Theodor Herzl e la proposta di fondare lo Stato di Sion in Uganda

Il 26 ago­sto 1903, nel­la sala con­cer­ti del Casi­nò di Basi­lea, si sta svol­gen­do il sesto Con­gres­so inter­na­zio­na­le sio­ni­sta. All’ordine del gior­no c’è una que­stio­ne spi­no­sa: il gover­no ingle­se ha offer­to una par­te dell’Uganda, domi­nio colo­nia­le bri­tan­ni­co, per l’insediamento del­lo sta­to ebrai­co. L’atmosfera è infiam­ma­ta e il Con­gres­so si spac­ca. Per la pri­ma vol­ta vie­ne mes­sa in discus­sio­ne la lea­der­ship di Theo­dor Herzl, che pre­sie­de­va l’assemblea sin dal 1897 e che del movi­men­to sio­ni­sta era padre fon­da­to­re. I rap­pre­sen­tan­ti del­le comu­ni­tà ebrai­che dell’Est euro­peo e del­la Rus­sia, in par­ti­co­la­re, accu­sa­no i capi “occi­den­ta­li” del movi­men­to di esser­si lascia­ti mano­vra­re dal gio­co del­le diplo­ma­zie euro­pee. Non tol­le­ra­no che alla Ter­ra Pro­mes­sa si sosti­tui­sca l’Uganda. Duran­te la pau­sa, una don­na sale sul pal­co e lace­ra la car­ti­na dell’Africa che è sta­ta appe­sa al muro, signi­fi­ca­ti­va­men­te, al posto di quel­la del­la Pale­sti­na. Quan­do è il momen­to di vota­re, però, la pro­po­sta ingle­se vie­ne accol­ta, 295 voti con­tro 177, e vie­ne dispo­sto l’invio di una spe­di­zio­ne esplo­ra­ti­va in Ugan­da per giu­di­car­ne le con­di­zio­ni di fattibilità.

Herzl è spos­sa­to e ama­reg­gia­to. Tor­men­ta­to da una salu­te sem­pre debo­le, aggra­va­ta da set­te anni di feb­bri­le atti­vi­tà poli­ti­ca e diplo­ma­ti­ca, pre­sa­gi­sce la mor­te che l’avrebbe col­to di lì a pochi mesi. Si sfor­za tut­ta­via di scon­giu­ra­re la scis­sio­ne, che avreb­be con­dot­to il movi­men­to a un fal­li­men­to cer­to. Ras­si­cu­ra i dele­ga­ti orien­ta­li: la Pale­sti­na non è abban­do­na­ta, solo momen­ta­nea­men­te riman­da­ta. L’Africa sarà per il popo­lo ebrai­co un rifu­gio momen­ta­neo: una via più lun­ga, più tor­tuo­sa, ma che con­du­ce sem­pre a Sion.

Eppu­re lo stes­so Herzl, nel pam­phlet da cui deri­va­va­no la sua fama e auto­ri­tà, ave­va già pro­spet­ta­to, per la fon­da­zio­ne del futu­ro sta­to ebrai­co, una dop­pia alter­na­ti­va: Pale­sti­na o Argen­ti­na. La pri­ma per ovvie ragio­ni sto­ri­che e reli­gio­se; la secon­da in quan­to ter­ra ric­ca, ampia­men­te disa­bi­ta­ta e già meta di una con­si­sten­te emi­gra­zio­ne ebrai­ca. Lo sta­to ebrai­co (Der Juden­staat) era sta­to scrit­to nel 1896 sull’onda dell’indignazione per l’affaire Drey­fus, di cui Herzl era sta­to testi­mo­ne ocu­la­re in qua­li­tà di cor­ri­spon­den­te da Pari­gi per il quo­ti­dia­no vien­ne­se Neue Freie Pres­se. La solu­zio­ne “afri­ca­na”, inve­ce, si affac­cia­va all’indomani di un epi­so­dio ancor più gra­ve e cer­to più san­gui­no­so, che ave­va scos­so nel pro­fon­do la coscien­za del­le comu­ni­tà ebrai­che d’Europa: il pogrom di Kishi­nev, Bes­sa­ra­bia, in cui qua­ran­ta­set­te ebrei era­no rima­sti ucci­si e oltre cin­que­cen­to feri­ti. Di fron­te al cre­scen­te anti­se­mi­ti­smo, che nel­la Rus­sia zari­sta era assur­to a siste­ma­ti­ca stra­te­gia poli­ti­ca, occor­re­va, secon­do Herzl, una solu­zio­ne in tem­pi bre­vi, qua­le che fosse.

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Le trat­ta­ti­ve negli anni pre­ce­den­ti era­no anda­te imman­ca­bil­men­te fru­stra­te. Herzl ave­va dovu­to scon­trar­si con la sor­di­tà (o la fal­sa accon­di­scen­den­za) del­le can­cel­le­rie euro­pee e, allo stes­so tem­po, con lo scet­ti­ci­smo di mol­ti ebrei influen­ti. Pre­sto scar­ta­ta l’opzione argen­ti­na, il Con­gres­so sio­ni­sta, inau­gu­ra­to nel 1897 come un vero e pro­prio par­la­men­to sen­za sta­to, si era con­cen­tra­to sul­la Pale­sti­na. Qui esi­ste­va­no già da tem­po alcu­ni inse­dia­men­ti ebrai­ci di poca enti­tà. Ver­so la fine del seco­lo, gli acqui­sti di ter­re si era­no fat­ti più fre­quen­ti e l’emigrazione era aumen­ta­ta. Herzl però rifiu­ta­va la logi­ca dell’infiltrazione gra­dua­le. La sua intui­zio­ne pre­ve­de­va la neces­si­tà di una san­zio­ne uffi­cia­le da par­te di un pote­re poli­ti­co che des­se pie­na legit­ti­mi­tà alla futu­ra indi­pen­den­za del­lo sta­to e per­met­tes­se un’emigrazione di mas­sa alla luce del sole. Per que­sto già subi­to dopo la pub­bli­ca­zio­ne di Der Juden­staat ave­va ini­zia­to a cer­ca­re ovun­que appog­gi diplo­ma­ti­ci, sfrut­tan­do le tra­sfer­te gior­na­li­sti­che: Lon­dra, Ber­li­no, Costan­ti­no­po­li. Pri­ma deri­so come un ven­di­to­re por­ta a por­ta, poi, for­te dell’importanza che anda­va assu­men­do il Con­gres­so di Basi­lea, rice­vu­to con tut­ti gli ono­ri da duchi tede­schi, mini­stri ingle­si e per­fi­no dal kai­ser di Ger­ma­nia Gugliel­mo II.

Ma la Pale­sti­na era sot­to il con­trol­lo dell’Impero Otto­ma­no, e con­vin­ce­re il sul­ta­no Abdul Hamid II a sten­de­re una Car­ta che la con­se­gnas­se for­mal­men­te all’organizzazione sio­ni­sta si rive­lò pre­sto un’impresa impos­si­bi­le. Herzl si era reca­to a Costan­ti­no­po­li una pri­ma vol­ta nel ’96, ma, dopo una serie di fru­stran­ti rim­pal­li tra un digni­ta­rio e l’altro, non era riu­sci­to ad otte­ne­re udien­za dal sul­ta­no. Vi tor­nò nel 1901 con l’intercessione del kai­ser. L’Impero Otto­ma­no era in disfa­ci­men­to, mina­to quo­ti­dia­na­men­te dal­le guer­re inter­ne e dagli intri­ghi di cor­te. Herzl, in cam­bio del­la Pale­sti­na, offri­va al sul­ta­no di risa­nar­ne le finan­ze dis­se­sta­te, ma Abdul Hamid, osti­na­to a pre­ser­va­re un’effimera inte­gri­tà ter­ri­to­ria­le, che già vacil­la­va sot­to i col­pi del­le poten­ze colo­nia­li e che pre­sto si sareb­be com­ple­ta­men­te dis­sol­ta, avan­za­va la richie­sta pale­se­men­te esa­ge­ra­ta di cin­quan­ta milio­ni di fran­chi. La ban­ca isti­tui­ta dal secon­do Con­gres­so nel 1898 era riu­sci­ta a rac­co­glier­ne, fati­co­sa­men­te, solo set­te. Ave­va pesa­to la man­ca­ta sot­to­scri­zio­ne dei Roth­schild, che pure finan­zia­va­no lar­ga­men­te gli acqui­sti di ter­re­ni pri­va­ti in Pale­sti­na. Il baro­ne Edmund, con­sul­ta­to da Herzl a Pari­gi, non era rima­sto impres­sio­na­to dai pia­ni del gio­va­ne visio­na­rio. Teme­va una recru­de­scen­za dell’antisemitismo e pre­fe­ri­va segui­re la stra­da, bat­tu­ta dal­la mag­gior par­te del­le più ric­che fami­glie ebree, del­la sem­pli­ce filantropia.

Più tar­di, nel 1902, fu un altro Roth­schild a pro­spet­ta­re una via d’uscita dall’impasse in cui il movi­men­to sio­ni­sta sem­bra­va esser­si bloc­ca­to. Nathan Mayer, il baro­ne ingle­se arte­fi­ce del­la mag­gior par­te del­la for­tu­na fami­lia­re, si era mostra­to più aper­to alle pro­po­ste di Herzl, e gli ave­va pro­cu­ra­to un incon­tro con il poten­te mini­stro del­le Colo­nie ingle­se Jose­ph Cham­ber­lain. Pare che fos­se pro­prio Nathan Mayer a sug­ge­ri­re per pri­mo l’Africa Orien­ta­le come pos­si­bi­le solu­zio­ne. La pri­ma pro­po­sta di Cham­ber­lain riguar­da­va in real­tà il Sinai, che sareb­be sta­to mol­to più accet­ta­bi­le sul pia­no sto­ri­co e reli­gio­so; ma si dovet­te pre­sto scar­ta­re per l’eccessiva sic­ci­tà. Il distret­to Uasin Gishu (che si tro­va nell’attuale Kenya occi­den­ta­le, non in Ugan­da) pre­sen­ta­va inve­ce cli­ma mite e fer­ti­le vege­ta­zio­ne. L’area, di 13 mila chi­lo­me­tri qua­dra­ti, avreb­be potu­to acco­glie­re cin­que milio­ni di coloni.

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Herzl non inten­de­va pre­clu­der­si nes­su­na via. Men­tre par­la­men­ta­va con Cham­ber­lain, e anco­ra spe­ra­va di far brec­cia nel sul­ta­no, inta­vo­la­va trat­ta­ti­ve con le altre can­cel­le­rie del con­ti­nen­te per le con­ces­sio­ni ter­ri­to­ria­li più dispa­ra­te: Con­go bel­ga, Mozam­bi­co por­to­ghe­se, Libia ita­lia­na. Pre­oc­cu­pa­to dal­la cre­scen­te vio­len­za anti-ebrai­ca che inte­res­sa­va l’Est euro­peo, sem­bra­va pre­da di una feb­bre fre­ne­ti­ca. Nel­lo stes­so 1903 non esi­tò a visi­ta­re l’impero zari­sta per incon­tra­re, tra gli altri, il mini­stro dell’Interno von Pleh­ve, che del pogrom di Kishi­nev era sta­to mol­to più che indi­ret­ta­men­te com­pli­ce. Le mas­se ebrai­che che vive­va­no in mise­ria nei ghet­ti dell’ex-Polonia lo acco­glie­va­no come un re, o un mes­sia, ma l’incontro con von Pleh­ve avreb­be incri­na­to ulte­rior­men­te il rap­por­to già dif­fi­ci­le con i sio­ni­sti russi.

Il mon­do imbe­vu­to di nazio­na­li­smi e segna­to dal­le guer­re colo­nia­li in cui si muo­ve l’attività di Herzl è un mon­do pro­fon­da­men­te diver­so da quel­lo che, cinquant’anni e due guer­re mon­dia­li dopo, avreb­be visto uffi­cial­men­te la nasci­ta del­lo Sta­to di Israe­le. Col­lo­ca­re il sio­ni­smo nel­la sua giu­sta dimen­sio­ne sto­ri­ca aiu­ta a com­pren­de­re mol­ti dei pro­ble­mi suc­ces­si­vi. Herzl era un uomo dell’Ottocento, bor­ghe­se, per­fet­ta­men­te inse­ri­to nel­la real­tà poli­ti­ca con­tem­po­ra­nea. E ben­ché il ritor­no del popo­lo ebrai­co in Pale­sti­na fos­se ine­vi­ta­bil­men­te inve­sti­to di un signi­fi­ca­to reli­gio­so più o meno espli­ci­to, il sio­ni­smo fu pen­sa­to dal suo fon­da­to­re come movi­men­to emi­nen­te­men­te poli­ti­co e lai­co. Herzl stes­so ave­va con la reli­gio­ne un rap­por­to ambi­guo, scon­fi­nan­te nell’ateismo, e per que­sto dovet­te affron­ta­re un vasto fron­te di cri­ti­ci inter­ni: da un lato gli ebrei orto­dos­si, che rifiu­ta­va­no una simi­le for­za­tu­ra del­la prov­vi­den­za divi­na — il popo­lo ebrai­co sareb­be ritor­na­to in Pale­sti­na solo con la venu­ta del mes­sia — e dall’altro i fau­to­ri di un sio­ni­smo “cul­tu­ra­le” piut­to­sto che poli­ti­co, che accu­sa­va­no Herzl di non sot­to­li­nea­re ade­gua­ta­men­te l’identità ebrai­ca del futu­ro sta­to; a que­sti si aggiun­ge­va­no gli ebrei socia­li­sti, che vede­va­no nel Con­gres­so di Basi­lea una repli­ca dei par­la­men­ti libe­ra­li bor­ghe­si, asso­cia­va­no la libe­ra­zio­ne del popo­lo ebrai­co a quel­la di tut­te le mas­se oppres­se e non per­do­na­va­no a Herzl l’eccessiva com­pro­mis­sio­ne con la diplo­ma­zia euro­pea fat­ta di sot­ter­fu­gi e cini­che contrattazioni.

Diplo­ma­zia che inve­ce sem­bra­va a Herzl l’unica via per­cor­ri­bi­le. Ebreo unghe­re­se tra­pian­ta­to a Vien­na, Herzl era uno spi­ri­to inquie­to, divi­so tra sogni di gran­dez­za e ano­ni­ma atti­vi­tà gior­na­li­sti­ca, fru­stra­to da vel­lei­tà let­te­ra­rie mai pie­na­men­te appa­ga­te e insod­di­sfa­zio­ni matri­mo­nia­li. Dopo la pub­bli­ca­zio­ne di Der Juden­staat ave­va con­sa­cra­to defi­ni­ti­va­men­te la pro­pria vita alla cau­sa poli­ti­ca e si era ritro­va­to a capo di un movi­men­to tan­to vasto e dif­fi­ci­le da governare.

Sfibrato dalle polemiche, negli stessi anni di Kishinev e della soluzione ugandese aveva deciso di tornare alla letteratura per dare voce alla propria utopia, pubblicando il romanzo Altneuland, in cui è descritto uno stato ebraico in Palestina incredibilmente simile a ciò che Israele sarebbe storicamente diventato: laico, moderno, tecnologicamente avanzato. Nella visione di Herzl, però, non c’è conflitto: arabi ed ebrei vivono in armonia e professano la propria religione in piena libertà, entro i confini di un unico stato.

Su que­sto spic­ca­to lai­ci­smo si appun­ta­ro­no le cri­ti­che degli stre­nui difen­so­ri dell’identità ebrai­ca, che tut­ta­via si mostra­ro­no anche più rea­li­sti nel pre­sa­gi­re la dif­fi­col­tà di una con­vi­ven­za paci­fi­ca con le comu­ni­tà ara­be pale­sti­ne­si. Herzl sot­to­va­lu­tò sem­pre l’impatto che l’emigrazione di mas­sa avreb­be potu­to ave­re sul­le popo­la­zio­ni autoc­to­ne, in Pale­sti­na come in Ugan­da o in Argen­ti­na. Ma non si trat­ta­va tan­to di uto­pi­smo e di fidu­cia nell’umana bon­tà, quan­to piut­to­sto di ade­sio­ne agli sche­mi men­ta­li del colo­nia­li­smo, gli stes­si che avreb­be­ro spin­to gli ingle­si a sot­to­va­lu­ta­re lo stes­so pro­ble­ma un quin­di­cen­nio più tardi.

Nono­stan­te il vio­len­to dibat­ti­to che la pro­po­sta ugan­de­se ave­va susci­ta­to, la spac­ca­tu­ra tra le due ani­me del sio­ni­smo non si con­su­mò mai uffi­cial­men­te. Pre­val­se­ro le ragio­ni dell’unità. E la stes­sa ipo­te­si di un Israe­le in Afri­ca si risol­se in nul­la, quan­do la spe­di­zio­ne esplo­ra­ti­va tor­nò dall’Uganda descri­ven­do un ter­ri­to­rio osti­le e dif­fi­cil­men­te acces­si­bi­le. L’offerta ingle­se fu allo­ra defi­ni­ti­va­men­te decli­na­ta dal set­ti­mo Con­gres­so, nel 1905. Pro­prio in quell’occasione Theo­dor Herzl ave­va pro­gram­ma­to di ras­se­gna­re le pro­prie dimis­sio­ni, ma non fece in tem­po: morì nel luglio del 1904, a soli qua­ran­ta­quat­tro anni.

Han­nah Arendt ne Le ori­gi­ni del tota­li­ta­ri­smo, nota: “La sto­ria ebrai­ca offre l’eccezionale spet­ta­co­lo di un popo­lo che fin dai suoi pri­mi pas­si ha una chia­ra idea del­la sto­ria, in ogni caso un pia­no ben defi­ni­to di quel che inten­de attua­re sul­la ter­ra, e che, dopo il fal­li­men­to di que­sto pia­no, si astie­ne da qual­sia­si azio­ne poli­ti­ca per due­mi­la anni”. In altre paro­le, il popo­lo ebrai­co è sta­to for­se il pri­mo a svi­lup­pa­re un’idea di nazio­ne incre­di­bil­men­te pros­si­ma a quel­la moder­na, con qua­si tre mil­len­ni di anti­ci­po, ma uno degli ulti­mi a rea­liz­zar­la poli­ti­ca­men­te. All’intraprendenza di Herzl si deve l’avvio del pro­ces­so sto­ri­co che avreb­be risol­to que­sto appa­ren­te para­dos­so (che ha ovvia­men­te pre­ci­se ragio­ni sto­ri­che, poli­ti­che, reli­gio­se). Meno di cinquant’anni dopo la sua mor­te, sareb­be nato uffi­cial­men­te lo Sta­to di Israe­le. Ma l’utopia di Alt­neu­land è quan­to­mai lontana.

Seba­stian Bendinelli
@se_ba_stian

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