrebbe potuto esserci, rivendicazione espressa invece per molti altri crimini e assassinii, che gli valsero diverse condanne all’ergastolo.

Altri ancora — tra cui Francesco Cossiga, al tempo Presidente del Consiglio — teorizzarono in seguito che l’intera strage, avvenuta 35 giorni dopo quella di Ustica, fosse stata solo un tentativo di depistaggio delle indagini sull’aereo che improvvisamente si era squarciato in volo, precipitando nelle acque tra Ustica e Ponza.
Sicuramente coinvolti — almeno nel più clamoroso dei depistaggi succeduti alla strage — furono i membri della nota loggia massonica P2: Licio Gelli e il fedele braccio destro Francesco Pazienza, capo del Sismi nell’80, organizzarono nel gennaio 1981 la sistemazione di una valigia sul treno Taranto-Milano contenente un ordigno con esplosivo della stessa composizione di quello deflagrato a Bologna; all’interno rinvenuti documenti falsi intestati a due terroristi — uno francese, uno tedesco.

Molte sono le teorie di complotti, molti sono stati i depistaggi messi in atto anche nel corso degli anni seguenti, molte le testimonianze rivelatesi poi fasulle, come quella di Sparti, che affermò di aver visto Fioravanti alla stazione di Bologna pochi minuti prima lo scoppio della bomba, testimonianza che ritrattò in punto di morte. Tutti fatti che hanno contribuito a rallentare, ostacolare e deviare ampiamente le indagini. Ad oggi, gli unici condannati per la strage restano Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, i quali si sono sempre dichiarati estranei ai fatti, e che tuttavia si trovano attualmente in libertà.

Sono passati trentaquattro anni dalla stage di Bologna. Possono sembra molti, ma sono pochi. Non saranno dimenticati i volti delle 85 persone che non tornarono mai a casa, ovunque fossero dirette, chiunque aspettassero in quella sala d’attesa, lungo quei binari, lungo quelle banchine. Non saranno cancellati i segni dai corpi, dai ricordi di quelle 218 persone che a causa dell’esplosione rimasero ferite o mutilate.
Non può bastare per chi è rimasto, perché a fronte di processi, assoluzioni e condanne, ancora non è stata fatta chiarezza, né giustizia.

Marta Clinco
@MartaClinco
Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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