LENNY – La repressione di una parola

Nel 1974 Bob Fos­se, regi­sta di Caba­ret e All That Jazz, deci­de di ren­de­re omag­gio alla figu­ra con­tro­ver­sa –per i suoi tem­pi – del comi­co Len­ny Bru­ce rac­con­tan­do la sua vita tra­va­glia­ta. Il film segue il comi­co dai pri­mi anni di atti­vi­tà, segna­ti da una comi­ci­tà pove­ra e bana­lot­ta, per pas­sa­re poi alla fase più matu­ra in cui ottie­ne con­tem­po­ra­nea­men­te il suc­ces­so del pub­bli­co e la per­se­cu­zio­ne giudiziale.

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Pri­ma inqua­dra­tu­ra. Una boc­ca. Le paro­le. Ecco i pro­ta­go­ni­sti di que­sto film.

È l’America per­be­ni­sta e puri­ta­na a caval­lo tra gli anni Cin­quan­ta e gli anni Ses­san­ta che fa da cor­ni­ce alle vicen­de real­men­te acca­du­te di Len­ny Bru­ce, comi­co ebreo che ten­tò di sve­glia­re il suo Pae­se da un tor­po­re ipo­cri­ta sbat­ten­do­gli in fac­cia una comi­ci­tà basa­ta sul­la real­tà del­la vita quotidiana.
Bob Fos­se costrui­sce in sede di mon­tag­gio un sali­scen­di nar­ra­ti­vo, in cui le vicen­de del­la vita per­so­na­le di Len­ny si alter­na­no a par­ti dei suoi spet­ta­co­li, crean­do così un rap­por­to empa­ti­co tra ciò che vive l’America (e quin­di Len­ny) e quel­lo che vie­ne det­to sul pal­co­sce­ni­co. Le ripre­se in bian­co e nero raf­for­za­no visi­va­men­te que­sto rap­por­to, ricor­dan­do allo spet­ta­to­re come gli anni Ses­san­ta furo­no un perio­do di gran­de aper­tu­ra gra­zie alle lot­te per i dirit­ti civi­li e alla cul­tu­ra hip­pie, ma anche anni di gran­de repres­sio­ne a cau­sa di guer­re e censura.

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Dustin Hof­f­man met­te in sce­na una figu­ra la cui for­za non fu fisi­ca ben­sì ver­ba­le, un uomo che ten­tò di incar­na­re la coscien­za dell’America, con tut­te le sue con­trad­di­zio­ni, con­sa­pe­vo­le del fat­to che la comi­ci­tà deve diven­ta­re rifles­sio­ne altri­men­ti per­de il suo pote­re. Fos­se, deci­so a non idea­liz­za­re trop­po il “suo” per­so­nag­gio, ne rac­con­ta anche il lato oscu­ro: la droga.

E si sa, dro­ga e comi­ci­tà van­no spes­so a brac­cet­to, for­se per­ché più aumen­ta l’attenzione rice­vu­ta più si ha pau­ra di rica­de­re nell’indifferenza gene­ra­le o for­se per­ché in un ambi­to come quel­lo del “far ride­re” si vuo­le sem­pre dare il mas­si­mo, chis­sà… Fat­to sta che, da Len­ny Bru­ce a John Belu­shi, tan­ti sono sta­ti i comi­ci fini­ti nel tun­nel del­la tos­si­co­di­pen­den­za e mai più usci­ti. Fos­se descri­ve tut­to que­sto per ricor­dar­ci che la dro­ga non è altro che la via di fuga per una socie­tà che non ha liber­tà di espres­sio­ne, inca­pa­ce di guar­dar­si allo specchio.

«Il guaio è che viviamo tutti in una cultura da lieto fine, una cultura di “come dovrebbe essere” invece che “come è”»

«Nel ces­so e per sem­pre», la voi­ce over di Hof­f­man com­men­ta così l’immagine del cor­po nudo di Len­ny Bru­ce mor­to a qua­ran­t’an­ni. Que­sto il com’è sta­to. Ecco come avreb­be dovu­to esse­re: una socie­tà rico­no­scen­te ver­so una per­so­na che ten­tò per tut­ta la vita di far­si sen­ti­re per­ché sape­va che le per­so­ne ave­va­no biso­gno del­le sue parole.

Len­ny Bru­ce (13 otto­bre 1925 – 3 ago­sto 1966)

Jaco­po Musicco
@jacopomusicco

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“Cono­sco la vita, sono sta­to al cinema.”

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