Extraterrestri digitali
Tu chiamale, ma proprio se vuoi, Emozioni: Max Pezzali

Lo so che que­sta sareb­be una rubri­ca tele­vi­si­va tout court e vi pro­met­to che fra qual­che set­ti­ma­na tor­ne­re­mo a par­la­re di Euro­pa, MmTheo­ry, gin­na­sti gay, pro­dot­ti da cuci­na e gran­di par­ti­ti mode­ra­ti di sini­stra a voca­zio­ne mag­gio­ri­ta­ria e ten­den­za all’estinzione.
Ma pri­ma mi dove­te pro­met­te­re che leg­ge­re­te il Capi­to­lo III del­la tri­lo­gia infi­ni­ta di Rai Due altri­men­ti ven­go a pren­der­vi con la fru­sta e vesti­to da San­tan­chè. Anche se so che potreb­be piacervi.
Istru­zio­ni per l’u­so: solo se ave­te vis­su­to i magi­ci Nine­ties. Ma col cuo­re, cazzo.

Pun­ta­ta 883 o Max Pez­za­li uno di noi, alla gogna Mau­ro Repetto

Super pro­vin­cia ecco­la qua, Max è il mio nome nun lo scor­dà. (cfr. un altro artista)
Sin­te­tiz­zan­do: Pavia è una cit­tà di mer­da e fin qua sia­mo tut­ti d’accordo.
Mila­no mi pia­ce tan­to però a casa mia ricor­do mon­ta­gne verdi.
New York, ne pos­sia­mo parlare.
Gli 883 comin­cia­no la loro car­rie­ra dai bas­si­fon­di di uno scan­ti­na­to puz­zo­len­te e non riu­sci­ran­no mai levar­si di dos­so l’o­lez­zo di quel sudi­ciu­me – alme­no a giu­di­ca­re dal­la pez­za sot­to l’a­scel­la di Max Pez­za­li duran­te i concerti.
Ven­go­no a Mila­no city per fare gli appo­sta­men­ti a Linus e pro­pi­nar­gli il loro pri­mo tape, nel qua­le si lamen­ta­no volen­tie­ri del fat­to che le fighet­te pre­fe­ri­sco­no gira­re con i vici­ni di casa lau­rea­ti, pos­ses­so­ri e uti­liz­za­to­ri fina­li di auto­mo­bi­le. È da que­sta pre­sa di coscien­za che nasce il Genio.
Il came­ra­man si dilet­ta con gran­dan­go­li feti­ci­sti del­la fron­te del Pez­za­li, susci­tan­do nel­la men­te di chi guar­da una serie di asso­cia­zio­ni marinettiane:

Anti­fi­ga per eccellenza

Putin dopo un raid aereo sul­la Cecenia

Smi­gol che sus­sur­ra: “Il mio tesssssoro”

Enri­co Let­ta sga­ma­to a mastur­bar­si nel­la sala d’at­te­sa del Quirinale

Bim Bum Bam

Tele­fo­no Casa

 

La pun­ta­ta non s’in­se­ri­sce all’in­ter­no del clas­si­co filo­ne cro­na­ca-di-una-vita-d’ar­ti­sta – al con­tra­rio di quel­le visio­na­te in pre­ce­den­za (back in the days) – ma risul­ta piut­to­sto un pam­phlet di filo­so­fia del­la sto­ria (la mia e la tua s’in­ten­de, non quel­la del mon­do) con cor­re­do di con­clu­sio­ni teleo­lo­gi­che alquan­to bizzarre.
Qual­che esem­pio per com­pren­de­re meglio. “Gli anni” vie­ne pre­sen­ta­ta come il mani­fe­sto di un’in­te­ra gene­ra­zio­ne, ma non è mai spe­ci­fi­ca­ta qua­le anche per­chè se vi trom­ba­te una novan­ta­sei in car­ce­re ci fini­te lo stes­so, pur appar­te­nen­do alla mede­si­ma gene­ra­zio­ne. Dun­que osserviamo:

Gli anni d’o­ro del gran­de Real; 1955–1960, Puskàs, Di Ste­fa­no, che ve lo dico a fare. Max Pez­za­li nasce­rà fra dodi­ci anni.
Gli anni di Hap­py Days e di Ral­ph Mal­ph; 1974; Max ha set­te anni e non sa anco­ra par­la­re, infat­ti spo­sta gli accen­ti per chiu­de­re le fra­si in tempo.
Gli anni del­le immen­se com­pa­gnie; per­so­nal­men­te ho un bot­to di ami­ci, for­se si rife­ri­sce alla cam­pa­gna di Rus­sia Napo­leo­ni­ca. 1812, Max Pez­za­li ha anco­ra i capelli.
Gli anni in moto­ri­no sem­pre in due; man­ca­no rife­ri­men­ti biblio­gra­fi­ci tran­ne per l’as­si­cu­ra­to­re di suo padre.
Gli anni di che bel­li era­no i film; quan­do si dice che la coraz­za­ta Potë­m­kin è una caga­ta sta­te com­met­ten­do un gros­so sbaglio.
Gli anni dei Roy Roge­r’s come jeans; fon­da­ti in Ita­lia nel 1949, con tren­ta­set­te tasche adat­ti agli spac­cia­to­ri del secon­do dopo­guer­ra. Max Pez­za­li è, nel­la miglio­re del­le ipo­te­si, un feto abortito.
Gli anni del qual­sia­si cosa fai; lo dico sem­pre alla mia ragaz­za aggiun­gen­do anche la fra­se “ti rispet­to come donna”.
Gli anni del tran­quil­lo siam qui noi; Vai tra Zio. Non è poi cam­bia­to così tanto.

Si dice che gli 883 abbia­no por­ta­to all’i­ni­zio degli anni ’90 una ven­ta­ta di fre­schez­za (nono­stan­te la puz­za soprac­ci­ta­ta) nel pano­ra­ma musi­ca­le ita­lia­no. Anche per­chè all’e­po­ca i ragaz­zi­ni s’in­na­mo­ra­va­no sul­le note di que­sto. Le ragaz­zi­ne inve­ce vola­va­no alto. Ogni tan­to di not­te rin­gra­zio la Pau­si­ni fra le lacrime.

Risul­ta chia­ro anche alle orec­chie di un tibe­ta­no rifu­gia­to poli­ti­co in Lap­po­nia che davan­ti a tut­to ciò “Non me la mena­re” sem­bra esse­re un rag­gio di sola­re rea­li­smo paso­li­nia­no nel nuvo­lo­so cie­lo del dia­be­te ita­lia­no, mista­to con il fin­to godi­men­to del­la Pame­la Ander­son from Geno­va beach.

La fac­cen­da si fa ulte­rior­men­te inte­res­san­te quan­do Max Pez­za­li e Mau­ro Repet­to capi­sco­no di aver tro­va­to il petro­lio nel­le vici­nan­ze di Vige­va­no. Si spre­mo­no gior­no e not­te per pro­dur­re can­zo­ni dal sapo­re attua­le: “Han­no ucci­so l’uo­mo ragno” o, come mi pia­ce chia­mar­la, la meta­fo­ra di una metafora“Con un deca”, can­zo­ne in gra­do, a ven­t’an­ni di distan­za, di far­ci incaz­za­re anco­ra di più, noi gene­ra­zio­ne mil­le euro – inte­si come som­ma­to­ria di tut­ti gli sti­pen­di da pub­bli­ci­sti da qui fino al 2134 (due­mi­la­cen­to­tren­ta­quat­tro).

Poi la rot­tu­ra: Repet­to non sop­por­ta il peso del­la fama e in una not­te di mez­za esta­te fug­ge alla ricer­ca di un model­lo­ne nero visto un gior­no in tele­vi­sio­ne. Lo ritro­ve­ran­no pochi anni più tar­di ad accat­to­na­re lun­go un mar­cia­pie­de di Man­hat­tan; quan­do si dice “mol­lia­mo tut­to e ce ne andia­mo a New York”. Stai atten­to a quel­lo che desi­de­ri per­chè potreb­be avve­rar­si è la mora­le del­la fiaba.
Max non reg­ge la sof­fe­ren­za se esclu­de­te il fat­to che ora non deve più divi­de­re i rica­vi con uno che non can­ta, non bal­la, non reci­ta, non sa fare i pom­pi­ni e ha il cogno­me che è sino­ni­mo del­la paro­la scoreggia…

Inci­de “Sen­za aver­ti qui”, “Nord Sud Ove­st Est”, che come la defi­ni­sce lui «è un incro­cio tra John Way­ne, Clint East­wood, Djan­go e Tex Wil­ler». Un bel Far West di pla­sti­ca dove Max e i suoi soci pos­so­no tira­re fuo­ri le pisto­le fino a quel gior­no ben ripo­ste den­tro la cin­ghia dei pan­ta­lo­ni, con la sicu­ra ed il col­po in canna.
“La dura leg­ge del gol”, can­zo­ne che per anni var­rà gli insul­ti all’In­ter di Morat­ti (il figlio sce­mo), “La rego­la del­l’a­mi­co”, «gran­de can­zo­ne per­chè è diven­ta­ta un modo di dire»; anche Deü­tschland Über Alles se è per questo.
Rima­ne “Rot­ta per casa di Dio”, sto­ri­co pron­tua­rio di zoz­zez­ze da can­ta­re a squar­cia­go­la nel­le orec­chie di tua madre men­tre cer­ca di capi­re se nel trat­to del­l’Au­to­so­le fra Ron­co Bilac­cio e Bar­be­ri­no del Mugel­lo ci sono o non ci sono tren­ta­sei chi­lo­me­tri di coda per nuvo­lo­si­tà intensa:

info traf­fi­co

tra una CAZZATA e l’al­tra c’è Cisco che.…

tem­po sere­no lun­go le prin­ci­pa­li arte­rie autostradali

…poi dico No! Stia­mo andan­do a FANCULO…

lavo­ri in cor­so sul­la Saler­no-Reg­gio Calabria

…sia­mo TESTE DI CAZZO NOI…

vi ricor­dia­mo di allac­cia­re le cin­tu­re di sicurezza

… più di 10 km, che noi STRONZI ci perdiamo…

accen­de­re gli anabbaglianti

…tut­ti INCAZZATI neri e con le PIVE nel sacco

man­te­ne­re la distan­za di sicurezza

ci sia­mo FOTTUTI la festa
quat­tro DEFICIENTI a fare CAZZATE
ma chi la CAGA la festa
sen­za fidan­za­te TROIE né mogli noi

Con la par­te­ci­pa­zio­ne di Anas, Aiscap e Socie­tà Auto­stra­de Onda Ver­de vi saluta.
Io le capi­sco le madri che abban­do­na­no i figli negli autogrill.

Ce ne sareb­be­ro di pez­zi da com­men­ta­re, ma i Peu­geot e le negre di “Bel­la Vera” appar­ten­go­no ormai al ter­zo mil­len­nio; il nostro sareb­be dun­que gior­na­li­smo e non storia.
In ogni caso è risa­pu­to che la soglia di atten­zio­ne su inter­net varia dai tren­ta ai set­tan­ta­cin­que secon­di, quin­di o ave­te let­to que­sto pez­zo sen­za respi­ra­re oppu­re non sape­te cosa vi sie­te persi.

Tor­ne­re­mo pri­ma o poi con le sinos­si di altri pro­gram­mi musi­ca­li made in casa nostra, anche per­chè pare che nel­l’in­te­ra galas­sia non ven­ga pro­dot­to altro. Io ho pure una mia teo­ria al riguar­do: un pome­rig­gio sono usci­to con una ragaz­za a Mila­no, in piaz­za Duo­mo, men­tre suo­na­va un’or­che­stra. Lei mi guar­dò e dis­se: — Non so cosa farei sen­za la musi­ca — . Io la guar­dai e pen­sai: — Maga­ri leg­ge­re­sti qual­che libro! — . Per amo­re del mio pene tac­qui, ma solo per quello.
Quel gior­no io ho capi­to il sen­so del­la vita; che però vi sve­le­rò nel­la pros­si­ma puntata.

Mi pia­ce lasciar­vi con una fra­se di Super MAX:
«Vole­vo fare musi­ca sen­za esse­re un musi­ci­sta e vole­vo can­ta­re sen­za esse­re un cantante»
La cosa figa è che ci è riuscito.

Fran­ce­sco Floris
@Frafloris

Arti­co­lo ori­gi­na­ria­men­te pub­bli­ca­to il 24/12/2013

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Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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