Banco del mutuo soccorso
Il primo album dei maestri del Prog italiano

Dev’es­ser sta­to mol­to lo stu­po­re per chi, reca­to­si da un qual­sia­si riven­di­to­re di musi­ca nei pri­mi mesi del 1972, si fos­se tro­va­to din­nan­zi all’ LP dal­la coper­ti­na sago­ma­ta a for­ma di sal­va­da­na­io Ban­co del mutuo soc­cor­so, tito­lo figlio del lavo­ro di un’o­mo­ni­ma band roma­na emergente.
Dal­la feri­to­ia, una stri­scia di car­ton­ci­no con i vol­ti dei mem­bri del grup­po, incon­tra­ti­si solo un anno pri­ma al festi­val di Cara­cal­la, desti­na­ti a dare alla luce un capo­la­vo­ro del­la musi­ca ita­lia­na ― il loro pri­mo album. Ma a stu­pi­re, al di là del­la for­ma este­rio­re del­l’LP, dove­va esser­ne il con­te­nu­to. La for­mu­la del Ban­co era qual­co­sa di nuo­vo, non anco­ra sen­ti­to. Un lin­guag­gio pro­gres­si­ve inno­va­ti­vo basa­to su di una musi­ca emo­zio­nan­te, varia e mai bana­le, dal­le tin­te tal­vol­ta oscu­re — simi­li in que­sto for­se solo alle sono­ri­tà dei Crim­son, in que­gli anni nascen­ti ― che sape­va esse­re pro­ta­go­ni­sta asso­lu­ta, sapen­do­si muo­ve­re anche tra tona­li­tà baroc­che e vere pro­prie sezio­ni di musi­ca clas­si­ca, o sem­pli­ce sfon­do a testi ela­bo­ra­ti e spes­so poe­ti­ci, che spa­zia­no da una matri­ce poli­ti­ca-socia­le a una più pret­ta­men­te letteraria.

Con­tra­ria­men­te a quan­to si pos­sa pen­sa­re, la for­ma­zio­ne capi­ta­na­ta dai poli­stru­men­ti­sti fra­tel­li Nocen­zi (per lo più alle tastie­re) ave­va già regi­stra­to alcu­ne demo agli ini­zi degli anni ’60 sen­za però riu­sci­re a tro­va­re quel­l’u­ni­tà tra qua­li­tà ed impe­gno, tra testi e musi­ca che tro­ve­rà con l’en­tra­ta nel grup­po del can­tan­te Fran­ce­sco di Gia­co­mo ― scom­par­so tra­gi­ca­men­te lo scor­so feb­bra­io ― non solo gra­zie alla sua voce dai trat­ti liri­ci, ma anche e soprat­tut­to per via del­la sue capa­ci­tà di scrit­tu­ra can­tau­to­ria­le, alla fusio­ne di una vera e pro­pria metri­ca poe­ti­ca con un sti­le mai ripetitivo.

Banco PicMonkey Collage

Per que­sto pri­mo pro­get­to non si può cer­ta­men­te par­la­re di con­cept album ― carat­te­ri­sti­ca che inve­ce sarà pro­pria di altri lavo­ri del grup­po, come il seguen­te Dar­win! (pri­mo con­cept del rock ita­lia­no), e di buo­na par­te del­la pro­du­zio­ne pro­gres­si­ve in cam­po tra­di­zio­na­le ― per via del­la sostan­zia­le man­can­za d’u­ni­ta­rie­tà d’ar­go­men­to tra i vari pez­zi pre­sen­ti in que­sto LP in cui già pos­so­no esse­re indi­vi­dua­te le carat­te­ri­sti­che prin­ci­pa­li del­lo sti­le del Ban­co: cam­bi rit­mi­ci fre­ne­ti­ci e un incre­di­bi­le ven­ta­glio di sti­li (dal­la più clas­si­ca bal­la­ta a pez­zi di puro free-jazz ) fusi a momen­ti di vero e pro­prio liri­smo, con il pathos pro­dot­to dal­la voce di Di Gia­co­mo che rag­giun­ge livel­li impensabili.

Ad apri­re l’al­bum la bel­lis­si­ma “ In volo”, rima­sta cele­bre per il reci­ta­ti­vo ini­zia­le dai for­ti trat­ti medie­va­liz­zan­ti con il sot­te­so inten­to di uti­liz­za­re quel perio­do come meta­fo­ra per l’at­tua­li­tà («Ciò che si vede è») in cui è nar­ra­ta la vicen­da, di evi­den­te matri­ce let­te­ra­ria, del­la famo­sa avven­tu­ra del­l’e­roe ario­ste­sco Astol­fo, reca­to­si sul­la luna alla dispe­ra­ta ricer­ca del sen­no di Orlando.

Ma è con la secon­da trac­cia, che abban­do­na com­ple­ta­men­te i toni qua­si scher­zo­si del pri­mo bra­no, che si entra nel vivo del­l’al­bum: “RIP”, pez­zo eter­no del grup­po, è una per­fet­ta fusio­ne tra lo sti­le del Ban­co e il pro­gres­si­ve. La pri­ma par­te del pez­zo è for­te­men­te carat­te­riz­za­ta dal­l’e­le­men­to rit­mi­co, con uno sto­ri­co 5/4, costi­tui­to dal deci­so riff del bas­so di D’An­ge­lo e dal­la bat­te­ria di Cal­de­ro­ni, che le dona una rit­mi­ci­tà piut­to­sto soste­nu­ta, su cui i soli di bas­so e pia­no si alter­na­no alla voce di Di Gia­co­mo che, lim­pi­da e chia­ra, scan­di­sce il testo e ci par­la di un sol­da­to ‒ anco­ra una vol­ta in atmo­sfe­ra medie­va­le ‒ che incon­tra la sua fine in pie­na bat­ta­glia, la cui atmo­sfe­ra è ben resa dai toni del­la pri­ma par­te. La secon­da par­te, inve­ce, intro­dot­ta da un una spiaz­zan­te sezio­ne pia­ni­sti­ca, ci por­ta in un’at­mo­sfe­ra diver­sa, toc­can­te e rifles­si­va, in cui il pia­no e la voce dan­za­no all’u­ni­so­no su temi diver­si, con l’en­tra­ta dei fia­ti pri­ma del­la deci­sa e sec­ca chiusura.

“Pas­sag­gio”, ter­zo bra­no del lato A, costi­tui­sce un com­ple­to cam­bio di tono: è carat­te­riz­za­to dal cla­vi­cem­ba­lo e da uno sti­le dai for­ti trat­ti neo-clas­si­ci e apre la stra­da al bra­no con­clu­si­vo del pri­mo lato del pro­get­to, “Meta­mor­fo­si”.
Una fusio­ne per­fet­ta tra pro­gres­si­ve e clas­si­ca, un pez­zo qua­si com­ple­ta­men­te stru­men­ta­le, a trat­ti di pura improv­vi­sa­zio­ne, che pro­iet­ta l’a­scol­ta­to­re in un’at­mo­sfe­ra cupa e pen­so­sa pri­ma del­le bre­vi ma inten­se paro­le che apro­no alla secon­da par­te del pro­get­to, costi­tui­to per lo più dal­la inten­sa lun­ga sui­te, divi­sa in 4 par­ti (“…pas­so dopo pas­so”, “…chi ride e chi pian­ge”, “…coi capel­li sciol­ti al ven­to”, “com­pe­ne­tra­zio­ne”), per una dura­ta di qua­si 18 minu­ti: “ Il giar­di­no del mago”.
È un mon­do oni­ri­co e fia­be­sco quel­lo che appa­re improv­vi­sa­men­te din­nan­zi all’a­scol­ta­to­re che, pre­so dal rit­mo len­to ma deci­so, si sen­te tra­sci­na­to in un’at­mo­sfe­ra resa sapien­te­men­te oppri­men­te dal som­mar­si di voci alter­na­to a sezio­ni di tastie­ra, che qui domi­na e varia fino allo spiaz­zan­te finale.

Chiu­de LP il bra­no “Trac­cia” che, anco­ra una vol­ta domi­na­to dal­le tastie­re, costi­tui­sce il degno fina­le ad un incre­di­bi­le album di debutto.
Incre­di­bi­le per­ché ad ascol­to atten­to anche oggi, dopo 40 anni, que­sto album, che ave­va già den­tro di sé tut­te le carat­te­ri­sti­che del prog ita­lia­no, rie­sce ad esse­re attua­le e a dona­re all’a­scol­ta­to­re momen­ti di puro rac­co­gli­men­to, in cui la musi­ca sa cul­lar­lo ed emo­zio­nar­lo, cosa assai dif­fi­ci­le da tro­va­re al gior­no d’oggi.

Fede­ri­co Arduini
@FedesArdu

Trac­ce

Lato A
1. In volo — (2.13)
2. R.I.P. (Requie­scant in pace) — (6.40)
3. Pas­sag­gio — (1.19)
4. Meta­mor­fo­si — (10.53)
Lato B
1. Il giar­di­no del mago — (18.26)
1. …pas­so dopo passo…
2. …chi ride e chi geme…
3. …coi capel­li sciol­ti al vento…
4. …com­pe­ne­tra­zio­ne…
2. Trac­cia — (2.10)

For­ma­zio­ne

Vit­to­rio Nocen­zi — orga­no, cla­ri­no, voce
Gian­ni Nocen­zi — pia­no­for­te, cla­ri­net­to pic­co­lo mib, voce
Mar­cel­lo Toda­ro — chi­tar­ra elet­tri­ca, chi­tar­ra acu­sti­ca, voce
Rena­to D’An­ge­lo — bas­so elettrico
Pier­lui­gi Cal­de­ro­ni — batteria
Fran­ce­sco Di Gia­co­mo — voce
Col­la­bo­ra­to­ri per il progetto
Wal­ter Pater­gna­ni — tec­ni­co del suono
San­dro Colom­bi­ni e Wal­ter Pater­gna­ni — mix

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