“Signori, attenzione! Questo è un test, un grosso rischio per la nostra fede. Fallire significa insinuare il dubbio in tutto quello in cui crediamo, in tutto quello per il quale ci siamo battuti. Il dubbio farà precipitare nuovamente questo paese nel caos e io non permetterò che ciò si ripeta. Voglio che questo terrorista venga trovato e voglio che capisca profondamente il vero significato della parola “terrore”. Cancelliere Adam Sutler, V for Vendetta
Due fatti, in sé diversi, accaduti negli ultimi giorni, ci portano a riscoprire ancora una volta quel filo sottile che ci collega al passato, utilissimo per comprendere meglio il presente.
Il 21 settembre è morto, all’età di 87 anni, Michael “Mike” Harari, definito dal quotidiano The Time of Israel: “Un comandante leggendario del Mossad venuto dall’ombra”.
La notizia ha avuto un certo risalto anche qua da noi perché questo ex-agente del servizio segreto israeliano era stato impegnato in prima persona per condurre l’Operazione Ira di Dio.
Riavvolgiamo il nastro della storia: siamo negli anni 70, la situazione in medio-oriente è calda più del solito, nel 1967 la furia guerriera di Israele e il suo gigantesco potenziale bellico avevano dato ottima prova di sé nella guerra dei Sei Giorni, in cui vennero portate a compimento le occupazioni di Gaza e West Bank, gli ultimi territori rimasti in mano ai palestinesi dopo la guerra del ’48.
Il muro di veti, posti dagli USA durante i consigli di sicurezza all’ONU (in cui si tenta di risolvere la situazione tramite un accordo politico internazionale), porta ben presto al silenzio dei media sulla questione palestinese.

Si entra negli anni di piombo, come sarebbero stati poi chiamati successivamente, e il radicalismo delle azioni sembra l’unica via per risolvere la questione, in Italia come nel resto del mondo.
Mentre morivano Pinelli e Calabresi, saliva al potere Andreotti e avveniva la strage di Peteano, a Roma due grandi esponenti di Al Fatah, Abu Dawud e Salah Khalaf, si riunivano con Abu Muhammad, esponente dell’organizzazione terroristica Settembre Nero, per discutere di un’azione da intraprendere che fosse in grado di suscitare grande clamore e attenzione verso la causa palestinese.
Era il 15 luglio 1972, il 24 agosto sarebbero iniziati i XX Giochi Olimpici a Monaco di Baviera e si decise che l’obiettivo dell’attacco dovesse essere il rapimento della delegazione sportiva israeliana, e a questo proposito bisogna ricordare come non sia mai stato chiarito il ruolo e il grado di conoscenza in merito all’azione terroristica da parte dell’OLP e del suo leader Yasser Arafat.
Il commando entra in azione all’alba del 5 settembre, penetrando nelle stanze ha presto la meglio su atleti e relativi allenatori, ma il piano va subito in fumo perché uno di loro, Moshe Weinberg, reagisce e si prende una scarica di mitra.
Avvertita dai rumori di arma da fuoco, interviene la polizia tedesca che sigilla l’area e inizia le trattative con i terroristi; questi chiedono il rilascio di 234 detenuti palestinesi rinchiusi in carceri israeliane e dei due terroristi più celebri della storia tedesca, Andreas Baader e Ulrike Meinhof, capi della Rote Armee Fraktion, la versione teutonica delle Brigate Rosse.
Nel frattempo il cancelliere tedesco Willy Brandt esaurisce le alternative: il primo ministro israeliano Golda Meir rifiuta qualsiasi tipo di trattativa, Sadāt, generale succeduto a Nasser in Egitto dove i terroristi si sarebbero voluti rifugiare, nega ogni aiuto a sua volta. Viene deciso per un intervento delle forze speciali, ma tutta una serie di errori coincidenti fanno sì che i palestinesi si accorgano della trappola tesagli e uccidano immediatamente tutti gli ostaggi, venendo a loro volta massacrati dalla polizia tedesca; tutti eccetto tre, Jamāl al-Jāshī, Adnan al-Jāshī, e Muhammad Safadi.
Questi tre ‘fortunati’ vengono processati dalla giustizia, ma mentre si sta celebrando il loro processo un aereo della Lufthansa sulla rotta Beirut-Ankara viene dirottato da un gruppo di terroristi che richiede lo scambio degli ostaggi con i detenuti della strage di Monaco.
Pur essendo consapevole del parere totalmente contrario di Israele, il governo tedesco decide di accettare e i tre vengono scambiati.

La risposta israeliana non si fa attendere, Golda Meir organizza un comitato composto dal ministro della difesa, Moshe Dayan, il responsabile anti-terrorismo Aharon Yariv e il direttore del Mossad, Zvi Zamir. Nella riunione si arriva alla conclusione che per creare un deterrente a futuri atti terroristici anti-israeliani sia necessario assassinare esecutori e registi del Massacro di Monaco, e che le esecuzioni debbano avere una certa spettacolarità.
Come ebbe a dire David Kimche, ex vice direttore del Mossad: “Lo scopo non era tanto la vendetta quanto piuttosto di terrorizzarli [i militanti palestinesi]. Volevamo che si guardassero alle spalle e sapessero che stavamo loro addosso. E perciò tentammo di non fare roba come sparare semplicemente ad un tizio per la strada — questo è facile… tutto sommato.”
Viene incaricato di organizzare l’operazione Ira di Dio il nostro eroe, Mike Harari. Questi non perde tempo e la lunga mano vendicativa di Israele si manifesta subito alla fine del 1972: prima viene eliminato Wa’il Zu’Ayter, rappresentante dell’OLP in Italia, e poi, l’anno successivo — nel tentativo di eliminare Ali Hassan Salameh, capo e mente di Settembre Nero — nella cittadina di Lillehammer rimane ucciso un cameriere marocchino scambiato per il terrorista; ha inizio, come operazione parallela alle esecuzioni, l’invio di pacchi bomba dal Mossad ai membri delle organizzazioni terroristiche palestinesi e dai terroristi alle ambasciate israeliane di mezza Europa.
Un’escalation senza fine che si traduce in un’operazione condotta per più di 20 anni che si porta appresso una lunga scia di sangue.
Tutta questa storia ci aiuta a capire meglio come lo stato militarista di Israele reagisca quando viene provocato e a come la “teoria della vendetta” sia una costante mediatica e ideologica che permea ampi strati della popolazione dello stato ebraico.
Il secondo fatto preso in considerazione è la conferma ufficiale, avvenuta dal portavoce dell’esercito israeliano, dell’uccisione di Amer Abu Aisheh e Marwan Qawasmehle, i due palestinesi ritenuti responsabili del sequestro e dell’omicidio dei tre ragazzi ebrei lo scorso 12 giugno vicino a Betlemme, fatto che ha scatenato l’ultima operazione militare nella striscia di Gaza.
Più di tutto, si faccia fede alle dichiarazioni, registrate nei giorni scorsi, del premier israeliano Benjamin Netanyahu : “Fin dal primo momento avevamo detto che Hamas era responsabile – ha affermato il premier israeliano – e infine lo stesso Hamas ha ammesso di averlo organizzato”.
”La mano della giustizia di Israele, la nostra lunga mano, ha infine raggiunto”.
Jacopo G. Iside
@JacopoIside
Photo Credtis: Bettman/CORBIS




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