Il giovane favoloso

Dal 16 otto­bre nel­le sale cine­ma­to­gra­fi­che ita­lia­ne vie­ne pro­iet­ta­ta l’eterna e malin­co­ni­ca imma­gi­ne del gio­va­ne Gia­co­mo Leopardi.
Il gio­va­ne favo­lo­so è un film bio­gra­fi­co diret­to da Mario Mar­to­ne, che con­den­sa in 137 minu­ti i momen­ti più signi­fi­ca­ti­vi del­la vita del poe­ta mar­chi­gia­no: il film è sta­to pre­sen­ta­to in con­cor­so alla 71° Mostra inter­na­zio­na­le d’arte cine­ma­to­gra­fi­ca di Vene­zia, aggiu­di­can­do­si una nomi­na­tion Leo­ne d’oro per la miglior regia e nel gior­no dell’esordio si è clas­si­fi­ca­to secon­do per incas­si al botteghino.

Suc­ces­so di pub­bli­co ma non solo: nume­ro­se recen­sio­ni sul­la stam­pa, fra stron­ca­tu­re e apprez­za­men­ti, quest’ultimi nume­ri­ca­men­te supe­rio­ri, gra­zie all’interpretazione den­sa di pàthos del­l’at­to­re eclet­ti­co Elio Ger­ma­no e una foto­gra­fia tut­ta imper­nia­ta su scor­ci e pro­spet­ti­ve affa­sci­nan­ti del Bel Paese.

Giacomo Leopardi - Elio Germano

Leo­par­di mal sop­por­ta­va le quat­tro mura di Reca­na­ti in cui era costret­to a vive­re e non appe­na ne ebbe occa­sio­ne si rifu­giò a Roma e Firen­ze, cul­le del­la cul­tu­ra ita­lia­na: l’una rap­pre­sen­ta­va per lui gli stu­di anti­chi, l’altra Dan­te e la let­te­ra­tu­ra. Infi­ne, con l’amico Anto­nio Ranie­ri, conob­be Napo­li, cal­da, miti­ca e vivace.
Mol­ti dei luo­ghi sele­zio­na­ti dal regi­sta per fare da sfon­do alle varie sce­ne, sono gli stes­si a cui Leo­par­di ren­de omag­gio nei suoi com­po­ni­men­ti: pae­sag­gi e luci pit­to­re­sche gui­da­no il cor­po del­lo spet­ta­to­re attra­ver­so un sen­tie­ro costel­la­to di paro­le strug­gen­ti, il tut­to con­di­to dal­le melo­die del Ros­si­ni e da un uni­ver­so che è qua­si favolistico.

Tra le fila di chi non ha appro­va­to il film tro­via­mo colo­ro che riten­go­no impos­si­bi­le tra­sla­re il talen­to e la pro­fon­di­tà del pen­sie­ro leo­par­dia­no su di un mez­zo che non sia quel­lo poe­ti­co, colo­ro che con­si­de­ra­no la pel­li­co­la trop­po dida­sca­li­ca e bana­liz­zan­te. La nar­ra­zio­ne pare in effet­ti nascon­der­si sot­to i cli­chè let­te­ra­ri leo­par­dia­ni, qua­li la sof­fe­ren­za, la natu­ra osti­le, l’illusione; tut­ta­via essa assu­me un sen­so alla luce del­la neces­si­tà di coin­vol­ge­re un vasto pub­bli­co di pro­fa­ni, inve­ce che accon­ten­tar­si di una risi­bi­le pla­tea di cul­to­ri e affe­zio­na­ti lettori.

Il regi­sta si ispi­ra alle testi­mo­nian­ze epi­sto­la­ri di Leo­par­di per dipin­ge­re l’ironia e la luci­di­tà intel­let­tua­le del­l’uo­mo pri­ma anco­ra che del poe­ta . Un uomo che sof­fre per la con­di­zio­ne pro­pria e per quel­la del­l’u­ma­ni­tà inte­ra – un uomo che tro­va uni­co con­for­to nell’amore per lo studio.
L’erudizione, oltre­mo­do eli­ta­ria nell’Italia otto­cen­te­sca, vie­ne mes­sa in sce­na attra­ver­so il duro lavo­ro nel­la biblio­te­ca del padre “tiran­no” il Con­te Monal­do – luo­go obbli­ga­to per tra­dur­re gli anti­chi clas­si­ci e appro­fon­di­re cono­scen­za di Ome­ro e del­la sto­ria filo­so­fi­ca. Un per­cor­so di ele­va­zio­ne che for­mò un gio­va­ne intel­let­tua­le, logo­ra­to costan­te­men­te da doman­de esi­sten­zia­li sul sen­so del­la vita e del mon­do; egli era libe­ro eppu­re in gabbia.
La sua pri­gio­ne fu il cor­po sgra­zia­to che la “natu­ra matri­gna” gli attri­buì, ma gra­zie al qua­le sen­ti­va e per­ce­pi­va la real­tà. Il suo intel­let­to fu inve­ce libe­ro di spa­zia­re nell’infinito, di guar­da­re oltre il limi­te che quel­la stes­sa natu­ra gli impo­ne­va. Un intel­let­to in gra­do di viag­gia­re nel­lo spa­zio e nel tem­po, resi­sten­do all’u­su­ra dei decen­ni per rag­giun­ge anche noi. La ragio­ne lo por­tò a con­si­de­ra­re le sven­tu­re e la vani­tà del­l’e­si­sten­te, per que­sto la feli­ci­tà – uni­co fine degno di esse­re per­se­gui­to secon­do Leo­par­di – può esse­re ricer­ca­ta solo nel­la fan­ciul­lez­za, l’età dell’illusione e dell’immaginazione, dove anco­ra tut­to è pos­si­bi­le in quan­to incerto.
Il regi­sta iden­ti­fi­ca il poe­ta come un pre­cur­so­re del Nove­cen­to, che pone al cen­tro del­la sua inda­gi­ne il dub­bio e così lo fa parlare:

“La ragione umana non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo, perché contiene il vero.
E in cosa consiste il vero?
Consiste nel dubbio.”

E anco­ra:
“Chi dubi­ta sa, e sa più che si pos­sa” rical­can­do la sen­ten­za di socra­ti­ca memo­ria: “Il sag­gio è colui che sa di non sapere”.

Leopardi 3

Nel­la locan­di­na del film il vol­to del pro­ta­go­ni­sta è rove­scia­to, a voler signi­fi­ca­re la rivo­lu­zio­ne che in un cer­to sen­so Leo­par­di rap­pre­sen­ta­va per i suoi con­tem­po­ra­nei. La sua pro­spet­ti­va è quel­la del filo­so­fo che non teme di ribal­ta­re le cer­tez­ze, le leg­gi del pro­prio tem­po: una pro­spet­ti­va mai sta­ti­ca che, ren­den­do ono­re pur svin­co­lan­do­si dal più noto mot­to del­la filo­so­fia occi­den­ta­le, con­ti­nua­men­te ruo­ta attor­no al suo cen­tro: “Dubi­to ergo sum”.

Ales­san­dra Busacca 
@AleBusacca1
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Alessandra Busacca
Nata a Mila­no il 20 Feb­bra­io 1993. 
Pro­fes­sio­ne: studentessa.
Non so dire altro di me che non pos­sa cam­bia­re; e del nome non sono poi così sicura.
About Alessandra Busacca 18 Articoli
Nata a Milano il 20 Febbraio 1993. Professione: studentessa. Non so dire altro di me che non possa cambiare; e del nome non sono poi così sicura.

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