The Tribe
Quando la parola non è necessaria

Il regi­sta ucrai­no Myro­slav Sla­bo­sh­py­tskiy ini­zia la sua inda­gi­ne regi­sti­co-cul­tu­ra­le sul mon­do dei sor­do­mu­ti nel 2010 con il cor­to­me­trag­gio Deaf­ness, da allo­ra quel­la che sem­bra­va solo un’idea diven­ta un’ossessione. Il desi­de­rio di descri­ve­re una real­tà nasco­sta ai più cre­sce nel­la men­te del regi­sta fino al 2014 quan­do, tro­va­ti final­men­te i sol­di, ha la pos­si­bi­li­tà di amplia­re il discor­so ini­zia­to quat­tro anni prima.

The Tri­be rac­con­ta le vicen­de di Ser­gey, gio­va­ne sor­do­mu­to che, tra­sfe­ri­to­si in una scuo­la spe­cia­le, sco­pre un siste­ma gerar­chi­co, vio­len­to e cri­mi­na­le. Per non esse­re sopraf­fat­to dall’aggressività del siste­ma, Ser­gey sarà costret­to a tro­va­re un pro­prio ruo­lo all’interno del­la tribù.

Le vicen­de del film, come rac­con­ta­to dal regi­sta in con­fe­ren­za stam­pa, sono sia rap­pre­sen­ta­zio­ni del­le sue vicen­de sco­la­sti­che d’infanzia sia even­ti real­men­te acca­du­ti all’interno dell’esercito ucrai­no; il tut­to immer­so in un con­te­sto che real­men­te esi­ste nei Pae­si dell’Est. Sla­bo­sh­py­tskiy infat­ti, entra­to in con­tat­to con mol­ti degli isti­tu­ti da cui il film trae ispi­ra­zio­ne, ha assi­sti­to al siste­ma tri­ba­le in cui sono affos­sa­ti i gio­va­ni che vi risie­do­no; duran­te la con­fe­ren­za al Mila­no Film Festi­val (dove il film ha vin­to il pre­mio per miglior lun­go­me­trag­gio) il regi­sta non ha esi­ta­to a com­pa­ra­re il siste­ma vigen­te all’interno di que­ste scuo­le spe­cia­li con il siste­ma gerar­chi­co mafio­so. Non ci è dato sape­re se la veri­tà sia poi quel­la ripor­ta­ta in pel­li­co­la, ma rima­ne il fat­to che sicu­ra­men­te esi­ste una situa­zio­ne mol­to dif­fi­ci­le da gesti­re nei Pae­si dell’Est Europa.

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È a que­sto pun­to che entra in gio­co l’arguzia e la saga­cia del regi­sta: abbi­na­re la cru­del­tà, più che la vio­len­za, all’assenza di paro­la. Non è un lega­me faci­le quel­lo che si crea tra que­sti due ele­men­ti, ma sen­za dub­bio risul­ta fun­zio­na­le al lin­guag­gio fil­mi­co. Se attra­ver­so l’assenza di sot­to­ti­to­li e di voi­ce over si crea una sen­sa­zio­ne di vuo­to per­cet­ti­vo, attra­ver­so le azio­ni aggres­si­ve e sen­za pie­tas dei per­so­nag­gi vie­ne inve­ce tra­smes­so un vuo­to emo­ti­vo che non lascia allo spet­ta­to­re nul­la a cui aggrap­par­si se non i brac­cio­li del­la poltrona.

The Tribe è senza dubbio un film crudo che non lascia scampo a chi lo guarda, ma chi lo guarda non può fare altrimenti, essendo la “vista” l’unica strada possibile per interpretare il film.

Da que­sta ulti­ma con­si­de­ra­zio­ne nasce la rifles­sio­ne sull’altro ele­men­to di pre­gio di que­sta pel­li­co­la: l’attenzione.
Da anni ormai, in Ita­lia come nel resto del mon­do, le case di pro­du­zio­ne inve­sto­no i pro­pri sol­di su pro­get­ti di faci­le con­su­mo, dai bla­so­na­tis­si­mi cine­co­mic ai pro­dot­ti in bili­co fra la com­me­dia, la far­sa e la noia; il tut­to per il sem­pli­ce moti­vo che il pub­bli­co di oggi vuo­le, anzi pre­ten­de, esse­re imboc­ca­to. Pre­di­li­ge insom­ma quel­le pel­li­co­le il cui valo­re – se c’è – è ser­vi­to bel­la­men­te su un piat­to d’argento e che non han­no biso­gno di un ragio­na­men­to inte­rio­re del­lo spet­ta­to­re per esse­re apprez­za­te. Sla­bo­sh­py­tskiy con The Tri­be pri­va di que­sto lus­so chi guar­da la pel­li­co­la, impo­nen­do, ai fini del­la com­pren­sio­ne nar­ra­ti­va, una visio­ne con­ti­nua e atten­ta. «Duran­te la pro­ie­zio­ne non puoi guar­da­re a destra o a sini­stra poi­ché per­den­do anche solo pochi minu­ti rischie­re­sti di non capi­re cosa sta suc­ce­den­do nel film».

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Quel­lo che si sta andan­do a crea­re è un siste­ma mala­to, per cui spet­ta­to­ri abi­tua­ti a film autoe­spli­ca­ti­vi avran­no sem­pre più dif­fi­col­tà a capi­re pel­li­co­le come The Tri­be. Dun­que il suc­ces­so otte­nu­to – da Can­nes a Mila­no – è sì una pre­mia­zio­ne alle tema­ti­che e alla regia, ma soprat­tut­to alla tec­ni­ca che ripor­ta il pub­bli­co ad uno sta­to di atten­zio­ne tota­le ver­so il film, e più in gene­ra­le ver­so il cine­ma, sfrut­tan­do al mas­si­mo il pote­re del­la mac­chi­na da presa.

Il cine­ma muto e l’universo cine­ma­to­gra­fi­co da esso crea­to potreb­be esse­re il pri­mo faci­le rife­ri­men­to a cui pen­sa­re, la veri­tà è che The Tri­be va oltre, abbat­ten­do la divi­sio­ne di gene­ri e crean­do­si uno spa­zio a sè.
Uno spa­zio in cui con­vi­vo­no i rumo­ri di sot­to­fon­do e la rab­bia sen­za voce, un luo­go in cui si può coglie­re un discor­so anche sen­za la paro­la. E si sa, è que­sto ciò che amia­mo del cinema.

Jaco­po Musicco
@jacopomusicco

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Jacopo Musicco
“Cono­sco la vita, sono sta­to al cinema.”

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