Creatività a pagamento

L’ispirazione è la cosa più sfug­ge­vo­le che esi­sta al mon­do: non puoi deci­de­re che ti ven­ga all’improvviso e più la inse­gui più que­sta sem­bra allon­ta­nar­si e per­der­si nei mean­dri del­la men­te e del cuo­re. «Sta­to di entu­sia­smo, ecci­ta­zio­ne fan­ta­sti­ca in cui l’artista crea la sua ope­ra» non elu­di­bi­le nean­che dal­la più poten­te del­le menti.

Non sem­bra però il caso del rap­per olbie­se Sal­mo, che ha deci­so di “accet­ta­re la sfi­da” lan­cia­ta­gli dal più gran­de colos­so mon­dia­le che esi­sta, alme­no nel set­to­re mar­ke­ting: la Red Bull. Que­sta ha pun­ta­to sul fat­to che il nostro riu­scis­se a scri­ve­re, pro­dur­re e regi­stra­re un pez­zo con rela­ti­vo video in sole 24 ore. Posto che di sto­rie di can­zo­ni scrit­te e regi­stra­te in anche meno tem­po è pie­no — come dimen­ti­ca­re “(I Can’t Get No) Sati­sfac­tion” scrit­ta in una pau­sa del son­no da Keith Richards e la cui pri­ma regi­stra­zio­ne ori­gi­na­le con­te­ne­va due minu­ti di can­zo­ne e qua­ran­ta di un tizio che rus­sa — resta qui da ana­liz­za­re a qua­le ecci­ta­zio­ne fan­ta­sti­ca si sia ispi­ra­to il rap­per gallurese.

Innan­zi­tut­to biso­gna entra­re nel­la testa degli uomi­ni (e don­ne) del mar­ke­ting del­la nota azien­da austria­ca: il brand enga­ge­ment sto­ri­ca­men­te pro­po­sto ha mira­to ad uni­re l’immagine del­la lat­ti­na con valo­ri come amo­re per la sfi­da, vive­re inten­sa­men­te, met­ter­si alla pro­va, spi­ri­to di ini­zia­ti­va, non mol­la­re anche quan­do tut­ti mol­la­no, e così via. Spon­sor per­fet­to per la qua­si tota­li­tà degli sport estre­mi, ha avu­to a che fare anche col mon­do musi­ca­le: dal 1998 esi­ste una Red Bull Music Aca­de­my, che asso­mi­glia mol­to a un festi­val musi­ca­le mar­chia­to dai gros­si tori ros­si su fon­do blu del­la dura­ta di cin­que set­ti­ma­ne, e com­pren­de istal­la­zio­ni arti­sti­che, con­cer­ti, let­tu­re pub­bli­che e il cui momen­to cul­mi­nan­te – solo su invi­to – pre­ve­de di far lavo­ra­re insie­me una ses­san­ti­na di per­so­nag­gi del mon­do musi­ca­le con i più gran­di pro­fes­sio­ni­sti in cir­co­la­zio­ne. Unen­do così l’ottica dei valo­ri con atti­vi­tà già por­ta­te avan­ti con sod­di­sfa­zio­ne, è venu­ta fuo­ri que­sta sfi­da tra il colos­so degli ener­gy drink e il “colos­so” del rap ita­lia­no: 24 ore di tem­po per spre­me­re ogni goc­cia crea­ti­va nei Red Bull Stu­dios di Los Ange­les e cer­ca­re di non fare una figuraccia.

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A det­ta di un pro­fa­no, il lavo­ro non è nean­che mal­va­gio. Ciò che va nota­to è come un arti­sta, o che si pro­cla­mi tale, sia pron­to a “sfrut­ta­re” la pro­pria imma­gi­na­zio­ne per rag­giun­ge­re quel­la goc­cia di ispi­ra­zio­ne neces­sa­ria a vin­ce­re la sfi­da, natu­ral­men­te a fron­te di (si spe­ra tan­ti) sol­di. Cer­to può esse­re anche plau­si­bi­le che la sola pro­spet­ti­va di vin­ce­re, com­bi­na­ta a diver­se ore di volo fino a Los Ange­les, abbia­no avu­to un ruo­lo deci­si­vo nel­la buo­na riu­sci­ta dell’impresa; resta da capi­re il valo­re che voglia­mo dare ad un’opera arti­sti­ca rea­liz­za­ta su com­mis­sio­ne. Gli stu­dio­si di arte sareb­be­ro pron­tis­si­mi a ribat­te­re che «nel­la sto­ria dell’umanità l’arte è qua­si esclu­si­va­men­te su com­mis­sio­ne» e, anzi, mai come oggi ci si è final­men­te sle­ga­ti da que­sto pesan­te gio­go — ma appun­to per que­sto è dif­fi­ci­le capa­ci­tar­si di come un arti­sta con­tem­po­ra­neo sia pron­to a sacri­fi­ca­re l’immagine del genio crea­ti­vo all’opera per una badi­la­ta di danari.

Ruban­do al Gla­dia­to­re: «Ciò che fac­cia­mo in vita riec­cheg­gia nell’eternità», e ha ragio­ne di van­tar­se­ne un altro arti­sta come Bob Gel­dof che nel 1985 — dopo il suc­ces­so di “Do They Know That’s Christ­mas?” — insie­me ad alcu­ni dei più gran­di arti­sti bri­tan­ni­ci can­tò la cele­ber­ri­ma “We Are The World” insie­me a Michael Jack­son e Lio­nel Rit­chie ( pro­dot­ti da quel feno­me­no mai abba­stan­za osan­na­to di Quin­cy Jones), in favo­re del­le popo­la­zio­ni etio­pi col­pi­te dal­la care­stia in quell’anno. Non è un discor­so di meri­to, ma di come si deb­ba rico­no­sce­re che il genio crea­ti­vo non pos­sa esse­re a paga­men­to, di come sia un fuo­co sacro che meri­ta la sacra­li­tà che lo avvol­ge, di come dovreb­be esse­re usa­to solo per quel­lo sco­po più alto che vie­ne dal valo­re mora­le di una per­so­na, di un artista.

«Io perdono all’attore tutti i difetti dell’essere umano, nessun difetto dell’attore perdono all’essere umano» (Johann Wolfgang Goethe, Wilhelm Meister).

Jaco­po G. Iside
@JacopoIside

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