Failurchka
Lo chiamavano Piccolo Fallimento

È impos­si­bi­le non leg­ge­re le pri­me tre ope­re di Gary Shteyn­gart (The Rus­sian Debutante’s Hand­book, Absur­dia­stan, Super Sad True Love Sto­ry) come un cre­scen­do, una tri­lo­gia di iro­nia e assur­di­tà, sati­ra e acu­ta cri­ti­ca che non si fer­ma mai una pagi­na sen­za voler­si supe­ra­re, sen­za esi­mer­si dal­lo smon­ta­re e rimon­ta­re tra­me, per­so­nag­gi, e l’autore stes­so. È così che la sua ope­ra d’esordio, il Rus­sian Debutante’s Hand­book, vie­ne richia­ma­ta in Absur­di­stan come il Rus­sian Arri­vi­ste’s Han­d­job e così a ogni pagi­na si fa sem­pre più chia­ro quan­ta mate­ria bio­gra­fi­ca sia sta­ta ver­sa­ta dal­l’au­to­re nei per­so­nag­gi dei pro­pri romanzi.

Para­dos­sal­men­te, que­sta mate­ria bio­gra­fi­ca era arri­va­ta in super­fi­cie con Super Sad True Love Sto­ry, un roman­zo disto­pi­co sopra le righe ambien­ta­to in un futu­ro dove i cit­ta­di­ni del mon­do han­no impa­ra­to a con­vi­ve­re con il dispo­ti­smo in cam­bio degli ulti­mi e più scin­til­lan­ti gad­get. Tra alcu­ne del­le pagi­ne più diver­ten­ti si anni­da­no momen­ti di tene­rez­za, di debo­lez­za, di pau­ra — sen­ti­men­ti veri, sep­pur sen­za mai esse­re sen­ti­men­ta­li, che ren­do­no la let­tu­ra deva­stan­te. Il let­to­re fini­sce così per ride­re e ride­re e ripor­re il libro, gon­fio di tristezza.

Foto dell'autore

È così un per­cor­so natu­ra­le, quel­lo dal puro roman­zo di sati­ra, a Mi chia­ma­va­no Pic­co­lo Fal­li­men­to. Un memoir diver­ten­tis­si­mo scrit­to da un auto­re sem­pli­ce­men­te in cer­ca di ven­det­ta. E amore.

Mi chia­ma­va­no Pic­co­lo Fal­li­men­to è una sto­ria di for­ma­zio­ne, e in qual­che modo, di rivalsa.

Incon­tria­mo così il pic­co­lo ebreo rus­so Igor Shteyn­gart, un bam­bi­no brut­to e spet­ti­na­to, dall’asma sof­fo­can­te e dal­la lin­gua taglien­te, e seguia­mo la sua vita ver­so l’America, dove si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia a set­te anni.

L’umorismo mar­chio di fab­bri­ca dell’autore si fa tran­cian­te, men­tre smem­bra se stes­so, le pro­prie disgra­zie, e l’amore “cat­ti­vo” dei suoi geni­to­ri. È testa­men­to del­la gran­dez­za di Shteyn­gart come auto­re, que­sta capa­ci­tà di rac­con­ta­re la pro­pria vita ter­ri­bi­le in una fami­glia disfun­zio­na­le attra­ver­so la len­te del­lo humour e del­la sati­ra, per otte­ne­re una nar­ra­ti­va gon­fia di one­sto sen­ti­men­to. Sen­ti­men­ti trat­ta­ti con una tale com­po­stez­za e con pro­fi­lo così alto da aver­gli meri­ta­to pesan­ti para­go­ni con un altro rus­so natu­ra­liz­za­to sta­tu­ni­ten­se, Vla­di­mir Nabokov.

“Plea­se love me”, scri­ve en pas­sant a un cer­to pun­to dell’autobiografia, e strap­pa al let­to­re una risa­ta roca, que­sta richie­sta così infan­ti­le d’affezione. Fin­ché non si fa chia­ro quan­to sia vera, neces­sa­ria, e mai risposta.

Perché per la sua famiglia, che sperava per lui un futuro da attraente avvocato o medico, Shteyngart è solo un “piccolo fallimento” — come il soprannome che gli affibbierà la madre durante gli anni del liceo, “Failurchka”, in un misto di russo e americano.

Per il “pic­co­lo fal­li­men­to”, però, la scrit­tu­ra non è un ripie­go, ma l’unica via di fuga dall’essere un reiet­to, iso­la­to e igno­ra­to. Shteyn­gart dovrà pas­sa­re per una lun­ga fase di abu­so di dro­ghe e alcol e usci­re da una ter­ri­bi­le depres­sio­ne, per ricor­da­re l’unica vol­ta in cui si era sen­ti­to genui­na­men­te accet­ta­to — quan­do a die­ci anni ave­va scrit­to un bre­ve rac­con­to di fan­ta­scien­za che ave­va incan­ta­to i suoi com­pa­gni di scuola.

E così scri­ve, e scri­ven­do arri­va a que­sta sua auto­bio­gra­fia, per­ché se la let­te­ra­tu­ra è la sua arte ine­vi­ta­bi­le, la sua ine­vi­ta­bi­le neces­si­tà è quel­la di affron­ta­re il pro­prio pas­sa­to tor­men­ta­to da un’infanzia segna­ta da una for­te for­ma di asma, di cui in Rus­sia non c’erano cure se non far­si squar­cia­re la boc­ca for­zan­do­ne l’apertura con un cuc­chia­io, a un’adolescenza apo­li­de, visto qua­si con com­pas­sio­ne in casa, e come un caso uma­no a scuola.

Per que­sto, dice­va­mo, sem­bra a vol­te Shteyn­gart sia in cer­ca di ven­det­ta — per­ché non si può vive­re una vita del gene­re sen­za esse­re mos­si da acre­di­ne e rab­bia. Ver­so la Rus­sia, che ha costret­to i suoi geni­to­ri in fuga, e ver­so l’America, che si van­ta di acco­glie­re tut­ti, a pat­to si lasci­no ripla­sma­re e get­ti­no alle spal­le chi sono dav­ve­ro — come acca­de effet­ti­va­men­te all’autore, che da Igor diven­ta Gary, per­ché Igor è l’assistente di Frank­en­stein e Gary è un nome da atto­re affa­sci­nan­te, gli spie­ghe­rà la madre.

La ven­det­ta e l’acredine ven­go­no ripo­ste nel cas­set­to, pri­ma del­la con­clu­sio­ne del memoir, per­ché Shteyn­gart è un omet­to trop­po buo­no per se stes­so, trop­po cau­sti­co per il mon­do. È inve­ce chia­ro che lo stem­ma del ter­ri­bi­le nomi­gno­lo dato­gli dal­la madre non si scio­glie­rà mai — mal­gra­do oggi “il pic­co­lo fal­li­men­to” sia famo­so in tut­to il mon­do per i pro­pri scrit­ti, inse­gni alla Colum­bia Uni­ver­si­ty, e viva a Gra­mer­cy Park con moglie e figlia, la sua nuo­va famiglia.

***

Gary Shteyn­gart pre­sen­te­rà Mi chia­ma­va­no Pic­co­lo Fal­li­men­to al Festi­va­let­te­ra­tu­ra di Man­to­va oggi alle 15:00 nel cor­ti­le dell’Archivio di Stato

Mi chia­ma­va­no Pic­co­lo Fal­li­men­to è in libre­ria con Guan­da. (18€)

Ales­san­dro Massone
@amassone
Pho­to CC Mark Coggins

[Disclai­mer: Que­sto post è sta­to scrit­to usan­do come rife­ri­men­to l’edizione ori­gi­na­le di Lit­tle Fai­lu­re, edi­ta da Ran­dom House]

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Alessandro Massone
Desi­gner di gior­no, blog­ger di not­te, pod­ca­ster al crepuscolo.

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