Da rivedere per la prima volta
The Player di Robert Altman

“MOVIES, now more than ever” cita lo slo­gan del­lo stu­dio di pro­du­zio­ne in cui lavo­ra il pro­ta­go­ni­sta del film, slo­gan che met­te subi­to le cose in chia­ro: al siste­ma ser­vo­no film e per pro­dur­li non biso­gna guar­da­re in fac­cia a nes­su­no. Ed è pro­prio da que­sta con­si­de­ra­zio­ne che si sno­da la tra­ma del film.

Grif­fin Mill, ram­pan­te exe­cu­ti­ve del­la Nuo­va Hol­ly­wood, è addet­to alla visio­ne e all’approvazione dei nuo­vi copio­ni, il suo sti­le di vita e le sue con­vin­zio­ni però ini­zia­no a vacil­la­re quan­do il suo posto di lavo­ro è minac­cia­to da un nuo­vo col­le­ga e dall’arrivo di minac­ce di mor­te da par­te di un miste­rio­so sce­neg­gia­to­re scontento.

The-Player

The Player sim­bo­leg­gia il ritor­no del­lo spi­ri­to cri­ti­co di Alt­man nel gran­de cir­cui­to eco­no­mi­co hol­ly­woo­dia­no, dopo aver subi­to – dagli anni 70 e per tut­ti gli anni 80 – l’abbandono da par­te del­le gran­di case di pro­du­zio­ne a cau­sa di flop al bot­te­ghi­no e cat­ti­ve recen­sio­ni. Il suo rien­tro in cam­po è una cri­ti­ca poco vela­ta al siste­ma che per anni l’ha taglia­to fuo­ri, ma allo stes­so tem­po una dedi­ca d’affetto a quel par­ti­co­la­re mon­do, pie­no di difet­ti e con­trad­di­zio­ni, che è il cine­ma. Non a caso il film ini­zia con uno dei più bei pia­ni sequen­za nel­la sto­ria del­la set­ti­ma arte: dopo un’intera gior­na­ta di ripre­se e ben quin­di­ci ciack Alt­man sfor­na set­te minu­ti e qua­ran­ta­set­te secon­di di puro cine­ma; chie­den­do ai suoi atto­ri di improv­vi­sa­re le bat­tu­te, il regi­sta rie­sce a cat­tu­ra­re, attra­ver­so l’occhio-cinepresa, un momen­to di real­tà cine­ma­to­gra­fi­ca, come a suo tem­po ave­va fat­to Orson Wel­les con Touch of Evil. Alt­man ritor­na vin­cen­te. Con un bud­get di otto milio­ni rie­sce a incas­sar­ne ven­tu­no, con­vin­ce la giu­ria di Can­nes e por­ta a casa il pre­mio per “Best Direc­tor”. Le por­te sono di nuo­vo aperte.

Le vicen­de lavo­ra­ti­ve di Grif­fin Mill e la per­se­cu­zio­ne del­lo sce­neg­gia­to­re miste­rio­so rap­pre­sen­ta­no il dua­li­smo nar­ra­ti­vo del film. Que­sti due ele­men­ti, che si pre­sen­ta­no sepa­ra­ti allo spet­ta­to­re, appar­ten­go­no ini­zial­men­te a dimen­sio­ni diver­se; quan­do però la pel­li­co­la si adden­tra nel­la men­ta­li­tà del pro­ta­go­ni­sta, capia­mo come la sua con­di­zio­ne voyeu­ri­sti­ca (e allo stes­so tem­po la nostra) abbia non solo avvi­ci­na­to i due pia­ni nar­ra­ti­vi, ma li abbia addi­rit­tu­ra scam­bia­ti, crean­do il clas­si­co para­dos­so cine­ma­to­gra­fi­co di real­tà e fin­zio­ne. Il pro­ta­go­ni­sta non sta più visio­nan­do un copio­ne qual­sia­si, ma quel­lo che por­ta sopra il suo nome e che rac­con­ta la sua storia.

“She’s dead, she’s dead. Because that’s the reality. The innocent dies.”

Se attra­ver­so il pia­no sequen­za ini­zia­le il regi­sta ci immer­ge nel­la real­tà, illu­den­do­ci, con il fina­le ci ricor­da che sia­mo anco­ra nel magi­co mon­do di Hol­ly­wood, dove tut­to è pos­si­bi­le, anche far­la fran­ca. Inchi­nar­si è d’obbligo davan­ti ad un mae­stro come Alt­man che di real­tà e fin­zio­ne ha fat­to il suo mestie­re e lo pro­va con que­sta pel­li­co­la dal sapo­re indecifrabile.

Jaco­po Musicco

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Jacopo Musicco
“Cono­sco la vita, sono sta­to al cinema.”

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