La belle vie

Un’opera pri­ma è una sor­ta di rito d’iniziazione al cine­ma — tap­pa obbli­ga­ta, pro­gram­ma­ta, ane­la­ta e atte­sa nel­la car­rie­ra di ogni regi­sta più o meno affermato.
Con La bel­le vie, pre­sen­ta­to l’anno scor­so al Festi­val di Vene­zia nel­la sezio­ne gior­na­te degli auto­ri, fa capo­li­no sul mon­do del gran­de scher­mo il fran­ce­se Jean Deni­zot, clas­se 1979, auto­re pre­ce­den­te­men­te di due cor­to­me­trag­gi: Mou­che (2006) e Je me sou­viens (2008).

la belle vie

Allo stes­so modo di un’opera pri­ma per un regi­sta, La bel­le vie nascon­de sot­to­trac­cia il rito d’iniziazione alla vita impli­ci­to in ognu­no di noi e, a secon­da del sog­get­to, vis­su­to in modo uni­co, diver­so e par­ti­co­la­re: il momen­to del pas­sag­gio dall’adolescenza all’età adulta.
E non è cer­to un’adolescenza sem­pli­ce quel­la di Syl­vain — il gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta del­la pel­li­co­la inter­pre­ta­to dal dicias­set­ten­ne Zacha­rie Chas­se­riau­de — in cui il regi­sta ha con­fes­sa­to di rive­der­si “per il for­te attac­ca­men­to alla fami­glia e per il suo non riu­sci­re a stac­car­si dal padre”.

Syl­vain, infat­ti, si vede costret­to da die­ci anni a una con­ti­nua fuga per le cam­pa­gne fran­ce­si assie­me al fra­tel­lo Pier­re (Jules Pelis­sier) e al padre Yves (Nico­las Bou­chaud), accu­sa­to di aver rapi­to i figli dopo aver per­so l’udienza per la loro custodia.
Così come avven­ne infat­ti nel caso a cui si è ispi­ra­to il film — quel­lo di Xavier For­tin, l’uomo che nel 1998 rapì i suoi due figli e li fece cre­sce­re nasco­sti edu­can­do­li ed istruen­do­li — i tre uomi­ni sono sem­pre in con­ti­nuo movi­men­to, costan­te­men­te brac­ca­ti dal­la poli­zia e sen­za una fis­sa dimo­ra, ven­go­no sal­tua­ria­men­te aiu­ta­ti da una don­na, Gil­da (Solè­ne Rigot), il cui ruo­lo non ben defi­ni­to ci sug­ge­ri­sce esse­re un’amica del padre, che rap­pre­sen­ta una del­le poche figu­re fem­mi­ni­li del­la pellicola.

Il regi­sta pari­gi­no usa, a trat­ti qua­si come un pre­te­sto, i tre inter­pre­ti per attra­ver­sa­re con la mac­chi­na da pre­sa pae­sag­gi rura­li di una Fran­cia splen­di­da e incon­ta­mi­na­ta – la bel­le Fran­ce, potrem­mo azzar­da­re – pas­san­do da pae­si­ni di pasto­ri nasco­sti sui Pire­nei alle lim­pi­de e pla­ci­de acque del­la Loi­ra, per poi giun­ge­re alla cit­tà – Orléans – che non può che appa­rir­ci in tut­to e per tut­to osti­le, inu­ti­le, ridon­dan­te, qua­si si voles­se dare un’immagine fisi­ca al con­cet­to di sur­mo­der­ni­té descrit­to dal con­na­zio­na­le Augè.

Denizot prova perciò a descriverci un modello di esistenza diversa da quella a cui siamo stati abituati — “né sfruttatore né sfruttato” ripeterà spesso il padre ai suoi due figli — sottolineando come sia possibile vivere in armonia con la natura e con gli altri in una coesistenza di pacifico rispetto ed esule dal circolo vizioso del consumismo, della globalizzazione, dell’accumulazione e del capitalismo selvaggio.

Un film dun­que che fa riflet­te­re, por­tan­do tema­ti­che for­te­men­te attua­li e sor­pren­den­te­men­te pro­fon­de per un regi­sta agli esor­di, e sot­to­li­nean­do – con gran­de umil­tà e spi­ri­to pro­po­si­ti­vo – quel­la neces­si­tà di ritor­no ad un ruo­lo e ad una fun­zio­ne dida­sca­li­ca che il cine­ma ha avu­to per lun­go tem­po e di cui il pub­bli­co sem­bra, in un momen­to di assen­za di pun­ti di rife­ri­men­to, sen­ti­re ora più che mai un biso­gno crescente.

Pie­tro Repisti

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