Del: 5 Agosto 2014 Di: Redazione Commenti: 0

Dev’esser stato molto lo stupore per chi, recatosi da un qualsiasi rivenditore di musica nei primi mesi del 1972, si fosse trovato dinnanzi all’ LP dalla copertina sagomata a forma di salvadanaio Banco del mutuo soccorso, titolo figlio del lavoro di un’omonima band romana emergente.
Dalla feritoia, una striscia di cartoncino con i volti dei membri del gruppo, incontratisi solo un anno prima al festival di Caracalla, destinati a dare alla luce un capolavoro della musica italiana ― il loro primo album. Ma a stupire, al di là della forma esteriore dell’LP, doveva esserne il contenuto. La formula del Banco era qualcosa di nuovo, non ancora sentito. Un linguaggio progressive innovativo basato su di una musica emozionante, varia e mai banale, dalle tinte talvolta oscure — simili in questo forse solo alle sonorità dei Crimson, in quegli anni nascenti ― che sapeva essere protagonista assoluta, sapendosi muovere anche tra tonalità barocche e vere proprie sezioni di musica classica, o semplice sfondo a testi elaborati e spesso poetici, che spaziano da una matrice politica-sociale a una più prettamente letteraria.

Contrariamente a quanto si possa pensare, la formazione capitanata dai polistrumentisti fratelli Nocenzi (per lo più alle tastiere) aveva già registrato alcune demo agli inizi degli anni ’60 senza però riuscire a trovare quell’unità tra qualità ed impegno, tra testi e musica che troverà con l’entrata nel gruppo del cantante Francesco di Giacomo ― scomparso tragicamente lo scorso febbraio ― non solo grazie alla sua voce dai tratti lirici, ma anche e soprattutto per via della sue capacità di scrittura cantautoriale, alla fusione di una vera e propria metrica poetica con un stile mai ripetitivo.

Banco PicMonkey Collage

Per questo primo progetto non si può certamente parlare di concept album ― caratteristica che invece sarà propria di altri lavori del gruppo, come il seguente Darwin! (primo concept del rock italiano), e di buona parte della produzione progressive in campo tradizionale ― per via della sostanziale mancanza d’unitarietà d’argomento tra i vari pezzi presenti in questo LP in cui già possono essere individuate le caratteristiche principali dello stile del Banco: cambi ritmici frenetici e un incredibile ventaglio di stili (dalla più classica ballata a pezzi di puro free-jazz ) fusi a momenti di vero e proprio lirismo, con il pathos prodotto dalla voce di Di Giacomo che raggiunge livelli impensabili.

Ad aprire l’album la bellissima “ In volo”, rimasta celebre per il recitativo iniziale dai forti tratti medievalizzanti con il sotteso intento di utilizzare quel periodo come metafora per l’attualità («Ciò che si vede è») in cui è narrata la vicenda, di evidente matrice letteraria, della famosa avventura dell’eroe ariostesco Astolfo, recatosi sulla luna alla disperata ricerca del senno di Orlando.

Ma è con la seconda traccia, che abbandona completamente i toni quasi scherzosi del primo brano, che si entra nel vivo dell’album: “RIP”, pezzo eterno del gruppo, è una perfetta fusione tra lo stile del Banco e il progressive. La prima parte del pezzo è fortemente caratterizzata dall’elemento ritmico, con uno storico 5/4, costituito dal deciso riff del basso di D’Angelo e dalla batteria di Calderoni, che le dona una ritmicità piuttosto sostenuta, su cui i soli di basso e piano si alternano alla voce di Di Giacomo che, limpida e chiara, scandisce il testo e ci parla di un soldato ‒ ancora una volta in atmosfera medievale ‒ che incontra la sua fine in piena battaglia, la cui atmosfera è ben resa dai toni della prima parte. La seconda parte, invece, introdotta da un una spiazzante sezione pianistica, ci porta in un’atmosfera diversa, toccante e riflessiva, in cui il piano e la voce danzano all’unisono su temi diversi, con l’entrata dei fiati prima della decisa e secca chiusura.

“Passaggio”, terzo brano del lato A, costituisce un completo cambio di tono: è caratterizzato dal clavicembalo e da uno stile dai forti tratti neo-classici e apre la strada al brano conclusivo del primo lato del progetto, “Metamorfosi”.
Una fusione perfetta tra progressive e classica, un pezzo quasi completamente strumentale, a tratti di pura improvvisazione, che proietta l’ascoltatore in un’atmosfera cupa e pensosa prima delle brevi ma intense parole che aprono alla seconda parte del progetto, costituito per lo più dalla intensa lunga suite, divisa in 4 parti (“…passo dopo passo”, “…chi ride e chi piange”, “…coi capelli sciolti al vento”, “compenetrazione”), per una durata di quasi 18 minuti: “ Il giardino del mago”.
È un mondo onirico e fiabesco quello che appare improvvisamente dinnanzi all’ascoltatore che, preso dal ritmo lento ma deciso, si sente trascinato in un’atmosfera resa sapientemente opprimente dal sommarsi di voci alternato a sezioni di tastiera, che qui domina e varia fino allo spiazzante finale.

Chiude LP il brano “Traccia” che, ancora una volta dominato dalle tastiere, costituisce il degno finale ad un incredibile album di debutto.
Incredibile perché ad ascolto attento anche oggi, dopo 40 anni, questo album, che aveva già dentro di sé tutte le caratteristiche del prog italiano, riesce ad essere attuale e a donare all’ascoltatore momenti di puro raccoglimento, in cui la musica sa cullarlo ed emozionarlo, cosa assai difficile da trovare al giorno d’oggi.

Federico Arduini
@FedesArdu

Tracce

Lato A
1. In volo – (2.13)
2. R.I.P. (Requiescant in pace) – (6.40)
3. Passaggio – (1.19)
4. Metamorfosi – (10.53)
Lato B
1. Il giardino del mago – (18.26)
1. …passo dopo passo…
2. …chi ride e chi geme…
3. …coi capelli sciolti al vento…
4. …compenetrazione…
2. Traccia – (2.10)

Formazione

Vittorio Nocenzi – organo, clarino, voce
Gianni Nocenzi – pianoforte, clarinetto piccolo mib, voce
Marcello Todaro – chitarra elettrica, chitarra acustica, voce
Renato D’Angelo – basso elettrico
Pierluigi Calderoni – batteria
Francesco Di Giacomo – voce
Collaboratori per il progetto
Walter Patergnani – tecnico del suono
Sandro Colombini e Walter Patergnani – mix

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