La lunga marcia dello sport femminile

Lo sport come sia­mo abi­tua­ti a inten­der­lo oggi, lo sport pro­pria­men­te olim­pi­co, è feno­me­no in real­tà incre­di­bil­men­te recen­te. E’ pas­sa­to poco più di un seco­lo da quan­do il baro­ne De Cou­ber­tin deci­se di rie­su­ma­re dal­la ter­ra atti­ca il con­cet­to di Olim­pia­de, pre­gno di quei valo­ri nobi­li e uni­ver­sa­li che la pra­ti­ca spor­ti­va è capa­ce di tra­smet­te­re e che s’intendeva tra­dur­re nel dif­fi­ci­le con­te­sto di un’Europa lan­cia­ta ver­so il pri­mo con­flit­to mondiale.
Cer­ta­men­te la sua idea dei Gio­chi ben si distan­zia­va dal­la visio­ne che ne abbia­mo oggi: asso­lu­ta­men­te dilet­tan­ti­sti­che, le pri­me edi­zio­ni vide­ro sfi­dar­si rap­pre­sen­ta­ti­ve pro­ve­nien­ti da poche nazio­ni in un nume­ro assai ridot­to di spe­cia­li­tà, per­lo­più rife­ri­bi­li ai ludi classici.

Figlie a loro modo del vitalismo decadente, dell’esaltazione della potenza e del bel gesto, della celebrazione della virilità passante per il corpo e per l’attività fisica, le Olimpiadi moderne non davano inoltre spazio alcuno alla pratica femminile.

Il più stre­nuo oppo­si­to­re alla par­te­ci­pa­zio­ne del­le don­ne ai Gio­chi fu pro­prio De Cou­ber­tin, che rite­ne­va scan­da­lo­sa l’idea di lascia­re a del­le atle­te libe­ro acces­so alla sua crea­tu­ra e soste­ne­va che non sareb­be sta­ta «né uti­le, né pra­ti­ca, né este­ti­ca­men­te cor­ret­ta» un’Olimpiade en rose.

Dovet­te cede­re, suo mal­gra­do, alle cre­scen­ti pres­sio­ni del movi­men­to spor­ti­vo fem­mi­ni­le: all’edizione di Stoc­col­ma del 1912 pote­ro­no par­te­ci­pa­re – su gen­ti­le con­ces­sio­ne del Baro­ne – cin­quan­ta­set­te don­ne. Cin­quan­ta­set­te su due­mi­la­cin­que­cen­to, guar­da­te con la dif­fi­den­za e l’ironia con cui si guar­da­no i feno­me­ni da barac­co­ne. Trop­po fem­mi­ne per esse­re con­si­de­ra­te al pari dell’uomo, trop­po poco fem­mi­ni­li per esser con­ce­pi­te in quan­to don­ne. “Atle­tes­se”, come le defi­nì con odio e disprez­zo un gior­na­li­sta olan­de­se in occa­sio­ne dei Gio­chi di Amsterdam.
Degli spi­ri­ti eccen­tri­ci, frut­to dege­ne­ra­to del­la liber­tà e del­la dila­gan­te cor­ru­zio­ne dei costu­mi; face­va­no stor­ce­re il naso ai ben­pen­san­ti, que­ste atle­te, al pari del­le put­ta­ne e del­le attri­cet­te, o del­le fem­mi­ni­ste, che con sem­pre mag­gio­re insi­sten­za chie­de­va­no per­si­no il dirit­to di voto.

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Men­tre il movi­men­to si allar­ga­va, in Inghil­ter­ra veni­va mes­so al ban­do il cal­cio fem­mi­ni­le e le nascen­ti dit­ta­tu­re occi­den­ta­li – a dif­fe­ren­za di quel­la sovie­ti­ca, in cui si soste­ne­va la pari­tà di gene­re – dif­fon­de­va­no un pro­to­ti­po di don­na squi­si­ta­men­te dome­sti­co, asser­vi­to al padre pri­ma e al mari­to poi, inten­to esclu­si­va­men­te nel­la pro­crea­zio­ne e nel­la cura del foco­la­re. Un model­lo di don­na agli anti­po­di di quel­lo richie­sto nell’ambito di una qual­sia­si pra­ti­ca spor­ti­va: fra­gi­le, doci­le e remis­si­va, dipen­den­te, inca­pa­ce di auto­so­ste­ner­si e auto­ge­stir­si, intrin­se­ca­men­te desti­na­ta all’obbedienza e al rispet­to del limi­te. Deli­ca­ta e incon­si­sten­te, sem­pre este­ti­ca­men­te per­fet­ta e ade­gua­ta, pron­ta a com­pia­ce­re e accon­di­scen­de­re i desi­de­ri dell’uomo.

Un’immagine di don­na che, volen­te o nolen­te, sep­pur in modo subli­ma­to e vela­to, ci por­tia­mo in qual­che modo sul­le spal­le, per­pe­tra­to nei cano­ni di bel­lez­za odier­ni, e che fa rab­bri­vi­di­re i più affe­zio­na­ti alla vista di un addo­mi­na­le più scol­pi­to, un qua­dri­ci­pi­te più mar­ca­to, un del­toi­de defi­ni­to. Una musco­la­tu­ra ben tor­ni­ta non sto­na mai sul cor­po di un uomo, ma su quel­lo di una don­na è giu­di­ca­ta spes­so irri­me­dia­bil­men­te masco­li­na, dal­le don­ne in primis.
Que­sto scon­tro ine­vi­ta­bi­le fra ste­reo­ti­po e fisi­co col­pi­sce le atle­te di oggi esat­ta­men­te come col­pi­va quel­le di ieri, sep­pur in manie­ra più subdola.

Il senso d’inadeguatezza che portò la bellissima nuotatrice statunitense Eleanor Holm ad affermare nel 1932 «Io lascerei immediatamente il nuoto se i miei muscoli iniziassero ad assumere una parvenza troppo maschile», porta oggi una maggior incidenza di disturbi alimentari fra le ragazze che praticano sport e una maggiore percentuale d’abbandono dell’attività fisica, soprattutto nell’adolescenza.

E’ anco­ra dif­fi­ci­le accet­ta­re che un musco­lo pro­nun­cia­to su un cor­po di don­na non sia “masco­li­no”, ma sia let­te­ral­men­te “fem­mi­ni­le”, pro­prio del­la don­na per­ché natu­ral­men­te pro­prio del suo cor­po, del­la sua conformazione.

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Ma al di là dell’aspetto este­ti­co, l’immagine del­la don­na spor­ti­va risul­ta­va in ulti­ma ana­li­si peri­co­lo­sa, scon­vol­ge­va la visio­ne tra­di­zio­na­le del­la buo­na madre di fami­glia, dell’angelo del foco­la­re che il pen­sie­ro con­ser­va­to­re difen­de­va, e ciò si evin­ce anche dal­la for­te oppo­si­zio­ne che incon­trò nel mon­do eccle­sia­sti­co. L’ostilità allo sport fem­mi­ni­le era tal­men­te aper­ta che lo stes­so Pio XI si pro­nun­ciò sfa­vo­re­vol­men­te a riguar­do, invi­tan­do da Piaz­za San Pie­tro le atle­te ita­lia­ne a non par­te­ci­pa­re ai Giochi.
Il Fasci­smo, che pure – sull’onda del sud­det­to cul­to del cor­po e del­la viri­li­tà, teso però alla supe­rio­ri­tà mili­ta­re – invi­ta­va il popo­lo tut­to, don­ne com­pre­se, all’attività gin­ni­ca, limi­ta­va la pra­ti­ca fem­mi­ni­le con­si­glia­ta al tiro con l’arco e al nuo­to, per una mera que­stio­ne di irro­bu­sti­men­to ai fini del par­to. A segui­to dei Pat­ti Late­ra­nen­si, ven­ne impo­sto il ridi­men­sio­na­men­to dell’esercizio fisi­co fem­mi­ni­le, non più pro­pria­men­te spor­ti­vo, ma «mode­ra­ta­men­te spor­ti­vo», secon­do la fal­sa cre­den­za che lo sfor­zo richie­sto dal­la pra­ti­ca ago­ni­sti­ca fos­se ecces­si­vo e dan­no­so ai fini del­la procreazione.

Le pressioni da parte della Chiesa e del regime non impedirono comunque alle italiane di conquistarsi un posto nella storia dello sport. La prima medaglia in assoluto dell’atletica leggera italiana arrivò nel turbolento 1936 e a vincerla fu proprio una donna.

Nono­stan­te la for­ti resi­sten­ze, De Cou­ber­tin in testa, nel 1952 la metà del­le rap­pre­sen­ta­ti­ve com­pren­de­va una dele­ga­zio­ne fem­mi­ni­le, ma anco­ra nel 1968 il nume­ro del­le atle­te non supe­ra­va il 12% del tota­le e mol­te disci­pli­ne era­no loro precluse.
Non pote­va­no pren­der par­te nem­me­no alla mara­to­na, spe­cia­li­tà sim­bo­lo dell’Olimpiade — i 42,195km di cor­sa così bat­tez­za­ti in memo­ria del­la bat­ta­glia com­bat­tu­ta nel 490 a.C. nell’omonima pia­na (quel­la di Mara­to­na, appun­to) tra gre­ci e per­sia­ni. La leg­gen­da, tra­man­da­ta e rein­ter­pre­ta­ta in ulti­ma istan­za da Lucia­no da Samo­sta­ta, nar­ra di Phi­dip­pi­des, gio­va­ne sol­da­to ate­nie­se che ven­ne inca­ri­ca­to di cor­re­re sino all’acropoli del­la polis per annun­cia­re la vit­to­ria ai suoi con­cit­ta­di­ni e che, giun­to a desti­na­zio­ne, morì, stre­ma­to per lo sfor­zo imma­ne, al gri­do di «Νενικήκαμεν», «Neni­ké­ka­men», «abbia­mo vinto».
For­te­men­te volu­ta dal Baro­ne, poi­ché in essa veni­va­no rias­sun­ti i più alti valo­ri dell’impresa ago­ni­sti­ca, fu appan­nag­gio del gene­re maschi­le fino a tem­pi recen­tis­si­mi: fino al 1984.

Pri­ma di quel­la data, nume­ro­si furo­no i ten­ta­ti­vi di far ammet­te­re le don­ne alla com­pe­ti­zio­ne, alme­no in ambi­to non olim­pi­co. Il caso più ecla­tan­te fu quel­lo del­la mara­to­ne­ta sta­tu­ni­ten­se Kathy Swi­tzer, che s’iscrisse nel 1967 alla mara­to­na di Boston come “K. V. Swi­tzer”. Gra­zie a que­sto stra­ta­gem­ma, poté pre­sen­tar­si alla par­ten­za indi­stur­ba­ta, col pet­to­ra­le 261. Nel cor­so del­la com­pe­ti­zio­ne però i giu­di­ci s’accorsero del­la sua pre­sen­za e cer­ca­ro­no di fer­mar­la in tut­ti i modi, per­si­no con la for­za. Dife­sa dal fidan­za­to che le cor­re­va affian­co, la gio­va­ne Kathy riu­scì ad arri­va­re fino allo sta­dio, dove tra­di­zio­nal­men­te si con­clu­de la mara­to­na, ma le fu impe­di­to di entra­re e di ter­mi­na­re la sua gara.

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Ci sem­bra­no rac­con­ti lon­ta­ni nel tem­po, di un’altra epo­ca, e ci scan­da­liz­zia­mo di fron­te al velo o ai costu­mi inte­gra­li del­le atle­te musul­ma­ne, eppu­re ci basta tor­na­re indie­tro di una o due gene­ra­zio­ni per ripiom­ba­re nel nostro Medioe­vo spor­ti­vo, e per cer­ti ver­si non pos­sia­mo affer­ma­re di esser­ne usci­ti. Basti pen­sa­re che fino ai Gio­chi di Lon­dra 2012 il pugi­la­to fem­mi­ni­le non era disci­pli­na olimpica.
Per­ma­ne anco­ra, infat­ti, lo stra­no, taci­to pre­giu­di­zio di un’inferiorità che stra­ri­pa dai suoi argi­ni, ossia quel­li di una natu­ra­le minor for­za bru­ta, e inve­ste le altre qua­li­tà fisi­che e men­ta­li che fan­no il buon atle­ta: la resi­sten­za al dolo­re, alla fati­ca e allo stress, la pre­ci­sio­ne, la velo­ci­tà, l’elasticità, l’equilibrio, la coor­di­na­zio­ne e via dicen­do. Qua­li­tà che in un’atleta sono svi­lup­pa­te al pari, se non in misu­ra mag­gio­re rispet­to all’uomo, pro­prio per com­pen­sa­re una fisio­lo­gi­ca minor potenza.

Sono pre­giu­di­zi smen­ti­ti rego­lar­men­te dai fat­ti. Tor­nan­do alla mara­to­na, è suf­fi­cien­te con­fron­ta­re i pro­gres­si com­piu­ti dal­le podi­ste rispet­to ai loro col­le­ghi dal loro esor­dio per ren­der­si con­to dell’insussistenza di un simi­le pre­con­cet­to. Se dal 3:27:14 di Dale Greig fat­to segna­re nel 1967 il record fem­mi­ni­le è sta­to abbas­sa­to di più di un’ora, fino ad arri­va­re nel 2003 al 2:15:25 di Pau­la Rad­clif­fe, dal 1967 al 2013 il record maschi­le è sta­to ritoc­ca­to di soli sei minu­ti, arri­van­do a 2:03:23. Poco più di dodi­ci minu­ti, accu­mu­la­ti in 42km di cor­sa, sepa­ra­no “ses­so debo­le” e “ses­so for­te”: un’inezia. Cio­no­no­stan­te le don­ne ven­go­no con­si­de­ra­te defi­ci­ta­rie e lo sport fem­mi­ni­le posto siste­ma­ti­ca­men­te in secon­do piano.
E non si trat­ta di una mera per­ce­zio­ne di ragaz­za: il 95% del­la stam­pa spor­ti­va si occu­pa di sport al maschi­le; poco impor­ta che il set­to­re fem­mi­ni­le otten­ga spes­so più risul­ta­ti di quel­lo dell’altro ses­so e poco impor­ta che le don­ne che fan­no sport, sia ama­to­rial­men­te che ago­ni­sti­ca­men­te, sia­no sem­pre di più. Se già risul­ta dif­fi­ci­le emer­ge­re a livel­lo nazio­na­le per gli atle­ti dei cosid­det­ti “sport secon­da­ri”, sof­fo­ca­ti dall’estenuante iper­fo­ca­liz­za­zio­ne dei media sul cal­cio, per le don­ne, per quan­to ecce­zio­nal­men­te bra­ve, è pra­ti­ca­men­te impossibile.

La lun­ga e gio­va­ne mar­cia del­lo sport in rosa, fati­co­sis­si­ma anche se sem­pre più in disce­sa, è quin­di anco­ra in dive­ni­re e si inse­ri­sce di dirit­to – per usa­re una meta­fo­ra cal­zan­te – con maglia da tito­la­re, in una par­ti­ta ben più importante.

Attraverso la disamina delle difficoltà che le donne hanno incontrato e incontrano in questo ristretto ambito si può leggere facilmente il progresso di una battaglia più ampia, una marcia ancor più antica, quella della parità di genere, di cui s’inizia finalmente a intravedere il traguardo.

Ma si sa, gli ulti­mi metri sono sem­pre i peg­gio­ri, i più rischio­si, e chis­sà, qual­cu­no potreb­be sbar­rar­ci la stra­da all’ingresso del­lo stadio.

Arian­na Bet­tin Campanini
@Ari­Bet­tin

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Arianna Bettin
Irre­quie­ta stu­den­tes­sa di filo­so­fia, cer­co di fare del pun­to inter­ro­ga­ti­vo la mia ragion d’es­se­re e la chia­ve di let­tu­ra del­la realtà. 
Nel dub­bio, ci scri­vo, ci cor­ro e ci rido su.

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