L’incredibile storia di Rebecca Gomperts
La donna che garantì l’aborto

Ogni tan­to, leg­gen­do il gior­na­le si incon­tra­no anche del­le bel­le sto­rie. Pur­trop­po acca­de piut­to­sto rara­men­te, quin­di mi pare sia il caso di rac­con­ta­re quel­la che ho tro­va­to sul New York Times, per­ché è bel­la – ovvia­men­te – per­ché può esse­re d’ispirazione e per­ché ogni tan­to fa bene ricor­dar­si che si può aiu­ta­re la gen­te, anche quel­la che sem­bra irraggiungibile.

Rebec­ca Gom­perts è una dot­to­res­sa olan­de­se che nel 1999, all’età di 33 anni, fon­dò l’organizzazione no-pro­fit che va sot­to il nome di “Women on Waves”. La dot­to­res­sa Gom­perts era par­ti­co­lar­men­te sen­si­bi­le al tema dell’aborto dopo il viag­gio che ave­va intra­pre­so come medi­co di bor­do su una nave di Green­pea­ce, duran­te il qua­le era entra­ta in con­tat­to con mol­ti pro­ble­mi sani­ta­ri crea­ti dagli abor­ti ille­ga­li. Pre­so in con­si­de­ra­zio­ne il fat­to che, in acque inter­na­zio­na­li, su una nave per esem­pio olan­de­se vige la leg­ge olandese,

Rebecca Gomperts prese la decisione di navigare fino ai Paesi raggiungibili nei quali era vietato o di difficilissimo accesso l’aborto, e una volta lì far salire a bordo le donne che richiedevano il servizio, portarle in acque internazionali, somministrare loro la pillola abortiva RU486 (al tempo da poco divenuta legale in Olanda) e mandarle a casa ad abortire.

Facen­do­si aiu­ta­re da un arti­sta olan­de­se suo ami­co, la dot­to­res­sa tra­sfor­mò un con­tai­ner in una cli­ni­ca per abor­ti, rac­col­se del­le dona­zio­ni, affit­tò una nave e pre­se il mare.

Negli anni suc­ces­si­vi Women on Waves visi­tò, sem­pre sot­to invi­to di orga­niz­za­zio­ni loca­li, vari Pae­si con più o meno suc­ces­so, tra cui Irlan­da, Polo­nia, Por­to­gal­lo e Maroc­co. Degna di esse­re ricor­da­ta è la cam­pa­gna del 2004 in Por­to­gal­lo, duran­te la qua­le il Mini­stro del­la Dife­sa del tem­po man­dò due navi da guer­ra con­tro alla nave di Women on Waves per impe­dir­le di entra­re in acque nazio­na­li. Non si tro­vò nes­su­na imbar­ca­zio­ne dispo­sta a tra­ghet­ta­re le don­ne che atten­de­va­no a riva fino alla cli­ni­ca, e nes­su­na pil­lo­la abor­ti­va fu som­mi­ni­stra­ta. Tut­ta­via tale fu lo scan­da­lo e tale fu l’attenzione data dal­la stam­pa all’evento, che si pen­sa che l’intervento di Women on Waves sia sta­to un pas­so fon­da­men­ta­le per la lega­liz­za­zio­ne dell’aborto rag­giun­ta dal Por­to­gal­lo nel 2007.La sto­ria è sta­ta rac­con­ta­ta nel docu­men­ta­rio Ves­sel di Dia­na Whitten.

Oggi Rebec­ca Gom­perts ha abban­do­na­to le navi e si è spo­sta­ta sul web, mol­ti­pli­can­do all’infinito la sua pos­si­bi­li­tà di rag­giun­ge­re e aiu­ta­re don­ne che voglio­no abor­ti­re e non pos­so­no far­lo. Women on Waves è diven­ta­to Women on Web, orga­niz­za­zio­ne sem­pre no pro­fit con sede ad Amster­dam, che rice­ve una media di 2000 mail di richie­ste al mese da tut­to il mon­do e ha un help desk in ven­ti lin­gue diverse.

women on waves collage

Come fun­zio­na Women on Web?
Le richie­ste di aiu­to ven­go­no inol­tra­te via mail e tra que­ste ven­go­no sele­zio­na­te quel­le che pro­ven­go­no da Pae­si in cui l’aborto è vie­ta­to o di dif­fi­ci­lis­si­mo acces­so e ven­go­no rifiu­ta­te quel­le – nume­ro­sis­si­me comun­que – da Pae­si come gli Sta­ti Uni­ti dove ci sono ser­vi­zi abor­ti­vi sicu­ri. In segui­to vie­ne chie­sto alla don­na di comu­ni­ca­re pre­ci­sa­men­te, pos­si­bil­men­te dopo un’ecografia, da quan­te set­ti­ma­ne è incin­ta in modo da man­da­re aiu­to sol­tan­to alle don­ne che sono incin­te da meno di 9 set­ti­ma­ne, per esse­re sicu­ri che la pil­lo­la abor­ti­va pos­sa arri­va­re entro i tre mesi. Ci si accer­ta che la don­na non abbia una gra­vi­dan­za ecto­pi­ca, una con­di­zio­ne pato­lo­gi­ca per cui l’impianto dell’embrione avvie­ne in sedi diver­se del­la cavi­tà ute­ri­na e che ren­de peri­co­lo­so l’uso del­la pil­lo­la abortiva.
Il con­sul­to così fat­to, basa­to inte­ra­men­te sul­la fidu­cia (come d’altronde gran par­te dei rap­por­ti medi­co-pazien­te) è man­da­to a dei medi­ci che lavo­ra­no part-time per Women on Web. Saran­no loro a deci­de­re se accet­ta­re o meno la pazien­te e se a quel pun­to scri­ve­re la ricet­ta per la pil­lo­la che vie­ne man­da­ta elet­tro­ni­ca­men­te a un com­mer­cian­te di medi­ci­ne in India. Quest’ultimo si occu­pa di invia­re alla pazien­te la medi­ci­na in un pac­co con un trac­king num­ber, in modo che tut­ti, lui stes­so, l’ufficio di Amster­dam e la desti­na­ta­ria pos­sa­no seguir­ne i pro­gres­si. Una vol­ta che la pil­lo­la è arri­va­ta, la don­na rice­ve istru­zio­ni su come assu­mer­la e su qua­li sin­to­mi dovrà aspet­tar­si. Rima­ne per tut­to il tem­po dell’aborto in con­tat­to con Women on Waves che moni­to­ra da lon­ta­no la situa­zio­ne e, se qual­co­sa sem­bra che stia andan­do come non dovreb­be, con­si­glia alla don­na di recar­si dal medi­co più vici­no, dove in ogni caso non potrà esse­re per­se­gui­ta legal­men­te, per­ché la pil­lo­la abor­ti­va assun­ta via boc­ca non lascia trac­ce e ha gli stes­si sin­to­mi di un abor­to spon­ta­neo. Tut­to que­sto per un con­tri­bu­to libe­ro che va dai 70 ai 90 euro e che non è asso­lu­ta­men­te obbli­ga­to­rio; se non ci si può per­met­te­re di paga­re così tan­to o non ci si può pro­prio per­met­te­re di paga­re nien­te il ser­vi­zio vie­ne for­ni­to lo stesso.

Ovviamente non sono pochi coloro a cui il Women on Web non piace. Non solo chi è generalmente contro l’aborto, ma molti altri hanno sollevato questioni sanitarie ed etiche.

È sicu­ro som­mi­ni­stra­te la pil­lo­la abor­ti­va a una don­na sen­za aver­la effet­ti­va­men­te visi­ta­ta? Cosa suc­ce­de se la pazien­te men­te, dice di esse­re incin­ta da poche set­ti­ma­ne ma in real­tà lo è da più di tre mesi? O sem­pli­ce­men­te non sa esat­ta­men­te quan­do è rima­sta incinta?
Rebec­ca Gom­perts rispon­de che è piut­to­sto impro­ba­bi­le che una don­na non sap­pia quan­do è rima­sta incin­ta, e che comun­que loro con­si­glia­no sem­pre, se pos­si­bi­le, di fare un’ecografia pri­ma di pren­de­re la pil­lo­la. Ed è anco­ra più dif­fi­ci­le che una don­na che vuo­le abor­ti­re, e che quin­di ha pau­ra, men­ta sul­la sua con­di­zio­ne. D’altronde il rap­por­to medi­co-pazien­te si basa assai spes­so sul­la fidu­cia, che ci sia una visi­ta rea­le o un con­sul­to via mail.
A chi inve­ce chie­de che dirit­to ha Women on Web di anda­re con­tro la leg­ge di cer­ti Pae­si – come l’Irlanda o la Polo­nia – che han­no demo­cra­ti­ca­men­te scel­to di vie­ta­re l’aborto, Rebec­ca Gom­perts rispon­de che il dirit­to all’aborto è un dirit­to uma­no, e che i dirit­ti uma­ni van­no dife­si sem­pre e sem­pre for­ni­ti, e che vio­la­re la leg­ge di un Pae­se che non sta rispet­tan­do un dirit­to sia lecito.

È sta­to sti­ma­to dal­la World Health Orga­ni­za­tion che nel 2008 ci sono sta­ti 21,6 milio­ni di abor­ti ille­ga­li e peri­co­lo­sis­si­mi (nel 2003 era­no 19.7 milio­ni), che han­no cau­sa­to 47.000 mor­ti, e le mor­ti cau­sa­te da abor­ti non sicu­ri sono il 13% del­le mor­ti mater­ne. La stes­sa orga­niz­za­zio­ne ha inse­ri­to la pil­lo­la abor­ti­va sul­la lista del­le medi­ci­ne essen­zia­li e, alla luce dei dati cita­ti, c’è da con­si­de­ra­re che una don­na che vuo­le abor­ti­re lo fa lo stes­so, anche se il suo Pae­se lo vie­ta. Tan­to vale che lo fac­cia in modo sicuro.

Bian­ca Giacobone
@BiancaGiac

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Bianca Giacobone
Stu­den­tes­sa di let­te­re e redat­tri­ce di Vul­ca­no Sta­ta­le. Osser­vo ascol­to scri­vo. Ogni tan­to par­lo anche. E fac­cio il mon­do mio, poco per volta.

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