L’Ora — Storia di un giornale antimafia

Il 9 mag­gio del 1992, due set­ti­ma­ne esat­te pri­ma del­la stra­ge di Capa­ci, chiu­de­va i bat­ten­ti il pri­mo quo­ti­dia­no nazio­na­le che aves­se mai par­la­to di mafia, un gior­na­le a cui non solo ave­va­no offer­to il loro con­tri­bu­to gran­dis­si­mi del gior­na­li­smo e del­la let­te­ra­tu­ra ita­lia­ne, come Scia­scia o Piran­del­lo, ma che era diven­ta­to baluar­do e sim­bo­lo di un pez­zo di socie­tà sici­lia­na che con il mon­do di poli­ti­ci, impren­di­to­ri, pre­la­ti e mafio­si non vole­va ave­re a che fare.

L’Ora nasce­va all’inizio del seco­lo per ini­zia­ti­va del­la fami­glia Flo­rio, impren­di­to­ri nel set­to­re vini­co­lo in for­te espan­sio­ne, con l’obiettivo di diven­ta­re la voce di quel­le istan­ze del­la nascen­te media bor­ghe­sia sici­lia­na rima­ste ina­scol­ta­te da Roma e dai gior­na­li filo ari­sto­cra­ti­ci dell’epoca. Dopo le vicen­de ini­zia­li, lega­te alla for­tu­na del­le fami­glie che ne dete­ne­va­no la pro­prie­tà, nel 1914 il pos­ses­so pas­sa nel­le mani di Filip­po Peco­rai­no, il qua­le dà un impul­so impor­tan­te al gior­na­le chia­man­do alla dire­zio­ne Sal­va­to­re Tes­si­to­re, docen­te di dirit­to cano­ni­co a Tori­no allon­ta­na­to dai fasci­sti. Fino al 1926, anno dell’emanazione del­le Leg­gi Fasci­stis­si­me che chiu­de­va­no ogni spi­ra­glio alla liber­tà di infor­ma­zio­ne e di opi­nio­ne, il gior­na­le rima­se una voce indi­pen­den­te e cri­ti­ca del gover­no e fu il pri­mo a pub­bli­ca­re, il 27 dicem­bre 1924, il cosid­det­to “Memo­ria­le Ros­si” in cui l’ex capo uffi­cio stam­pa di Mus­so­li­ni accu­sa­va aper­ta­men­te il Duce di esse­re il man­dan­te dell’omicidio Matteotti.

L'Ora Collage

Dopo la secon­da guer­ra mon­dia­le, il gior­na­le pas­sa in mano a Seba­stia­no Lo Ver­de, avvo­ca­to e gene­ro di Peco­rai­no, il qua­le rie­sce a far tor­na­re il gior­na­le alle pub­bli­ca­zio­ni nell’aprile del ’46 affi­dan­do­ne la dire­zio­ne al gior­na­li­sta socia­li­sta Pier Lui­gi Ingrassia.
Que­sti sono anni tumul­tuo­si, di lot­te inte­sti­ne in un Pae­se lace­ra­to dal­le divi­sio­ni: il gior­na­le non si ver­go­gna di met­te­re in pri­ma pagi­na nomi e fat­ti sco­mo­di e dopo la stra­ge di Por­tel­la del­la Gine­stra — l’eccidio di dei lavo­ra­to­ri riu­ni­ti­si per la festa del 1° mag­gio ad ope­ra del ban­di­to Sal­va­to­re Giu­lia­no e del­la sua ban­da con l’intento di “puni­re il comu­ni­smo” del­la popo­la­zio­ne che festeg­gia­va la recen­te vit­to­ria del Bloc­co del Popo­lo (coa­li­zio­ne PSI-PCI) all’elezione dell’Assemblea Regio­na­le Sici­lia­na — il gior­na­le non si tirò indie­tro dal dichia­ra­re aper­ta­men­te gli ese­cu­to­ri mate­ria­li del­la stra­ge e a sot­toin­ten­de­re un nean­che trop­po vela­to man­da­to poli­ti­co. Gene­rò tan­to cla­mo­re da meri­ta­re addi­rit­tu­ra una let­te­ra di minac­ce del­lo stes­so Giu­lia­no in cui que­sti invi­ta­va a smet­te­re di par­la­re di “fat­ti da non pub­bli­ciz­za­re” e a minac­cia­re i gior­na­li­sti di poter­ci “rimet­te­re la pel­le”. La rispo­sta epi­ca di Ingras­sia attra­ver­so l’editoriale meri­ta di esse­re ricordata:

«Bandito Salvatore Giuliano, tu minacci di farci rimettere la pelle, ma che cos’è la pelle? La pelle non è altro che un tessuto, il quale ha un valore se sotto ci sono tanti organi fra i quali il cervello e il cuore e quindi un’idea e una passione. Se per paura dovessimo rinunciare all’idea, a che ci servirebbe la pelle?»

Nel 1954 la pro­prie­tà del­la testa­ta pas­sa alla socie­tà GATE, già edi­tri­ce di Pae­se Sera — pro­prie­tà del Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no. Aven­do alle spal­le una pro­prie­tà for­te, il gior­na­le ripren­de con mag­gio­re vigo­re le pub­bli­ca­zio­ni, diven­tan­do anche un cal­de­ro­ne in cui spe­ri­men­ta­re nuo­vi siste­mi di comu­ni­ca­zio­ne gior­na­li­sti­ca; è infat­ti dal 4 novem­bre del­lo stes­so anno che pren­de­rà le redi­ni del­la dire­zio­ne Vit­to­rio Nisti­cò, cala­bre­se di nasci­ta ma paler­mi­ta­no d’adozione, che por­te­rà al gior­na­le uno sti­le del tut­to nuo­vo, strin­ga­to e diret­to, con un ampio uti­liz­zo del­le imma­gi­ni foto­gra­fi­che per gli arti­co­li di cro­na­ca, nera in particolare.
Il gior­na­le vede cre­sce­re la sua tira­tu­ra anche gra­zie ad un’in­no­va­ti­va inchie­sta edi­ta a pun­ta­te sul gior­na­le dedi­ca­ta al feno­me­no mafio­so, e all’innegabile con­nu­bio con la poli­ti­ca che sem­bra­va aver addor­men­ta­to l’intera Sici­lia. L’inchiesta esce a par­ti­re dall’ottobre del ’58 e non si fa pro­ble­mi a met­te­re in bel­la mostra nomi e docu­men­ti, a par­ti­re dal­la miste­rio­sa figu­ra dell’allora sco­no­sciu­to Lucia­no Lig­gio e del suo cre­scen­te pote­re sull’isola.

La rispo­sta mafio­sa non si fa atten­de­re, alle 4.52 del 19 otto­bre esplo­de una bom­ba all’interno del­la sto­ri­ca sede del gior­na­le in piaz­zet­ta Napo­li distrug­gen­do par­te del­le rota­ti­ve. Il gior­na­le tor­na in edi­co­la il 20 otto­bre col tito­lo a carat­te­ri cubi­ta­li: “LA MAFIA CI MINACCIA. L’INCHIESTA CONTINUA”. Infat­ti, lun­gi dal loro pro­po­si­to inti­mi­da­to­rio, i mafio­si vedran­no i riflet­to­ri del mon­do pun­tar­si sul­la Sici­lia pro­prio per que­sta ragio­ne, tan­to che lo stes­so pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Giu­sep­pe Sara­gat rife­ri­rà in Par­la­men­to: “Ci vole­va l’at­ten­ta­to a L’O­ra per sco­pri­re che in Sici­lia c’è la mafia”.

Tra i pri­ma­ti del gior­na­le, c’è anche il fat­to di esse­re sta­to il pri­mo chia­ma­to in cau­sa da un pro­cu­ra­to­re del­la Repub­bli­ca per “vili­pen­dio del gover­no e del­le for­ze di poli­zia”, dopo aver det­ta­glia­ta­men­te rac­con­ta­to e foto­gra­fa­to le cari­che e l’utilizzo indif­fe­ren­te del­le armi da fuo­co duran­te una mani­fe­sta­zio­ne con­tro il gover­no Tambroni.
Uno dei gior­na­li­sti di pun­ta del gior­na­le, Etrio Fido­ra, deter­rà per mol­to tem­po il record di cita­zio­ni in tri­bu­na­le arri­van­do alla rag­guar­de­vo­le cifra di 82, sen­za esse­re mai riscon­tra­to col­pe­vo­le una sola vol­ta; il caso di Fido­ra fece tan­to scal­po­re da sco­mo­da­re due mostri sacri come Mon­ta­nel­li e Bia­gi nel­la dife­sa del­lo stesso.

Non mancano le pagine tristi, e tristemente rimaste un foglio bianco senza autori e mandanti a cui si possa chiedere di pagare il conto.

Giovanni Spampinato
Gio­van­ni Spampinato

Il pri­mo gior­na­li­sta de L’Ora su cui la mafia cala la sua ven­det­ta, in cir­co­stan­ze tutt’ora non chia­ri­te, è Cosi­mo Cri­sti­na, nel 1960, men­tre inda­ga sul­le rami­fi­ca­zio­ni dei clan a Ter­mi­ni Ime­re­se e a Caccamo.
Il 16 set­tem­bre 1970 vie­ne seque­stra­to Mau­ro de Mau­ro — come ebbe a dire su di lui Tom­ma­so Buscet­ta inter­ro­ga­to da Fal­co­ne e Bor­sel­li­no: «De Mau­ro era un cada­ve­re che cam­mi­na­va. Cosa Nostra era sta­ta costret­ta a “per­do­na­re” il gior­na­li­sta per­ché la sua mor­te avreb­be desta­to trop­pi sospet­ti, ma alla pri­ma occa­sio­ne uti­le avreb­be paga­to anche per quel­lo scoop. La sen­ten­za di mor­te era solo sta­ta tem­po­ra­nea­men­te sospe­sa» — e infat­ti soli due mesi dopo esse­re sta­to tra­sfe­ri­to alla sezio­ne spor­ti­va del gior­na­le, scom­pa­ri­va nel nul­la insie­me a tre uomi­ni mai identificati.
La sco­per­ta che il gior­na­li­sta si appre­sta­va a fare rico­strui­va un maleo­do­ran­te intrec­cio tra ambien­ti poli­ti­ci dell’estrema destra ever­si­va, Cosa Nostra in Sici­lia e miste­rio­si part­ners stra­nie­ri e rical­ca­va esat­ta­men­te la stes­sa inchie­sta che Camil­lo Arcu­ri rac­con­ta nel libro Col­po di Sta­to: «Sol­tan­to oggi, col sen­no di poi, è pos­si­bi­le rico­no­sce­re la par­te che tale fat­to ever­si­vo ebbe nell’innescare la lun­ga sta­gio­ne del­le stra­gi e del ter­ro­ri­smo nel nostro Pae­se. Ma se non ven­ne fer­ma­to sul nasce­re è sto­ria che riguar­da da vici­no anche il mon­do dell’informazione, gior­na­li e din­tor­ni. Due cro­ni­sti ebbe­ro la ven­tu­ra di imbat­ter­si, a distan­za di mil­le chi­lo­me­tri e all’insaputa l’uno dell’altro, nel­lo stes­so com­plot­to. E uno solo oggi può rac­con­ta­re l’emozione del­la sco­per­ta, l’ansia dell’inchiesta, l’ambiziosa spe­ran­za di riu­sci­re ad evi­ta­re qual­co­sa di tra­gi­co; fino al crol­lo sot­to il peso del­la cen­su­ra che sigil­la il caso in un impe­ne­tra­bi­le bloc­co di silenzio».
Infi­ne Gio­van­ni Spam­pi­na­to, fred­da­to la not­te del 27 otto­bre 1972 men­tre inda­ga­va sul­la pre­sen­za a Paler­mo di espo­nen­ti di pri­mo pia­no del ter­ro­ri­smo nero come Ste­fa­no del­le Chia­ie — omi­ci­dio rima­sto anco­ra oggi sen­za giustizia.

È un lun­go elen­co che lascia sen­za paro­le soprat­tut­to per la man­can­za di rispo­ste cer­te anche a distan­za di mol­ti anni, quan­do la ricon­ci­lia­zio­ne del­la memo­ria sareb­be il mini­mo auspi­ca­bi­le per tut­ti i paren­ti del­le vittime.

Le vicen­de del gior­na­le si lega­no anco­ra di più all’attività dei gran­di gior­na­li­sti che vi lavo­ra­va­no sul fini­re degli anni 70, quan­do il PCI smet­te di ero­ga­re fon­di per il gior­na­le e la reda­zio­ne si tra­sfor­ma in una coo­pe­ra­ti­va per man­te­ne­re le rota­ti­ve acce­se. Vit­to­rio Nisti­cò divie­ne il pre­si­den­te dell’associazione e Nico­la Cat­te­dra pren­de le redi­ni del gior­na­le; è lui a capo quan­do avvie­ne l’omicidio dell’on. Pio La Tor­re, con­dan­na­to dal­la mafia per il dise­gno di leg­ge che intro­du­ce­va il rea­to di asso­cia­zio­ne mafio­sa e la con­fi­sca dei beni, col­le­ga­ta con l’esecuzione del gene­ra­le Dal­la Chiesa.

L’ultimo diret­to­re è Vin­cen­zo Vasi­le, il qua­le in un’intervista per Rai Sto­ria rac­con­ta di come il gior­na­le abbia chiu­so solo per i pro­ble­mi finan­zia­ri dell’editore e di come stes­se risa­len­do nel­la ven­di­ta del­le copie; soprat­tut­to evi­den­zia come sia sta­to chia­ro il man­ca­to appog­gio poli­ti­co per il sal­va­tag­gio del­la testa­ta. Sia­mo infat­ti all’inizio degli anni 90 e si sta per apri­re quel­la tre­men­da e dolo­ro­sa sta­gio­ne in cui la mafia “alza il tiro” e rivol­ge un’aperta sfi­da allo Sta­to. Come ricor­da il diret­to­re: «L’Ora sareb­be sta­to un testi­mo­ne mol­to sco­mo­do di que­gli eventi».

Oggi ci resta il ricordo di un giornale antimafia; il meraviglioso lavoro di una redazione compatta e unita rimane nei cuori di tutti i palermitani e di quanti hanno avuto occasione di imbattersi nella sua storia.

Infi­ne, ricor­dan­do le paro­le del diret­to­re Ingras­sia, resta l’Idea — quel­la spe­ran­za nasco­sta di un mon­do in cui non ci sarà più biso­gno di gior­na­li antimafia.

Jaco­po G. Iside
@JacopoIside


Altre sto­rie di mafia e anti­ma­fia: Car­lo Alber­to Dal­la Chie­sa, inter­vi­sta a Giu­lio Caval­li, Nomi cogno­mi e infa­mi, Ter­re­mo­ti Spa, Il delit­to Sco­pel­li­ti rac­con­ta­to da Aldo Peco­ra, videoin­ter­vi­sta ad Alber­to Nobi­li, Piz­zo Free, inter­v­si­ta ad Anto­nio More­sco, inter­vi­sta a Basi­lio Riz­zo, inter­vi­sta a Giu­sep­pe Ayala

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